N. 15 - Novembre 2007

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[Aut. Trib. Bologna n. 7163 del 3/10/2001]

ISSN 1720-190X





Francesco Grassi

La nascita della Camera del Lavoro di Lucca. Aprile 1906
Prodromi e percorso sino al 1922

Lucca, Anteprima-Cgil, 2007

Nel panorama politico toscano, la città di Lucca ha sempre occupato una posizione particolare, quella di feudo ?bianco? all'interno di una regione, e finanche di una provincia, tradizionalmente ?rosse?. La classe operaia a Lucca, sin dalla sua comparsa negli anni Ottanta del XIX secolo, è infatti stata minoritaria, sia numericamente che politicamente, a causa della particolare struttura economico-sociale dell'area urbana e non è mai riuscita a creare solide organizzazioni sindacali e di partito in grado di tutelare i suoi interessi e di radicarsi sul territorio. Le cause di questo fenomeno sono molteplici; il volume collettaneo La nascita della Camera del Lavoro di Lucca , ricostruendo, attraverso sei saggi, genesi e sviluppo, o, per dirla con il sottotitolo dell'opera, ?prodromi e percorso fino al 1922? della Camera del lavoro, cerca di indagarle e di fornire così una spiegazione della peculiarità del caso lucchese.


Già il primo capitolo del libro, scritto da Gaia Petroni e dedicato ad una approfondita analisi del panorama economico della lucchesia a cavallo tra Otto e Novecento, può considerarsi rivelatore. Viene infatti efficacemente delineato il quadro di una economia prevalentemente agricola, contraddistinta da una accentuata parcellizzazione fondiaria, dove le poche isole di industrializzazione presentano, con importanti ma rare eccezioni (lo iutificio di Ponte a Moriano, la Cucirini Cantoni Coats, i cotonifici del Piaggione e di Massarosa, la Regia Manifattura tabacchi), dimensioni ridotte e attrezzature produttive obsolete. Molti degli operai impiegati negli stabilimenti risultano scarsamente qualificati e mantengono un solido legame con l'ambiente rurale dal quale provengono e nel quale possono essere facilmente riassorbiti nei periodi di crisi economica. Logiche conseguenze di questa situazione sono l'atomizzazione della manodopera, la mancanza di momenti di aggregazione tra i lavoratori e il ricorso, nei frangenti più difficili, a soluzioni di carattere individuale come l'emigrazione; tutti elementi che costituiscono un ostacolo pressoché insuperabile alla formazione di solide organizzazioni di classe.


Sarebbe tuttavia riduttivo attribuire la debolezza del movimento operaio lucchese e dei suoi istituti ad un destino ?cinico e baro? che ha assunto le sembianze di un ambiente sfavorevole; altrettanto importanti, anzi più importanti ancora delle circostanze oggettive appaiono i fattori soggettivi inerenti alla formazione socioculturale della dirigenza socialista locale e alla strategia politica da essa perseguita. I capi del Psi di Lucca sono infatti in stragrande maggioranza esponenti della corrente turatiana, intrisa di gradualismo e di positivismo, e presentano un'estrazione non proletaria ma piccolo-borghese (per citare solo i più importanti: Edoardo Bonardi e Umberto Caroncini sono medici; Goffredo Baracchini, Giuseppe Casentini, Alfonso Casini e Umberto Giannini, avvocati; Luigi Volpi e Adolfo Frediani, piccoli proprietari; Guido Cartei, maestro). Lo sbocco politico di queste premesse socioculturali è, inevitabilmente, l'elaborazione di una strategia che non solo confina nell'angusto perimetro delle istituzioni democratiche la dinamica della lotta di classe, ma che, soprattutto, attribuisce alle organizzazioni del movimento operaio una mortificante funzione di mediazione nei conflitti tra capitale e lavoro, in un virtuale ruolo super partes che finisce per lasciare privo di una guida sicura, nei periodi di lotta, il proletariato, deprimendone la combattività. Come ha scritto Emmanuel Pesi in uno dei contributi più interessanti del libro, i capi riformisti ?nell'interpretare il rapporto tra partito e classe operaia, erano [?] portati a riassumere nell'azione politica all'interno delle istituzioni liberali tutte le problematiche relative ai rapporti di classe e alla stessa organizzazione sindacale. Insistere sull'apatia e l'immaturità della classe operaia lucchese contribuiva a legittimare il ruolo di una classe dirigente intellettuale, esterna alla massa operaia, non radicata nelle concrete lotte dei lavoratori, che si poneva come coscienza chiarificatrice del proletariato e che, tuttavia, tendeva a far coincidere tale processo di indirizzo politico ed ideologico con una assimilazione all'idea e agli schemi politici del riformismo socialista?. Notiamo di passaggio che, paradossalmente, questa teoria della ?coscienza esterna?, cara ai riformisti ? i quali si autoattribuiscono il ruolo di guida ?illuminata? del proletariato ?, presenta singolari analogie con le teorizzazioni esposte più o meno negli stessi anni da Lenin nel Che fare? I sintomi della debolezza del movimento operaio e della sua leadership sono numerosi, e vengono descritti nel libro con dovizia di particolari. Le società di mutuo soccorso, nate negli anni Novanta dell'Ottocento, si rivelano incapaci di coordinare gli scioperi e, cercando sistematicamente di conciliare gli opposti interessi di lavoratori e capitalisti, finiscono per riscuotere il favore degli stessi datori di lavoro: assai indicativi, da questo punto di vista, i casi, citati sempre da Pesi, della Società operaia, che ha come presidente onorario Umberto I ed annoverava tra le proprie file il prefetto della città, e della società di mutuo soccorso creata dalle operaie della Manifattura tabacchi, presieduta e gestita dallo stesso direttore dello stabilimento . Sorte non migliore hanno le leghe di resistenza che, nate agli inizi del Novecento per fornire una direzione agli scioperi e caratterizzatesi come contraltare ?duro? e rigorosamente classista delle società di mutuo soccorso, si ritrovano a svolgere funzioni tipicamente mutualistiche quali l'elevazione intellettuale dei soci, la concessione di sussidi in caso di malattia, la costituzione di cooperative, non riuscendo peraltro a spogliarsi delle proprie intrinseche pulsioni corporative (questa sarà la ragione del rapido esaurirsi, tra il 1902 e il 1903, dell'esperienza unitaria della Federazione delle leghe operaie lucchesi). Quanto ai sindacati, gli unici capaci di sviluppare un'azione rivendicativa in materia di salari, orari e organizzazione del lavoro in fabbrica, fino alla svolta liberale impressa da Giolitti vengono apertamente osteggiati dai padroni e dalle autorità; inoltre, a causa della frammentazione del panorama agricolo, non riescono a radicarsi nelle campagne. Particolarmente grave si dimostra inoltre l'incapacità di inquadrare la manodopera femminile, che pure costituisce l'elemento preponderante all'interno degli opifici di maggiori dimensioni.


La situazione non cambia nemmeno con la fondazione della Camera del lavoro, nata il 23 aprile 1906 dalla confluenza di 9 leghe di mestiere in rappresentanza di 510 soci, e dotata, a partire dalla fine del 1907, di un proprio organo di stampa, ? La Sementa ?. La tribolata vicenda di questa testata dalla pubblicazione intermittente, che nella prima fase della sua vita (1900-04) aveva svolto un ruolo importante nella nascita della Federazione delle leghe e propugnato la costruzione di un organismo di coordinamento che soprintendesse all'attività di tutte le organizzazioni operaie, è narrata da Nicola Del Chiaro in un corposo saggio nel quale viene prestata attenzione anche a due altri giornali, ?Il Risveglio? di Pescia, organo della Federazione socialista della Valdinievole (trasformatosi di fatto dal 1905 a tutto il 1907, periodo in cui ? La Sementa ? sospende le pubblicazioni, in testata di riferimento di tutti i socialisti della provincia) e, sul fronte opposto, il democratico-cristiano ? La Squilla ?, espressione dell'ala progressista del cattolicesimo lucchese e sensibile alle vicende del proletariato cittadino. La Camera del lavoro, diretta da Adolfo Frediani, persevera nella linea di conciliazione tra lavoratori, proprietari e autorità cittadine, cercando al contempo di favorire il processo di sindacalizzazione delle maestranze attraverso la creazione di leghe di resistenza. A tal fine la Camera , pur diretta da personalità di chiaro orientamento riformista, decide di non aderire alla Cgdl, nata nell'ottobre dello stesso 1906, per non alienarsi le simpatie di quelle componenti operaie di matrice radicale che nutrono una forte diffidenza nei confronti della Confederazione, fin dall'inizio egemonizzata dalla corrente turatiana del Psi. Nonostante gli sforzi profusi, il bilancio complessivo risulta deficitario; infatti, ci informa ancora Pesi, la Camera ?non riuscì ad uniformare il disomogeneo movimento operaio lucchese, né a dirigerne le lotte, né ad organizzare scioperi o a promuovere azioni sindacali comuni alle diverse professioni?. Finché nel 1913, in concomitanza da un lato con il peggioramento della situazione economica ed il conseguente irrigidimento della controparte padronale ? che riducono drasticamente gli spazi di manovra per la politica di mediazione perseguita dalla dirigenza camerale ?, e dall'altro con l'ascesa dell'astro mussoliniano ai vertici del Psi, si ha l'inevitabile cambio della guardia: alla fine dell'anno la Camera del lavoro viene sciolta, per risorgere nei primi mesi del 1914 con una nuova dirigenza di ispirazione sindacalista rivoluzionaria, avente il proprio uomo di punta nel ferroviere Massimo Lugli, nuovo segretario dell'organismo.


Un aspetto rivelatore dell'inconsistenza politica del socialismo lucchese è rappresentato dall'atteggiamento tenuto verso i suoi militanti dagli apparati di sicurezza dello Stato, atteggiamento che viene esaminato nella seconda parte del volume. Il movimento socialista locale sarebbe stato cioè talmente innocuo da non richiedere forme di vigilanza particolarmente strette. Dopo aver esaminato le carte del Casellario politico centrale ed aver diligentemente ricostruito la vicenda personale di vari esponenti del socialismo lucchese, Marco Cervioni può scrivere che nel 1922, alla vigilia della marcia su Roma, agli occhi delle autorità preposte alla sicurezza dello Stato Lucca appare ?una città caratterizzata da una sostanziale pace sociale, in cui si era sviluppato un sindacalismo assai più riformista che rivoluzionario e con un PSI debole, poco radicato nel territorio e contraddistinto [?] da un anticlericalismo di matrice repubblicana piuttosto che da una cosciente politica di classe?. A Cervioni fa eco Gianluca Fulvetti, autore di un contributo, basato sui documenti della Prefettura, sulla conflittualità operaia a Lucca nei primi del Novecento, nel quale, a proposito della Camera del lavoro, si afferma che, per via della sua prassi blandamente riformista, essa ?non rappresenta un autonomo ?oggetto di speciale attenzione? [...] e lo Stato non pare molto preoccupato di questa nuova realtà che, dal 1906 in avanti, tenta di porsi come interlocutore credibile nei momenti di crisi e conflittualità tra lavoratori e titolari delle fabbriche ? che siano essi privati, o lo stesso Stato italiano, come è nel caso della Manifattura Tabacchi?. È inoltre interessante notare come diversi tra gli elementi ?sovversivi? schedati, nel corso degli anni Venti cambieranno sponda politica, aderendo al fascismo o comunque dimostrando simpatia per il fascismo, e meritandosi perciò la ?radiazione? dal novero delle persone da sorvegliare; emblematica, sotto tale aspetto, la vicenda, cui accenna Francesco Petrini (coordinatore del complessivo lavoro di ricerca) nel suo saggio conclusivo sulla storia della Camera del lavoro dal 1919 al 1922, che vede protagonista l'avv. Michele Franco, segretario della Camera nel 1919, il quale nel gennaio 1921 lascia il Psi per passare al neonato Pcd'I, nell'aprile dello stesso anno si ritira ?a vita privata? per aderire infine, appena un mese più tardi, al programma fascista in materia di lavoro.


In conclusione, possiamo affermare che l'interesse del libro qui esaminato non risiede tanto nella vicenda narrata, la quale, come è naturale, mai si eleva da una dimensione localistica oggettivamente di scarso interesse, presa in sé stessa, per osservatori non inseriti in quel contesto; quanto, piuttosto, nel valore esemplare, e universale, che quella stessa vicenda riesce ad assumere se considerata come manifestazione dell'impotenza del socialismo ?avvocatesco? di matrice turatiana. In questa prospettiva, la città di Lucca assurge a microcosmo in cui si riproducono, su scala ridotta, le dinamiche politiche sviluppatesi a livello nazionale prima e durante l'età giolittiana.



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