Marco Manfredi
Michele Finelli, Lorenzo Secchiari
La memoria di marmo
L'iconografia mazziniana nelle province di Massa Carrara e La SpeziaRavenna, Pazzini, 2007 Grazie ai meriti e alla diffusione della storiografia culturalista, che ha trovato nei processi di costruzione delle identità nazionali uno dei suoi più ricorrenti e proficui terreni di sperimentazione, anche la storia dei monumenti ha finito per crearsi progressivamente un proprio autonomo spazio. Dal classico volume di Mosse La nazionalizzazione delle masse (Il Mulino, 1975, ed. orig. 1974), che, fra i molti canali attraverso i quali si è storicamente propagata la ?nuova politica?, dedicava uno speciale e rilevante spazio alla monumentalità, rilevando in particolare il suo fondamentale ruolo nei processi di formazione e di introiezione dell'ideologia nazionale tedesca, molti passi in avanti sono stati compiuti. A partire dalle pagine di un libro, per quanto ampie e argomentate, sono fiorite nel tempo specifiche storie, al pari di altre sul ruolo della letteratura o di altre arti ed espressioni culturali nel favorire il radicamento dei moderni nazionalismi. In tal senso anche in Italia, nel quadro di una crescente consapevolezza del carattere non essenzialista della nazione, sono andati mano a mano prendendo forma numerosi studi sui processi di invenzione del culto della patria in età risorgimentale, nel periodo dinastico-liberale e infine sotto il regime fascista; alcuni di essi, grazie soprattutto al contributo di un gruppo circoscritto di autori, sono stati dedicati appunto all'analisi del peso e dei caratteri progressivamente rivestiti dalla politica monumentale. Penso ad esempio ai fondamentali e molteplici contributi di Massimo Baioni, di Mario Isnenghi e di Bruno Tobia, e da ultimo a Emilio Gentile, che nella sua lunga attività di ricerca dedicata a tutte le forme e i linguaggi della liturgia politica fascista, si è cimentato di recente ancor più da vicino proprio con la monumentalità ( Il fascismo di pietra , Laterza 2007).
A quest'ultimo riguardo come affermava Sironi, interpretando al meglio la visione del fascismo, la monumentalità ?è la voce del Capo al di sopra della voce delle moltitudini. È l'espressione della Fede in contrapposto al gesto dell'interesse e intende dare un volto, una sensazione visibile e chiara di quella Fede, della sua forza, della sua misura, della sua potenza? ossia l'idea, portata all'estremo, del monumento come creazione del potere, capace di rafforzare i legami comunitari e di legittimare allegoricamente l'esistenza di un popolo che si chiama nazione come categoria del politico. Unanimismo, senso della gerarchia e ordine, immagini e richiami antitetici alla trasgressione combattuta nei secoli e sempre latente in ogni festa possibile, sono i termini e i confini che consentono di utilizzare ogni volta il riprodursi della temeraria pratica sociale della folla. Valori che delineano la possibilità stessa di fare ricorso all'imponenza dei monumenti all'interno della ?nuova politica?, giustificando da un lato, agli occhi delle autorità, il coinvolgimento di consistenti masse nello spazio pubblico, e proponendo dall'altro ai partecipanti rappresentazioni e figurazioni simboliche ed ideali di comune rigenerazione radicalmente opposte a quelle sregolate del carnevale e del tumulto abitualmente associate fino ad allora alla festa e alla piazza. In tale complicato gioco, cominciato in Italia su grande scala dopo il compimento dell'Unità, ma reso tanto più tortuoso nella penisola da secolari e molteplici fattori di divisione, oltre a Vittorio Emanuele II, il re della patria, a Cavour, lo statista dell'unificazione, e a Garibaldi, il rivoluzionario rientrato nei ranghi, anche a Mazzini sarebbe toccato un proprio specifico ruolo. Ruolo particolare però, perché costantemente al confine fra la nazione e una contronazione che non riusciva e non poteva riconoscersi fino in fondo nella patria ufficiale.
Questo non facile dilemma, con peculiare riferimento al contesto monumentale, era stato del resto già preso in esame da Michele Finelli nel suo volume Il monumento di carta (Pazzini, ), in cui per primo avanzava peraltro una opportuna e attendibile stima dei monumenti mazziniani disseminati nella penisola. Ora Finelli, in pagine arricchite dall'apparato fotografico ed iconografico curato da Lorenzo Secchiari, torna in un certo senso su quelle tracce, dedicando però specifica attenzione ad una delle zone, assieme alla Romagna, di più forte radicamento e presenza storica sia dell'ideale repubblicano che del suo principale vate, ossia quella regione apuo-ligure incastonata fra l'estremo lembo settentrionale della Toscana e la provincia inferiore ligure. Il volume, corredato anche da utili schede esplicative delle immagini fotografiche, ripercorre la presenza del Mazzini in pietra, nella sua accezione più vasta (dai monumenti veri e propri, come quello piuttosto noto di Carrara, ai busti, fino alle semplici targhe dei più sperduti borghi), mostrando al contempo, grazie a queste brevi ma efficaci annotazioni, proprio la ricordata complessità. Un Mazzini la cui rappresentazione sembra risentire non poco di volta in volta del punto di vista della committenza, così come del periodo di edificazione del ricordo lasciato sulla pietra. Si scopre così un Mazzini versatile, non solo perché sempre verde (il primo omaggio è un cippo del 1876, l'ultimo un bassorilievo del 1974), ma anche perché dalla raffigurazione più patriottica e militante, canonica ed ufficialista, di un Mazzini pensoso e riflessivo con il libro in mano, si passa a quella più eterodossa e antisistema di eroe rivoluzionario della Repubblica romana, fino a quella più avanguardista e quasi interventista di un Mazzini edificato con stilemi quasi futuristi negli anni dell'interventismo rivoluzionario (come è il caso del monumento di Avenza, inaugurato alla vigilia della Grande guerra). Un Mazzini dunque che in alcuni momenti ed in alcune pose sembra astrarsi in questa regione dai linguaggi della tradizione e della stretta politica, per assumere quelli assai più fluidi ed elastici del mito polare, conformemente peraltro a quello che è stato il repubblicanesimo, così come l'anarchismo, in queste zone; ossia, come ricorda Finelli nella sua snella e puntuale introduzione, ma come è stato ricordato anche da altri e fra i primi da Lorenzo Gestri, dimensione metapolitica e culturale nel seno più ampio. Quasi motivo esistenziale ancor prima che di militanza e di appartenenza politica, e pertanto soggetto a forme ed elementi di peculiarità non di rado specificatamente locali. Un mazzinianesimo in provincia dunque, a dispetto dell'afflato fortemente unitario dello stesso Mazzini. E una monumentalità dunque che non sempre funziona, come più spesso gli è tradizionalmente richiesto, quale anestetico della paura, ma che svolge semmai una funzione non sempre pienamente e direttamente conforme a esigenze di manifesta normalizzazione. O in termini forse più precisi, se di normalizzazione si tratta, essa risulta di certo un poco meno scoperta e immediatamente tale. Anche questa icona così controversa è stata infatti utile, in termini più sottili e dissimulati, come sottolinea Roberto Balzani nella sua prefazione, ad accreditare e a veicolare un ceto politico democratico e radicale post-risorgimentale e ad integrare comunque nella nazione plebi altrimenti istintivamente ?all'opposizione.
Un libro interessante per lo storico, dunque, ma certamente pure per chi voglia da semplice e curioso osservatore scoprire che ci può essere del bello, nonché una lunga ed appassionante storia, anche dietro anonime sculture commemorative che spesso ci scorrono di fronte indifferenti quali meri riferimenti topografici utili a fissare i nostri quotidiani appuntamenti. Diversamente da quanto accaduto per oltre un cinquantennio, nella letteratura del nostro secondo dopoguerra Mazzini e Garibaldi, quando raramente compaiono, non sono fra le righe delle pagine che una semplice strada o una fredda ed asettica statua, privi di qualunque e benché minimo fremito di passione politica. L'impopolarità del tema nazionale, sul cui tramonto non si possono negare il peso e gli eccessi nefasti della retorica fascista, nonché il protagonismo politico di nuove e ben altre questioni e di nuovi attori sociali hanno del resto fatto il loro. E lo stesso allusivo giudizio di un grande ?scettico? come Robert Musil, graziosamente rievocato in apertura da Finelli ? ?la cosa più curiosa dei monumenti è che non li si nota. Non c'è niente al mondo di più invisibile dei monumenti? ?, sembra invero suonare valido in primo luogo per i nostri tempi assai più che per quelli tragici dell'autore de L'uomo senza qualità . Finelli ci ricorda però anche con questo libro che le cose non sono sempre andate così, e non credo per ragioni politiche probabilmente fuori tempo, ma per conoscere e far conoscere ad una terra, e nello specifico del suo libro ad un'intera comunità, ciò che è stata.