Andrea Ragusa
Luisa Lama
Giuseppe Dozza
Storia di un Sindaco comunista Aliberti, Bologna, 2007 Con una narrazione serrata ed avvincente, cui mai, peraltro, cede il rigore dell'indagine filologica e della ricerca documentaria, Luisa Lama – studiosa e cultrice dell'ambiente bolognese (sua la biografia intellettuale di Alessandro Ghigi, Rettore dell'ateneo felsineo negli anni Trenta del Novecento – Da un secolo all'altro , Clueb, 1993) e del “femminismo scientifico” di Maria Montessori ( Il femminismo scientifico di Maria Montessori , scritto con Valeria Babini, Angeli, 2000; e Maria Montessori nell'Italia fascista. Un compromesso fallito , saggio apparso sulla rivista “Il Risorgimento”) – ci offre nelle quasi cinquecento pagine del suo Giuseppe Dozza. Storia di un sindaco comunista (Aliberti, Bologna, 2007) l'appassionante romanzo di uno dei protagonisti assoluti della vita del capoluogo emiliano, ma anche di un politico che ha inciso significativamente nella vita nazionale; la biografia di un uomo avvinto all'impegno militante ma sempre capace di mantenere un tratto di freschezza caratteriale e di giovialità, che i contemporanei ebbero a ricondurre proprio alla sua origine popolare (Dozza era figlio di uno dei fornai a lavoro nell'ordito medievale delle vie del centro storico addossate alle Due Torri), e che mai lo avrebbe abbandonato, neanche nei momenti più delicati del proprio percorso di dirigente comunista, antifascista, clandestino. A Parigi, avrebbe ricordato in proposito Altiero Spinelli, Dozza avrebbe vissuto ad esempio una sorta di “nicodemismo” sportivo sostenendo sempre la nazionale italiana di calcio negli incontri con quella transalpina, superando gli steccati politici in nome di una passione che lo animava in occasione delle partite del “suo” Bologna, ma che, appunto, lo portava ad accompagnare con altrettanto fervore la pur “fascistissima” squadra guidata da Vittorio Pozzo (p. 61).
Agli aspetti privati della vita di Dozza, l'Autrice dedica del resto uno spazio significativo di una biografia che si declina a tratti quasi come una vera e propria “storia degli affetti” di questo giovane che, nato all'alba del Novecento (“Nel 1901, in Via Orfeo 12 a Bologna, nasceva Giuseppe Dozza”, suona in maniera forse un po' retorica l' incipit del libro), si fa militante socialista già all'età di quattordici anni, frequentando le stanze della locale federazione in via Cavaliera 22, ma trova il tempo, ormai dirigente affermato e noto del Partito Comunista d'Italia, inizialmente vicino alle posizioni bordighiane, di sposare nel maggio 1924 Santa Dall'Osso, l'amata Tinuccia delle molte cartoline che con perizia e grande sensibilità vengono tratte dall'archivio dell'Istituto Gramsci dell'Emilia-Romagna per disegnare un contrappunto di richiami intimi a tratti perfino commoventi. Così come non privo di elementi intimistici è lo sguardo retrospettivo gettato, nelle pagine finali, sull'incontro tra un ormai malato Dozza ed il Cardinale Giacomo Lercaro, arcivescovo di Bologna, nella stanza d'ospedale ove Dozza si trovava ricoverato nel 1974: occasione nella quale proprio il sentimento della morte prossima induceva il vecchio dirigente comunista a riconoscere doti di “grandezza” ed “onestà” al presule, anch'egli pronto a salutarlo in nome della “grande amicizia calda e duratura” che li legava da tempo e tributando un omaggio non protocollare alla sua forza, alla sua onestà, alla sua pazienza (pagg. 461-462).
Dei nove capitoli in cui l'opera è suddivisa, è il periodo della formazione ad occupare i primi tre, con una ricostruzione analitica dei movimenti non solo geografici, ma anche culturali ed ideologici, di Dozza: dalla federazione socialista, a quella comunista, della quale viene eletto segretario nel marzo 1921, per rimanerlo fino al settembre 1922, con un interessante intermezzo vissuto da segretario della Camera del Lavoro di Medicina, tra il 1919 ed il 1920, sullo sfondo lo scenario drammatico dell'occupazione delle terre e della reazione squadrista. Appartenne alla generazione di Dozza la lacerazione dell'esilio, ed è importante sottolineare come nelle molte pagine ad esso dedicate Luisa Lama riesca con efficacia a tratteggiare i contorni di una situazione dolorosamente inquieta, vissuta in una clandestinità via via sempre più dura, soprattutto dopo l'entrata dei tedeschi a Parigi nel giugno 1940, e tale da bruciare ferocemente affetti e relazioni personali in nome della causa rivoluzionaria e, più ancora, della paura per una vita, una incolumità fisica, una libertà personale, di continuo messe a repentaglio. Eppure fu nel fuoco di questa battaglia che la generazione di Dozza, e dei dirigenti che aprirono nel 1945 il V° Congresso del Partito Comunista, rinato con la dizione di Italiano a testimoniare l'acquisizione di una caratterizzazione nazionale più marcata, riuscì a forgiarsi: e fu, questa, storia anche di vincoli ed amicizie personali durature, come quella con Emilio Sereni, con il quale Dozza condivise il soggiorno a Cliché sous Bois e poi, insieme a Francesco Scotti, nella tenuta affittata a Cabirol dall'emiliano Galiani. Il radicamento originario nell'Italia giolittiana, e proprio nell'ambiente bolognese così ricco di contraddittori elementi identitari – di una città, si vuol dire, piantata al centro di un “viaggio fluviale” nelle campagne del bracciantato e dell'affittanza contadina, lungo il corso del Po – non impedì a Dozza di compiere, come molti altri dirigenti del neonato comunismo italiano, un percorso di crescita e sprovincializzazione che lo portò a divenire, dimostrando doti di diplomazia e di fiuto politico, un dirigente di primo piano dell'Internazionale Comunista. Da Mosca, patria del socialismo ove perfezionò il proprio apprendistato dopo aver partecipato nel 1924 alla riunione nella capanna Mara nei pressi di Como dove si era consumata la svolta gramsciana del PCd'I, Dozza tornò quindi in Italia per dar corso alla nuova parola d'ordine approvata al X° Plenum dell'Internazionale Comunista, nel 1930, al quale aveva partecipato nella delegazione italiana: lotta rivoluzionaria per l'abbattimento del regime capitalistico, messo in ginocchio dalla crisi borsistica di Wall Street. Fu “la notte del socialfascismo”: il convulso e drammatico periodo in cui più aspro fu il settarismo comunista, ed a cui neanche Dozza si sottrasse, suo essendo anzi un sarcastico articolo (di cui per la verità non è dato conoscere la sede editoriale, l'originale essendo riversato nell'archivio del PCI presso l'Istituto Gramsci di Roma) scritto in occasione delle celebrazioni organizzate dai partiti della Concentrazione antifascista per il sesto anniversario dell'assassinio di Giacomo Matteotti, ed intitolato Smatteottizziamo l'antifascismo (4 giugno 1930); sua essendo la violenta requisitoria pronunciata nel Comitato Centrale del 20-23 marzo 1930, tenutosi a Liegi, contro Ignazio Silone ed i compagni che rifiutavano di rientrare in Italia, accusati, senza troppi giri di parole, di “viltà” (pagg. 76-77). Con il superamento delle divisioni nel fronte antifascista, Dozza fu infine coinvolto nelle battaglie dei “fronti popolari”, per tornare in Italia, nella sua Bologna desolata e sventrata dalla guerra, ma che pure egli sentiva ancora appartenergli come luogo dell'infanzia, nel settembre 1944, alla guida della lotta di Liberazione, ormai avvertita vicina al successo, ma ancora destinata a rivelarsi durissima, nel terribile inverno 1944-'45. Sua, affissa sui muri di Bologna il 26 novembre 1944 dopo la vittoriosa battaglia di Porta Lame, la risposta ad un Appello diramato dal comandante della piazza militare tedesca Frido von Senger und Etterlin, ove risuonarono con ritmo incalzante, come in una “ballata macabra”, ci dice l'Autrice, le parole sprezzanti Odio mortale (pagg. 151-152).
Affacciandosi al balcone di Palazzo D'Accursio, espugnato dai fascisti con la violenza nel 1920, Dozza incontrò per la prima volta la popolazione che avrebbe governato per vent'anni: Sindaco dapprima per decreto del Comitato di Liberazione della città di Bologna, poi confermato nelle prime elezioni comunali democratiche, svoltesi il 24 marzo 1946. Con il quarto capitolo – dal titolo significativo Un Sindaco venuto da Occidente – il libro apre alla lunga ed accurata analisi dell'attività di Dozza come primo cittadino, ed è indubbiamente questa la parte più interessante della narrazione, anche perché essa sembra definitivamente uscire da una dimensione interna che la caratterizza in maniera forse addirittura troppo marcata nei primi capitoli. A testimonianza di quanto la vita e l'attività politica di Dozza si siano identificati con la vita e lo sviluppo del capoluogo emiliano – fino al punto da rinunciare alla partecipazione ai lavori dell'Assemblea Costituente, ove pure era stato eletto il 2 giugno 1946 – il racconto di Luisa Lama diviene infatti anche e soprattutto la storia di una città che trova nel proprio Sindaco il veicolo della rappresentanza equilibrata degli interessi, e di un sistema di governo partecipativo, ma sempre orientato alla valorizzazione di specifiche competenze. Sono i nomi delle personalità a cui Dozza affidò – nella riunione della Giunta del 16 maggio 1945 – gli Assessorati più importanti in una situazione emergenziale come quella della ricostruzione a confermarlo: Ersilio Colombini e Giuseppe Beltrame, uomini della Resistenza comunista, rispettivamente a capo dell'Assessorato Tributi ed Igiene; ma forse ancor più due esponenti del circolo culturale “Antonio Labriola” e della rivista “Tempi Nuovi” come Paolo Fortunati – economista cresciuto nella fronda fascista con posizioni già ritenute di “estremismo comunisteggiante” sotto il regime – e Renato Cenerini, portatore anch'egli di quella sensibilità operosamente pragmatica che si sarebbe riversata nell'amministrazione cittadina – l'uno Assessore ai Tributi, l'altro alla Ragioneria. Furono questi i simboli – ci dice l'Autrice richiamando l'ampia letteratura già esistente in materia – “di un'amministrazione assunta come prova e come testimonianza concreta della possibilità di realizzare un nuovo tipo di intervento municipale e di costruire una nuova cultura politico-amministrativa in grado di fornire risposte adeguate alle esigenze delle città allora in espansione e dei ceti che in esse si trovavano a vivere in condizioni maggiormente disagiate, spingendo altre amministrazioni locali governate da maggioranze di sinistra ad emulare quanto messo in opera nel capoluogo emiliano” (p. 214). All'insegna di una democrazia municipale fortemente legata ai temi del decentramento e dell'autonomismo, furono così creati, con delibera del 25 settembre 1945, i Consigli Tributari, voluti proprio da Fortunati per incrementare il bilancio e le risorse del Comune rendendo però democratico l'accertamento fiscale; e le Consulte popolari, che nel loro primo convegno, svoltosi il 4 aprile 1948, affermarono essere e dover essere percepite “l'espressione democratica della partecipazione attiva e cosciente di cittadini alla vita pubblica” (p. 199).
Che Bologna fosse divenuta un modello per la “via italiana” al socialismo, fu lo stesso Palmiro Togliatti a confermarlo, affermando – nelle circostanze dell'VIII° Congresso della federazione bolognese del PCI, nel novembre 1956 – che se ai comunisti italiani fosse stato chiesto verso quali strade avrebbero incamminato il paese se lo avessero per intero “dominato”, essi avrebbero risposto limitandosi ad indicare “modestamente” quello che erano riusciti a fare lì, entro i limiti in cui erano riusciti a lavorare (p. 300). E questo, pur nello scenario di un dibattito spesso anche duro che aveva visto Dozza aprire le proprie critiche allo stalinismo ed ai fatti d'Ungheria richiamando l'antico tema delle “alleanze” e dei ceti medi, peraltro da sempre al centro dell'impostazione impressa al PCI dalla “svolta di Salerno”.
In effetti quello che il primo decennio di governo di Giuseppe Dozza lasciava intravedere, era lo scenario di una città in cui le riconsolidate fondamenta della vita politica – che proprio in quel frangente si erano tra l'altro misurate con il delicatissimo contrapporsi di una personalità come Giuseppe Dossetti alle elezioni comunali – si accompagnava ad una fase di sviluppo ormai riconoscibile. Il libro della Lama introduce sotto questo rispetto molti dei diversi problemi con cui negli anni Sessanta, e soprattutto negli anni Settanta, il capoluogo emiliano si sarebbe misurato: e Dozza acquisisce sotto questo rispetto non soltanto la levatura di un politico e di un amministratore capace di stare dentro le dinamiche di una città che affrontava ormai un processo di intensa trasformazione – dalla gestione del tessuto urbano attraverso lo strumento del Piano Regolatore, ai rapporti con la cultura e l'Università, per non fare che due esempi – ma anche quella di un “maestro” di una nuova generazione di amministratori e dirigenti nel PCI emiliano e nazionale, proiezione quest'ultima che gli era garantita dalla partecipazione, sin dal 1945, ai vertici dell'organizzazione comunista come membro del Comitato Centrale. I nomi di Renato Zangheri, di Giuseppe Campos Venuti, di Guido Fanti, scorrono così nei due capitoli conclusivi del libro aprendo al delicatissimo problema dell'eredità consegnata da Dozza alla città di Bologna ed alla politica italiana: soprattutto quella di un modello, di una prassi, forse innanzitutto di uno stile politico che ben riassunse proprio Fanti, destinato a succedergli come Sindaco nell'aprile-maggio 1966, parlandone come di un uomo che “si gettò fra il popolo, seppe ascoltare, seppe farsi capire. Instaurò un rapporto diretto di fiducia e di collaborazione con i cittadini. Per la sua straordinaria capacità di sentire e di vivere egli stesso i problemi come li sentivano e li vivevano le masse popolari…divenne, al di fuori di ogni retorica, il simbolo di una città come Bologna, in cui si riassunsero sin da quei primi, difficili anni, tanto valori di libertà e di progresso sociale”. Fu in questa grande capacità di misurarsi con la “normalità” che Dozza visse il proprio essere un militante ed un dirigente comunista, e nella costruzione di un tessuto capillare di rapporti sta probabilmente la ragione più vera di un consenso che già in vita cominciò ad assumere i contorni di un mito, categoria che pure Dozza rifiutò sempre con ostinazione. E probabilmente, anche, alcune delle ragioni di un cedimento che anche a Bologna le culture politiche legate ai valori della sinistra vivono oggi in maniera tangibile, e su cui il volume di Luisa Lama, attraverso una riflessione sulle basi di un consenso tanto ampio e duraturo, ci invita ad interrogarci.