Daniela Calanca
Miti e riti balneari nell'Italia fascista
Pur avendo radici disseminate in un contesto storico-culturale tutt'altro che univoco, la filosofia visiva dei fotogrammi balneari durante il regime fascista appare organizzata, metaforicamente, attorno a una piattaforma che consente di vedere un'altra Italia, accanto a quella reale e a quella ufficiale, ossia quell'Italia immaginata e idealizzata che fa del nesso modernità-movimento uno dei suoi miti fondanti (Pivato, Tonelli 2001, 111 ss.; Pivato 2006, 112 ss; Triani 1988; Calanca 2002, 103 ss. e 2008). Un mito questo che, accanto ad altri, forgia il sentimento (e i sentimenti), tra gli altri, della vacanza al mare che, negli anni Trenta, anticipa già il boom economico del secondo dopoguerra, divenendo un simbolo fortemente caratterizzante dell'identità nazionale nel Novecento. In questa direzione, sfogliando album fotografici e mettendo a confronto immagini di comuni spiagge italiane d'inizio Novecento con quelle degli anni Trenta, appare immediatamente evidente come, nell'arco di pochi decenni, la vacanza al mare si sia trasformata da rito d'elite in costume popolare: ai pochi turisti che, ritratti completamente vestiti e riparati dagli ombrellini per proteggersi dal sole, passeggiano sulla battigia o in posa come se si trovassero nel salotto di casa, si sono sostituite schiere di uomini, donne e bambini in costume da bagno (Pivato 2006; Calanca 2006). In particolare, documentando le profonde trasformazioni avvenute durante il Ventennio, nelle immagini della spiaggia degli anni Trenta e Quaranta trovano spazio autorappresentazioni che, concentrando nella maggior parte dei casi il focus sulla persona, in primo luogo possono essere definite di bella presenza , come nel caso per esempio di ragazze che, ritratte ferme in piedi sorridenti, indossano l'ultimo costume alla moda, esprimendo una certa fierezza estetica. Sono immagini che, definibili nei termini di linee aggraziate , in una cornice dove il libero mare fa la libera vita e nella carezza dell'onda 1, in un certo qual modo sembrano condensare alcuni significati specifici di quella storia ?inventata?, quale appare quella della bellezza, ossia, osserva Vigarello (2007, 5-6), dell'inedita importanza estetica accordata a precise parti del corpo e alla scoperta del ?sotto? (Burke 2006, 147 ss). E ciò a partire dalla fine del XIX secolo, quando si comincia a diffondere l'invenzione della forma del busto dritto che, simulando sicurezza e presenza di sé, affianca all'immaginario della rispettabilità borghese, quello dell'efficienza.
Allo stesso modo, nei ?ricordi figurati?, come in una sorta di ?terra di mezzo? tra pubblico e privato, accanto a gruppi familiari che, ritratti in posa sulla battigia e/o sui pattini, ostentano pratiche di adesione per le nuove forme di apparenza, trovano spazio autorappresentazioni che denotano movimento e dinamicità corporea , come nel caso di ragazzi e ragazze fotografati mentre passeggiano con passo deciso, o intenti a remare (De Luna et al. 2006; Mignemi 2003; Calanca 2005). Movimenti e forme di dinamicità corporea che si trovano visivamente esemplificati pure nelle immagini di esibizione, quali per esempio di tuffi, di nuotate, e di esposizione in verticale a piramide, in cui i ragazzi si sostengono in bilico gli uni sulle spalle degli altri. A riguardo, appare plausibile sostenere che in tali autorappresentazioni della vacanza balneare, la bellezza del corpo, nonché la possibilità di plasmarlo, funga come ideale, come fine, tale da consentire la determinazione visiva della dinamicità, legittimando con ciò l'uso della nozione di movimento stesso, quale norma ideale. A ciò concorre, in particolar modo, non solo la pubblicità dei filmati Luce e dei disegnatori come Dudovich e Depero, ma anche e soprattutto la campagna di sportivizzazione, inaugurata ufficialmente dal regime nel 1923 (Farina 1995). In tal senso, è lo sport che, tra gli altri, si qualifica come motore di una simile cultura del corpo, laddove la sportivizzazione si richiama, ideologicamente, all'atleticismo, al movimento, alla forza, alla vigoria, nonché alla bellezza in se stessi (Pivato, Tonelli 2001; Pivato 1994; Hoberman 1988). Sotto questo profilo, lo stesso Mussolini diviene l'icona di un'Italia sempre più in movimento, di un'epoca che celebra lo sviluppo fisico, attraverso lo sport, e dunque il dinamismo, come nuova ?religione?. Da questo punto di vista: ?L'esaltazione fascista delle forme di vita collettiva all'aperto incoraggiava la intensa e diffusa promozione delle attività ginniche e sportive, poste anch'esse al servizio della ?propaganda della fede' perché, come spiegava nel 1926 la commissione incaricata di elaborare un progetto per l'educazione fisica e per la preparazione militare del paese, il ?culto del vigore fisico si connette sempre con quello della patria, e dove sorge ideale di riscatto, di redenzione nazionale, subito si manifesta l'amore per gli esercizi fisici'. Il regime impiegò cospicue risorse per incrementare la pratica della ginnastica e dello sport, finanziando la costruzione di palestre, stadi, colonie, che divennero, anche questi, luoghi dove si praticava il culto della sanità fisica come parte integrante del culto del littorio nell'opera di educazione delle masse e di formazione dell'?italiano nuovo', preparando il fisico e temprando il carattere del cittadino virile e virtuoso, credente e combattente per la patria? (Gentile 1993, 158).
Di fatto, rappresentando la propria epoca come attiva, dinamica razionale , il regime incita il popolo italiano alla cura dello sviluppo fisico attraverso lo sport: ?Il nostro popolo darà così a chi lo osserverà non solo la misura della nostra educazione e cultura fisica, ma anche quella della nostra cultura spirituale? (Poggi Longostrevi 1933, 9). E di qui, nella forte connotazione etico-politica che caratterizza la cultura fisica propagandata dal regime si trova espressa la volontà di offrire un'immagine di equilibrio dinamico, laddove è proprio la bellezza concepita nei termini di equilibrio stesso a fungere da norma ideale: ?Col programma che la nuova Italia va svolgendo e attuando, si dovrà finirla con la bruttezza. Si dovrà finirla con l'imbattersi ancora in tanti torsi anormali, rotondi, goffi, a punto interrogativo, toraci piatti dalle scapole alate. Ancora troppa gente si muove pesantemente quasi fosse anchilosata. La bruttezza è squilibrio. La divina bellezza di un corpo armonico in movimento è equilibrio? (Poggi Longostrevi 1933, 11). In particolare, per le donne l'esigenza di dedicarsi all'attività sportiva è ritenuta essenziale sia per conquistare una ?bellezza moderna? sia ?per poter così adempiere al più santo dovere, quello di dare figli sani alla Patria? (Bergamo 1935, 213-214). Mantenersi sane e in forma è un dovere non solo verso se stesse (Poggi Longostrevi 1933, 15), ma anche e soprattutto nei confronti della famiglia e della razza: ?Mens sana in corpore sano, dicevano i nostri padri ed avevano molto ragione, solo con queste considerazioni una donna può adempiere con spirito alacre e fattivo a tutti i compiti morali, civili, e sociali che da essa dipendono, ed essere pilastro della famiglia ed intelligente sprone al marito e ai figli? (Bergamo 1935, 213-214). Non si perde occasione di ricordare, attraverso ogni mezzo, che ?la donna è fatta per la casa e per i bimbi, deve restare donna con tutti gli attributi della femminilità, ma non deve significare che debba restare debole, fragile, con l'aspetto di bambola? (Poggi Longostrevi 1933, 48). Considerato il fine supremo della maternità, e dichiarato che per la donna hanno più importanza le qualità fisiche che quelle intellettuali, si studiano e si consigliano gli esercizi più adatti a lei allo scopo di conseguire ?l'equilibrio delle funzioni? e la ?perfezione organica?, senza rischiare che il suo fisico si ?mascolinizzi?: ?Le donne sono nate per procreare più che per lottare. Gli esercizi che a loro più convengono sono quelli che contribuiscono allo sviluppo del bacino. La marcia, le corse, gli esercizi ritmici, i lanci del disco, del giavellotto e di pesi leggeri, i giochi di palla lanciata, il nuoto, il tennis? (Poggi Longostrevi 1933, 72). Ciò per altro comporta scalfire ? a dire del regime ? un pregiudizio molto diffuso nel mondo femminile, che lo condanna all'inattività, ossia ?di non volere niente muscoli, che suscitano orrore perché vengono confusi con l'immagine dei muscoli grossi, corti, nodosi, delle persone deformate dai lavori pesanti e dagli esercizi della forza, i muscoli fini, lunghi, morbidi, agili che sono i soli e veri muscoli delle belle creature? (Poggi Longostrevi 1933, 44). Dipende, quindi, dalla volontà individuale e dal proprio impegno di riuscire a rientrare nei nuovi canoni di bellezza. Lungo questa linea si tenta di realizzare un distacco nei confronti delle componenti culturali ritenute più tradizionali, cercando di operare una conciliazione tra soggetti sociali che in realtà sono rigidamente separati: ?La vecchia mentalità che considerava vanitosa ogni cura del proprio aspetto fisico ha fatto il suo tempo: la credenza che solo le signore hanno mezzi e tempo da destinare alle cure fisiche, va ormai abbandonata. Con l'adozione delle 40 ore settimanali lavorative, anche l'operaia può ben prevedere un po' di tempo da destinare a se stessa e poiché non è richiesto impiego di danaro, ma soltanto l'esercizio di una risoluta volontà, si può affermare che non v'è donna che sia veramente impossibilitata di fare un po' di ginnastica giornaliera. [?] la donna agiata, la massaia, l'operaia. L'impiegata d'ufficio e la commessa? (Mazzarocchi 1940, 27-28). Sotto questo profilo, l'opera di diffusione di una simile etica sportiva e dei nuovi canoni di ?bellezza dinamica? è massiccia e costante, e mira soprattutto a convincere gli scettici e gli strati più bassi della popolazione (Poggi Longostrevi 1933, 55). Del resto, si ritiene che sarebbe sufficiente vedere un'olimpiade femminile per convincersi in tal senso: ?Gli uomini di certe classi sociali ammirano i grossi seni, l'ampiezza del bacino e apprezzano il volume proveniente da accumuli di grasso, e per loro questi non sono difetti, ma anzi pregi [?]. Molti di questi uomini vanno d'accordo con le donne sul punto di vista che le vere bellezze non devono avere muscoli [?]. Se avessero potuto presenziare ad un'olimpiade femminile, si ricrederebbero certo, perché gli sports e i giuochi femminili, che pure tanta vigoria e possanza mostrano, si possono giustamente chiamare l'Olimpiade della grazia e della vera bellezza? (Poggi Longostrevi 1933, 48).
Nel contempo, in favore della sportivizzazione femminile viene conferito particolare rilievo al richiamo alla natura, alla perfezione delle forme, come condizioni di un'esistenza ideale e elitaria: ?Lo sport [?] segna il ritorno verso una natura semplice che viene resa bella dalla purezza delle forme. Una delle finalità principali dello sport oltre al record deve essere il modellaggio della materia del corpo verso la perfezione organica. Sarebbe impicciolire la bellezza che viene evocata negli stadi se in questi non si osservasse che l'abilità tecnica. Verrà certo un tempo, auguriamo prossimo, che sarà dichiarato vincente non solo l'atletessa o l'atleta specialista, [?], bensì gli atleti armoniosi, dalle migliori caratteristiche somatiche di perfezione plastica? (Poggi Longostrevi 1933, 67-68). Una perfezione plastica che, specie per le donne, realizza l'unione di sé tra corpo e io individuale: ?Una donna sempre si compiace di essere ammirata; gli effetti benefici dell'esercizio hanno sul morale grande importanza: il sapere che si possiede un perfetto atteggiamento e la grazia speciale di ogni gesto più piccolo, perché si è padrone del proprio corpo e del proprio io, è una delle gioie più grandi? (Poggi Longostrevi 1933, 192).
Tuttavia, lo sport femminile resterà a lungo una pratica per lo più mondana: le masse rurali e la parte più umile e arretrata della popolazione rimarranno escluse. L'educazione fisica, di fatto, troverà il suo principale canale di diffusione nell'introduzione obbligatoria nelle scuole, e dunque verranno escluse tutte le ragazze che non completeranno il ciclo di scolarizzazione o che non vi avranno preso parte.
Non solo. In quell'Italia immaginata e idealizzata come attiva e dinamica che si riversa sulle spiagge, trova spazio fondante come simbolo, nonché mito, della ?nuova religione laica? il fascino della tecnologia, quale emerge per esempio nelle immagini della Riviera adriatica all'epoca dei Cinegiornali Luce, in particolare tra il 1935 e il 1939 (Rosa s.d.; Laura 2000; Luzzatto 2001). Compendiando spazi e momenti intercambiabili, attraverso la strutturazione del campo visivo in pendant con quello sonoro, tutti gli elementi della modernità concorrono a tratteggiare quella vita civile che, organizzata come uno spettacolo, veicola dati materiali e simbolici attraverso cui si forgia una nuova percezione della società italiana in quanto ?fascista? (Gentile 2002 e 2006). Rispetto a ciò, nel contesto della registrazione visiva di luoghi, cose, persone, oggetti, pratiche e comportamenti che, procedendo all'interno di una trama di classificazioni e gerarchie visuali e uditive, fissa il rapporto tra società e politica, tra pubblico e privato, accanto alla piazza, luogo non geografico ma mentale, anche la spiaggia, nonché il mare e il corpo stesso degli individui, al di là dell'uso propagandistico, si astraggono unitariamente per divenire punti visivi fondanti del nesso modernità-movimento. Nello specifico, come una costellazione formata da più astri forma un insieme , allo stesso modo le riprese dall'alto, per esempio, dei simboli più rappresentativi della città di Rimini, quali l'Arco d'Augusto ( 27 a .C.), il ponte Tiberio (I secolo d. C.), all'insegna di un evidente richiamo fascista ai ?romani della modernità?, si innestano, alternandosi quasi simultaneamente, nelle riprese video specifiche sulla stazione ferroviaria, sui treni pieni di turisti, su biciclette, tram, automobili, e non da ultimo su barche a vela, quasi come per visualizzare, nonché esprimere, una natura dominata dalla potenza dell'uomo. Ugualmente, un dominio, nonché una potenza di evidente matrice futurista, che si esplica nella forza fisica dei pescatori ritratti mentre sistemano le reti o al timone delle barche a vela. Il tutto ?sottolineato? da commenti propagandistici, ma, si noti, in particolare dal rumore roboante dell'aereo da cui si girano le riprese, espressione questa, a ben guardare, a sua volta di una Italia moderna e in movimento. Quella stessa immagine di un'Italia moderna, si può dire, che si era tradotta, nonché concretizzata, prima con le biciclette, divenute fin dall'inizio del secolo sia uno strumento di locomozione popolare che di passioni sportive attraverso il decollo delle grandi gare ciclistiche dal Tour de France al Giro d'Italia, e nel corso degli anni Trenta vero e proprio fenomeno di massa, prestandosi a rappresentazioni sociali che vanno oltre la sfera consumistica e sportiva (Ridolfi 2006, 27 ss; Pivato 2006, 115). In questo senso, la bicicletta non appare semplice strumento di trasporto o di affermazione di status, ma esprime, nell'immaginario collettivo, anche e soprattutto un diffuso senso di modernità. Alla vigilia della prima guerra mondiale il numero delle biciclette ammonta a 1.300.000, mentre nel 1925 sale a 2.549.718, nel 1934 a 3.554.940, a 4.935.000 nel 1938. Nel contempo, diminuisce anche il costo della bicicletta, che se agli inizi del secolo si aggira sulle 500 lire, negli anni Trenta scende a 400 lire, e per i modelli popolari, anche al di sotto delle 300 lire. L'ulteriore popolarizzazione della bicicletta fra gli anni Venti e Quaranta è dovuta anche alla progressiva abolizione della tassa che grava sui velocipedi. Abrogata nel 1927, seppure ripristinata nel 1931, viene contenuta in 10 lire annue, e soppressa definitivamente nel 1938 (Pivato 2006, 114 ss).
Ulteriore passaggio, nonché segno di sviluppo di modernità, nell'accezione fin qui indicata, è anche quello rappresentato dalle automobili, che nella cultura futurista, quale componente fondamentale di quella fascista, erano considerate espressioni esemplari di modernità e di vitalità (Marinetti 1978). Pur restando fino al dopoguerra un mezzo di uso elitario, da esibire, soprattutto come oggetto sportivo, l'incremento automobilistico può dirsi notevole. In tal senso, nel 1907 vengono censite 4.082, nel 1925 75.775, nel 1928 142.091, nel 1936 222.000 e nel 1939 290.000 (Pivato 2006, 115). Similmente a quanto è dato constatare nel caso del mito della velocità e del movimento, nell'accezione di simboli di modernità, espressa da automobili, motociclette, navi, che sembrano realizzare a loro volta quel binomio modernismo-macchinismo, quali elementi primari nella costruzione dell' ?italiano nuovo?, pure le immagini balneari del Luce relative alle giostre automobilistiche, che appassionano anche le donne della Riviera adriatica ?da quando è diventata di moda tra le signore guidare la macchina?, assieme alle immagini delle gare a cavallo, concorrono a configurare come una parte non indipendente dell'immaginario italiano degli anni Trenta, e più propriamente come quello corrispondente alla necessaria funzione di sintesi che si esercita in relazione ai molteplici aspetti del nesso stesso modernità-movimento in questione (Rosa s.d.).
Viceversa, le immagini dei treni popolari nei filmati Luce della Riviera concorrono ad esaltare simultaneamente una Rimini che, seppure in ritardo di almeno cinquant'anni rispetto alle coste inglesi e ai mari settentrionali, laddove solo il Lido di Venezia aveva fatto eccezione, si è già trasformata, passando dai 14 alberghi del 1913 ai 36 nel 1922 ai 137 nel 1938 mentre per i turisti per il 90% italiani si passa dai 18.750 del 1922 ai 74.953 del 1934 (Battilani 2001 e 2006, 249-265). E più in generale, l'accresciuto interesse per il turismo da parte del regime fascista sia per quanto concerne la sua componente interna che quella esterna, dopo il contraccolpo della crisi economica che aveva investito l'economia mondiale nel 1929, dà l'avvio nel 1931 all'esperimento dei ?treni popolari?, che risulta essere alla base del successo dei programmi ?turistici? dell'Opera Nazionale del Dopolavoro (Strangio 2006, 268-284). Nati soprattutto come conseguenza di calcoli economici e considerazioni politiche, accanto alle riduzioni per comitive fino al 50%, i treni popolari rappresentano un tentativo per cercare di incrementare il trasporto di massa, riducendo così anche il preoccupante deficit delle Ferrovie dello Stato in un momento in cui diminuiscono le entrate a causa della recessione economica (De Grazia 1981, 207-315). Tali treni, quindi, accompagnati anche da una propaganda ben orchestrata, divengono presto una nuova istituzione e permettono di viaggiare anche ai ceti meno abbienti, concorrendo a formare quell'immaginario ritenuto moderno, nonché a diffonderlo ovunque. A riguardo, appare esemplificativo, un passo tratto dal romanzo di Achille Campanile Agosto, moglie mia non ti conosco del 1930, che ben ritrae alcuni aspetti di tale immaginario in termini di vissuto: ?D'estate, quelli che passano la domenica al mare, partiti all'alba pieni di speranza, freschi, forti, allegri e puliti, rientrano la sera in città come un immenso esercito disfatto. Hanno le ossa rotte, le spalle ustionate, i capelli e le scarpe pieni di sabbia. Quasi non si reggono in piedi. Le loro facce sono scottate dal sole, gli occhi son lustri e i nasi sembrano piccoli pomodori. Li direste ubriachi o febbriccianti. Escono dalla stazione carichi di fagotti, cestini, bambini e fiaschi; sono storditi dalla luce elettrica dei tram e si sbandano come allucinati per i quartieri popolari. Sono stati tutto il giorno sulla spiaggia. Mentre i villeggianti, quelli che restano al mare anche i giorni di lavoro, hanno passato le ore canicolari rintanati nelle pensioni tenebrose, essi sono rimasti esposti al sole fino all'ora del tramonto, davanti a un mare abbacinante, metallico. Poi si son rivestiti e, per trovar posto nel treno di ritorno, si sono avviati alla stazione un paio d'ore prima della partenza, proprio quando, rinfrescandosi l'aria, si cominciava a star bene sulla spiaggia. Ma alla stazione han trovato i marciapiedi e i binari gremiti di gente che ? pur per trovare posto ? vi s'era recata con un anticipo di tre o quattr'ore. Qui è avvenuta l'ultima e la più grave fatica della giornata: l'assalto al treno. Ma il trovar posto è stato privilegio di pochi ragazzacci in gamba e decisi a tutto. Così il viaggio l'hanno fatto quasi tutto in piedi, senza potersi muovere, a causa del pigia pigia, e avendo perduto di vista parenti, amici e conoscenti? (Campanile 1985 [1930], 83-85).
Nel contempo, appaiono centrali nei cinegiornali Luce della Riviera, le immagini dei turisti sorridenti e soddisfatti che salgono a bordo di navi per visite guidate, quasi come in una compartecipazione metastrutturale alla ?bellezza moderna? manifestata dalle grandi navi da crociera. In tal senso, il regime fascista promuove anche la politica della navigazione commerciale e turistica. Tra il 1926 e il 1927 entrano in servizio il Roma e l' Augustus , mentre all'inizio degli anni Trenta il Conte di Savoia e nel 1932 il Rex una nave che con le sue 50.000 tonnellate di stazza è per quei tempi un'evidente segno/mezzo di modernizzazione. In questa direzione, salirvi a bordo è già una ?conquista? (Gibelli 2003, 734-735).
Allargando poi lo sguardo alle molteplici sfere di influenza che si situano alle spalle dello sviluppo dell'immagine dell'Italia moderna e in movimento, quale si esprime nei riti e miti balneari, non si può trascurare l'impatto che procede dalla visione di centinaia di pattini con uomini che remano e l'inquadratura del duce che guida l'aereo (Rosa, s.d.). Una visione questa che, apparentemente sospesa tra cielo e mare, si concretizza mediante l'immagine di gente che si tuffa, che fa il bagno, che corre assieme, unitariamente a riprese di bambini che giocano con la sabbia, a cui si accompagnano immagini di donne che si spalmano creme solari e ridono, riprese in pose da dive, quelle stesse pose che si rivedranno nelle foto degli anni Cinquanta. Tuttavia, l'estrema caratterizzazione della filosofia visiva balneare dietro cui si annida l'immaginario di un'Italia in movimento, ci sembra l'unione, nonché l'appartenenza reciproca tra due contenuti di rappresentazioni specifiche, quali le lezioni di nuoto in studio in alternanza alle immagini di nuotatori e nuotatrici all'aperto, da un lato, e dall'altro, designando una sorta di sentimento compartecipante a una causa moderna comune, le immagini delle colonie marittime, delle folle di bambini, in particolare, che svolgono esercizi ginnici sulla spiaggia. Esercizi che, come massima espressione di movimento fisico per un corpo moderno, per un popolo moderno, e dunque fascista, si ricomprende circolarmente nell'unione con l'immagine del duce che se ne va, dopo una visita ufficiale, guidando il motoscafo.

Rimini , 1905
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Cesenatico (FC), 1920
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Livorno, 1931
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Cesenatico (FC), 1938
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Senigallia (AN), 1919
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Senigallia (AN), 1925
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Cesenatico (FC), 1931
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Senigallia (AN), 1919
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Rimini, 1934
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Palermo, 1945
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Nizza, 1935
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Cesenatico (FC), 1933
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Genova, 1938
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Zara, 1940
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Ancona, 1940
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