Alessandra Frontani
Garibaldi e l'identità italiana: processi di rappresentazione simbolica nella costruzione dello stato unitarioSiena, 14 maggio 2008Il convegno che si è svolto a Siena il 14 maggio ? Garibaldi e l'identità italiana: processi di rappresentazione simbolica nella costruzione dello stato unitario, organizzato dal Centro Interuniversitario per la Storia del Cambiamento Sociale e dell'Innovazione diretto dal Professor Maurizio Degl'nnocenti e svoltosi presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Siena ? si colloca nell'ambito della ricorrenza del bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi, iniziato con la costituzione del Comitato nazionale e percorso da una lunga serie di eventi, mostre, convegni, nelle città italiane più importanti, ma anche in moltissimi altri centri della penisola. Essendo tra gli ultimi avvenimenti, in questo convegno si sono coagulati i temi che hanno suscitato più intensi dibattiti, caratterizzato maggiormente questa ricorrenza e che, certamente, forniranno spunti per ulteriori studi e ricerche: la costruzione di simboli e miti nel Risorgimento e il ruolo svolto nell'apprendistato della nazionalità, le forme di rappresentazione, il rapporto dei simboli nazionali con l'identità locale, la fortuna di Garibaldi nel Novecento. La costruzione simbolica della personalità di Garibaldi ha svolto, infatti, in questo bicentenario una parte molto importante nei temi affrontati, collegandosi alle questioni complesse che riguardano il motivo della sua nascita, i luoghi e le forme della sua diffusione, i vettori e i filtri attraverso i quali viene acquisito, da quelli più tradizionali e quelli, invece, espressione della modernità.
Osservatorio dei processi di rappresentazione simbolica può essere considerato il teatro, di cui si è occupata Carlotta Sorba. Il teatro, luogo tipico della socialità dell'800, è l'esempio di uno spazio fisico e mentale di elaborazione e diffusione delle rappresentazioni nazionali, ma anche luogo di espressione e di formazione dell'opinione pubblica. Attraversato da un'elettricità incredibile e misteriosa, veicolo impareggiabile di idee e focolare di un contagio emozionale, il teatro contribuì a cambiare la scena politica e la sfera pubblica negli anni di passaggio dall' ancien regime alla Europa delle rivoluzioni e degli stati nazionali. La storia del teatro si intreccia con quella del Risorgimento italiano su diversi piani: gli eventi influenzarono la musica, i testi, la rappresentazione e queste a loro volta contribuirono al formarsi dei linguaggi, dei gesti e delle idee, alla melodrammatizzazione della politica. Ogni elemento, infatti, dal testo alla scenografia fino alla composizione del parterre, rappresenta un punto di vista privilegiato e ricco di suggestioni riguardo alla partecipazione politica, al formarsi di simboli e miti, alla loro diffusione e ricezione, al formarsi quindi di una sfera pubblica legata al processo di costruzione dell'Italia prima e dopo l'unificazione. La frequentazione delle rappresentazioni melodrammatiche era all'epoca straordinariamente diffusa e, quindi, espressione di una sensibilità collettiva. La composizione sociale del parterre, ci da un'idea, inoltre, del coinvolgimento del popolo nella politica e nel clima del Risorgimento, della presenza delle diverse classi sociali urbane che entravano nello spazio pubblico. Permette, quindi,di analizzare il problema della ricezione delle rappresentazioni simboliche e del pubblico che svolse sempre una parte attiva nel teatro come nel formarsi dell'immaginario della patria e della nazione.
Un esempio di questo rapporto di reciprocità tra la costruzione di miti favorita delle classi dirigenti per ?fare gli italiani? e l'elaborazione di simboli da parte della popolazione si può individuare nella morfologia del discorso nazionale, che è strettamente legata alla cultura tradizionale, popolare e religiosa. Tanto che, a volte, questi simboli assunsero la concretezza di oggetti, di ?cose? impregnate di un valore sacro e civile. Partendo dalle riflessioni di alcuni studiosi sui nuovi intrecci tra le forme della politica e della religione dopo la Rivoluzione francese, Dino Mengozzi ha concentrato la sua attenzione su quegli oggetti di valore sacro che rappresentarono la forma più evidente di sacralizzazione della politica e del mescolarsi di vecchio e nuovo nella comunicazione e nella ricezione dei miti. Solo inserendosi negli schemi fomiti dalla cultura, delle categorie, delle emozioni condivise nella società dell'epoca, Garibaldi avrebbe potuto essere conosciuto e rappresentato. Passando attraverso questi filtri, assumeva, fatalmente, le forme di un santo, a volte di Cristo stesso, come si può vedere nei dipinti, nei disegni satirici o nelle molte litografie; un processo di santificazione e martirizzazione che subirono anche i garibaldini. E come tutti i martiri e i santi che si rispettino anche Garibaldi aveva le sue reliquie, o meglio future reliquie, che erano quegli oggetti che avevano avuto un contatto con l'eroe o che ne ritraevano l'immagine: potevano essere foto, mantelli, camice, calzini e persino bottoni. A ciò che stava accadendo, contribuì Garibaldi stesso, ad esempio inviando ciocche di capelli, autografi, fotografie ed altri oggetti ai suoi amici e ammiratori, che in cambio gli donavano di tutto: da cibi prelibati a splendidi yacht, fino a ricevere regalo l'altra metà dell'isola di Caprera. Erano così diffusi questi oggetti che gli stessi pittori garibaldini li ritraevano nei loro quadri, basta pensare al famoso quadro di Odoardo Borrani le Cucitrici di camice rosse o di Domenico Induno Un pensiero a Garibaldi , che guardandoli attentamente sono pieni di ?reliquie? garibaldine. L'esempio più incredibile della volontà di incrementare la raccolta di oggetti sacri, stava, per Mengozzi, proprio nella decisione di essere cremato. Non c'era niente di umile e povero nella scelta di far bruciare il suo corpo in una gigantesca pira alta due metri e di mescolare le proprie ceneri a quelle dei legni aromatici, ma anzi era espressione della volontà di Garibaldi di moltiplicarsi in miliardi di mucchietti di cenere, che contenevano almeno un granello del suo corpo e che avrebbero potuto essere diffusi ovunque, in ogni parte d'Italia.
Parlando del rapporto dell'immaginario della nazione con i materiali preesistenti, con la religione e le tradizioni popolari, l'analisi entra, inevitabilmente, nella dimensione del locale, di cui si è occupato Stefano Cavazza. La storiografia ha, infatti, rielaborato il concetto di locale, arrivando a considerarlo come base di partenza del Nation Building e non più come residuo di questo processo. Il rapporto complesso, anche sul piano concettuale, tra locale e nazionale nella costruzione delle tradizioni e dei miti è, quindi, secondo Cavazza, un elemento essenziale per capire il motivo del successo di alcuni simboli e rappresentazioni rispetto ad altri. La dimensione locale permette, inoltre, di comprendere il ruolo e l'effettiva forza di propagazione dei miti, oltre alla possibilità di vederli articolati in più livelli e da diverse angolature. A loro volta, le identità vengono ridisegnate in rapporto alla nascita della nazione dalla lingua, dalla letteratura, dalla scuola, dalle nuove celebrazioni, che generano legami più forti e maggiore uniformità, ma, a volte, anche marginalizzazione.
In questo processo di formazione di miti, dal locale al nazionale e viceversa, giocarono un ruolo importante i nuovi mezzi di comunicazione, di cui ha parlato Luigi Tommassini, come la stampa illustrata e le fotografie, che modificarono anche il mercato culturale dell'800. Garibaldi fu per molto tempo un soggetto privilegiato di queste tecniche di rappresentazione. Le illustrazioni dei grandi giornali, dove lavoravano decine di disegnatori, erano più vicine alle fotografie, come oggi le intendiamo, delle stesse fotografie dell'epoca. Erano cioè dei disegni realistici, che cercavano di dare un colpo d'occhio significativo di un evento, della vita di un personaggio e spesso utilizzavano proprio la fotografia come supporto al disegno. La fotografia, invece, agli inizi era adoperata, al posto del ritratto singolo o di gruppo. Così famiglie, gruppi di persone, uomini come Garibaldi si mettevano in posa, con tutti i propri elementi identificativi, per farsi ritrarre dalla lentissima macchina fotografica. È proprio in questi nuovi ritratti, quindi, che dobbiamo cercare i tratti dell'immaginario che ha accompagnato l'eroe dei due mondi, confrontandoli, ad esempio, con i ritratti di altri grandi personaggi che l'hanno preceduto. Le tecniche più moderne, infatti, insistono anch'esse su di un terreno fatto di cognizioni, linguaggi, significati ereditati dalla cultura dell'epoca. Così guardando le fotografie di Garibaldi, si ritrovano gli elementi identificativi di un condottiero e di un leader politico, simili a quelli che si possono vedere nei grandi ritratti di Napoleone.
L'intervento di Andrea Ragusa ha spostato l'attenzione sul Novecento, per ricostruire puntualmente il ruolo nel linguaggio politico, nel sentimento nazionale e nella storiografia. Il Novecento fu il secolo durante il quale il mito di Garibaldi assunse molteplici e difformi significati, sempre dimostrandosi incredibilmente resistente e vitale. Un mito che è riuscito a passare attraverso le celebrazioni del periodo fascista senza pagarne le conseguenze, tanto da diventare il simbolo della lotta antifascista in Spagna, della guerra partigiana, del legame tra la Resistenza e il Risorgimento e, successivamente, ritroviamo la sua immagine nei manifesti della campagna elettorale del '48.
Infine, le celebrazioni (1907, 1932, 1982, 2007), che seguendo la periodicità delle ricorrenze storiche, sono state dedicate a Giuseppe Garibaldi, dando origine ad interpretazioni del personaggio, del mito e dell'eroe legate all'epoca storica in cui cadevano, rivelando qualcosa anche sul rapporto con quel momento storico che ha portato alla nascita dell'Italia come nazione e come stato.
Un mito, quindi, che si autorigenera, portando con se l'idea di Italia, di volontariato, di associazionismo, di riscatto, di diritti umani. Quest'attenzione alle rappresentazioni simboliche delle identità porta a riconsiderare il ruolo della sfera affettiva, come emerso anche nelle relazioni precedenti, nello studio della politica sia dell'Ottocento che del Novecento che, come scriveva Mazzini, solo se tocca le corde dei sentimenti smuove le folle e genera i popoli.
Ha concluso Maurizio Degl'Innocenti, autore di un recente libro dedicato proprio a Garibaldi, che ha tirato le fila del convegno riannodando insieme, con molta cura, i temi fondamentali e sottolineando i principali spunti emersi dalle varie relazioni. Con questo contributo, alla fine del convegno dedicato al valore simbolico dell'eroe, l'attenzione si è spostata su cosa c'è dietro al mito dell' ?eroe dei due mondi?, domanda a cui la recente storiografia sul Risorgimento, seguendo un filone di tipo culturalista, ricco di suggestioni sulla costruzione dei miti e sulla capacità di Garibaldi di utilizzare i mezzi di comunicazione, non sembra riuscire pienamente a rispondere lasciando, talvolta, sullo sfondo le vicende politiche e le questioni internazionali. Degl'Innocenti ha sottolineato come la categoria di romanticismo non possa essere la sola in grado di riassumere il processo risorgimentale e la figura di Garibaldi, del quale non si può certo sottovalutare la capacità di guidare i suoi volontari negli eventi militari e l'intuito politico. Proprio grazie alla sua intelligenza politica comprese l'importanza dei mezzi di comunicazione rivolti ad un pubblico che si andava ampliando sempre più, anche se non si può parlare ancora di massa. Al di là del mistero che certamente avvolge il percorso che porta alla ?santità? o all'oblio, c'è la presenza di un uomo dalle doti rare, protagonista di fatti ed eventi eccezionali, che ha affrontato con coraggio, privazioni, dolore e grandi qualità. In questo complesso percorso della nascita dei miti, realtà e cultura si intrecciano e attori e spettatori, come nel teatro, sono reciprocamente attivi.