N. 16 - Marzo 2008


ISSN 1720-190X





Giulia Lasagni - Paola Zappaterra

Monarchia e legittimazione politica in Europa tra Otto e Novecento
Bologna, 22-24 novembre 2007

Il convegno internazionale Monarchia e legittimazione politica in Europa tra Otto e Novecento , organizzato dal Dipartimento di Politica, Istituzioni, Storia dell'Università di Bologna e dalla rivista Ricerche di Storia Politica , è stata l'occasione di un proficuo confronto tra studiosi, italiani e stranieri, sul ruolo e sul significato dell'istituzione monarchica nella seconda metà dell'Ottocento in Europa. L'analisi di differenti casi nazionali ha messo in luce la complessità di una fase storica segnata dal passaggio da una forma di legittimità tradizionale-dinastica ad una di tipo nazionale-rappresentativo, e il suo intrecciarsi con le travagliate vicende di un parlamentarismo in fase di trasformazione. Gli interventi del convegno, strutturato in tre intense giornate di studio, hanno esaminato questo nodo problematico della storia europea alternando i casi di Italia, Francia, Gran Bretagna, Germania, Russia e Spagna a riflessioni di stampo più teorico sul rapporto tra istituzione monarchica e moderno costituzionalismo.

La prima sessione, con lo storico Maurizio Griffo (Università di Napoli Federico II) in qualità di discussant , si è aperta con l'intervento di Volker Sellin (Università di Heidelberg) che ha avuto per oggetto l'evoluzione della legittimità monarchica dopo la profonda frattura prodotta dalla Rivoluzione francese. Dopo il 1789 la monarchia visse una fase di crisi così grave da alterarne per sempre le caratteristiche: il consenso di matrice tradizionale tipico dell'Ancien Régime si era sbriciolato, lasciando un vuoto che solo una legittimazione di tipo nuovo, fosse essa il costituzionalismo democratico o la democrazia plebiscitaria, poteva colmare.

Pierangelo Schiera (Università di Trento), partendo da una definizione di costituzione come “dispositivo capace di soddisfare i bisogni di aggregazione che agitano la società”, ha proposto di utilizzare, per la storia europea del pre- 1848, l 'espressione “costituzionalismo monarchico”, e non quella di “monarchia costituzionale”. Per Schiera, infatti, la monarchia, in quella delicata fase storica, rappresentò una risposta efficace alle domande che venivano dalla società, riuscendo nella non facile impresa di saldare gli interessi, apparentemente contrastanti, di una classe media in ascesa e di un'aristocrazia in declino. Esempio di come ciò sia potuto avvenire con successo è il caso britannico, dove fu il Parlamento ad essere sovrano fin dalla fine del XVII secolo diventando in questo modo il perno del nuovo assetto liberal-costituzionale.

L'intervento di Fulvio Cammarano ha preso in esame l'evoluzione e il significato dell'istituto monarchico nel caso italiano e in quello inglese dopo il 1848. Mentre in Inghilterra, con la Rivoluzione del 1688-1689, la Costituzione aveva creato una dinastia il cui prestigio derivava in gran parte dalla rinuncia ad interferire col potere esecutivo, in Italia avvenne esattamente il contrario. Qui la Corona si configurava piuttosto come un organismo politico, dalla condotta peraltro molto spesso inadeguata e imbarazzante a causa della palese e cronica inettitudine dei membri di casa Savoia; un organismo quotidianamente impegnato a difendere o ad espandere le proprie prerogative attraverso prove di forza quotidiane con il governo ed il parlamento. Emblematico, a questo proposito , il fatto che Vittorio Emanuele II non si preoccupasse di sfruttare le apparizioni in pubblico per accrescere la propria popolarità, confermando che i Savoia concepivano il loro regno in senso strettamente dinastico ed erano solo debolmente partecipi della dimensione nazionale, mostrando regolarmente scarso interesse per il popolo e per la salvaguardia delle pubbliche libertà.

Nella seconda giornata, con Giulia Guazzaloca nelle vesti di discussant , i lavori sono stati aperti da Teodoro Tagliaferri (Università di Napoli). Nella sua relazione Tagliaferri ha analizzato il ruolo giocato dalla democratizzazione e dalle spinte imperialistiche nell'evoluzione della monarchia britannica negli anni precedenti alla Prima Guerra mondiale. Ne è emerso come la Corona inglese riuscì a sfuggire al rischio, paventato da molti tra cui lo stesso Gladstone, di ridursi ad una reliquia e si trasformò, invece, in un decisivo simbolo della nazione. La transizione alla politica di massa, nel caso inglese, offrì una chance di ri-funzionalizzazione di un istituto monarchico la cui grande popolarità e legittimazione (tanto da essere definita un'”istituzione socialdemocratica”) non può essere spiegata soltanto alla luce del disegno imperialistico adottato dall'Inghilterra in questi anni.

Regina Pozzi ( Università di Pisa) ha invece illustrato il caso della monarchia francese nell'Ottocento. Sospesa tra forme propriamente monarchiche o tendenzialmente imperiali e altre strutturalmente repubblicane, la monarchia in quella fase storica era alla costante ricerca di un tipo di legittimità solido e conforme ai tempi nuovi.

L'intervento di Rafael Zurita Aldeguer (Università di Alicante), incentrato sul caso spagnolo, ha ripercorso le fasi del difficile processo di costruzione della legittimità monarchica, la quale dovette confrontarsi non solo con la legittimità di tipo liberale, ma anche con quella di tipo tradizionale di matrice carlista. Se, dopo la morte di Ferdinando VII, si assistette a una sorta di compromesso tra legittimità dinastica e liberale, la debolezza della monarchia isabellina va relazionata alla sua difficoltà a trovare una collocazione “neutrale” all'interno delle istituzioni che, a causa della sua scarsa rappresentatività, non le permetteva di realizzare una solida identificazione tra monarchia e nazione.

La terza sessione, presieduta da Volker Sellin e commentata da Stefano Cavazza (Università di Bologna), ha visto gli interventi di Georg Cristoph Berger Waldenegg (Università di Heidelberg) e di Jörn Leonhard (Università di Friburgo). I due storici hanno tratteggiato le caratteristiche della legittimità monarchica nell'area tedesca, analizzando rispettivamente il caso dell'Impero austro-ungarico dopo il 1848 e quello della Prussia tra il 1806 e il 1848. All'Austria di metà Ottocento si aprivano quattro possibili soluzioni: seguire il percorso di parlamentarizzazione dell'Inghilterra, ispirarsi al modello prussiano di unificazione nazionale, intrecciare elementi dell'uno e dell'altro, oppure elaborare una soluzione originale. Le ipotesi sulla possibilità di evoluzione in senso propriamente costituzionale si intrecciavano, però, con quelle relative all'inevitabilità del crollo dell'impero: se cioè la sua natura, multinazionale e multietnica, pregiudicasse la possibilità di trasformare la legittimità dinastica in legittimità costituzionale.

La relazione di Leonhard, nell'esaminare il caso tedesco alla luce di un concetto di “legittimità” inteso nella doppia accezione di legalità di un sistema politico e sociale, ma anche di insieme di credenze, si è concentrata sull'importanza crescente della burocrazia nella costruzione imperiale prussiana e di come ciò abbia contribuito ad una piena evoluzione in senso costituzionale della Prussia, permettendo, all'ombra dell'apparato burocratico, la permanenza di sfere di competenza esclusive della monarchia.

Giovanna Cigliano (Università di Napoli Federico II) ha esaminato il difficile rapporto tra autocrazia e pseudo-costituzionalismo nella Russia tardo-imperiale (1905-1917), cioè la tensione che, a partire dalla fine dell'Ottocento, vedeva contrapposte le spinte alla parlamentarizzazione e la concezione tradizionale del potere degli zar. Nel 1905, in seguito alla sconfitta nella guerra contro il Giappone e allo scoppio della rivoluzione, che vide coinvolte tutte le classi sociali, lo zar si impegnò a convocare un'assemblea rappresentativa, la Duma , dotata soltanto di potere consultivo. L'anno seguente fu segnato da altri due eventi significativi: le prime elezioni a suffragio quasi universale e l'approvazione della prima Costituzione. Quest'ultima definiva le prerogative dello zar come “supremo potere autocratico”, ma non gli riconosceva più la tradizionale connotazione di “illimitatezza”. D'altra parte, non venne usato nemmeno il termine costituzione, a cui fu preferito quello di “leggi fondamentali” senza che lo zar vi prestasse giuramento. Nonostante ciò, il percorso di parlamentarizzazione del sistema russo, a cui lo zar Nicola II era profondamente ostile, venne interrotto con la Prima Guerra mondiale, quando la Duma si auto-sciolse in nome dell'unità nazionale.

La quarta sessione, coordinata da Maria Serena Piretti (Università di Bologna) con Marina Tesoro (Università di Pavia) come discussant , ha visto i contributi di Paolo Colombo e Paolo Pombeni. L'intervento di Paolo Colombo (Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano) ha preso in esame il ruolo giocato da casa Savoia nell'elaborazione della politica estera e militare. Sfidando la lettura che liquida come marginale il ruolo della casa reale italiana, Colombo ne ha messo in rilievo il ruolo cruciale in due aspetti importanti come la nomina dei ministri della guerra e l'approvazione delle spese militari, ribadendo quindi come non sia corretto parlare di compiuto parlamentarismo durante tutta la vita del Regno.

La relazione di Paolo Pombeni ha esaminato le trasformazioni dell'istituto monarchico nell'Europa postbellica (1918-1945). La Prima guerra mondiale spazzò via il principio monarchico in molti paesi sconfitti, ma sopravvisse in paesi vincitori come l'Italia e la Gran Bretagna dove vigevano regimi liberali. In Inghilterra la monarchia non fu solo un potere vuoto ma, al contrario, riuscì a giocare un ruolo chiave in momenti di crisi sistemiche, mentre in Italia l'inconsistenza politica dei progetti monarchici, assolutamente fallimentari nelle congiunture politiche più delicate, decretò la fine della monarchia per “grazia di Dio e volontà della nazione”.




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