N. 15 - Novembre 2007

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[Aut. Trib. Bologna n. 7163 del 3/10/2001]

ISSN 1720-190X





Michele Finelli

Mario Isnenghi
Garibaldi fu ferito
Storia e mito di un rivoluzionario disciplinato

Roma, Donzelli, 2007

C'è un passaggio del libro, pienamente condivisibile, che fotografa alla perfezione lo spirito dell'ultimo lavoro di Mario Isnenghi. L'autore sostiene che in Italia





politica e storia si configurano ormai come un cimitero di illusioni deluse e di cause omicide. Miti ed eroi sembrano poi offendere il nostro saputo spirito di posteri. Se questo è l'approccio, tutt'al più riusciremo a rimetterci in sintonia con il pragmatismo e l'abilità diplomatica di un Cavour, ma Garibaldi e Mazzini non potranno apparirci che degli alieni. E però, senza Mazzini e Garibaldi, e le due generazioni di giovani da loro interpretate e guidate, che possibilità rimarrebbe di capire qualcosa del Risorgimento?



Certo, sembra difficile credere che nell'anno del bicentenario garibaldino, cominciato mentre si spegnevano le celebrazioni di quello mazziniano, sia ancora necessario tutelare la memoria dei due ?Padri della patria?, rivendicandone il ruolo fondamentale nella costruzione della democrazia italiana ed europea.


Purtroppo, come sostiene l'autore nel preambolo, ?dir bene di Garibaldi? non solo è necessario, ma doveroso, dopo anni di revisionismo risorgimentista iniziato nel 2000 al meeting di ?Comunione e Liberazione?, e culminato nelle recenti accuse di ?brigatismo senza fine?. Naturalmente la sua non rappresenta una critica alla polemica storiografica in sé, che anzi alimenta e stimola il dibattito quanto un attacco all'impostazione per la quale Garibaldi e Mazzini, piuttosto che venire discussi in maniera critica ed equilibrata, siano ?condannati? a prescindere. Un po' come accade nel 1860, quando Giuseppe La Farina , prima e durante la Spedizione dei mille, non risparmiò loro attacchi che andavano ben oltre la normale dialettica politica (pp. 50-1).


A valorizzare il ?dir bene di Garibaldi? c'è un presupposto essenziale: Isnenghi non presenta affatto un ritratto agiografico o trionfalistico dell'Eroe dei due mondi, ma lo restituisce nella sua natura di uomo dalle mille contraddizioni, talvolta tormentato da scelte che in certi momenti sembravano essere più grandi di lui. Di Garibaldi non propone una biografia, ma si concentra sui momenti fondamentali della sua vita, a loro volta sono indissolubilmente legati alle vicende unitarie: il biennio 1848-9, fase preparatoria ?dell'Eroe Nazionale italiano? (p. 14); il 1860, anno della gloriosa spedizione, sulla quale torneremo fra poco e gli anni '60, carichi di amarezze e delusioni.


Una scelta difficile per Garibaldi fu proprio quella di assumere il comando della Spedizione dei mille, sulla quale nutriva dei dubbi per «la congenita duplicità dell'operazione» (p. 57). All'inizio fu necessario tenerla ?nascosta? a Vittorio Emanuele II per non scontentare Mazzini, successivamente toccò al patriota genovese subire l'amarezza per l'incontro di Teano, al quale Garibaldi giunse, citando il sottotitolo del libro, da ?rivoluzionario disciplinato?. Certamente Teano non rappresentò una marcia trionfale, perché il Generale era consapevole di andare a pagare un prezzo salato al suo avversario principale, Cavour, e di compromettere il già delicato rapporto con Mazzini, che naturalmente rimase deluso dalla rinuncia di Garibaldi a dirigere su Roma. Ed Isnenghi, correttamente, dà spazio anche all'amarezza di Mazzini ed ai suoi giudizi disincantati su Garibaldi:





Ahimè! Non andiamo a Roma. Garibaldi aveva dato la sua parola a me e a tutti, in privato e in pubblico col suo proclama del 19 ai volontari. Due lettere del Re, secche e imperiose, hanno cambiato tutto. Egli ha mandato un telegramma dove diceva: Sire, je vous obéirai ; e una lettera dello stesso tenore. È abbattuto, scoraggiato, cita versi dei nostri poeti, e parla di Caprera. Intanto, le truppe piemontesi attraversano le frontiere e si affrettano qui. Potete esser certa che condurranno con loro un ?Commissario Regio? e con tutta probabilità fra sei giorni saremo tutti nelle mani di Cavour. La debolezza di quest'uomo ha del favoloso. Il Gabinetto è composto di cavouriani: egli lo maledice, ma non lo scioglie. Chiama vicino a sé Cattaneo, una vera forza intellettuale, e non se ne serve per nulla (p. 53).



Del resto l'idea di una spedizione al sud fu concepita proprio da Mazzini già dopo i fallimenti dei moti milanesi del febbraio 1853, e la delusione per quella che agli occhi del patriota era un'altra occasione persa, appare comprensibile.


In ogni caso, anche il complicato rapporto tra Mazzini e Garibaldi è un altro di quegli aspetti da considerare con attenzione, senza cadere in semplificazioni e banalizzazioni eccessive. È vero che fra i due le relazioni furono difficili e dense di contrasti, ma giustamente l'autore valorizza il ruolo di Agostino Bertani che si impegnò per smussare le loro divergenze, e sintetizzare la loro azione (pp. 44-5): il successo della ?Spedizione dei Mille? fu merito di entrambi. L'eredità di Garibaldi e Mazzini passa anche per i numeri: i 150.000 di Milano che cacciano l'esercito più potente d'Europa dalla città nel marzo del 1848; la resistenza di Venezia nel 1848-49; i 50.000 che arrivano a Napoli con Garibaldi nel settembre del 1860, non bastano per parlare di forti idealità anziché di ?brigatismo? od opportunismo?


?Dir bene di Garibaldi?, dunque, più che rappresentare una difesa del Generale, rappresenta una valorizzazione di tutto il Risorgimento e dell'importante patrimonio ideale e culturale lasciato da Garibaldi e Mazzini. Molti ignorano con troppa facilità che è stato grazie all'associazionismo garibaldino e mazziniano che i ceti popolari, specialmente quelli urbani, hanno retto l'urto del processo unitario, trovando nelle Società di mutuo soccorso e nelle Associazioni dei reduci le prime forme di protezione economica contro gli infortuni, tutela legale e scuole serali. La tradizione garibaldina, cui Isnenghi dedica un capitolo, al di là della retorica, è nata anche per tenere insieme questo sistema di valori. Stesso discorso vale per la monumentalistica, alla quale Isnenghi ha dedicato in passato studi fondamentali. Specialmente a livello locale, infatti, le lapidi e i monumenti dedicati a Garibaldi non nascevano nella logica della ?diarchia di bronzo? che nelle piazze italiane riproponeva incessantemente l'incontro di Teano, ma venivano affisse su iniziativa di artigiani, operai, gruppi dirigenti democratici che a livello locale volevano scrivere una storia del Risorgimento diversa da quella ?ufficiale?. Il Risorgimento dunque, merita ancora di essere studiato. Per il suo valore fondativo e per evitare che venga trasformato, assieme a Garibaldi e Mazzini, in un ?anti-mito?. È questo il messaggio principale che Isnenghi ha affidato alle pagine su Garibaldi.



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Autore Finelli Michele
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