N. 16 - Marzo 2008


ISSN 1720-190X






Lorenzo Mazzoni

Marxisti ad Aden


 

1967: la Repubblica popolare dello Yemen del Sud

Nel 1828 il generale Bagnold, rappresentante della Corona Inglese nello Yemen, suggerì una penetrazione più massiccia nel paese arabo, in quanto Aden si prestava bene, grazie alla sua posizione naturale, a diventare un porto imprendibile per le navi da guerra e un ottimo deposito per il carbone. Nel maggio del 1839 le truppe della marina britannica occuparono il porto di Aden e nel giugno dello stesso anno venne siglato un accordo fra Bagnold e il sultano di Lahdje che amministrava la città: gli inglesi avrebbero dovuto versare annualmente 6500 talleri alle casse del sultanato per poter “usufruire liberamente” della zona portuale (El Attar 1964; Al Amri 1985).

Aden divenne “la Gibilterra del mar Rosso” (Burgat 2004, 144) e gli inglesi esercitarono il controllo su tutta la regione.

Già nell'antichità la città era conosciuta dai fenici e dagli egizi per la sua importanza strategica, qui vi si approvvigionavano direttamente di aromi, incenso, mirra, sangue di drago (resina vegetale proveniente dall'isola di Socotra), piume di struzzo e avorio somalo, evitando le strade carovaniere interne che attraversavano il deserto al-Khali, allora più costose, lunghe e rischiose.

Nel diciannovesimo secolo, grazie al suo eccellente porto, Aden accoglieva le navi a vapore in arrivo dall'Europa e in rotta verso Calcutta, Bombay, la Cina, l'Indonesia e l'Australia, ma anche le navi che passavano da qui per raggiungere la costa africana (passando per la Réunion e il Madagascar) o per andare nelle Americhe. La popolazione di Aden, che contava solo seicento abitanti nel 1834, raggiunse 34.860 anime nel 1881 (Ismael, Ismael 1986, 12-13).

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Come spesso accadeva per i possedimenti britannici, l'assetto amministrativo dell'Arabia Meridionale era piuttosto intricato. Aden era una colonia (ufficialmente dal 1937) mentre la regione contigua e il vasto territorio dell'Hadramaut, divisi in principati di tipo feudale, erano sotto protettorato. A metà degli anni Cinquanta si cominciarono a porre le basi per formare una federazione autonoma tra gli sceiccati, che sorse l'11 febbraio 1959 tra sei emirati arabi (Audhali, Alto Aulaqi, Beihan, Dhala, Fadhli e Basso Yafa) controllati dalla Gran Bretagna e compresi nel cosiddetto Protettorato Occidentale di Aden. Le varie monarchie aderirono alla federazione araba gradualmente: ai sei iniziali sultanati si unirono nel 1960 lo stato di Dathina, il sultanato del Basso Aulaqi e lo sceiccato di Aqrabi; nel 1963 i sultanati di Wahidi e Haushabi, lo sceiccato di Shaib e lo stato di Aden, nel 1965 gli sceiccati di Maflahi e Alawi. Quattro sultanati dell'ex-protettorato dell'Hadramaut, Mahra, Kathiri, Quaiti e Alto Yafa, non aderirono mai alla federazione e si organizzarono in stati formalmente indipendenti. Il processo di unificazione di tutta la regione si concluse solo nel 1967 allorché Aden, tutti i sultanati e i quattro stati non membri della federazione confluirono nella repubblica popolare dello Yemen del Sud.

Già nel 1959, appena proclamata la Federazione d'Arabia del Sud, scoppiarono proteste nelle maggiori città. La nascita della Federazione, con al vertice del potere i funzionari inglesi, allontanò ulteriormente le possibilità di un'autonomia dell'élite locale, inoltre, come nel nord del paese, le influenze della rivoluzione egiziana e della politica estera nasseriana si fecero ben presto sentire, soprattutto ad Aden dove, grazie ai contatti con il mondo esterno, le notizie venivano diramate più facilmente rispetto ai centri montuosi del nord.

Nel congresso del 1959 dell'Unione dei lavoratori si chiese formalmente alle Nazioni Unite di intervenire per la decolonizzazione (proclama che verrà ripetuto nel 1963 e nel 1965), ma la reazione inglese fu violenta, la repressione si scatenò contro sindacalisti e uomini di cultura vicini alla causa indipendentista. Dopo la rivoluzione del 26 settembre 1962 a Sana'a, preoccupati di un'ingerenza nasseriana e repubblicana anche nel sud del paese, gli inglesi intensificarono le persecuzioni contro gli oppositori politici, e migliorarono le relazioni d'amicizia con gli sceicchi locali e con la potente monarchia saudita.

Fu a causa di questa situazione esasperata che lo strumento utilizzato nello Yemen del Sud per ottenere l'indipendenza nazionale fu la lotta armata. La rivolta scoppiò nelle montagne del Rafdan alla fine del 1963 e fu guidata dal Fronte di liberazione nazionale (che nacque ufficialmente il 14 ottobre del 1963). Nel dicembre dello stesso anno il governatore di Aden scampò miracolosamente ad un attentato. Nel gennaio del 1964 altre bombe scoppiarono ad Aden ed uccisero uomini politici vicini alla Corona inglese. La Gran Bretagna decise di ridurre la presenza nelle strade del proprio contingente e diede maggiore spazio alla polizia locale e agli uomini dei vari sultani. Ma il Fln si rafforzava sempre più, i sovrani e i latifondisti del territorio rurale furono travolti dalla guerriglia, Radio Cairo presagiva che “domani la rivoluzione si estenderà ai 14 stati che formano la Federazione Araba del Sud, domani il vulcano erutterà sopra la città di Aden, la libertà distruggerà le basi del colonialismo e i rivoluzionari faranno saltare in aria le distillerie” (Dresch 2000, 99).

L'Inghilterra cercò di avvicinare le due maggiori forze che componevano il Fln, la Lega araba del Sud, di stampo nazionalista e panarabo, e il Partito socialista popolare, di chiara inclinazione marxista. Il governatore inglese istituì una conferenza per discutere di una costituzione con le controparti politiche dell'opposizione, ma nelle zone rurali i combattimenti non cessarono e, davanti ad un sempre maggiore potere del Fln, la Gran Bretagna congedò al-Qawi Makkawi, un politico locale che stava curando per il governo inglese i lavori per redigere la costituzione, e dopo aver bloccato ogni iniziativa istituzionale tornò prepotentemente sul territorio, riportando tutto il protettorato sotto il proprio controllo diretto. Inoltre, insieme all'Arabia Saudita, finanziò una guerriglia filo occidentale e anti marxista che prese il nome di Flosy (Fronte di liberazione dello Yemen del Sud).

Queste misure furono deleterie per la grande potenza coloniale, i nazionalisti più moderati, fra cui lo stesso Makkawi, passarono all'opposizione e alla lotta armata.

A metà del 1966 la situazione era ormai fuori controllo, ad Aden c'era una media di quattro attentati dinamitardi al giorno, a Mukalla e a Sayyun scoppiarono rivolte contro le truppe beduine fedeli agli inglesi (Jones 2004).

All'inizio del 1967 gli inglesi rafforzarono ulteriormente di diecimila uomini la Guardia federale locale ma gli attentati, le proteste e gli agguati non cessarono. Nel maggio del 1967 il nuovo Commissario inglese, Sir Humpherey Travelyan, annunciò che la Gran Bretagna era pronta a lasciare il paese e a riconoscerne l'indipendenza dopo il 9 gennaio del 1968. Il Fln intensificò le azioni di sabotaggio intorno ad Aden, mentre la contro guerriglia del Flosy, ormai indebolita, non riusciva più a fare da cuscinetto fra i rivoltosi e l'amministrazione inglese arroccata a Little Aden.

Il 21 novembre, a Ginevra, davanti ad una commissione internazionale, il Fronte di liberazione nazionale, riuscì a strappare al governo inglese, la formale dichiarazione di indipendenza. Il 29 novembre le ultime truppe e gli ultimi funzionari di Sua Maestà lasciarono Aden. Il 30 novembre nacque l'indipendente Repubblica popolare dello Yemen del Sud. Qahtan al-Shaabi, dell'ala più moderata del Fln, venne eletto presidente.

 

1970: la Repubblica Popolare e Democratica dello Yemen

Conseguito il primo obiettivo, la liberazione dal colonialismo, il Fln doveva ora affrontare nuovi obiettivi: la ricostruzione, lo sviluppo, la giustizia, la democrazia.

Le rivoluzioni esibiscono le proprie potenzialità migliori negli atti iniziali, quando si tratta di chiudere con il passato e i nuovi governanti possono contare su un vasto margine di consenso, salvo adeguarsi poi a un processo di stabilizzazione che si accoppia spesso a eccessi di gerarchizzazione e burocrazia. Lo Yemen del Sud non si sottrasse a questa evoluzione.

Il programma politico del Fln prevedeva l'abolizione del latifondo, la diversificazione della produzione agricola e lo sviluppo industriale. Tuttavia, la nuova repubblica nasceva in condizioni molto difficili. La crisi economica dovuta alla chiusura del Canale di Suez, in seguito alla guerra arabo-israeliana, e alla partenza della guarnigione britannica, creò uno stato di impasse e l'emergere di tensioni interne allo stesso Fln. Questa situazione fece schierare immediatamente la borghesia e la piccola-borghesia yemenita dalla parte della controrivoluzione e, con l'aiuto dell'Arabia Saudita, venne organizzata una azione militare contro il nuovo governo insediatosi ad Aden.

Nel marzo del 1968, al quarto congresso del Fronte di liberazione nazionale a Zinjibar, Abd al-Fattah Ismail, a capo della frangia radicale del Fln, chiese un'ulteriore collettivizzazione delle terre, un maggior potere del Partito socialista popolare all'interno del governo ed essenzialmente un tipo di pianificazione economica e sociale che rispecchiava quello della Russia sovietica. Al-Shaabi fece arrestare Ismail e gli altri elementi di spicco della sinistra. Ma le proteste non si placarono. Salem Rubayi ‘Ali (Salmayn), il capo dei ribelli delle montagne intorno ad Aden, vicino alla causa socialista, decise di muoversi verso i centri abitati in aiuto delle forze radicali incarcerate.

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Nell'aprile del 1969 alcuni parlamentari denunciarono il presidente per i suoi metodi sempre più autoritari. In queste precarie condizioni, nel giugno dello stesso anno emerse nuovamente l'ala sinistra del Fln guidata da Salmayn che destituì il governo in carica e rese velleitaria qualsiasi tipo di controffensiva della borghesia, nazionalizzando l'intera economia del paese. Salmayn divenne Presidente del consiglio e capo di un nuovo collettivo che, sul modello del politburo sovietico, raggruppava tutta l'élite del vecchio Partito socialista popolare: Ismail venne eletto segretario generale e commissario generale del Fronte nazionale, Haythmam, filo maoista, divenne primo ministro, al-Bidh ministro della Difesa, Antar Comandante dell'Esercito (Ismael, Ismael 1986).

Il 30 novembre del 1970 entrò in vigore una nuova costituzione (che sostituiva quella non definitiva redatta con e dagli inglesi nel 1965), la Repubblica popolare dello Yemen divenne la Repubblica popolare e democratica dello Yemen (ufficialmente dal 1° dicembre 1970), tutti i partiti politici vennero riuniti all'interno del Partito socialista yemenita, lo Stato strinse relazioni con altri paesi socialisti come l'Urss, Cuba, la Cina e la Repubblica democratica tedesca. Iniziò uno sviluppo spropositato delle forze armate, mentre la marina sovietica portò rinforzi all'organizzazione navale della neonata repubblica, prendendosi con relativa facilità quello che era stata la città ambita da numerosi stranieri: Aden, nuova capitale del primo stato marxista arabo.

 

Socialismo reale alla “yemenita”: pratiche di governo e di società

Allo scopo di eliminare il feudalesimo e il latifondismo si rese dunque necessaria l'eliminazione di quegli elementi del capitalismo che cominciavano a comparire nello Yemen.

Lo Yemen del Sud si proclamò Stato “marxista”, ma si trattava in realtà, almeno nei primi anni Settanta, come nel caso della Siria, di un regime di bonapartismo proletario sulla base dei modelli statuali cubano e cinese. Ciò avvenne principalmente perché la battaglia condotta dai “sinistri” del Fln yemenita si poggiò sui militari e sull'esercito lasciando passivi i lavoratori e i contadini. Era evidente che l'abbattimento del capitalismo attraverso l'esercito potesse portare ad un cambiamento politico e sociale ma non ad uno Stato operaio veramente “sano”. In ogni caso, i grossi benefici portati dall'eliminazione del latifondismo e del capitalismo erano evidenti se si paragonavano le condizioni di vita dei lavoratori e dei contadini dello Yemen del Sud con quelle di altri Stati della regione. A Gibuti, per esempio, l'80% della popolazione era in stato di disoccupazione, fenomeno del tutto inesistente invece nello Yemen. Tuttavia, il deficit di democrazia operaia e l'isolamento di uno Stato povero e tecnologicamente arretrato circondato da regimi semi-feudali ad esso ostili come l'Arabia Saudita e l'Oman, creò le condizioni per lo stratificarsi di una casta di burocrati simile a quelle di altri Stati operai deformati come l'Urss e le democrazie popolari dell'est Europa.

Una delle prime azioni intraprese dal nuovo governo fu quello di nazionalizzare ogni settore: venne nazionalizzato ogni processo economico attraverso la creazione della Banca nazionale dello Yemen, sotto il ferreo controllo del partito; vennero nazionalizzate tutte le vecchie corporazioni capitalistiche che avevano sede ad Aden; venne nazionalizzata tutta la zona portuale di Aden; vennero nazionalizzati i pochi giacimenti petroliferi nell'est del paese.

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La riforma agraria venne portata avanti velocemente. Le terre dei sultani vennero ridistribuite e si procedette ad un'accelerata collettivizzazione delle terre. Il governo venne purgato da tutti quegli elementi ritenuti scomodi dalla nuova nomenclatura. Vennero confiscati tutti i beni appartenenti agli inglesi o agli ex funzionari condannati. Venne avviata una generale riforma nelle politiche di insegnamento, di educazione popolare e culturale. Vennero aperte scuole e si insegnò una storia dello Yemen che affermava che tutti quelli che erano periti per mano del colonialismo imperialista erano da considerarsi come martiri della nazione. Musei della Resistenza e del Marxismo sorsero nei maggiori centri del paese.

Venne incrementata la sorveglianza poliziesca interna, si attuò un controllo capillare sui cittadini, la centralizzazione dello Stato fu totale. Vennero istituiti centri di lavoro sociale, collettivi per le donne, scuole di marxismo-leninismo, vennero parzialmente eliminate le pratiche religiose e, nonostante la sobrietà degli usi e costumi fortemente esaltati dal politburo yemenita, la popolazione femminile ebbe un'estrema libertà di comportamento rispetto alle donne del nord legate ad usanze millenarie.

In politica estera lo Yemen del Sud allacciò importanti contatti con gli stati socialisti (in particolare con l'Urss e la Ddr) dal punto di vista politico-diplomatico, economico, culturale e scientifico. Stando ai documenti raccolti da Laurie Mylroie (1983) , per promuovere la sua politica estera la Repubblica popolare ricorse fra l'altro, oltre ai regolari contatti diplomatici, all'ospitalità di consiglieri in qualità di consulenti militari ed esperti della formazione, all'istituzione di rappresentanze commerciali e centri informativi.

L'Urss, riteneva, in quegli anni, di poter accrescere il proprio prestigio nazionale e internazionale esportando nel terzo mondo il modello del socialismo reale 1. Anche la Ddr, dal canto suo, cercò di accrescere il suo prestigio nazionale e internazionale attraverso l'apertura di relazioni diplomatiche con i paesi del terzo mondo, sforzandosi di superare l'ostacolo rappresentato dalla cosiddetta “Dottrina Hallstein”, in base alla quale la Germania dell'Ovest aveva minacciato di interrompere i rapporti con quei paesi che avessero riconosciuto la Germania Est. Ebbe inizio così la cooperazione economica fra Berlino Est e Aden, che si dimostrò essenziale nella strategia del Partito socialista tedesco unitario (Sed) relativa al conseguimento del riconoscimento internazionale nel terzo mondo, e anche al Partito socialista yemenita che poteva disporre di attrezzature e fondi economici per sviluppare le sue strutture malridotte. Nei rapporti fra i paesi del blocco socialista e lo Yemen del Sud, nella prima metà degli anni Settanta, si aprì una nuova fase anche dal lato economico. La crisi petrolifera del 1973, infatti, indusse i sovietici e i loro alleati ad intensificare i rapporti commerciali con i paesi in via di sviluppo ricchi di materie prime. Il gruppo dirigente yemenita fornì fra l'altro il suo sostegno a diversi movimenti di liberazione nazionale, e in questo contesto rivolse sicuramente un'attenzione particolare all'Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp). Aden assunse contatti diretti con le sedi dell'organizzazione palestinese in Egitto e in Algeria. A questo proposito è indicativo che in questa fase l'Olp risultava pressoché isolata dal punto di vista internazionale, per via dei numerosi attentati terroristici compiuti dalla sua ala militare.

 

Spie, terroristi e rivoluzionari di passaggio

Nel febbraio del 1975 il movimento 2 giugno (una frangia della Raf) sequestrò Peter Lorenz, candidato sindaco di Berlino Ovest. Il giorno seguente i sequestratori domandarono il rilascio di alcune persone arrestate durante le dimostrazioni di protesta del novembre 1974 (seguite alla morte in prigione di Holger Meins, militante della Raf) e di altri sei arrestati per “attività terroristiche”. Il 3 marzo il governo tedesco liberò cinque detenuti e li imbarcò su un jumbo diretto ad Aden.

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Iniziò così la “cooperazione” fra il governo yemenita e alcune frange del terrorismo europeo che si prolungò per diversi anni. Fu nei pressi di Aden, in un campo d'addestramento del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp), che fra il luglio e l'agosto del 1976 si diede vita alle nuove Raf e all'idea (poi attuata) del sequestro di Hanns-Martin Schleyer, presidente della Confindustria tedesca 2.

Negli stessi anni, il dipartimento estero della Stasi, il servizio di sicurezza e spionaggio della Ddr, fornì armi e aiuti economici ad esponenti di movimenti rivoluzionari o terroristici che avevano base ad Aden, fra cui il pluriricercato “Carlos lo Sciacallo” e Abu Daud, un membro di al-Fatah sospettato di aver preso parte nel 1972 all'attentato delle olimpiadi di Monaco.

Ad Aden inoltre si addestrarono ed ebbero appoggio finanziario gruppuscoli pseudo marxisti iracheni, algerini, libanesi e siriani. Non volendo e non potendo avere un consenso politico a livello mondiale, il governo yemenita cercò nella difficile e pericolosa strada dell'appoggio a queste frange estreme un consenso popolare che faticava a radicarsi.

Gli anni Settanta furono il decennio dell'appoggio alla “causa rivoluzionaria”. Dalla consulenza tecnica e militare alle deboli forze marxiste nel sultanato dell'Oman 3, all'invio di truppe in aiuto della nuova Etiopia socialista di Mengistu in lotta contro i separatisti eritrei, il governo della Repubblica popolare e democratica aiutò e allacciò rapporti con qualsiasi movimento o governo che si rifacesse al credo marxista. La stessa Costituzione del 1978 era molto chiara a riguardo: “la Repubblica popolare e democratica dello Yemen supporta i movimenti di liberazione nazionale che lottano contro l'imperialismo, il colonialismo e il sionismo. Supporta il dialogo e le relazioni con gli Stati Arabi progressisti e con tutti gli Stati socialisti” 4.

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Lo Yemen del Sud allacciò rapporti diplomatici sempre più stretti con Libia, Algeria, Siria, Iraq, Cuba, Corea del Nord e con la Repubblica democratica del Saharawi (Polisario) che negli anni Settanta iniziava la sua lunga lotta per il riconoscimento del Sahara occidentale.

Forte del suo esercito di ventiquattro mila uomini (più quindici mila militanti arruolati a tempo pieno nella Milizia Popolare), la Rpdy poté continuare a svolgere questo suo ambiguo rapporto con l'estero, senza il pericolo di un dissenso interno. Il crescente numero di portaerei americane che navigavano al largo dell'isola di Socotra potevano far gridare agli esponenti del politburo che l'imperialismo stava cercando di accerchiare la repubblica, poteva giustificare il bisogno costante di controllare la popolazione e di inculcargli un credo marxista sempre più ortodosso, capace, grazie ai dogmi distorti che gli avevano affibbiato i massimi dirigenti della Repubblica, di impedire la nascita di qualsiasi ideologia vagamente distante da quella propugnata dallo Stato 5.

 

Esecuzioni, isolamento, tramonto

Nel giugno del 1978, a Sana'a, il presidente della Repubblica araba dello Yemen, Ahmad al-Ghashmi venne ucciso da una bomba mentre era ad una seduta del qat insieme ad altri esponenti di governo. L'ordigno, secondo le indagini ufficiali, era stato posizionato da sicari sudisti mandati direttamente dal presidente della Rpdy, Salmayn. Nei mesi precedenti all'attentato vi erano state numerose scaramucce di confine fra i due eserciti, inoltre i due capi dello Stato si erano esposti molto duramente, uno nei confronti dell'altro, attraverso i giornali e durante svariate sedute pubbliche.

Gli scontri al confine si intensificarono dopo l'omicidio di al-Ghashmi fino a quando, nell'ottobre dello stesso anno, Salmayn, caduto in disgrazia all'interno del Comitato centrale e messo in minoranza dalla frangia più ortodossa e marxista, venne allontanato dal potere e, accusato di arricchirsi con i beni dello Stato, fucilato. Abd al-Fattah Ismail, segretario del Partito socialista e, fin dai tempi della lotta di liberazione, voce dell'ala più ortodossa e stalinista del partito, divenne nuovo presidente della Repubblica, mentre primo ministro rimase Ali Nasser Muhammed, che rivestiva questo ruolo fin dall'agosto del 1971.

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La costituzione venne rivista, il partito accentuava ulteriormente il suo controllo sullo Stato e sul popolo: “il Partito socialista yemenita, guidato dalla teoria del Socialismo scientifico, è la guida della società e dello Stato. Guida il popolo e organizza le masse per raggiungere una vittoria assoluta della rivoluzione yemenita” 6.

Le infrastrutture vennero ancora più centralizzate. Vennero dati nuovi nomi alle strade delle città più isolate (in particolare nella regione dell'Hadramaut 7). Comparvero via della Libertà, via della Democrazia, via della Rivoluzione. Si voleva erigere nel popolo un vagheggiato “sentimento nuovo”, si voleva costruire la nuova persona. Gli studenti vennero mandati a scuola con un'austera uniforme sul modello di quelle dei Paesi dell'est Europa, le lezioni di studio al marxismo vennero raddoppiate, le persecuzioni verso esponenti religiosi si fecero capillari, i controlli sulla popolazione sempre più stretti.

Lo scrittore Fred Halliday, che aveva osservato di persona gli eventi rivoluzionari nello Yemen, aveva notato alcuni cambiamenti nella vita sociale e nelle condizioni di vita dei dirigenti dello Stato yemenita durante una visita nel 1979. Egli scrisse (2002, 122): “Ad Aden gli alti ufficiali di partito hanno accumulato privilegi materiali nella forma di accesso esclusivo a beni di lusso e il potere dell'esercito è diventato di gran lunga più elevato”.

Questo accumulo perverso di beni materiali fece scoppiare ben presto una lotta intestina fra i dirigenti. Come era successo nel 1978 con Salmayn, Abd al-Fattah Ismail, nell'agosto del 1980, venne messo in minoranza e, mentre i suoi più fidi collaboratori venivano arrestati, riuscì a scappare a Mosca.

Ali Nasser Muhammed, alla fine di un travagliato secondo congresso del partito, riuscì ad arraffare tutte le posizioni di potere: presidente, primo ministro e segretario generale del partito socialista yemenita. Epurò il governo dagli elementi vicini a Ismail e, in accordo con l'Urss che temeva (erroneamente) lo sviluppo della rivoluzione nello Yemen del Nord, nell'Oman e nell'Arabia Saudita, tolse ogni forma di sostegno ai movimenti rivoluzionari dei paesi circostanti e cercò di giungere ad un compromesso con lo Stato teocratico dello Yemen del Nord. Chi fra i dirigenti del Partito socialista dello Yemen cercò di contrastare tale linea politica, cadde vittima delle purghe di Ali Nasser Muhammed: pene capitali e veri e propri omicidi decapitarono la burocrazia del partito.

Ben presto, questa nuova linea di politica estera si rivelò deleteria. Scegliendo di appoggiare la linea anti rivoluzionaria, lo Yemen del Sud si isolò completamente. Inoltre, all'inizio degli anni Ottanta, l'influenza politica della Germania dell'Est e dell'Urss (i principali interlocutori esteri della Rpdy) in Medio Oriente e nelle regioni arabe si ridusse consistentemente. Le difficoltà economiche, infatti, impedivano al blocco orientale di soddisfare le crescenti esigenze dei paesi in via di sviluppo. In secondo luogo, dopo il Cairo, anche Baghdad iniziò ad intensificare i suoi legami con l'Occidente, e lo stesso “Fronte della Fermezza” che fra il 1977 e il 1979 si era dimostrato determinato a non seguire la strada indicata da Sadat non rappresentava più una valida alternativa, a causa delle numerose controversie fra i suoi Stati membri (Hobsbawn 1997). Ciò che più conta, però, è che lo schieramento orientale aveva dimostrato chiaramente di non essere in grado di proporre né una valida alternativa alle consultazioni di Camp David, né tanto meno una soluzione politica globale del conflitto mediorientale. Insomma, le massime potenze del mondo arabo avevano deluso, con le loro svolte politiche e con l'avvio di una cooperazione con l'Occidente, le aspettative sia di Pankow che di Mosca. I Paesi arabi, senza nessuna eccezione, passarono in secondo piano e le diplomazie sovietica e tedesco-orientale coltivarono i loro contatti soprattutto con quei paesi africani che avevano scelto la via dello sviluppo socialista (Etiopia, Angola, Mozambico).

È paradossale come uno Stato dichiaratamente marxista come lo Yemen del Sud venisse abbandonato a se stesso, nonostante avesse aderito completamente agli ultimi fuochi reazionari della dottrina brezneviana. Adesione, che con l'entrata in scena di Gorbaciov, si rivelò catastrofica.

Intanto Ali Nasser Muhammed incentrava sempre più su di sé i poteri dello Stato. Il paese aveva praticamente interrotto le relazioni estere. L'unica economia era quella dell'autosussistenza. Il porto di Aden aveva ormai perso la sua antica ricchezza poiché il traffico marittimo era calato notevolmente. I pozzi petroliferi nell'est del paese non erano sufficienti a fornire un consumo adeguato per tutta la popolazione e, mancando un mercato adeguato per sviluppare il commercio, la popolazione si ritrovò sempre più in una situazione finanziaria precaria. L'esercito si sviluppò. La polizia politica incrementò il giro di vite, lo stesso Ali Nasser Muhammed diede precise indicazioni per eliminare i suoi rivali.

Nel maggio del 1984 il Comitato centrale accettò cinque nuovi membri, alcuni dei quali critici nei confronti della politica del presidente-segretario e qualche mese dopo Abd al-Fattah Ismail tornò dal suo lungo esilio moscovita. Nel febbraio del 1985 le contestazioni interne allo stesso politburo nei confronti del dispotismo di Ali Nasser Muhammed si fecero aspre. Muhammed si dimise dall'incarico di primo ministro e al suo posto venne eletto Abu-Bakr al-Attas. Nell'ottobre del 1985 si svolse il terzo congresso del Partito socialista yemenita. La posizione del presidente era sempre più precaria: Ismail e i suoi collaboratori chiesero a gran voce che Muhammed si dimettesse e una buona parte della nomenclatura che aveva appoggiato il cambio di vertice del 1980 si fece sempre più critica nei confronti del proprio leader. Il 13 gennaio 1986 ad Aden iniziò una violenta lotta fra i sostenitori di Ali Nasser Muhammed e quelli di Abd al-Fattah Ismail. In una settimana di aspri combattimenti ci furono più di dieci mila morti (Halliday 2002). Il presidente scappò ad Abyan dove con i suoi seguaci (fra cui lo stesso governatore della regione, ‘Ali Ahmad) e alcuni miliziani dei clan tribali marciò verso Aden. Intanto, all'interno del Comitato centrale regnava il caos più assoluto. Alcuni ministri accusati di fare il doppio gioco vennero assassinati, Ismail faticava ad avere il pieno dei consensi e lo stesso esercito era diviso fra i sostenitori dell'una e dell'altra parte. Abu-Bakr al-Attas volò in India e in Urss per chiedere un intervento esterno alla grave crisi ma fu tutto inutile. Sei settimane dopo l'inizio della guerra civile, Gorbaciov annunciò, in un congresso del Partito comunista sovietico, l'apertura e le riforme (glasnost e perestroika) della via socialista. L'Urss smise di finanziare definitivamente i governi marxisti o pseudo tali. Lo Yemen del Sud si ritrovò drammaticamente solo e la guerra civile continuò senza esclusione di colpi. Abd al-Fattah Ismail venne assassinato in circostanze misteriose, Ali Nasser Muhammed trovò rifugio nello Yemen del Nord con sessanta mila suoi seguaci mentre Aden continuava ad essere teatro di intense battaglie urbane.

In questa precaria situazione, con il partito quasi impossibilitato nella sua funzione di “guida”, il presidente della Ray, Ali Abdullah Saleh, preoccupato che l'anarchia si potesse espandere anche alle zone settentrionali della regione, decise di inviare l'esercito ad Aden. La guerra civile si placò. Al-Attas venne eletto presidente ad interim, Yassen Said Numan divenne primo ministro e ‘Ali Salem al-Bidh fu eletto nuovo segretario generale del partito.

La situazione tornò apparentemente sotto controllo. In verità lo Stato era sempre più diviso e indebolito. L'economia stentava a decollare, l'ideale rivoluzionario si stava spegnendo e il totale isolamento internazionale logorò ancor di più le fragili basi della Repubblica. All'inizio del 1988 iniziarono i primi tentativi di esportazione petrolifera e nel maggio dello stesso anno si iniziò a discutere dell'unificazione con i “cugini” del Nord, motivata soprattutto dalla gestione degli impianti petroliferi presenti nella zona di confine fra i due Paesi. Venne portato avanti un progetto di costituzione di una società comune per lo sfruttamento del petrolio nelle zone contese di frontiera, si discusse dell'intenzione di demilitarizzare il confine e di concedere la libertà di circolazione dei cittadini tra i due Stati, tramite la creazione di un'unica carta d'identità nazionale.

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Nel 1989, ‘Ali Salem al-Bidh, da poco eletto nuovo presidente della Repubblica, dichiarò durante la preparazione del quarto congresso del Partito socialista yemenita che erano stati presi accordi con la Repubblica araba dello Yemen per una futura unificazione del paese.

Il 22 maggio 1990, dissolto il grande impero sovietico, conclusa ogni pratica rivoluzionaria terzomondista degna di nota, e soprattutto logorato al suo interno da una pratica politica che non aveva più nessuna ragione di esistere, la Rpdy concluse il suo cammino e venne dichiarata la nascita dell'unificata Repubblica dello Yemen.

 






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Autore Mazzoni Lorenzo
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