Francesco Silvestri
Fernando J. Devoto
Storia degli italiani in Argentina Roma, Donzelli, 2007 In questo accurato saggio, Fernando Devoto dipinge un affresco della immigrazione italiana in Argentina, dai primi arrivi nel XIX secolo fino all'esaurimento del processo, agli albori degli scorsi anni '60.
>Seguendo cronologicamente le diverse fasi immigratorie, con un unico quanto importante ?interludio? tematico dedicato all'associazionismo italiano nella terra del Plata, l'autore fa coincidere l'avvio del processo migratorio con il 1810, quando l'Indipendenza delle province argentine dalla Spagna cancella il monopolio iberico sui traffici commerciali ed apre il mercato a stranieri di altra origine. Tra questi, molti liguri (genovesi in particolare), di tradizione marinara e commerciale e sfavoriti in patria da scarsa disponibilità di terra, frammentazione agraria, alto tasso di incremento demografico ed elevata pressione fiscale. Sono necessari circa 20 anni, tuttavia, affinché il flusso migratorio dalla Liguria verso il Plata divenga davvero di massa, complice l'intuizione che dal porto di Genova possano essere indirizzati oltreoceano non solo merci, ma anche persone alla ricerca di un futuro migliore in una terra che sembra prometterlo. Fino a quando il porto di partenza privilegiato resta Genova, i luoghi di origine dei flussi migratori italiani in Argentina sono le regioni del Nord-Ovest (Liguria, Piemonte e Lombardia). Solo a partire dagli anni '70 del XIX secolo ? quando alcune compagnie di navigazione attive nei porti di Napoli e Palermo affiancano alla destinazione newyorchese anche Buenos Aires, Montevideo e Rio ? le provenienze si diversificano. Si dovrà attendere il '900, tuttavia, per assistere al ?sorpasso? degli ingressi da regioni meridionali rispetto a quelle settentrionali.
Per lungo tempo quello ligure è il nucleo di immigrazione più importante: la gestione delle rotte marittime e fluviali porta i genovesi ad insediarsi in diversi porti, fino al Pacifico, mentre alle professioni marinare e commerciali si aggiungono con maggiore frequenza quelle artigiane, necessarie alla riparazione ed alla costruzione dei natanti in loco. La sempre più elevata concentrazione di liguri oltremare spinge il Regno di Sardegna a intessere relazioni ufficiali con il Plata, anche se per molti anni i rapporti tra autorità diplomatiche sabaude ed espatriati saranno improntati al distacco, quando non all'ostilità: i genovesi si sentono poco e mal rappresentati da un corpo diplomatico ?estraneo?, solo con la Restaurazione del 1815 la Liguria è incorporata nel Regno Sabaudo, con cui faticano a comunicare (lingua della diplomazia era il francese) e di cui, abituati a dialogare direttamente e con profitto con i vertici delle istituzioni locali, non avvertono la necessità. A partire dagli anni '50 del XIX secolo la diplomazia piemontese recupera credito, nello scenario creato dalle aspettative di unificazione nazionale sotto l'egida di Casa Savoia. D'altro canto, in quegli anni la comunità italiana in Argentina si contraddistingue per un cleavage politico che contrappone il radicalismo repubblicano, diffuso dai numerosi esuli repubblicani e mazziniani che cercano rifugio oltreoceano all'indomani delle sfortunate sollevazioni nella penisola, ai fedeli alla monarchia sabauda. Tale contrapposizione, che si riflette nel conflitto per la leadership delle istituzioni comunitarie, dalle associazioni mutualistiche agli organi di stampa, si stempera solo all'indomani della presa di Roma, quando l'argomento della Unità incompiuta alimentato dagli intellettuali repubblicani perde di pregnanza e i filo-monarchici hanno il sopravvento.
La crescita del paese e la diffusione della ferrovia negli anni '70, rendono meno importanti le vie fluviali, facendo decadere rapidamente la centralità del commercio genovese, mentre l'immigrazione inizia a dirigersi verso la pampa, riducendo la sua connotazione eminentemente urbana. In questo periodo, nonostante le politiche di incentivazione ideate su entrambe le sponde dell'Atlantico, sono le catene migratorie ad imporsi e a determinare la preponderanza dell'afflusso italiano nel panorama argentino, come testimoniato dai numerosi esempi di ricongiungimento familiare che caratterizzano la tornata migratoria 1850-1875.
La sempre più alta concentrazione di italiani al Plata, unita al diffondersi di rivendicazioni coloniali tra i politici della Penisola, comporta un deciso cambio di atteggiamento nell'élite argentina: la visione originaria di una immigrazione dall'Europa come strumento utile a rimpiazzare (o quantomeno migliorare) la popolazione criolla e nativa con nuovi cittadini dotati di maggiore propensione al lavoro, al risparmio ed alla modernità, è così aggiornata, con dichiarata preferenza per l'immigrazione dal Nord Europa. La questione non risparmia la sfera culturale e letteraria, con l'affermarsi nel romanzo naturalista dell'epoca del cliché dell'italiano (meridionale, in particolare) lamentoso e scioperato, né quella religiosa, con la Chiesa locale sempre più diffidente e restia ad accettare le attività dei padri Salesiani e Scalabriniani. Questo clima conosce definitiva maturazione all'inizio del XX secolo, quando il governo nazionale argentino avvia una serie di politiche (cittadinanza e leva obbligatoria, riorganizzazione delle scuole etniche, istituzione di nuove feste patriottiche) per ridurre l'eterogeneità interna ed assorbire le comunità di immigrati, soprattutto italiane. Solo con l'avvento del governo peronista, l'Italia post-bellica, cattolica e anticomunista, tornerà ad essere il luogo da cui privilegiare gli arrivi, ma si tratterà ormai dell'ultima stagione di immigrazione.
Tra il 1890 e la Grande guerra la crisi economica conosciuta dall'Argentina disincentiva le partenze per il Plata in favore di mete quali Usa e Brasile, facendo anche virare a negativo il saldo migratorio. In questo periodo, gli immigrati si differenziano ulteriormente, con l'arrivo ? a fianco di chi va ad ingrossare le fila del proletariato urbano e dei lavoratori rurali ? anche di imprenditori ed industriali.
La prima guerra mondiale e l'avvento del fascismo, ideologicamente contrario all'immigrazione, comportano in breve l'arresto dei flussi e le comunità insediate conoscono una crisi tangibile, testimoniata dal languire dell'associazionismo e dalla scomparsa di molte organizzazioni di emigrati. Sotto il profilo istituzionale, la pervasività del governo fascista non risparmia il servizio diplomatico a Buenos Aires, il cui allineamento ideologico continuerà a farsi sentire per lungo tempo anche all'indomani del conflitto mondiale. Proprio nel secondo dopoguerra, non estranee le simpatie godute tra molti maggiorenti peronisti, l'Argentina sarà la meta di personaggi collusi o acquiescenti verso il regime ed ormai indesiderati in patria. Come anticipato, è di questo periodo l'ultimo importante flusso migratorio tra Italia e Argentina, un flusso che si esaurirà nel primo biennio del '60, quando il boom economico in patria ed una serie di crisi consecutive oltremare cambieranno completamente gli orizzonti dell'emigrazione.
Il volume di Devoto ripercorre con ricchezza di informazioni e con grande attenzione nello spiegare fondamenti e conseguenze, con cura per il particolare e gli individui, ma senza mai perdere di vista il quadro generale, 150 anni di emigrazione italiana in Argentina. Forse non aggiunge molto di originale ai lavori sul tema della Fondazione Giovanni Agnelli o di autori quali Incisa di Camerana e Scarzanella, ma senza dubbio aiuta a conoscere e comprendere meglio quello che, secondo il loro massimo cantore, è non a caso un popolo di ?italiani, che si credono inglesi e parlano spagnolo?.