N. 15 - Novembre 2007


ISSN 1720-190X





Francesca Somenzari

Americani e francesi uniti da un desiderio comune di vendetta?
I prigionieri di guerra tedeschi alla fine del secondo conflitto mondiale



 

Prefazione

Nel 1989 l'opera di James Bacque, Other Losses , pone in primo piano il problema dei prigionieri tedeschi in mano alle potenze alleate dopo la Seconda guerra mondiale. Il giornalista canadese accusa direttamente il comandante in capo delle Forze alleate, generale Eisenhower, di aver affamato tra gli 800.000 e 1.000.000 di tedeschi in regime di prigionia tra gli anni 1945-1946. Teatro della tragedia è la zona dei campi sorti sulla riva sinistra del Reno.

In questa vicenda anche la Francia ha le sue responsabilità, dal momento che eredita dagli americani la gestione di tali campi.

A distanza di un anno dal pamphlet-best seller che ha sconvolto e diviso la comunità accademica, Guenter Bishof e Stephen Ambrose intervengono a difesa del Generale in Eisenhower and the German POWs. Facts against Falsehood . Parte delle colpe rivelate da Bacque sono ammesse e ricondotte alla disorganizzazione dell'esercito statunitense; l'accusa di premeditazione però è smentita e fortemente respinta.

In ambito francese interviene anche François Cochet, che si inserisce nel dibattito senza entrare direttamente nel merito della contrapposizione Bacque-Ambrose/Bishof.

Cochet (1998) analizza attentamente la situazione creatasi in Francia all'indomani della Seconda guerra mondiale: miseria e difficoltà della popolazione civile si riflettono inevitabilmente sulla condizione dei prigionieri tedeschi.

Ma qual è effettivamente il contributo di questi interventi? Il caso del “milione scomparso” trova una soluzione o rimane aperto?

 

Il secondo dopoguerra

I vincitori della Seconda guerra mondiale si trovano a dover gestire un numero immenso di prigionieri di guerra tedeschi. I problemi specifici della questione si articolano su diversi livelli di riflessione. Da una parte, la prigionia tedesca dev'essere messa in relazione alla sconfitta successiva alla capitolazione, che pone, da un punto di vista giuridico, nuovi problemi rispetto alla prigionia del tempo di guerra. Con la resa incondizionata della Germania, e con la completa dissoluzione del Terzo reich, i prigionieri tedeschi non hanno più alle spalle una potenza in grado di proteggerli 1.

In secondo luogo, la concezione giuridica dei testi convenzionali non può avere un ruolo preponderante nella prigionia tedesca all'indomani della Seconda guerra mondiale. In teoria, l'imprigionamento in tempo di guerra non si giustifica che per impedire ad un soldato di riprendere il combattimento. Ma, dal momento che c'è stata una resa incondizionata da parte delle armate del Terzo reich, la seconda Convenzione di Ginevra del 1929 si vede, de facto , sorpassata.

Il terzo fattore che sembra giocare ancora una volta a sfavore di questi prigionieri è un equilibrio internazionale in piena evoluzione, che dalla “Grande alleanza” passa lentamente alle premesse della Guerra fredda. In questo momento, i prigionieri tedeschi, in mano alle potenze vincitrici, subiscono i condizionamenti della politica estera di ciascun paese.

 

Le cifre dei prigionieri di guerra tedeschi

Valutiamo la dimensione qualitativa del fenomeno ( Maschke 1962-1974; cifre di Werner Ratza ).

Catturati da

totale

trasferiti in

totale

Urss

3.155.000

Urss

Cecoslovacchia

Pologna

3.060.000

25.000

7.000

Yugoslavia

194.000

-

-

Stati Uniti

3.800.000

Stati Uniti+campi US in Eu.

Francia

Belgio

Lussemburgo

3.097.000

667.000

31.000

5.000

Gran Bretagna

3.700.000

Gran Bretagna

Francia

Belgio

Paesi Bassi

3.635.000

25.100

33.000

7.000

 

Numero totale dei prigionieri per settore:

•  3.349.000 prigionieri a Est;

•  7.745.000 prigionieri a Ovest, di cui: 937.000 in Francia e 640.000 in Belgio.

Numero totale: 11.094.000

 

I prigionieri tedeschi in mano francese

Secondo il generale Buisson, che ha ricoperto l'incarico della Direzione dei prigionieri di guerra dell'Asse, 202.000 Tedeschi sono stati catturati dalla armate francesi. Bisogna ancora aggiungerne 72.000 catturati dopo la capitolazione. Queste cifre, però, sono approssimative; esse hanno oscillato a più riprese. Comunque la parte più consistente dei prigionieri di guerra in mano francese deriva non dalle catture dirette effettuate dalle armate di liberazione, ma da conseguenti cessioni degli anglo-americani, attraverso l'intermediazione dello Shaef (Supreme headquarter allied european forces).

Grazie ad accorte precauzioni 2, infatti, i primi trasferimenti ai francesi hanno luogo il 22 febbraio 1945. Un secondo accordo, il 24 settembre 1945, viene a sostituirsi a quello del dicembre 1944. In virtù della seconda stipulazione, gli americani s'impegnano a fornire 600.000 prigionieri tedeschi ai francesi. Tuttavia, pochi giorni dopo la firma di quest'accordo, le cessioni dei prigionieri vengono immediatamente interrotte. Il 26 settembre 1945, Jean-Pierre Pradervand, delegato della Croce rossa francese avverte il generale de Gaulle sulle pessime condizioni dei prigionieri ceduti dagli americani. Scoppia quindi una polemica, che vede, fin dall'inizio, due componenti: franco-americana e franco-francese. La prima si basa sulla convinzione (francese), che gli americani cedano prigionieri moribondi affinché i decessi vengano registrati nei campi di proprietà francese (Cochet 1998, 122). Le autorità americane reagiscono violentemente, e a partire da metà ottobre sospendono i trasferimenti, con il pretesto che i francesi non rispettano la Convenzione di Ginevra.

La dimensione internazionale della vicenda aumenta a partire dal 1946, quando gli americani iniziano a liberare i loro prigionieri, mentre i francesi si dimostrano assolutamente contrari al rilascio.

Prende forma, quindi, negli Stati Uniti un'autentica campagna d'opinione, che parla di una “nuova forma di schiavitù” in Francia.

Questa prima polemica va indubbiamente ricondotta alle difficili relazioni che legano, in questo periodo, americani e francesi. L'azione di de Gaulle, infatti, è interamente protesa ad inserire la Francia tra le grandi potenze vincitrici della guerra e il possesso di un forte numero di prigionieri tedeschi è assolutamente funzionale all'obiettivo del presidente del Gprf (Governo provvisorio della Repubblica francese). Inoltre de Gaulle cerca da Mosca un riconoscimento politico, che può ottenere soltanto allineandosi all'Urss sulla questione dei prigionieri di guerra (Cochet 1998, 122). La polemica franco-francese, invece, come indica lo stesso termine, è interna alla Francia e s'interroga sul comportamento d'adottare nei confronti dei prigionieri. Ci si deve vendicare oppure no su coloro che sono prigionieri? Che peso hanno le ferite inferte dai crimini nazisti? È giusto e legittimo applicare la legge del taglione, nel momento in cui le tracce delle estorsioni tedesche sono ancora fisicamente e culturalmente visibili in tutti i paesi dell'Europa precedentemente occupata? La sorte di questi prigionieri dipende dalla risposta che viene data a queste domande.

Gli inizi della cattività di guerra sono indubbiamente molto difficili per i prigionieri dell'Asse, che si trovano spesso, all'interno dei campi, in una posizione d'inferiorità numerica, e questo fa sì che essi siano particolarmente penalizzati. Ma il punto centrale della polemica deriva dalle condizioni materiali in cui si trovano i prigionieri tedeschi. Tra l'8 agosto e il primo ottobre 1945, le condizioni di vita dei Pga (Prigionieri di guerra dell'Asse) sono nella maggior parte dei casi molto precarie: le strutture che li ospitano sono completamente inadeguate, il cibo è altamente insufficiente, gli ospedali da campo inadatti a qualsiasi tipo di ricovero… ma soprattutto i prigionieri sono soggetti a maltrattamenti e brutalità di tutti i tipi 3.

Il trattamento dei prigionieri di guerra tedeschi, subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale, risente del sentimento di vendetta e di rivincita nazionali. La stampa associativa, in particolare quella che difende i deportati dell'“universo concentrazionario”, porta avanti una violenta campagna d'opinione verso quella che considera più una vacanza che una prigionia: “Un po' dappertutto, nelle città come nelle campagne, si possono vedere i signori della guerra camminare liberamente” 4.

Il bollettino degli antichi prigionieri di guerra della Marna, “Le Barbelé”, rincara la dose, scrivendo: “La stampa di tutti i giorni è farcita delle prodezze di questi criminali, che hanno stabilito delle misure troppo clementi all'interno di una prigionia imborghesita 5.

La polemica franco-francese, divisa tra sostenitori della “legge del taglione” e sostenitori del perdono, si stempera nell'arco di due anni. L'elemento “edificante” e risolutorio è rappresentato dall'impiego sistematico dei prigionieri nell'ambito della ricostruzione nazionale. Le condizioni di vita migliorano piano piano, anche se continuano ad esistere delle differenze a seconda dei lavori effettuati. Coloro che sono impiegati nel forestaggio, nell'industria o nei cantieri di stato, sono meno favoriti rispetto a coloro che lavorano al servizio degli agricoltori. In effetti, è possibile riscontrare nella Francia del 1945- 1947, a riguardo dei prigionieri di guerra tedeschi, una serie di condizioni, completamente differenti l'una dall'altra (Cochet 1998, 127).

Comunque la svolta nelle condizioni dei Pga è determinata dal fatto che il lavoro li ha, in qualche modo, “riabilitati”. Anche le relazioni con la popolazione francese migliorano. Il risentimento e l'astio cedono il passo alla tolleranza e all'accettazione. All'inizio del giugno 1947, la direzione dell'Informazione del servizio delle armate procede ad un'inchiesta presso seicento prigionieri di guerra rimpatriati in Germania. Alla domanda “Qual è l'atteggiamento dei Francesi nei vostri riguardi all'inizio della vostra prigionia e dopo un po' di tempo?”, le risposte si differenziano moltissimo tra il primo e il secondo periodo (Boutte, Briend, Gilles 1992, 176).

Atteggiamento

All'inizio

Dopo un certo periodo

ostile

60%

11%

indifferente

24,5%

27%

cordiale

15,5%

62%

Totale

100%

100%

 

I prigionieri tedeschi in mano americana

La situazione dei prigionieri tedeschi in mano statunitense si presenta fin dall'inizio più complessa, in quanto gli americani devono far fronte ad un afflusso di prigionieri che supera effettivamente le capacità stesse dell'esercito.

Per venire incontro a tale situazione, vengono create d'urgenza le definizioni di Disarmed enemy force (Def) e di Surrendered enemy personel (Sep) che dispensano rispettivamente Gran Bretagna e Stati Uniti dall'applicare totalmente – in particolare in termini di nutrimento – i criteri dei testi convenzionali del 1929.

Si tratta ovviamente di deviazioni semantiche in rapporto allo status di Prisoner of war (Pow) che, a differenza di Def e Sep, è protetto dalla Convenzione di Ginevra.

Cosa significano, concretamente e ufficialmente, le definizioni inventate ad hoc dagli anglo-aericani? Lo status di Dep (o Sep) comporta che le richieste d'informazione sul prigioniero da parte della famiglia non prevedano l'intermediazione del Cicr (Comitato internazionale della Croce rossa).

È proprio la creazione di questa nuova categoria a rappresentare il centro delle argomentazioni dello scrittore canadese James Bacque (1991), che accusa americani e francesi (ma non inglesi e canadesi) di essersi serviti di questa nuova classificazione, per affamare tra gli 800.000 e 1.000.000 di prigionieri.

Günter Bishof e Stephen Ambrose (1992) rispondono alle accuse di Bacque, analizzando l'insieme delle condizioni all'inizio della prigionia sotto l'autorità degli Stati Uniti. Secondo i due autori, gli americani avrebbero disposto di pochissimi mezzi in confronto al numero di prigionieri catturati e alle possibilità di rifornimento, ostacolate in quel periodo da un numero di difficoltà crescenti 6. Quindi lo status di Def , imposto ad Eisenhower dal “ Joint Chiefs of Staff”, sarebbe solamente una conseguenza e una risposta alla situazione d'emergenza, creatasi nel teatro europeo, alla fine della guerra. In tutto questo, quindi, non ci sarebbe una programmata volontà di sterminio. Il chiaro obiettivo di Bishof e Ambrose è discolpare il comandante in capo delle forze alleate dall'accusa di genocidio. Il fatto, tuttavia rimane: la risoluzione adottata dagli Alleati permette loro di abbassare il livello nutritivo e di sottrarsi, di fatto, alle norme imposte dalla Convenzione del 1929.

Anche se le motivazioni addotte dal biografo di Eisenhower sono credibili, rimane comunque un'“area grigia”: dove finisce il campo della reale impossibilità e dove inizia quello della volontà e della colpa? Gli americani non hanno potuto o non hanno voluto prendersi cura dei prigionieri?

Probabilmente hanno giocato entrambe le componenti.

Il numero dei prigionieri deceduti nei campi americani rimane ancor oggi un'incognita: Bacque sostiene che siano stati quasi un milione; Bishof e Ambrose riducono le cifre a soli 56.000 su cinque milioni. All'interno della Commissione Maschke (1962-1974), Kurt Böhm valuta che solo nei campi intorno al fiume Reno siano morti, su un totale di 557.000, tra i 3.053 e i 4.537 prigionieri. È importante, però, sottolineare che i campi di questa zona rappresentano solo una piccolissima parte di tutte le enclosures US. in Germania, Francia e Austria.

 

Conclusioni

La vicenda dei prigionieri tedeschi nel secondo dopoguerra, anche se affrontata da diverse angolazioni e prospettive, risulta ancora un campo d'indagine parzialmente esplorato.

James Bacque apre un caso destinato, per la gravità delle sue accuse, a rimanere aperto e a suscitare risposte e reazioni di segno a volte totalmente opposte.

In Other Losses è assente un valido metodo storico, che possa suffragare ed argomentare quanto sostenuto. C'è, in compenso, un chiaro intento polemico e propagandistico che non giova alle tesi dell'autore. La violenza e la faziosità delle sue affermazioni spesso inficiano i risultati, più o meno attendibili e più o meno dubbi della sua ricerca. La sua posizione esterna al mondo accademico determina un “isolamento in quarantena” delle sue tesi.

Nonostante tutto, però, l'opera di Bacque porta alla ribalta un problema da sempre dimenticato e superato; distrugge quella visione manichea del mondo ormai consolidata e mette fortemente in discussione il mito di “un'America buona e generosa”. L'impatto è fortissimo e le conseguenze sono chiaramente visibili nel successo di pubblico che l'opera riscuote.

Il lavoro di Ambrose e Bishof raccoglie i saggi di più autori ed è il frutto di un ciclo di conferenze che si tiene nel 1990 all'Università di New Orleans. Le tesi del canadese sono letteralmente “vivisezionate” e rigettate una ad una con argomenti del tutto opposti. La figura di Eisenhower è salvaguardata e altamente difesa all'interno di un'opera che scarta subito l'ipotesi della premeditazione e che si presenza, fin dall'inizio, come un'apologia del Generale.

La voce di François Cochet si pone su un piano di maggior equidistanza: l'analisi della situazione francese offre infatti un punto di vista che abbandona la polemica Bacque-Ambrose per esplorare attentamente colpe e responsabilità dei due eserciti. Stati Uniti e Francia, legati da accordi relativi alla cessione e al trasferimento dei prigionieri tedeschi, si trovano a dover gestire una situazione poco chiara, che è chiaramente sfuggita di mano alle rispettive autorità. I campi sulla riva sinistra del Reno sono i luoghi di permanenza temporanea, dove i prigionieri vivono alla giornata in attesa di nuovi trasferimenti e cessioni. Il disordine e la confusione danno vita spesso ad una situazione di forte degrado e degenerazione. Entrambe le potenze sono colpevoli di questo (più o meno) involontario abbandono.

La questione del “million missing” però dev'essere distinta dalla tragedia dei campi sul Reno: il milione scomparso, di cui parla Bacque, non è caduto nella zona d'occupazione occidentale.




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