N. 16 - Marzo 2008


ISSN 1720-190X





Roberto Parisini

Storia e ambiente
Città, risorse e territori nell'Italia contemporanea
a cura di Gabriella Corona e Simone Neri Serneri

Roma, Carocci, 2007

Il volume raccoglie alcune degli interventi presentati al bel convegno senese, svoltosi alle fine del 2005, su Ambiente e storia. Risorse, città e territori nell'Italia contemporanea. Rinviando per una descrizione dei contenuti delle relazioni al resoconto di Silvia Bianciardi già apparso su questa rivista (n. 10, febbraio 2006), grande interesse riveste ora, nella pubblicazione di questi atti, la ricca introduzione dei due curatori. Essa appare concentrata sullo sforzo di dare conto non solo della struttura (ampia e articolata) del convegno, ma soprattutto dello stato di definizione raggiunto dalla storia ambientale nell'ambito dei nostri studi di storia contemporanea. Stato per molti versi ancora incerto, a cui Corona e Neri Serneri cercano in questa sede di offrire una sistematizzazione fondata sull'individuazione di alcune precise tappe periodizzanti e soprattutto, pur consapevolmente all'interno di un tessuto fatto di arcinote frammentazioni di tempi, di modi e di territori, sull'identificazione di un ambito di studio portante e dotato di una valenza interpretativa “nazionale”.

All'origine di questa incertezza disciplinare non solo italiana ci sono – già fu rilevato qualche anno fa da Marco Armiero – l'ampio ventaglio di temi, approcci, procedure che una prorompente produzione internazionale suggerisce da almeno un quindicennio (il clima, la cultura ambientale o ambientalista, i boschi, l'inquinamento, la mentalità, ecc…) e mescola continuamente con una grande quantità di altre storie (della medicina, urbana, economica, e via dicendo) che avanzano contigue alla storia ambientale, suggerendo continuamente sconfinamenti e contaminazioni. Pesano poi significativamente anche le particolari influenze che caratterizzano ogni specifica storiografia e che, nel caso italiano – lo aveva già notato vent'anni fa Alberto Caracciolo in uno dei suoi tanti studi pionieristici –, provengono dagli studi di storia dell'agricoltura e del paesaggio, che hanno trovato nei lavori di Emilio Sereni e nelle contaminazioni geografiche di Lucio Gambi dei formidabili modelli.

Inoltrandoci nell'età contemporanea, tenere i fili di tutte queste storie è possibile, sostengono Corona e Neri Serneri, avendo come punto di riferimento la storia dell'ambiente urbano. Più precisamente, l'avvento della città industriale, con le sue nuove modalità di acquisizione delle risorse naturali, con le relazioni che questa ha progressivamente instaurato con i meccanismi di riproduzione degli ecosistemi.

La questione ambientale viene ora definita anche per l‘Italia dall'intreccio tra urbanizzazione (incremento popolazione/accrescimento città) e industrializzazione (modalità produttiva/prodotti per la produzione, i servizi e il consumo), processi distinti ma convergenti nell' incorporare e metabolizzare spazi e risorse naturali sempre crescenti, ponendo la città come punto nevralgico di pressione per la trasformazione ambientale su scale territoriali gradualmente sempre più vaste.

L'incontro con la pianificazione urbana, i “paradigmi tecnici, culturali e politici che di volta in volta hanno guidato la costruzione della città” (ossia con alcuni dei temi più ricorrenti della storia urbana) che va moltiplicando le proprie dimensioni e funzioni, determina la prima periodizzazione della storia ambientale in età contemporanea, quella della città sanitaria caratteristica del quarantennio a cavallo tra '800 '900, dove netta è la distinzione subordinata tra natura e città tecnologica e industriale.

Si tratta di un punto di partenza già in qualche modo consolidato, tanto nella produzione storica e urbanistica nazionale (coi lavori ad esempio di Adorno e Zucconi), quanto in un certo numero di studi che in anni molto recenti sono stati dedicati alla storia ambientale di diverse realtà urbane, e di cui il convegno dà puntualmente riscontro attraverso un nutrito gruppo di relazioni. È questa “la stagione della modernizzazione urbana, della prima consistente estensione della copertura dei suoli e della sistematica realizzazione di infrastrutture a rete che permettevano di riorganizzare, tra l'altro, anche la circolazione dei flussi di energia all'interno e all'esterno delle città” (p. 17).

La città sanitaria si pone all'apice della divaricazione tra l'accelerazione dello sviluppo urbano e la capacità di farvi fronte. Qui vanno a collocarsi tecnici, saperi, interessi di gruppi economici e non, amministratori, tutti gli attori di una costante, ambigua tensione tra risanamento, salute pubblica e sviluppo. Essi sono comunque costretti ad allargare progressivamente lo sguardo prima sull'intera città e poi su un territorio sempre più vasto, finendo per rompere i tradizionali rapporti a breve e medio raggio di città-campagna. Da qui vengono la ricollocazione delle attività produttive, i primi progetti di separazione funzionale degli spazi urbani e territoriali. Lo sviluppo della rete ferroviaria, il riassetto di quella idrica sono solo alcuni dei modi possibili con cui l'ambiente urbano si proietta sugli spazi circostanti modificandone sia i rapporti sia le potenzialità d'uso, collegandoli all'interno delle relazioni a rete tra i sistemi urbani (in una dimensione inter-urbana e sovra-rurale) , in ultima analisi trasformando radicalmente il paesaggio.

Questo avviene, secondo Corona e Neri Serneri, su tutto il territorio nazionale – al di là delle tante differenze ad ogni livello che comunque pesarono – grazie ad alcuni processi che sono in pieno corso negli ultimi decenni dell'Ottocento, che vanno dallo state building, alla tendenziale unificazione dei mercati, dalla circolazione della cultura tecnico-scientifica alla diffusione pur differenziata delle produzioni industriali. “Anche laddove l'attività industriale fu certamente secondaria, la modernizzazione urbana indusse una marcata riorganizzazione del territorio circostante e non solo di quello limitrofo” (pp. 20-21).

Con l'ingresso nel periodo tra le due guerre questa omogeneità di livello tendenzialmente nazionale si perderebbe. L'imporsi della programmazione territoriale a largo raggio fu ben presente, ma a livelli marcatamente disomogenei nelle singole aree dove più intensi si fecero i processi industriali, dal triangolo nord-occidentale alle zone investite da quella sorta di “proliferazione di conati di sviluppo” (secondo una definizione di Pier Paolo D'Attorre) sparsi nel paese dalla modernizzazione fascista degli anni Trenta.

Svanite definitivamente nella temperie bellica e nelle urgenze della ricostruzione, omogeneità dei processi e programmazione territoriale (governo del territorio) riemergerebbero con decisione nel “più incisivo tornante nella storia della modernizzazione del paese”, ossia nello sviluppo rapido e travolgente degli anni Cinquanta e Sessanta, “come ci ricordano l'affermarsi della terza Italia e l'intreccio tra esodo migratorio, impianto di grandi poli industriali e urbanizzazione accentrata e litoranea nel Mezzogiorno continentale e insulare” (p. 27).

L'avvento della società dei consumi, è noto, modificò gli stili di vita (motorizzazione, criteri abitativi, ecc…), il tempo libero, fece dell'ambiente urbano il punto di convergenza tra innovazione tecnologica e crescente benessere, creò, dal punto di vista della storia ambientale, la città dissipativa, il luogo cioè dove non solo si concentra la produzione delle risorse o il loro punto d'attrazione da aree sempre più allargate, ma anche il loro utilizzo fino alla dissipazione.

Per la verità, queste due ultime periodizzazioni attendono ancora un consolidamento “sul campo”. La terza in particolare – giustamente incardinata all'interno di una assai significativa rottura di continuità che, a tutti i livelli, tocca la storia del nostro paese – indica consapevolmente (e meritoriamente) più che altro una via, illumina cioè una complessità per cui occorre ancora approfondire tanto la riflessione concettuale quanto l'articolazione dei nessi interpretativi, proprio a partire dalle trasformazioni conosciute dalla forma urbana. E questo anche perché, relativamente a questi temi, in piena rielaborazione di temi e percorsi si trovano allo stesso modo le storie che trasversalmente incrociano la storia ambientale, a cominciare dalla storia urbana, dalla storia dei consumi, e via dicendo.

In ogni caso, i punti di partenza di questa più ampia definizione, suggeriscono Corona e Neri Serneri, sono rappresentati dai nuovi, diversificati criteri di collocazione produttiva che appartengono al sistema industriale fordista, e alla parallela, intensa urbanizzazione che va a disporsi sulla rete urbana policentrica da tempo consolidata nel nostro paese. “Ciò ha evidenti implicazioni sia nella concentrazione territoriale delle aree urbane, sia nel sistema dei trasporti, sia nell'impatto ambientale complessivo di tale concentrazione delle attività antropiche, come è facilmente evidente nel caso tanto della pianura padana quanto delle aree costiere” (p. 31).

L'intensità del cambiamento, il rapido instaurarsi di relazioni sistemiche sempre meno ecocompatibili hanno fatto emergere, negli anni Settanta, la crisi ambientale, hanno rinnovato una diffusa crisi del governo urbano e aperto conseguentemente la via a una nuova stagione delle politiche di pianificazione dell'uso delle risorse e del territorio.

Anche in questo caso siamo di fronte a un fenomeno tendenzialmente allargato, ma dalle intensità e ricadute alquanto disomogenee, in quanto le programmazioni territoriali, come è noto, sono state perseguite in modi diseguali e diversamente incisivi nelle varie realtà locali. Senza contare che il risanamento del degrado ha, non di rado, significato il suo semplice trasferimento, per contiguità o per scambio, in altri ecosistemi. Ma qui entriamo, osservano i curatori del volume, in una storia, quella delle politiche ambientali degli ultimi decenni, che è ancora in larga misura da scrivere. Una storia che ha però ormai le inquietanti dinamiche di una dimensione continentale.




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