Stefano Santoro
Stefano Bottoni
Transilvania rossa
Il comunismo romeno e la questione nazionale (1944-1965) Roma, Carocci 2007 Il denso e stimolante volume di Bottoni si pone l'obiettivo di ricostruire la storia della Transilvania, secolare crocevia di culture in cui convivevano ungheresi, romeni, tedeschi, ebrei ? per limitarsi alle nazionalità più numerose ?, fra il 1944 e il 1965, sostanzialmente fra l'instaurazione della democrazia popolare di Romania e l'ascesa di Ceaušescu alla carica di segretario generale del partito comunista romeno. L'obiettivo dell'autore è di discernere le modalità con cui il regime comunista riuscì a realizzare, senza ricorrere a eccidi o deportazioni, uno stato etnocratico, impresa che, nel periodo interbellico, non era stata portata a buon fine né dalla Romania liberale, né da quella autoritaria e parafascista di Antonescu. Seguendo l'edificazione dello stato socialista e l'affermazione, a partire dalla metà degli anni Cinquanta, del cosiddetto ?comunismo nazionale? di Gheorghiu-Dej, che sarà poi coerentemente sviluppato da Ceaušescu, Bottoni illumina in modo innovativo il nesso fra totalitarismo comunista e ?totalitarismo etnico? che, attraverso strategie ?di attacco? mutevoli, tese tuttavia in modo conseguente alla ?romenizzazione? della Transilvania, all'assimilazione dei magiari e alla sostanziale estinzione (con una politica delle emigrazioni) dei gruppi ebraico e tedesco.
Tramite lo spoglio di una notevole e interessante mole di materiale archivistico e documentario, in parte inaccessibile fino ad ora, proveniente da archivi romeni, ungheresi, russi e britannici, l'autore segue le linee strategiche poste in atto dal regime, mettendo subito in evidenza che l'assorbimento delle minoranze etniche, in modo particolare quella ungherese, all'interno di una Romania etnicamente omogenea, fu reso possibile proprio dal sistema comunista affermatosi dopo il 1948: mentre la Romania interbellica aveva potuto far leva soltanto sulle discriminazioni di tipo culturale, la Romania comunista poté entrare prepotentemente nella rete delle proprietà magiare per mezzo dello strumento della ?statalizzazione? e quindi della ?nazionalizzazione?. D'altra parte, il regime, che fu discriminatorio verso ebrei e tedeschi, ebbe inizialmente una politica culturale generosa verso gli ungheresi, che vide il suo periodo d'oro con la costituzione della Regione Autonoma Ungherese (Rau), prevista dalla nuova costituzione romena del 1952, emendata da Stalin stesso, che avrebbe dovuto inglobare quella parte della Transilvania giudicata ?compattamente? ungherese. Interessante è il fatto che la concessione dell'autonomia andò di pari passo con la costruzione di un sistema totalitario e tendenzialmente xenofobo: emblematica fu la resa dei conti ai vertici del partito che proprio allora vide il prevalere del gruppo ?nazionale? di Gheorghiu-Dej sui cosiddetti ?moscoviti?, ovvero i dirigenti comunisti rientrati in Romania al seguito dell'Armata Rossa. Le due figure di spicco, il ministro degli Esteri Ana Pauker e il ministro delle Finanze, Vasile Luca, rappresentavano entrambi un corpo estraneo rispetto alla nuova società ?romena? che il regime di Dej si apprestava a consolidare, la prima perché donna posizionata in un ruolo-chiave all'interno di un contesto sociale di tipo tradizionale, il secondo in quanto ebreo e nativo della Transilvania ungherese, doppiamente estraneo, dunque.
Le purghe che seguirono il consolidamento al potere di Dej andarono a colpire funzionari e quadri ungheresi sia a livello centrale che a livello locale, in Transilvania, cosicché ?il terrore fece da sinistro pendant alla campagna in favore della Costituzione della Regione Autonoma Ungherese? (p. 79). Grande valenza periodizzante ha nel lavoro di Bottoni il 1956, l'anno del XX Congresso del Pcus, del ?rapporto segreto? di Chru?čëv e della rivoluzione ungherese. Il 1956 rimise in evidenza le divisioni esistenti fra ungheresi e romeni. Evidente la frattura fra gli studenti universitari di Cluj: mentre quelli dell'università ungherese Bolyai manifestarono in solidarietà agli insorti ungheresi, l'università romena Babeš rimase passiva. L'ondata repressiva che si scatenò fra il 1957 e il 1961 vide ancora una volta coincidere un salto di qualità nell'edificazione del sistema totalitario con un ?coerente progetto di State-building , inteso a edificare uno Stato finalmente ?nazionale' per composizione degli apparati ed ethos civile? (p. 187). La svolta ?nazionale? del regime romeno, nota acutamente Bottoni, segnò una precisa linea di discontinuità con il discorso ideologico ?multinazionale? precedente: di grande interesse è il recupero che il regime fece dalla metà degli anni Cinquanta di intellettuali ?borghesi?, conservatori o addirittura compromessi con il regime autoritario di Antonescu. Caso emblematico quello di Silviu Dragomir, storico che aveva collaborato con il regime legionario, caduto in disgrazia all'avvento del comunismo, infine riutilizzato dal regime socialista nel 1958 per coordinare una ricerca sulle origini della Chiesa uniate in Transilvania, con evidenti finalità antimagiare, anticattoliche e a sostegno dell'ortodossia nazionale romena: evidente era la convergenza fra lo storico conservatore e il regime comunista su questi temi. Vi fu in definitiva una riconciliazione fra socialismo e nazione, che passò attraverso l'esaltazione delle tappe dell'unificazione nazionale: 1859 e 1918. Tutto ciò mentre in Transilvania si passò all'eliminazione della Rau (1960) e all'abolizione della toponomastica bilingue adottata nel 1945. In definitiva, alle soglie dell'andata al potere di Ceaušescu, si era realizzata una ?romenizzazione? tendenzialmente totalitaria della Transilvania, intendendo con questo termine non tanto ?una semplice ?purificazione etnica' del territorio?, quanto il ?definitivo successo della componente maggioritaria romena nella competizione storica per la supremazia politica, materiale e simbolica in Transilvania? (p. 228).
Non solo la realizzazione di uno stato ?monoetnico? sarebbe stata perfettamente compatibile con la costruzione del sistema totalitario comunista, ma anzi, secondo Bottoni, questa ne sarebbe stata una sua necessaria conseguenza, tanto da portare l'autore a trovare delle obiettive analogie fra ?esperienze storiche e ideologie apparentemente incompatibili come quelle fascista e comunista?. Anzi, come si diceva, l'ideologia comunista avrebbe portato un valore aggiunto a quella fascista, coniugando l'antico nazionalismo con ?un'ideologia collettivista e modernizzatrice? e ?le suggestioni della palingenesi sociale rivoluzionaria? (p. 229). Culmine di questo percorso fu il regime di Ceaušescu, compiutamente totalitario e ?nazionale?.
Ponendosi nel filone dell'interpretazione ?totalitaria? dei regimi comunisti, il volume di Bottoni si distingue tuttavia per innovazione e originalità, contribuendo a gettare nuova luce sulla continuità esistente nella ?struttura? culturale nazionalistica della Romania (ma è un discorso che si può allargare a tutta l'Europa orientale) pur nel mutare della ?sovrastruttura? ideologica.