N. 16 - Marzo 2008


ISSN 1720-190X





Andrea Francioni

Vjačeslav Kolomiez
Il Bel Paese visto da lontano… Immagini politiche dell'Italia in Russia da fine Ottocento ai giorni nostri

Lacaita, Manduria-Bari-Roma 2007

Con questo volume l'Autore continua l'esplorazione delle mentalità e degli immaginari collettivi, mettendo questa volta a fuoco la percezione russa del “bel paese”, con particolare riferimento all'attenzione dedicata dagli osservatori suoi connazionali allo sviluppo della società e della cultura politica in Italia. La ricerca copre un arco temporale considerevolmente ampio, dagli ultimi decenni dell'Ottocento fino agli anni più recenti, utilizzando fonti russe in larga parte originali, prodotte sia da ambienti e culture specialistiche (diplomazia, giornalismo, storiografia) sia in contesti non professionali. La scelta delle fonti è stata calibrata in modo da rendere possibile analizzare la percezione – e di conseguenza l'immagine e la rappresentazione – della realtà italiana, per un verso, presso la classe politica, per l'altro, a livello di opinione pubblica, in entrambi i casi mettendo in relazione la visione particolare o prevalente sviluppatasi in ciascun contesto con il momento storico attraversato dalla società russa: quasi superfluo sottolineare che la chiave di lettura adottata rivela di quest'ultima almeno quanto riesce a cogliere dell'oggetto osservato.

Il lavoro si articola in tre solidi capitoli, dedicati rispettivamente al sessantennio liberale, al ventennio fascista e al cinquantennio repubblicano, dai quali emerge come dato di fondo che le discontinuità nell'interpretazione russa della vicenda italiana sono imputabili per lo più alle dinamiche politiche interne sperimentate dal paese nelle transizioni dall'autocrazia zarista al comunismo e, infine, alla democrazia: in ogni fase una certa immagine del “bel paese” poteva servire sul piano propagandistico alternativamente da monito o – più raramente – da esempio da proporre a una società rimasta a lungo culturalmente autarchica; mentre la linea di continuità è data dalla costante percezione della distanza, ovviamente non solo geografica, che induceva spesso a semplificazioni e letture stereotipate, anche in momenti in cui la vicinanza ideologica dell' establishment sovietico a una parte almeno della società italiana avrebbe forse consentito una valutazione più analitica dei processi in atto.

Il libro si presta a molteplici letture: l'indagine sull'interdipendenza delle culture politiche in Russia e in Italia rappresenta l'intento programmatico di Kolomiez, enunciato fin dal titolo, e ha l'indubbio merito di focalizzare l'attenzione su un tema finora poco frequentato dalla storiografia italiana; ma, per la verità, non solo di questo si tratta. Il volume offre infatti una rilettura suggestiva della storia politica italiana del periodo, caratterizzata in primo luogo dal protagonismo del movimento operaio organizzato, e permette inoltre di riflettere sul ruolo giocato dall'immagine dell'Italia e degli italiani nel contesto più generale dei rapporti tra i due paesi: in questo senso alcuni passaggi del lavoro di Kolomiez, che si giova ampiamente delle fonti diplomatiche russe rese disponibili con la “rivoluzione degli archivi” dei primi anni '90, hanno un pendant sul versante italiano negli studi di Giorgio Petracchi (del quale si veda almeno Da San Pietroburgo a Mosca. La diplomazia italiana in Russia, 1861/1941 , Bonacci, Roma 1993), Rosaria Quartararo ( Italia-Urss, 1917-1941. I rapporti politici , Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1997), Roberto Morozzo della Rocca ( La politica estera italiana e l'Unione Sovietica (1944-1948) , La Goliardica , Roma 1985) e Bruna Bagnato ( Prove di Ostpolitik. Politica ed economia nella strategia italiana verso l'Unione Sovietica, 1958-1963 , Olschki, Firenze 2003).

L'Autore prende le mosse dai riflessi politico-culturali in Russia dell'unificazione italiana, echeggiata inizialmente nel discorso ufficiale come processo eversivo rispetto alla legittimità degli Stati pre-unitari, ma poi recepita come dato storico non modificabile e in qualche modo in sintonia con gli interessi di San Pietroburgo, dove si fece strada l'idea che la neonata formazione statale potesse rappresentare un utile contrappeso alle potenze continentali. Il generico apprezzamento per la nuova dimensione geopolitica introdotta in Europa dalle lotte del Risorgimento si accompagnò presto a un giudizio assai preoccupato sulla stabilità della situazione interna italiana, della quale si coglievano ed enfatizzavano soprattutto gli episodi sovversivi e terroristici, immancabilmente attribuiti alla matrice anarchica e valutati come un indizio del processo rivoluzionario imminente a livello globale, un giudizio per lo più condiviso dagli analisti russi (diplomatici, giornalisti) e sul quale pesava la particolare sensibilità dell'autocrazia zarista rispetto a tutti i fenomeni anti-sistema. Insomma, si proiettavano sulla realtà italiana i timori per la situazione interna del paese – e per certi versi anche le esperienze del nichilismo e del populismo russo – sovrapponendo in maniera semplicistica anarchismo e terrorismo e strumentalizzando l'immagine dell'Italia a precisi fini politici di conservazione.

Un analogo meccanismo si mise in moto quando, a partire dagli anni '90 dell'Ottocento, l'attenzione cominciò a rivolgersi verso quello che veniva percepito come un altro fattore di instabilità della vita politica italiana, il socialismo: Kolomiez sottolinea la “scarsa consapevolezza dell'identità del socialismo italiano” (p. 31) che emerge dalle fonti d'informazione russe, generalmente poco interessate a un approfondimento sul piano dell'analisi sociale e propense invece a diluire l'immagine del movimento socialista “nel mare dell'eversione” (p. 32) che minava le basi dell'ordinamento politico italiano, già reso precario dai vizi congeniti del parlamentarismo e dalle limitazioni costituzionali imposte alla monarchia. L'analisi della visione russa del socialismo italiano costituisce una delle linee portanti del lavoro di Kolomiez, che presta attenzione non solo al discorso ufficiale, monopolizzato dall'opinione unanime dei conservatori, ma anche alla scoperta della sinistra italiana da parte dei socialisti e democratici russi, sia attraverso l'esperienza dell'emigrazione, sia nel quadro delle campagne internazionali di soccorso finanziario organizzate a favore degli oppositori del regime zarista.

La costante sottolineatura della debolezza organica dello Stato liberale, lo scetticismo dell' establishment politico e giornalistico russo circa l'esperienza nazionale italiana furono attenuati solo di fronte al nuovo corso inaugurato dai governi Giolitti: “tutti i commentatori russi – scrive Kolomiez – erano ugualmente orientati a cogliere il nodo decisivo della vita politica italiana negli anni giolittiani nella soluzione di tipo trasformistico del problema dei rapporti tra il governo e l'opposizione […]. È ovvio che tra gli attori del compromesso la Russia ufficiale preferiva accentuare il ruolo del governo, esaltandone le iniziative di controllo sulle opposizioni, che apparivano emarginate e subalterne” (p. 72). Si trattava, anche in questo caso, di un riflesso dettato dalla preoccupazione per il fermento dell' intelligencija liberal-rivoluzionaria russa, le cui posizioni echeggiavano invece le polemiche antitrasformistiche dei critici italiani del giolittismo.

I mutamenti che contrassegnarono il quadro politico e istituzionale dei due paesi negli anni post-bellici furono tali da determinare l'atteggiamento della nuova Russia rivoluzionaria nei confronti dell'Italia fascista: ovviamente si approfondiva la distanza ideologica rispetto al paese che aveva dato origine a un fenomeno radicalmente antibolscevico e antisocialista, ma allo stesso tempo – come ben evidenzia l'Autore sulla scorta delle ricerche di storia diplomatica – la leadership sovietica, posta di fronte al problema impellente della propria legittimazione internazionale, non poteva fare l'economia della posizione del governo italiano, ancorché fascista. In questo contesto, nel quale i canali d'informazione sul mondo esterno risultavano limitati rispetto al passato a causa del monopolio ideologico e culturale del Pcus, e di fatto si riducevano alla nuova diplomazia bolscevica e al Comintern, naturalmente dominavano l'atteggiamento negativo verso l'evoluzione della realtà italiana, il disgusto per la bancarotta dello Stato liberale e la vittoria delle classi reazionarie, la denuncia della paralisi del socialriformismo, lo scetticismo circa la capacità dei comunisti italiani di radicarsi nel paese. Ma, come si diceva, la dimensione propagandistica concepita ad uso del cittadino comune, “queste immagini infernali – come le definisce Kolomiez – di un'Italia fascista e reazionaria, clericale e oscurantista, guerrafondaia ed opprimente i lavoratori” (p. 120) erano destinate a coesistere con la condotta più pragmatica e tollerante della diplomazia sovietica dettata dalla logica della normalizzazione dei rapporti con l'Italia.

Se il tema dell'apocalisse fascista dominava tutta la pubblicistica sull'Italia e si accompagnava talvolta a qualche giudizio vagamente razzista e denigratorio (“sporchetto ed ignorante come tutti i popoli meridionali, instabile e malsicuro nelle sue inclinazioni e, per giunta, a differenza degli altri, sovraccarico della propria storia tragica e assurda”: così un anonimo viaggiatore russo descriveva gli italiani intorno al 1930), per altro verso nell'Unione Sovietica di quegli anni il mito storico del Risorgimento e dei suoi eroi – che già facevano parte dell'immaginario popolare fin dall'epoca zarista – veniva ripreso ed esaltato dalla propaganda ufficiale in una specie di apologia dell'idea rivoluzionaria, di cui Kolomiez coglie le implicazioni di politica culturale (basti pensare al rinnovato successo, frutto di uno straordinario battage , del romanzo di ambientazione risorgimentale The Gadfly , dell'americana Ethel Lillian Voynich, una vera e propria lettura di culto per intere generazioni di rivoluzionari) e nondimeno i sottintesi più propriamente teorici: “La valorizzazione sovietica del Risorgimento intorno alla centralità della questione nazionale corrispondeva anche all'evoluzione del gruppo dirigente staliniano dall'internazionalismo esasperato all'idea sempre più marcata della priorità degli interessi nazionali e dello Stato-nazione” (p. 130).

L'Autore dedica, poi, un'ampia sezione del volume allo sguardo sovietico sul mondo italiano in quanto parte dell'universo oltrecortina. In generale prevalse nei confronti dell'Italia un clima di diffidenza, motivato dal giudizio negativo su una classe dirigente emersa senza soluzione di continuità col vecchio regime e perciò sorda alle esigenze di defascistizzazione della società; allo stesso tempo si radicava un atteggiamento di scetticismo circa la possibilità di orientare l'opinione pubblica italiana verso sbocchi rivoluzionari, un atteggiamento mantenuto anche a dispetto delle notizie sulla diffusione del “mito sovietico” nell'Italia post-fascista, che Kolomiez documenta sulla base delle testimonianze dei primi viaggiatori russi (dirigenti sindacali e ufficiali dell'Armata rossa). Ma ovviamente la prudenza su questo fronte era dettata dalla consapevolezza, già maturata all'epoca della “svolta di Salerno”, di non poter esercitare un controllo diretto sulla situazione politico-militare del paese. La stessa reazione sovietica alla sconfitta del Fronte popolare nel 1948 può essere ricondotta a questa precoce valutazione del quadro strategico: a Mosca l'evento non venne drammatizzato in modo particolare e anzi venne interpretato come un'esperienza che aveva comunque consentito di controbilanciare l'egemonia moderata e di preservare l'unità politica della classe operaia.

Sullo sfondo della reazione sovietica alla svolta storica del 18 aprile l'Autore colloca l'analisi della radicale correzione di linea che interessò l'atteggiamento del gruppo dirigente staliniano nei confronti dei socialisti italiani, un'attenzione motivata – in armonia con le convinzioni di Togliatti – dai giudizi espressi da Nenni rispetto al sistema sovietico e dal suo intento di collaborare lealmente con l'alleato comunista. Insomma, il partito di Nenni, “depurato dai residui riformisti” grazie alla scissione di palazzo Barberini, “appariva affidabile secondo i criteri dell'ortodossia marxleninista” (p. 187). Alla popolarità del leader socialista in Urss – al “fenomeno Nenni” – Kolomiez dedica pagine di grande interesse, segnalando tra l'altro come questa apertura verso il socialismo italiano, che era destinata a durare fino alla stagione del centro-sinistra, trovasse un limite nel concetto nenniano della neutralità italiana, intesa come tentativo di arginare la progressiva occidentalizzazione del paese, un'idea che si inseriva nel solco dell'internazionalismo pacifista della propaganda sovietica ma che era in contrasto con la visione rigidamente bipolare del Cremlino.

Non manca, infine, un'analisi attenta dei riflessi nel discorso pubblico dell'atteggiamento di Mosca nei confronti del Pci, un percorso interpretativo che mira correttamente ad enfatizzare i passaggi in cui, pur nella costanza delle espressioni di solidarietà, emersero reali divergenze di strategia politica: la valorizzazione da parte dei comunisti italiani dell'esperienza parlamentare in apparente coerenza con la linea teorica post-stalinista, le questioni di politica internazionale poste dalla crisi cecoslovacca, le posizioni di Berlinguer nella stagione dell'eurocomunismo, i tentativi dei compagni italiani di intercedere a favore del dissenso nei paesi dell'Est furono tutti temi sui quali si innescarono frizioni e polemiche talvolta aspre. Tuttavia, senza pretendere qui di riassumere una vicenda assai complessa, che si intreccia fatalmente con i progressivi aggiustamenti di linea operati dallo stesso vertice politico russo, Kolomiez conclude che, fino alla clamorosa scomunica lanciata contro il Pci all'epoca dei fatti polacchi, “si può ipotizzare l'esistenza di una dimensione pragmatica dei rapporti tra i due partiti, ben al di sopra delle divergenze di carattere ideologico, il che beninteso non escludeva la possibilità anche di eccessi drammatici” (p. 248). Ma ben prima di allora, a dispetto delle liturgie pubbliche e delle enunciazioni di solidarietà formali, ci si era resi conto della crescente difficoltà a condizionare gli orientamenti di un partito che aveva conquistato spazi di autonomia in virtù del suo radicamento nella società civile e del suo ruolo riconosciuto nell'ambito di un sistema politico pluralistico. Insomma, si tornava a misurare la distanza, che non era solo la distanza dall'esperienza della sinistra in Italia, ma soprattutto – come già avevano dimostrato i giudizi convenzionali sul “miracolo economico” o il periodico riaffiorare dei pregiudizi sull'arretratezza italiana – quella dal percorso di modernizzazione sperimentato dal paese. Con una nota amara, il volume ripropone in conclusione il nodo della difficoltà russa a interpretare la realtà italiana, una difficoltà che, virando dal discorso storico all'attualità, Kolomiez attribuisce purtroppo anche alla nuova Russia democratica.

 




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