N. 16 - Marzo 2008


ISSN 1720-190X





Stefano Maggi

Fra storia locale e storia sociale
Appunti per lo studio del territorio



 

Homines dum docent discunt . Il detto latino di Seneca, da cui deriva il più usato docendo discitur , è alla base del metodo usato per l'avvio di questa ricerca. Un metodo rovesciato rispetto a quelli usuali, perché è partito dalla percezione da parte degli studenti del corso di Storia del territorio e dello sviluppo locale, tenuto presso l'Università di Siena, rispetto alle problematiche degli insediamenti umani, analizzate soprattutto nei cambiamenti degli ultimi due secoli.

Questi argomenti sono poco rappresentati sui libri di storia delle scuole secondarie superiori e non si approfondiscono, in genere, neppure nelle altre materie, generando una sorta di oblio sull'origine dei luoghi dove si vive, si lavora, si va in vacanza. Eppure ciascuno di questi ambienti è frutto di un processo di costruzione e di modifiche che il tempo ci ha consegnato; costruzione e modifiche spesso facili e interessanti da osservare e da scoprire, perché legati alla vita quotidiana, a questioni che coinvolgono ognuno di noi.

Preso atto che la bibliografia in materia è tanto ampia quanto difficile da “maneggiare” in funzione didattica, anche per la mancanza di testi sintetici che affrontino gli aspetti principali, dall'anno accademico 2005-2006 al 2007-2008 il corso è stato impostato con un costante confronto durante le lezioni e i seminari, mirato alla rievocazione dei contesti storici nei quali si possono inquadrare i cambiamenti territoriali. Con le osservazioni della situazione attuale e le citazioni di libri sull'argomento, si è cercato appunto di analizzare i contesti, al fine di non limitarsi – come si fa spesso nel caso di argomenti troppo vasti – a un tema monografico, ma aprendo gli interessi a una riflessione più ampia possibile. Questo breve saggio è nato quindi come appunto didattico, anche al fine di essere utile agli studenti dei successivi corsi.

 

Il territorio: significati e definizioni

Marc Bloch scriveva nell' Apologia della storia al paragrafo Comprendere il passato mediante il presente :

Il nostro paesaggio rurale, in alcune delle sue caratteristiche fondamentali, risale… a epoche assai remote. Però, per interpretare i rari documenti che ci permettono di penetrare quella genesi brumosa, per porre esattamente i problemi, anzi addirittura per averne l'idea, si è dovuto soddisfare una prima condizione: osservare, analizzare il paesaggio di oggi (Bloch 1969, 56).

Se è vero che la storia mantiene sempre legami con il presente, questi legami sono molto stretti nel caso della storia del territorio, nella quale le varie epoche si compongono e si fondono l'una nell'altra fino a lasciare tracce ben visibili a qualsiasi osservatore intenzionato a coglierle. Un riscontro significativo si trova nelle città di origine medioevale: se si passeggia osservando le facciate, il disegno architettonico, le terrazze, i portoni, ma anche i tubi dell'acqua e i fili della corrente elettrica, si comprenderà – anche senza una specifica preparazione – l'intreccio fra passato lontano e passato vicino ai nostri giorni. Niente è esattamente intatto, come a volte fanno credere le guide turistiche.

Nonostante questo legame e a dispetto del fatto che il territorio condiziona gli avvenimenti in maniera determinante, basti pensare alla differenza tra una guerra in pianura o in montagna, la storia generale appare poco attenta al territorio e alle sue evoluzioni, rivelando almeno fino a tempi recenti una vera e propria “insensibilità degli storici per i temi del territorio e dell'ambiente” (Bevilacqua 2000, 7).

In Italia, ma più in generale in Europa, il territorio è frutto di un lavoro secolare, messo in atto a fini di produzione agricola e di stanziamento degli abitanti, due fenomeni strettamente correlati. Di conseguenza, città e centri abitati di ogni dimensione punteggiano pianure, coste, colline, montagne, fino all'altitudine in cui è possibile vivere. Spesso l'ubicazione delle case è legata alle sorgenti idriche, perché l'acqua ha sempre rappresentato l'elemento di base per l'insediamento territoriale: oltre che per bere e lavarsi, in presenza di fiumi l'acqua era utilizzata per fornire energia (mulini ad acqua) e per gli spostamenti di merci e viaggiatori, cercando di rendere i fiumi stessi navigabili ovunque fosse possibile.

Dante Alighieri, nella Divina commedia (Purgatorio, Canto XIII, 151-154), ci ricorda indirettamente quanto importante fosse l'acqua nel passo dove critica i nemici Senesi, che cercavano affannosamente un fiume sotterraneo, chiamato Diana. Per bocca della nobildonna senese Sapia, Dante afferma:

tu li vedrai tra quella gente vana che spera in Talamone e perderagli più di speranza ch'a cercar la Diana.

Non essendo una città d'acqua, anche se dotata di abbondanti sorgenti sotterranee che le avevano permesso di crescere a partire dal XII secolo, Siena cercava il fiume sotterraneo e l'accesso al mare. Secondo Dante, tuttavia, era sprecata l'ingente somma pagata per acquistare nel 1303 il porto di Talamone, più volte abbandonato per la malaria, che non poteva certamente concorrere con la potenza navale di Pisa, come invece si sperava a Siena. Il destino successivo di Talamone aiuta a comprendere quanto il mare fosse determinante anche a fini strategici. A metà del 1500, con la formazione del Granducato di Toscana, Talamone non confluì nel territorio di Firenze, ma entrò a far parte dello Stato dei Presidi spagnoli, con Orbetello, Porto Ercole, Porto Santo Stefano, Ansedonia e Porto Longone nell'Isola d'Elba, fortezze vitali che la Spagna conservava per l'approdo delle proprie navi nella penisola.

In Europa, dunque, città e paesi sono creazioni umane di lungo periodo, poste in un territorio adattato alle esigenze del tempo. Un territorio che è arrivato ai giorni nostri in gran parte disboscato, salvo nelle zone di montagna, e trasformato in terre coltivabili strappate alle paludi tramite la regimazione delle acque. Carlo Cattaneo, in un saggio sulla densità di popolazione in Lombardia, affermava in proposito che

il tempo, l'ingegno e il capitale formano lentamente gli argini dei fiumi, gli emuntori delle paludi, i canali navigabili, i rivi irrigatori, le livellazioni dei campi, i catasti censuari, i vasti caseggiati, tutte insomma quelle opere per cui l'intera superficie va facendosi fruttifera ed abitata (Cattaneo 1956, 133).

L'importanza dell'uso del territorio si rileva anche dal fatto che i luoghi sono sempre proprietà di qualcuno, perché gli spazi “non appropriati” appartengono allo Stato, secondo una consolidata tradizione giuridica, risalente all'età moderna. A tale proposito, la prima enciclopedia giuridica, pubblicata fra il 1912 e il 1916, alla voce “Territorio dello Stato” scriveva:

Il territorio di uno Stato è terrestre, fluviale, lacuale o marittimo. Il territorio terrestre comprende gli spazi non appropriati incolti, inabitati, o inabitabili, deserti, steppe, paludi, scogliere, ghiacciai; le terre coltivate, chiuse od aperte, con o senza edifizi che appartengono ai privati, ai Comuni, allo Stato, ad enti morali, anche a stranieri.

Quidquid est in territorio, est etiam de territorio . Gli spazi non appropriati, o comunque non appartenenti ad alcuno, appartengono allo Stato, non solo come dominio, ma altresì come proprietà, e per conseguenza non si possono mai considerare come res nullius , delle quali il primo venuto potrebbe acquistare il possesso e la proprietà con la occupazione: essi non sono suscettibili di proprietà privata, più che non sieno suscettibili di dominio pubblico. Lo Stato può bensì determinare, secondo le proprie convenienze, le condizioni alle quali i privati possono diventarne proprietari (Lucchini 1912-1916, 930-936).

A proposito delle definizioni di “territorio”, è interessante rileggere quello che scrivevano i vari vocabolari della lingua italiana, da metà Ottocento in poi, anche per comprendere come il termine abbia subito una vera e propria evoluzione: da espressione squisitamente giuridica, riguardante la circoscrizione di un ente, la parola “territorio” ha acquisito un'accezione più ampia, che si riferisce anche alla conformazione geomorfologica e alle caratteristiche sociali e antropologiche.

Il Dizionario della Crusca del 1840 dava una definizione perentoria: “Contenuto di dominio e di giurisdizione; Distretto” (Manuzzi 1840, 1522), mentre il dizionario di Niccolò Tommaseo, pubblicato in 4 volumi tra il 1861 e il 1879, di cui Guido Biagi realizzò la riedizione dal 1917, riportava la seguente accezione: “Tutto quel paese nel quale si estende la giurisdizione dello Stato, di un municipio, e simili. Per Diocesi” (Tommaseo 1922, 1541). Il vocabolario della lingua parlata del 1875 confermava che non vi erano sostanziali differenze nell'intendere il termine tra la lingua scritta e le espressioni colloquiali: “Tutto quel paese, nel quale si estende la giurisdizione di un municipio, di un principe e simili”, riportando come esempi pratici di utilizzo: “Empoli era nel territorio della Repubblica fiorentina; Pisa e il suo territorio” (Rigutini, Fanfani 1880, 1554).

Se invece si consulta il recente vocabolario Zingarelli, si trova la seguente accezione:

Estensione definita di terreno: un territorio montuoso | Regione, paese: il territorio nazionale; i territori d'oltremare | Competenza per territorio , misura della giurisdizione stabilita in base al luogo ove ha sede o si trova o dove è stata compiuta una data attività. (gener.) Ambiente: i problemi, la difesa, l'uso del territorio (Zingarelli 2004).

Le discipline per lo studio del territorio

Dopo la panoramica sull'evoluzione della parola, durante il corso si è provato ad analizzare lo sviluppo degli studi sul territorio, limitandosi a elencare per sommi capi le discipline riguardanti gli interventi realizzati nell'ambito dell'attività umana, “perché l'oggetto della storia è per sua natura l'uomo” (Bloch 1969, 41).

Viste le definizioni sopra riportate, è ovvio che esistano abbondanti studi giuridici, che hanno a che fare con il territorio in quanto elemento costitutivo dello Stato e degli enti locali come Comuni e Province, nonché con concetti quali l'“extraterritorialità”, cioè la sottrazione di parti del territorio alla piena sovranità, o l'“ultraterritorialità”, cioè l'estensione di poteri dello Stato al di là del proprio territorio.

Secondo l'efficace metafora di Costantino Mortati, riportata nel primo libro di Istituzioni di Diritto pubblico ,

il territorio è da considerare elemento dello stato, in quanto contribuisce a farlo essere quello che è, a dargli una sua individualità, insieme al popolo che lo abita, ma senza confondersi con questo, venendo ad assumere una posizione analoga a quella del corpo per la persona umana (Mortati 1975, 110-111).

Gli studi di diritto riportano spesso, persino nei manuali più approfonditi come quello di Mortati, riflessioni storiche sul territorio e sul suo inquadramento costituzionale, assumendo talvolta il ruolo di vere e proprie fonti storiche. Un esempio di fonte giuridico-economica è il testo della Svimez del 1970, che riporta secondo la legislazione allora vigente L ' intervento pubblico per la sistemazione del territorio , ricordando come “la pianificazione economica pone fra i propri contenuti essenziali le scelte concernenti l'assetto territoriale” (Carabba 1970, 115).

Di rilievo sono anche le ricerche storiche frutto della geografia, soprattutto della geografia economica, che, dovendo analizzare lo spazio come componente essenziale per lo svolgimento dei fatti economici, ha di solito bisogno di riflessioni diacroniche per il confronto tra gli indicatori presenti e passati. A maggior ragione questo assunto vale per la geografia politica, la cui analisi è legata ancora di più a un discorso di tempo e di variazioni dello spazio politico, dovute ai vari eventi umani. Nella premessa al volume L'Italia geoeconomica del 1987, il curatore Giorgio Valussi scriveva che “l'approccio storico parte generalmente dalla fine della seconda guerra mondiale, ma molti autori affondano le radici più indietro, nei processi che hanno avuto inizio con l'unità d'Italia e il primo balzo dell'età giolittiana” (Valussi 1987, 3).

Di particolare interesse è poi l'archeologia, che studia il passato attraverso le rimanenze che il territorio ha conservato, non solo per l'età antica, ma anche per periodi più recenti. L'archeologia industriale si occupa infatti “della scoperta, della catalogazione e dello studio dei resti fisici delle industrie e dei mezzi di comunicazione”, riferendosi soprattutto ai secoli XIX e XX (Hudson 1981, 2).

Ma principalmente la riflessione sul territorio – considerato nella sua accezione più ampia di ambiente antropizzato e nelle sue caratteristiche di mutamento – è stata sviluppata dall'urbanistica e dalla storia dell'agricoltura.

Partendo dall'urbanistica, si può intanto rilevare che la considerazione storiografica è stata stimolata dalla crescita delle città, tanto è vero che su questi temi esiste una rivista scientifica, pubblicata a partire dal 1977, “Storia Urbana”, rivista di studi sulle trasformazioni della città e del territorio in età moderna. L'editoriale del primo numero (gennaio 1977) elencava le più significative discipline di analisi:

l'interesse per i problemi del territorio, e della sua evoluzione nello spazio e nel tempo, è il frutto di una maggiore apertura dell'indagine storica verso l'analisi dei processi di sviluppo e delle strutture sociali con l'ausilio e la mediazione di strumenti critici e risultati propri della geografia umana, dell'economia, della demografia, dell'urbanistica, della sociologia urbana e rurale.

L'editoriale, tuttavia, ricordava anche le problematiche metodologiche, in primo luogo, il divario “fra studi di ispirazione storica (storico-economica, storico-sociale, storico-politica, storico-demografica, ecc.) e quelli di ispirazione urbanistico-architettonica”, lamentando la forte prevalenza

di lavori empirici, prodotti nelle sedi più diverse […] che si arrestano a uno stadio di semplice approccio o di documentazione, senza un'organica visione d'insieme e senza una trattazione sistematica dei nessi fra dati strutturali e fenomeni politici, culturali, sociali nel loro grado di interdipendenza e nella loro evoluzione (3-4).

Sulla storia della città, va infine segnalata la presenza dell'Associazione italiana di storia urbana (Aisu), costituita nel 2001, che si muove in prospettiva comparata nell'ambito più generale delle tematiche della European Association of Urban History.

Per quanto riguarda le campagne, è da ricordare che l'Italia ha avuto per un secolo, dall'Unità al 1960, una questione contadina da risolvere e che il dibattito storiografico è stato a lungo condizionato dal tema dello sviluppo, come passaggio dall'agricoltura all'industria, con i rapporti di produzione e le contrapposizioni di classe connesse a questi concetti: nobili proprietari terrieri o imprenditori capitalisti, braccianti o contadini legati alla terra, come gli affittuari e i mezzadri.

Un gran numero di lavori, localizzati in determinate aree geografiche e articolati per settori di studio, che vanno dalla conduzione delle aziende agrarie al movimento sindacale dei contadini, rendono arduo ricostruire un quadro d'insieme, che è presente soltanto in alcuni lavori di sintesi, i quali ci danno le coordinate di massima per la riflessione sul territorio. Alcune grandi opere analizzano poi a tutto campo le tematiche delle campagne, a partire dai tre corposi volumi sulla Storia dell'agricoltura italiana in età contemporanea a cura di Piero Bevilacqua, dedicati rispettivamente a Spazi e paesaggi , Uomini e classi , Mercati e istituzioni (Bevilacqua 1989-1991), per arrivare alla più recente opera in cinque volumi Storia dell'agricoltura italiana (2002) pubblicata su iniziativa della “Rivista di Storia dell'Agricoltura”, a cura dell'Accademia dei Georgofili, che dimostra una tradizione storiografica molto consolidata. Il progredire delle ricerche ha del resto ampliato gli orizzonti tematici, considerando sempre più la storia agraria come parte dei mutamenti sociali, economici e ambientali (D'Atri 2007, 111-112).

Sulla storia delle campagne occorre poi citare in particolare l'Istituto “Alcide Cervi”, costituito nel 1972, che promuove ricerche, studi e pubblicazioni, e ha una biblioteca-archivio e un museo a Gattatico (Re).

Recentemente un'iniziativa editoriale complessiva sul territorio è nata a Pisa: si tratta di “Locus. Rivista di Storia e Cultura del Territorio”, che con numeri in parte monografici si è occupata finora di argomenti di rilievo riguardanti l'uso e il riuso delle strutture. Ad esempio, tramvie, energia e paesaggio, patrimonio rurale, vite e vino, ospedali e città.

Alcune riflessioni sullo studio del territorio sono riportate nei due paragrafi seguenti, divisi secondo la tradizionale dicotomia tra città e campagna, e sulla base delle tematiche emerse nei seminari di cui si è parlato all'inizio del saggio.

 

La città

A partire dal XIX secolo, le città cominciarono a invadere il territorio attorno, che fino allora era stato considerato come “contado”. Il dilagare delle città fu dovuto all'aumento demografico complessivo e all'emigrazione dalle campagne, e fu avviato tra fine Ottocento e inizio Novecento, quando si accelerò lo sviluppo industriale dell'Età giolittiania, il cosiddetto take off , primo decollo dell'economia italiana nell'età contemporanea. L'industria localizzata in città, soprattutto nel Centro-nord, attirava lavoratori rurali, alimentando un consistente processo di crescita, in cui l'industrializzazione fu largamente correlata all'urbanizzazione, portando anche i primi preoccupanti problemi ambientali (Neri Serneri 2005, 109-111).

Molte grandi città italiane avevano già iniziato l'espansione fuori dalle vecchie mura, ma in questo periodo si registrò “la fine delle città come qualcosa di definito, limitato, misurabile, la città chiusa in sé, che ha un dentro e un fuori, la città cristallizzata in una forma”. In questo stesso periodo anche l'immagine della città cambiava nel senso comune: “alla contrapposizione fra l'entro le mura e fuori dalle mura” si sostituiva “quella di centro e periferia” (Bortolotti 2002, 39)

Grazie al progresso dei processi di stampa delle immagini, era intanto iniziata la divulgazione di un'iconografia cittadina, legata a particolari scorci panoramici e soprattutto ai monumenti. Questa divulgazione oggi si percepisce facilmente nei mercatini e nelle librerie antiquarie che vendono le vecchie cartoline. Nelle cartoline e nelle pionieristiche riviste illustrate, venivano dunque riprodotte le immagini che si volevano trasmettere della città e del suo territorio, ad uso degli “affezionati clienti del grand tour e anche di tutti coloro che tale pellegrinaggio culturale lo avrebbero potuto praticare solo autour de sa chambre ”. Non va tuttavia dimenticato – se si utilizzano come fonti per la ricostruzione storica – che si tratta soltanto di immagini, portatrici di una rappresentazione illusoria. “Le immagini delle città non erano e non sono le città” (Noris 2003, 7).

Le città “vere” stavano infatti crescendo in maniera caotica sotto gli occhi degli amministratori, che avevano forti difficoltà a comprenderne e gestirne il mutamento. Le fabbriche, le periferie urbane, i servizi igienici, i trasporti pubblici, gli acquedotti, ma soprattutto i conflitti sociali, rappresentarono nuove materie di analisi e nuovi argomenti del dibattito pubblico.

Le novità portarono persino al sorgere di una disciplina di analisi innovativa: la sociologia, dedicata allo studio di fenomeni sociali inediti, che si svolgevano di norma dentro gli agglomerati urbani. Anche la Statistica iniziò a occuparsi specificamente delle città, con la nascita della statistica comunale. Il ministro di Agricoltura industria e commercio Luigi Rava, plaudendo all'iniziativa del Comune di Firenze per realizzare un Annuario statistico delle città italiane , scriveva nel 1905:

Con viva soddisfazione io ho appreso questo risveglio di attività dei Municipi più importanti nell'interesse dell'Amministrazione locale, che riuscirà tanto meglio ordinata quanto più sarà illuminata dall'esatta conoscenza dell'andamento dei vari servizi messo a riscontro con quello dei servizi analoghi in altre città (Giusti 1906, XV).

L'elenco dei principali argomenti trattati dall' Annuario statistico , che uscì per la prima volta nel 1906, dà l'indicazione dei settori più significativi e più problematici nella vita cittadina dell'epoca: meteorologia, territorio e popolazione, strade e piazze comunali, nettezza pubblica, giardini pubblici, acque potabili, illuminazione pubblica, mercati e macelli pubblici, istruzione pubblica, beneficenza e previdenza, servizi di polizia e di sicurezza pubblica, attività commerciale e mezzi di comunicazione, assunzione diretta di pubblici servizi, attività edilizia. Quest'ultima stava da tempo creando difficoltà, perché si inseriva spesso in contesti urbani rimasti intatti per secoli, che erano ora costretti ad aprirsi al “nuovo” sotto la spinta delle fabbriche, delle stazioni ferroviarie e soprattutto dell'espansione demografica.

Nel 1930 nacque l'Istituto nazionale di urbanistica, con il compito di diffondere la disciplina nel panorama culturale nazionale e con l'auspicio di rendere obbligatoria la compilazione dei piani regolatori, strumenti in grado di razionalizzare l'uso del territorio nelle città (Besati 2002, 155-156).

La legge 17 agosto 1942 n. 1.150, “legge urbanistica”, emanata in piena guerra mondiale, rappresentò finalmente un tentativo di porre ordine nell'assetto del territorio, sofferente per la confusa giurisdizione e ormai oggetto sempre più di attacchi speculativi.

All'inizio degli anni '40 la materia era ancora disciplinata da pochi articoli della legge 25 giugno 1865 n. 2.359 “sulle espropriazioni per causa di utilità pubblica”, che prevedeva il piano regolatore edilizio e il piano di ampliamento. Il piano regolatore edilizio poteva (non “doveva”) essere attuato soltanto nei Comuni con oltre 10.000 abitanti, mentre il piano di ampliamento si poteva adottare in tutti i “Comuni pei quali sia dimostrata la attuale necessità di estendere l'abitato” (art. 93). Nella relazione di accompagnamento alla legge 1.150 si ricordava che

l'esperienza di lunghi anni ha rivelato l'insufficienza delle scarse norme della legge del 1865 rispetto alle molteplici esigenze di ordine igienico, sociale, economico, di traffico ed estetico che si sono venute manifestando nel vertiginoso sviluppo delle città […].

Anche la distinzione fra piano regolatore edilizio e piano di ampliamento, se poteva giustificarsi in epoca ormai remota, non ha oggi più ragione d'essere, tenuto conto del moderno sviluppo della circolazione e dell'incremento demografico. Questi fattori di grave necessità esigono che nel disciplinare la sistemazione dei centri abitati, l'aggregato edilizio sia considerato in tutto il suo insieme, coordinando la soluzione dei problemi della trasformazione dei rioni interni e di quelli relativi alla creazione di nuovi quartieri 1.

Al ministero dei Lavori Pubblici veniva affidato il compito di controllare tutte le attività relative all'organizzazione del territorio. Il piano regolatore generale doveva essere approvato dal Consiglio comunale e poi appunto dal ministero dei Lavori Pubblici. I piani particolareggiati dovevano stabilire le tipologie edilizie e gli indici di fabbricabilità.

La legge rimase priva del regolamento di esecuzione e di fatto dopo la fine della guerra venne accantonata per l'urgenza della ricostruzione, che doveva peraltro dare lavoro a migliaia di disoccupati, assolvendo un ruolo sociale, e fornendo così la giustificazione a facili e illeciti guadagni. La semplicità con cui si poteva costruire ovunque diede luogo a numerose situazioni imbarazzanti, tanto che il ministro dei Lavori Pubblici Salvatore Aldisio si esprimeva così al congresso dell'Istituto nazionale di urbanistica del 1952:

è ormai una operazione di chirurgia morale quello che si richiede. Vi sono speculatori che da qualche tempo stanno ingrassando in troppi luoghi senza alcun rischio e merito proprio, operando nel campo dell'edilizia (De Seta 1977, 238).

Tra le maggiori speculazioni sono da annoverare i casi esemplari di Roma e di Napoli, dove si riscontrò una serie di scandali di ampia risonanza, messi in evidenza da giornalisti come Antonio Cederna, e finiti in processi e in dibattiti parlamentari. Negli anni '60, crollo della diga del Vajont (1963), con la successiva frana di Agrigento, avvenuta nello stesso anno dell'alluvione di Firenze (1966), misero definitivamente in luce l'uso scriteriato del territorio nazionale, soggetto a tanti interessi a scapito della gente comune. Ma intanto l'approvazione della nuova legge urbanistica era definitivamente saltata nell'aprile 1963, quando la Democrazia cristiana arrivò a sconfessare l'operato del suo ministro Fiorentino Sullo, che si era battuto per attuare un'importante riforma (Sullo 1964, 29-161). Nel clima acceso di vigilia delle elezioni, venne presentata una visione distorta del progetto di legge, mobilitando anche illustri giuristi per dare una visione apocalittica della nuova normativa, paventando la sparizione della proprietà privata della casa. Ma il problema era in realtà dovuto al fatto che “la sua approvazione avrebbe reso per sempre impossibili gli astronomici profitti realizzati sino ad allora” (Zunino 1998, 616).

Dopo il periodo del “miracolo economico”, le città hanno continuato a lungo ad accrescersi, sebbene in maniera meno disordinata, e soltanto dagli anni '80-90 si è registrato un primo calo del numero di residenti, ma si tratta di un calo più apparente che reale. La crescita, infatti, si svolge oggi su aree più vaste, con i centri delle grandi città che hanno un minor numero di residenti (ma non di presenti), e con i Comuni degli hinterland che registrano ancora un cospicuo incremento demografico.

Secondo il 13° censimento della popolazione del 1991, dei 50 Comuni con più alto aumento nel decennio precedente, ben 15 si trovavano nell'area milanese, 8 in quella napoletana, 6 nella piana di Catania (Bortolotti 2002, 26-27). Se non crescono le città, crescono però le aree metropolitane e le conurbazioni, che rappresentano una sorta di evoluzione del tradizionale centro urbano in una rete territoriale urbana.

 

La campagna

Le città hanno sempre rappresentato un elemento territoriale di spicco, se non altro perché al loro interno risiedeva il potere politico-amministrativo, ma la maggior parte del territorio era ed è costituito da aree non urbane, che nell'età preindustriale risultavano isolate l'una dall'altra. Questa caratteristica è percepibile in particolare nel nome al plurale utilizzato per indicare le varie articolazioni territoriali: le Puglie, gli Abruzzi, le Maremme non erano altro che espressioni in grado di ricordare la molteplicità di spazi, culture, dialetti riscontrabili in tali ambiti. Ambiti in cui la gente rimaneva “ferma” al proprio posto, a differenza della situazione attuale in cui la maggior parte delle persone si sposta in molteplici centri d'interesse, come lavoro, residenza, luoghi di svago, per effetto del progresso dei trasporti e del benessere.

Nell'epoca preindustriale in città abitavano i proprietari terrieri, nobili e alti prelati con i loro servitori, nonché gli artigiani e i mercanti, che operavano per l'élite dei proprietari. La professione del domestico era una delle più diffuse: i servitori rappresentavano dal 10% al 20% della popolazione dei centri medi e grandi (Braudel 1982, 633).

La città estendeva quindi il suo potere sulla campagna e la ricchezza stessa proveniva in larga misura dall'agricoltura. Eppure vi è stato sempre uno stacco profondo fra la città e il suo contado, un contado che a metà Ottocento era poco conosciuto in rapporto alle nozioni più complete che si avevano della vita cittadina.

Mise per la prima volta in evidenza le caratteristiche delle campagne, composte di tante “Italie agricole”, l'inchiesta condotta da Stefano Jacini fra il 1877 e il 1884, i cui risultati furono 15 volumi con 22 tomi, completi di appendici, tavole, resoconti verbali. L'inchiesta presentò “alla ribalta politica il volto e il pensiero di una Italia agricola finora dispersa, immobile, rassegnata al suo particolare”. Ma lo stesso Jacini dovette anche constatare il disinteresse e la diffidenza che accompagnarono i lunghi lavori dell'inchiesta, che – secondo le sue parole – risultò “in realtà per niun verso un bisogno sentito dal paese” (Caracciolo 1976, 83).

Al di là delle resistenze messe in atto, è da rilevare che con tale inchiesta emersero i caratteri della ruralità nella penisola, che rappresentava un elemento di assoluto rilievo, essendo il settore primario del tutto predominante e in molti casi statico da lunghissimo tempo. I risultati dell'opera di Jacini sono di grande importanza per ricostruire la storia del territorio, una storia che – come ha scritto Lando Bortolotti – “essendo parallela a quella sociale, e contigua a quella delle classi rurali è storia di lunga durata, non di fatti immediati” (Bortolotti 2002, 25).

È da rilevare anche che le classi rurali hanno a lungo rispecchiato l'immagine della ristrettezza mentale e della “chiusura al nuovo”, nonostante le esperienze sindacali e anche alcune esperienze di miglioramento agricolo dimostrino in molti casi la limitata validità di tale assunto.

Si trova una curiosa testimonianza letteraria della mentalità sulla campagna nel Giornalino di Gianburrasca , pubblicato per la prima volta a inizio Novecento. Quando il protagonista Giannino Stoppani di 9 anni, figlio di un agiato commerciante cittadino, si reca dalla zia in campagna, vi trova Angiolino, “il figliuolo del contadino della zia, un ragazzo che ha quasi la mia età ma che non ha mai visto nulla nella sua vita, sicché mi sta sempre a sentire a bocca aperta e m'ubbidisce in tutto e per tutto”. La conclusione di Gianburrasca riguardo alla campagna risulta perentoria: “ è inutile. I contadini sono ignoranti, e perciò in tutte le cose si lasciano sempre trasportare dall'esagerazione” (Bertelli 2007, 43).

Se la campagna appariva ancora il regno dell'ignoranza, le bellezze del paesaggio campestre, che andavano ad accompagnare quelle dei monumenti, erano però molto apprezzate.

Nel 1904, ad esempio, il giornalista e scrittore Ugo Ojetti su “L'Illustrazione Italiana” invocava la compilazione di un “catalogo dei paesaggi essenziali al carattere nazionale, bellissimi e intangibili”, perché

il paesaggio nostro purtroppo è in continua trasformazione: ieri sono stati i tagli dei boschi che hanno incalvito i monti; oggi è un'officina che distrae da una cascata l'acqua necessaria a darle la forza motrice; domani sarà, come a Roma sotto Monte Mario e lungo il Tevere, il genio militare che alzerà terrapieni rettilinei, e scaverà cunicoli per ordinare l'opere di fortificazione intorno a una città o in un valico frequentato; posdomani sarà sopra una prateria una serie di tabelle stupidamente multicolori; più tardi ancora sarà una ferrovia che sventrerà un monte o ne inciderà con un taglio bianco la costa, o una miniera che creerà una collina nera o rossa vicino ad ogni pozzo di scavo accumulando i rifiuti e i tritumi del minerale scavato” (Ojetti 1904, 467).

In virtù di questa nuova sensibilità, dovuta ai forti cambiamenti in atto, dopo la “grande guerra” venne emanata la legge 11 giugno 1922 n. 778 sulla tutela delle bellezze naturali e delle “bellezze panoramiche”, oltre agli immobili di interesse per la storia civile e letteraria. Una legge che era stata più volte ostacolata in Parlamento da chi non voleva ledere il diritto dei possidenti terrieri a fare ciò che volevano dei propri fondi. Nello stesso anno così movimentato per la storia d'Italia, qualche mese dopo la legge di tutela, furono istituiti i primi due parchi nazionali (Mangone 2002, 171-172).

Finito il “ruralismo” fascista con il suo tentativo di cristallizzare le campagne aiutando i patti colonici in grado di tenere a freno le rivendicazioni contadine, e adottando dunque una politica di sbracciantizzazione e di colonizzazione, si arrivò dopo tante discussioni a emanare leggi per la redistribuzione fondiaria. L'inizio si ebbe con la legge Sila, legge 12 maggio 1950 n. 230, destinata a essere applicata sull'altopiano della Sila e nei territori ionici a valle dello stesso. La legge sanciva l'esproprio dei fondi superiori a 300 ettari e imponeva dei piani particolareggiati di esproprio che indicassero l'indennità da assegnare ai proprietari (Pezzino 1977). Dopo pochi mesi seguì la legge stralcio, legge 21 ottobre 1950 n. 841, che veniva attuata al posto di un intervento globale e individuava in pratica dei casi pilota, delegando al governo la scelta dei comprensori dove si andava a intervenire, che furono il Delta padano, la Maremma tosco-laziale, il Fucino, alcune zone di Campania, Puglia, Lucania, Molise e Sardegna. La legge Sila aveva stabilito il criterio dell'estensione di superficie per l'esproprio, mentre la legge stralcio non seguì tale criterio, adottare invece quello del reddito catastale delle proprietà (Marciani 1966, 29-31).

I terreni dovevano essere progressivamente espropriati e dotati delle strutture necessarie per poi essere assegnati a contadini e braccianti. La distribuzione di terre riguardò circa 800.000 ettari , ma il latifondo continuò a esistere, e soprattutto la riforma non riuscì a frenare la fuga dalle campagne, quell'imponente esodo agricolo che ha cambiato i caratteri dell'Italia, con la scomparsa in un ventennio, dal 1951 al 1971, di oltre 5 milioni di contadini, divenuti operai, commercianti, impiegati e andati a inurbarsi nei centri maggiori.

Uno dei motivi di tale imponente esodo si riscontra nella mancanza di infrastrutture e di servizi nelle zone lontane dalle città. Infrastrutture e servizi che costituiscono, nella loro programmazione e attuazione, i due argomenti più dibattuti, più discussi a livello territoriale da almeno un secolo e mezzo, quando arrivò la ferrovia e con essa il progresso penetrò nei territori toccati dal treno, lasciando gli altri – e quindi gran parte delle campagne – in una situazione d'isolamento. Le successive reti, dai trasporti urbani, agli acquedotti, all'illuminazione pubblica, al gas, al servizio postale e telefonico, hanno rappresentato elementi di sviluppo fondamentali per la vita quotidiana, ma sono stati a lungo appannaggio delle sole città, portando a percepire il territorio rurale in modo negativo anche per la mancanza o carenza di questi servizi.

Rispetto alla campagna, negli anni del “miracolo economico” la città offriva occasioni di lavoro e sembrava offrire una vita più dignitosa, grazie alle comodità che presentava. La citazione di una lettera di Don Lorenzo Milani, inviata nel 1955 all'amico Gian Paolo Meucci, presidente del Tribunale dei minori di Firenze, ci ricorda con parole suggestive i problemi territoriali che negli anni '50 (ma la questione vale in parte ancora oggi) si avvertivano per l'assenza di infrastrutture e servizi nella montagna toscana del Mugello, a Barbiana, dove egli aveva avviato la sua nota esperienza di scuola popolare.

Caro Gianni, te che t'intendi di diritto penale mi dici cosa sono le tasse?
Sono un'espressione d'amore per il re oppure la contropartita di qualche servizio che ci fa chi le piglia?
Nel secondo caso ai barbianesi che servizi vengono prestati dallo stato? Pensa che il servizio postale non solo non funziona, ma semplicemente non è contemplato nella gita. Se ci fosse un giorno al mese p. es. in cui la posta arrivasse a casa si potrebbe dire che il servizio c'è. Ma qui bisogna andarla a prendere all'ufficio.
Strada, acqua, luce, scuola, ferrovia ecc. sai già come stanno.
E allora quali sono i servizi che non ci son venuti ancora in mente?
Mandamelo a dire perché qui i ragazzi pensano che gli unici servizi di cui fruiscono sono le guardie forestali a far contravvenzioni di 1000 lire per pecora e il servizio postale soltanto nel giorno in cui arriva la cartolina [per il servizio militare].
[…] stiamo lavorando appassionatamente da due settimane alla pagina del libro 2 sull'esodo dai monti. Abbiamo stabilito 15 motivi dell'esodo e stiamo solo accanendoci a metterli in ordine gerarchico” (Lancisi 1977, 18-19).

La storia del territorio: percorsi di ricerca

La storia del territorio è stata una storia di lunga durata, che ben si rispecchia nelle parole di Fernand Braudel:

L'uomo è prigioniero per secoli di climi, di vegetazioni, di popolazioni animali, di culture, d'un equilibrio costruito lentamente dal quale non si può allontanare senza rischiare di rimettere tutto in questione. Si veda il posto della transumanza nella vita montana, la persistenza di una certa vita marinara, radicata in questo o quel punto privilegiato del litorale; si veda la durevole ubicazione della città, la persistenza delle strade e dei traffici, la sorprendente rigidezza del quadro geografico delle civiltà (Braudel 1973, 65).

Si è detto che la storia del territorio “è stata” una storia di lunga durata perché negli ultimi anni questa constatazione appare debole, dati i persistenti cambiamenti del territorio che si sono continuati a vedere fino ai giorni nostri.

In precedenza la storia umana e la storia naturale hanno sempre avuto ritmi molto diversi: studiando un secolo di storia umana, si poteva presumere che non occorresse diffondersi nell'analisi del contesto ambientale perché questo sarebbe certamente rimasto immutato o quasi.

I ritmi della storia naturale nell'ultimo mezzo secolo si sono invece molto accelerati, e per inquadrare opportunamente gli altri fenomeni occorre sempre uno sguardo alle evoluzioni del territorio, nel quale – non dimentichiamolo – si svolgono tutti gli eventi della storia, in qualsiasi e settore e da qualsiasi angolatura essa si analizzi.

In questo contesto di forte mutamento territoriale, si è inserita la questione dell'ambiente, che è strettamente legata al territorio, ma che allo stesso tempo riguarda aspetti specifici. Ad esempio, è evidentemente un fattore dell'analisi territoriale la questione delle risorse energetiche nel sottosuolo, riguardo alle quali molto spesso – a partire dagli anni '70 – sono stati lanciati allarmi più o meno giustificati riguardanti l'esaurimento dei combustibili. Le questioni ambientali oggi all'ordine del giorno sono tuttavia diverse e forse più preoccupanti, perché riguardano i mutamenti climatici causati dall'inquinamento dell'aria. L'inquinamento è prodotto da ciò che si fa nel territorio, deriva dai processi che stanno alla base della nostra società, ma al tempo stesso esce dal territorio specifico, perché – ad esempio – ciò che fanno i paesi industrializzati o in corso d'industrializzazione si riflette su tutta la popolazione del mondo, anche quella che vive senza nulla inquinare.

Eppure la questione dell'ambiente è molto recente: circa tre decenni or sono gli esperti discutevano ancora se la Terra stesse riscaldandosi o raffreddandosi, “incapaci di decidere se nel nostro futuro ci fosse una ghiacciaia o una serra”. Soltanto da metà anni '70 ci siamo resi conto che l'aumento dell'anidride carbonica nell'atmosfera avrebbe prodotto un forte riscaldamento del pianeta (Flannery 2006, 14-15).

L'industria e la motorizzazione, agenti inquinanti tra i più diffusi, sono quindi finite nel banco degli imputati, senza che nessuno abbia però pensato realmente a frenarne la portata distruttiva dell'ambiente, perché l'economia e la società di innumerevoli territori sono a queste strettamente legate. Anzi, nel corso del Novecento la motorizzazione di massa e l'avvento del camion hanno reso possibile nei paesi sviluppati una sorta di urbanizzazione e industrializzazione diffusa dei paesi di campagna e delle pianure o vallate attorno alle città.

Gli elementi di riflessione citati hanno finora trovato uno scarso peso nella storiografia. Mancano gli studi che considerano gli effetti modernizzanti portati dalle modificazioni del territorio, analizzando il contesto politico, economico e sociale complessivo e schematizzando una serie di eventi che pure sono ricorrenti in tutto il territorio nazionale: redistribuzione fondiaria, bonifiche, insediamenti industriali, metropoli e periferie, città portuali, bonifiche integrali, lo Stato nel territorio con le sue istituzioni (scuole, uffici), gli “sventramenti” per risanare i centri storici, la cementificazione delle coste, la diffusione territoriale delle residenze e delle industrie consentita dai trasporti di massa.

Tutti questi fatti sono interpretabili nelle linee di un'evoluzione economica e sociale, e generano un continuo dibattito politico. Raramente, tuttavia, ciò emerge negli studi che esaminano uno solo dei fenomeni ricordati, come pure negli studi di storia locale. Questi ultimi sono i più numerosi e fiorenti, dovuti a ricerche sponsorizzate da enti territoriali per scoprire e divulgare l'identità dei luoghi, ma anche all'attività e alla passione di tanti eruditi che da sempre dedicano tempo libero ed energia alla ricostruzione minuta delle vicende del proprio territorio. L'uso delle fonti, la tematizzazione e la contestualizzazione nella storia generale del proprio tempo sono però di norma carenti, nonostante le ricostruzioni spesso minuziose d' histoire évenementielle .

Come accennato all'inizio di questo saggio, è risaputo che la storiografia guarda al passato con gli occhi e soprattutto con le domande del presente: sono le problematiche attuali che spingono a ricercarne gli antecedenti. La sensibilità ecologica, che si è affermata dagli anni '90 del Novecento, non può dunque non avere riflessi sullo studio della storia, inducendo a ripercorrere le tappe del cambiamento nell'uso del territorio, con particolare riferimento all'età contemporanea. I secoli XIX e XX hanno portato i più visibili fenomeni d'intervento dell'uomo che la storia ricordi e l'ultimo mezzo secolo ha determinato modificazioni ancora più profonde, da non trascurare nella riflessione sul passato, anche perché nel secondo dopoguerra sono terminati in breve tempo i valori e i costumi della società rurale: è finita cioè la millenaria Italia contadina, marcando uno stacco decisivo nella civiltà. La vita di tutti i giorni, di tutti i cittadini, in quasi tutti i territori, è profondamente mutata, come stanno mettendo sempre più in evidenza le ricerche di storia sociale.

L'urbanizzazione, lo spopolamento dei centri minori e delle campagne, il trasporto come mezzo per rompere l'isolamento, hanno portato da circa 60 anni sconvolgimenti così forti da incidere persino su un fattore difficile da cambiare in tempi medi: la mentalità. Tanto per fare due soli esempi, oggi la campagna non è più nella percezione comune il regno dell'ignoranza, ma bensì il rifugio dal caos delle città o il luogo delle produzioni agricole di qualità, mentre la città non è più la sede dell'industria, ma semmai la sede degli uffici e dei negozi.





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Abstract
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Autore Maggi Stefano
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