N. 15 - Novembre 2007

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[Aut. Trib. Bologna n. 7163 del 3/10/2001]

ISSN 1720-190X






Saverio Battente

Il processo di nation building in Italia
Recenti interpretazioni storiografiche (1997-2007).


Il 1932 è noto per la celebrazione che il fascismo compie di se stesso, nel decennale della Marcia su Roma, ma fu anche l'anno in cui cadde i

Nel 1981 Rosario Romeo con ?Italia mille anni? sintetizzava ed inquadrava in modo penet rante la spinosa questione dell' identità nazionale italiana, ricollegandosi in modo originale ad un filone storiografico controverso e dibattuto, stimolandone la prosecuzione. Di recente, infatti, il tema del nation building, insieme con quello della costruzione dello Stato, sono tornati al centro del dibattito all ' interno della storiografia italiana. Come ha indicato A. Cardini, tuttavia, il problema storico dell ' arretratezza politica in Italia andava ricondotto più all ' assenza prima ed alla debolezza poi dello Stato, piuttosto che della nazione. Sulla scia delle indicazioni di Croce e Chabod, infatti, la questione della nazione italiana per essere pienamente inquadrata in tutta la sua complessità, non poteva non essere ricondotta al contesto internazionale, ferma restando la peculiarità del suo dispiegarsi. Una nazione secolare italiana, infatti, sebbene priva di una chiara coscienza politica di senso moderno, esisteva, al punto da trovare un proprio riconoscimento da parte della stessa letteratura straniera, prima o oltre che nazionale. Accanto ad un nazione italiana dotta ed aulica fatta della lingua di Dante, infatti, appannaggio di una ristretta élite intellettuale, esisteva un ' identità secolare, inconsapevolmente condivisa, ma diffusa, sebbene inquadrata in chiave localistica, retaggio di un mondo rurale di antico regime, la cui matrice italica, tuttavia, non sempre era pienamente percepita. Peraltro era una un fenomeno molto simile a quel contesto d base e di partenza in cui si era strutturata la trasformazione, tanto per fare un esempio, da contadini a francesi, descritta da E. Weber. Di nuovo, quindi, ad essere latente era il processo di state building che in Italia non aveva conosciuto l ' esperienza delle moderne monarchie assolutistiche, come suggerito da Bruilly, Tilly o Thiesse, oltre che dal Tenenti.

Sul tema della nazione e dell ' identità nazionale, infatti, come per quello dello stato, la storiografia di orientamento liberale ha enfatizzato la presenza di una embrionale nazione , tuttavia debole, e per questo legata a doppio filo per una sua realizzazione ad un ' idea di istituzioni che surrogassero con la loro autorità la frammentazione del tessuto sociale. Al contrario la storiografia di orientamento variamente marxista, cattolico, democratico e radicale, in estrema sintesi, ha puntato sulla quasi assenza di una vera aggregazione identitaria, da imputare agli errori di una classe dirigente troppo chiusa e conservatrice, incapace di aprire il sistema politico alle masse secondo i principi democratici e sociali. In ambedue i casi, quindi, come per i giudizi sul tema dello stato unitario, il problema sembra poter essere una eccessiva impostazione dicotomica e manichea, capace di trascurare la vera cifra del tema identirario in Italia, individuabile nel concetto di eterogeneità, come consapevolezza della complessità della storia italiana, a cui abbinare una maggiore flessibilità di analisi, scevra da condizionamenti ideologici e modelli ideali di riferimento.

Furono le armate napoleoniche ad accelerare l ' introduzione dei temi propri legati all ' idea di nazione, anche nella penisola italiana sullo sfondo delle nuove sfide della modernizzazione, come ha indicato P. Aimo. Il contesto italiano, comunque, pur essendo stato profondamente segnato dalla seconda rifeudalizzazione avviatasi dopo la crisi rinascimentale, non era rimasto del tutto estraneo ai fermenti riformatori del Settecento, come aveva precisato acutamente F. Venturi.

Il problema, semmai, era quello di capire verso quale modello teorico di riferimento il tema della nazione in Italia intendesse orientarsi. Da un lato, infatti, vi era una concezione di nazione centrata sulla comune condivisione di valori universali, per certi versi definibile alla francese, retaggio degli eventi del 1789, dall ' altro un sentimento di appartenenza di matrice etnica, particolaristico, più vicino all ' esempio germanico. Una sorta di dicotomia riconducibile, in modo schematico, alla tradizione illuministica e romantica.

A partire dall ' età liberale la classe dirigente nazionale avrebbe avuto, infatti, la responsabilità di aver condizionato il processo identitario privilegiando una lettura della nazione di parte, in chiave autoritaria ed etnica, lontana dai valori di civile convivenza usciti da uno dei filoni del 1789. In tal senso andava, infatti, il senso dell ' importante lavoro di Ragionieri sul centralismo, quale indiretto riconoscimento del fallimento di una immissione delle masse in seno alla nazione. Per Della Peruta la maggiore coesione di una élite come quella liberal conservatrice aveva imposto tale visione, a fronte delle divisioni inconcludenti della galassia democratica. Per Carocci, comunque, nel lungo periodo la classe dirigente stessa finì per mancare di coesione, non riuscendo a strutturare un vero nucleo omogeneo, quand ' anche conservatore, accomunato, altresì, dalla sola avversione per il pericolo delle sinistre. Per Tranfaglia, infatti, alla fine, come per lo stato, risultò dominante il modello di nazione alla tedesca, sebbene debole in Italia per una società disomogenea, specchio della sua classe dirigente.

Proprio in ragione della debolezza dell ' idea di nazione, quindi, secondo Croce e Chabod, solo dopo il 1861 aveva senso parlarne in Italia. Da cui il ruolo positivo svolto in chiave identitaria dalla classe dirigente liberale secondo Romeo, per ricollegare la storia italiana al trend europeo.

Al contrario, secondo Vivarelli, il problema identitario risentiva tanto della debolezza della società civile, quanto dell ' incapacità della sua classe dirigente di allargarne il consenso.

Secondo Rusconi, tale allargamento andava ricercato nella comune condivisione di alcuni valori fondanti, pur riconoscendo l ' esistenza di una tipicità originale italiana. Tra questi, essenziale finiva per essere il concetto di democrazia, secondo Sereni, vero dna dell ' identità italiana, rimasto tradito per lungo tempo. Viroli, del resto, ha sottolineato come tale difetto potesse essere riconducibile alla diversa accezione sottesa all ' idea di patriottismo e nazionalismo, connotata in chiave positiva la prima, e come degenerazione o esasperazione di questa la seconda.

Per certi versi, quindi, il tema della nazione si inseriva in un consolidato filone interpretativo che andava dal Risorgimento all ' Italia repubblicana, privilegiando una lettura dell ' identità nazionale in chiave democratica, sebbene spesso poi ambigua finisse per essere la concezione stessa di cosa fosse democratico. In tal senso la nazione italiana, finiva per essere equiparabile, sebbene con le proprie peculiarità, al modello genericamente definibile francese, o per lo meno era auspicabile che vi tendesse.

Diversamente l ' esistenza di una precisa matrice identitaria nazionale, pur priva di una connotazione politica particolare, rappresentava la vera molla del sentimento risorgimentale, secondo Galasso, per quanto difficile. Recuperando il pensiero di Omodeo, per tanto, il motto del D ' Azeglio, finiva per essere l ' indicatore proprio di una ?nazione difficile?, nel senso che se da un lato il ?fare gli italiani? sembrava alludere all ' assenza di una nazione preesistente, dall ' altro il riferimento all ' Italia come luogo geografico sintesi di una comune identità, non solo storica ma culturale e etnica, per quanto elitaria, legittimava l ' intero processo unitario. La debolezza della società, infatti, finiva per essere la causa del parziale fallimento della nazione e dello stato nel loro tentativo di radicarsi tra le masse. Sulla scia di Croce e Chabod, passando per Romeo, quindi, una sorta di enfasi nazionale, ai limiti del nazionalismo di una élite, andava intesa con una valenza positiva, capace di aver riconnesso l ' Italia all ' Europa. Su questo tema, del resto, si era soffermato anche Spadolini, riecheggiando gran parte della letteratura risorgimentale passante per Salvatorelli, Valeri e Maturi, solo per citarne alcuni punti fermi essenziali. Il tema nazionale, infatti, era stato uno delle molle alla base del Risorgimento, su cui si era innestato il pensiero liberale come suo possibile esegeta, ricollegando l ' Italia al trend continentale. Il fallimento, in tal senso, del liberalismo, quindi, a causa di quello che Romanelli ha definito un ?comando impossibile?, non doveva screditare il tema identitario nazionale. La degenerazione originale nazionalista, infatti, come imitazione del modello tedesco, secondo Gaeta e Perfetti, non rappresentava l ' essenza nazionale, ma più semplicemente il fallimento parziale di una classe dirigente. Riecheggiavano per certi versi le suggestioni dell ' Italia in cammino e del ?vario nazionalismo? del Volpe, al di là dell ' impianto interpretativo a cui il medioevista le aveva collegate. Secondo Banti, infatti, l ' idea di nazione risorgimentale finiva per avvicinare l ' Italia al resto del continente, sebbene con le proprie peculiarità. Una nazione italiana in tal senso fu un artificio retorico, a tal punto penetrante da finire per essere considerato verisimile. Attingendo dalle varie tradizioni identitarie preesistenti, vi era stato il tentativo di superare quel campanilismo individuato da Tobia, Soldani, Turi e Levra come base di partenza della nazione italiana, sintesi della dicotomia tra grande e piccola patria.

Non era, quindi solo la debolezza del tessuto sociale, né la miopia o l ' egoismo di una classe dirigente a portare la responsabilità per il difficile percorso dell ' idea di nazione in Italia: piuttosto si trattava di uno iato tra prassi e teoria invalso in seno al gruppo dirigente sullo sfondo della frammentazione della società. Come hanno a più riprese sottolineato Vivarelli e Cardini, infatti, in seno alla classe dirigente si creò una frattura tra la teoria liberale di riferimento a cui ci si intendeva richiamare e la prassi di governo, nei fatti a tratti illiberale, come sintomo della debolezza tanto della politica che della società. Da un punto di vista identitario ciò ebbe una rilevanza essenziale, spianando la strada ad una dicotomica contrapposizione tra il modello di nazione alla tedesca e quello alla francese, lasciando defilato il principio nazionale anglosassone a cui invece originariamente ci si doveva conformare in modo coerente secondo le scelte politiche. Questo non solo rese ancor più debole l ' identità nazionale, ma finì per rafforzare le subidentità politico ideologiche e sociali presenti nel paese, affiancatesi ai vari localismi campanilistici, ognuna con una sedicente pretesa di legittima esclusività quale esegeta di un ' idea di nazione non condivisa.

Proprio i limiti profondi delle diversità e della società nel suo insieme imposero, per non contraddire la presenza di una nazione italiana ed il suo relativo diritto all ' esistenza, di demandare la responsabilità per i suoi difetti oggettivi, alla gestione del periodo preunitario. Una nazione quindi inventata e sentita da una ristretta élite, ma possibile, come ha indicato Di Ciommo, sebbene con profonde diversità nel momento di coniugare il sentimento identitario di appartenenza in chiave politico ideologica ed istituzionale, per cui si diffuse la percezione che chi avesse vinto, avrebbe preso tutto. In tal senso, per tanto, andava inteso il clima di opposizione al sistema e la diffusione del concetto di rivoluzione, il cui peso fu sensibile, secondo Salvadori, nella storia dell ' identità italiana ed indirettamente dello stato unitario. Una opposizione al sistema piuttosto che interna a questo, da cui derivavano le profonde discontinuità di cambiamento passanti per drammatici momenti di rottura come i crolli di regime succeduti nella storia unitaria, collegati ad eventi internazionali. Sullo sfondo rimanevano sottese le tre principali sfide della modernizzazione: costruzione dello stato appunto, sviluppo economico e creazione di un moderno sistema politico. Per usare una metafora crociana, tra la poesia del risorgimento e la prosa post unitaria si preferì imputare il parziale fallimento della nascita di una comune identità aperta al popolo alla seconda, proprio per salvare la nazione.

Del resto, al contrario, la prosa del mondo doveva testimoniare hegelianamente il tentativo di superamento del frazionamento atomistico dell ' individuo in un tutto superiore, come antidoto per l ' individualismo, incluso quello classicista della poesia di Goethe. Era il riconoscimento di un dualismo in ambito letterario tra illuminismo e romanticismo tra universalismo e particolarismo, che una letteratura mondiale invano aveva cercato di comporre, spostato su di un piano politico, economico e sociale. Il ricorso alla prosa della politica in Italia, e la sua debolezza erano, quindi, al di là delle controversie filosofiche verso la cultura hegheliana da parte di Croce, indirettamente anche un chiaro segnale su quale tipo di identità nazionale si andasse ricercando e sul suo dispiegarsi.

In tale contesto si inserivano anche studi più specifici come quelli sui saperi delle borghesie ottocentesche di Schiera e Meriggi, da cui emergeva un doppio senso di legame tra quello identitario locale e quello nazionale; sui localismi di Rugge; sulle scienze nazionali di Gherardi e Gozzi o Cianferotti e Faucci; i lavori di Ruffilli, Ghisalberti ed Allegretti, in ambito costituzionalistico, tutti capaci di tracciare un indiretto contributo su quale fosse stata l ' identità degli italiani. Un indiretto contributo al senso di identità nazionale emergeva in modo netto anche dagli studi amministrativistici di Melis. Questi contributi si andavano ad aggiungere a quella mole di studi variamente attenta al tema politico istituzionale strutturatasi attraverso varie stagioni storiografiche, indirettamente capaci di avviare il dibattito sul tema nazionale, tra cui, oltre quelli già sopra citati, si potevano annoverare i lavori di Passerin d ' Entrves, Candeloro, Quazza, Galli, Aquarone, Pombeni, Maranini, solo per fare degli esempi.

Un importante contributo alla comprensione del tema identitario e della nazione in Italia, inoltre, era arrivato da una parte della storiografia straniera, ma italiana d ' adozione come i lavori di Lyttleton, Stuart Woolf, Corner o Mack Smith, solo per fare alcuni esempi, stanno a testimoniare. Sebbene con sensibili peculiarità, emergeva più o meno diretta l ' idea di ricondurre verso una comparazione con i modelli europei il caso italiano, tesa tra il riconoscimento di un suo specifico particolarismo e l ' enfasi per la relativa devianza da un modello generale di riferimento.

Di una ?non nazione?, infatti, si sarebbe trattato secondo Aliberti. Prendendo le distanza dalle ricostruzioni antropologiche fatte da Altan e Bidussa, sebbene con sensibili differenze, in cui il tema religioso e la ?parrocchia? finivano per uscire come il vero dna dell ' identità collettiva italica, Aliberti recuperava e ripartiva da Cantimori e dal suo ?sommario moralistico? come demarcazione dalle operazioni di ingegneria identitaria artificiose ed artificiali, volte a ricoprire la debolezza della nazione come portato della debolezza della politica e della società, sebbene non per questo negando il peso di esempi importanti di nation building in Italia.

Partendo dal binomio oblio memoria Isnenghi, ha definito la nazione italiana come un qualche cosa esistente prima dell ' unità, ma sopita, dormiente, obliata, per cui fu necessaria una operazione della memoria tramite cui inventare o recuperare un vissuto condiviso, sebbene talora diversamente interpretato. Anche Bertelli infatti ha insistito sui molti aspetti indice della contraddittorietà dell ' identità italiana, per altro, bene sintetizzati dalla controversa storia del tricolore, segnale della debolezza identitaria, sottesa dietro al frammentario messaggio legato alla bandiera, come precisato da Tarozzi e Vecchio: un ' Italia nazionalista che intendeva dare un segnale di coesione interna e di forza verso l ' esterno, propria delle età degli imperialismi. Non a caso proprio alla dimensione internazionale della categoria identitaria si sono richiamati Varsori e Romero nell ' impostare la questione.

Per Ridolfi, inoltre, in Italia ci sarebbe stato un ritardo nella formazione di una ?religione civile? sintesi e punto di contatto tra istituzioni e società e politica, come l ' analisi delle feste nazionali stava a testimoniare. Una sorta di liturgia della patria fragile, come specchio di un frammentario autostereotipo di sé, dovuto in gran parte allo iato tra aspirazione al progresso ed arretratezza ed alla competizione negativa tra Chiesa ed istituzioni. Peraltro tentata a più riprese, come ha precisato Porciani, a partire dalla festa per lo Statuto fino al recupero della festa della repubblica dei nostri giorni, ma incapace di radicarsi. Lo Stato finiva così per essere in gran parte percepito come un nemico, al di là della veste assunta, preferendogli un riflusso su base localistica, come ha sottolineato Schiavone.

In problema, comunque restava, al di là del non trascurabile dibattito intorno a quale modello fosse maggiormente simile al caso italiano, quello di capire se ad essere deficitario fosse risultato lo Stato incapace di strutturare e gestire una compiuta nazionalizzazione delle masse, o viceversa questo fosse da imputare all ' eccessiva ed endemica frammentarietà del tessuto sociale.

Il ventennio fascista aveva rappresentato uno snodo essenziale per la strutturazione dell ' identità nazionale. Il fascismo, infatti, aveva rappresentato il banco di prova dell ' ideologia nazionalista, dopo la grande guerra, per divenire da teoria di parte un pensiero forte totalizzante imposto con la forza dall ' alto, sintesi di modernità e conservazione. Utilizzando quella retorica su cui si erano cementati i localismi delle borghesie ottocentesche in chiave apolitica, come base di una rinnovata identità collettiva unitaria nazionale, adesso dotata di una precisa ed originale valenza ideologico politica, il fascismo era riuscito ad aggregare il consenso di una buona parte dei ceti medi borghesi, spostatisi come ha indicato Degl ' Innocenti su posizioni conservatrici quando non reazionarie dopo la guerra di Libia. Il tema del consenso non a caso aveva segnato un filone importante della storiografia sul fascismo, diviso, in sintesi estrema, tra coloro che ne hanno riconosciuto la validità spontanea, almeno fino allo scoppio della guerra, come R. De Felice, e coloro che lo hanno ritenuto invece estorto con la paura e la forza da subito, come Collotti o Flores. Allo stesso modo molto si è dibattuto sulla scelta di mettersi la camicia nera da parte della pubblica amministrazione, come sentita adesione ideologica ad un progetto o strumentale scelta di quieto vivere indotta come sintetizzato da Gentile e Melis. Sul consenso in generale e sul tema specifico dei funzionari di stato da parte del fascismo, forse, il tema distintivo andrebbe ricercato in una adesione materiale e di intenti da parte dei ceti medi sintetizzata dall ' ordine e della legalità e dalla promessa di un benessere sensibile. A questa andava aggiunto il precedente diffuso e variegato sentimento antiparlamentare come sinonimo di debolezza e apertura alle derive rivoluzionarie di quella parte di italiani orientati a sinistra portatori di una identità dissimile, che aveva caratterizzato l ' età giolittiana ed il relativo antigiolittismo descritto da Gentile. Non era tanto e solo una questione di coercizione o di adesione ideologica ma di condivisione di intenti, almeno per una parte importante dei ceti medi italiani. Il vero fallimento del fascismo, forse, stava proprio nel non aver saputo estendere tanto con la forza quanto con l ' ideologia o materialmente tale capacità di aggregare una parte dei ceti medi all ' intero corpo sociale. Di questo ha parlato anche Scoppola evidenziando la presenza di una grande zona grigia emersa dopo il 25 luglio, ma preesistente.

Il tema della borghesia, quindi, contribuiva alla comprensione della questione identitaria in Italia. Del resto Lanaro ne ha tracciato un profilo lucido e penetrante relativamente al suo ruolo di fronte alla modernità, a cavallo tra Otto e Novecento.

Il tema della nazione, comunque, sembrava uscito compromesso dal ventennio e dalla guerra per l ' utilizzo di parte fattene prima dai nazionalisti e poi dal fascismo: una sorta di nazione allo sbando per restare all ' immagine evocativa di Aga Rossi. Secondo Galli della Loggia, infatti, si poteva arrivare a parlare di morte della patria, come fine di una identità condivisa e faticosamente costruitasi nel tempo, per responsabilità di una parte delle forze resistenziali che avevano ridotto l ' idea di nazione a sinonimo di fascismo, senza porre alla base della carta costituzionale tanto il rifiuto dei totalitarismi di destra quanto di quelli di sinistra, spianando la strada all ' influenza negativa che in clima di guerra fredda avrebbe avuto in Italia l ' ideologia comunista. Era una battuta d ' arresto per un ' Italia che sebbene in modo incerto e debole aveva iniziato un suo percorso identitario, partendo dai suoi originali valori distintivi secolari. Lo stesso Gentile ha ritenuto che la responsabilità per la crisi dell ' idea di nazione, di quella grande Italia, era da imputare non solo al nazionalismo ed al fascismo, ma fosse retrodatabile in quel labirinto di identità nazionali che tra Otto e Novecento si erano scontrate nel tentativo radicala di imporsi reciprocamente. Secondo Neri Serneri, infatti, il fascismo non aveva innovato rispetto alla politica, ma aveva ripreso ed esasperato quelle innovazioni introdotte nei concetti di classe e nazione dai partiti politici di massa prima del 1922.

L ' idea di nazione sentì il peso del suo legame a doppio filo con il fascismo, per cui gran parte dei ceti borghesi finirono per abbandonare quei valori, trovando un naturale approdo all ' interno dell ' identità cattolica in chiave politica, come sicurezza di un recupero dei principi di ordine legalità e benessere, sebbene temperato. La responsabilità per una presunta morte della patria, quindi, andrebbe divisa tra chi finì per ostracizzare il concetto stesso di nazione e chi non ebbe la forza di difenderlo civilmente.

Romero, al contrario, ha ritenuto che la debole Italia fosse stata il prodotto non del post 8 settembre, ma precedente della cultura nazionalista capace di monopolizzare in chiave ottocentesca l ' idea di nazione. Tuttavia Lepre ha ricordato come vi fosse il rischio, pur partendo dalla negazione del mito di ?italiani brava gente?, sulla scia dei lavori, ad esempio, di Labanca, Focardi o Del Boca, di un rovesciamento dell ' assunto di Galli della Loggia: la responsabilità di una parte delle forze politiche e sociali per la morte della patria, non doveva divenire essa stessa una sorta di ghettizzazione di tali correnti per quel motivo. Se da un lato le forze della politica di matrice resistenziale avevano espunto dalla storia nazionale con il fascismo i concetti di nazione e di borghesia facendone dei sinonimi, allo stesso tempo una parte di responsabilità, oltre alla strumentalizzazione più o meno cosciente fattane e subita dal fascismo, andava, come detto, proprio a quei ceti borghesi incapaci di far sopravvivere i loro valori fondanti identitari, epurati dall ' ideologia della camicia nera. In altre parole mentre fu possibile una continuità ed una osmosi tecnica per istituzioni, codici e personale che continuò ad orientare l ' Italia repubblicana, una volte epuratene i tratti autoritari, lo stresso non avvenne per l ' idea di nazione. Mentre le scienze nazionali finirono per essere la spina dorsale del processo unitario, lo stesso non avvenne per la nazione, condannando lo stato ad essere debole, spia allo stesso tempo delle cause di questa debolezza. Inoltre, le forze partigiane seguirono e non innovarono dal punto di vista del metodo di espellere gli avversari trasformati in nemici dalla storia nazionale, fatto proprio dal fascismo. Ciò in generale rimandava al tema latente e strisciante della guerra civile all ' interno della storia d ' Italia, come indiretto punto di visuale per il tema dell ' identità.

Peraltro il tema del nemico all ' interno della storia d ' Italia, non solo riferito all ' ultimo periodo repubblicano aveva una sua strutturazione radicata e sensibile come ha precisato Ventrone. L ' ossessione per il nemico, infatti, sembrava, paradossalmente finire per essere la vera costante del percorso unitario, al di là delle sensibili differenze tra i vari momenti storici, al punto di arrivare ad una sorta di omologazione delle reciproche strategie ed atteggiamenti di radicalizzazione e chiusura verso l ' altro, inteso appunto come nemico delle varie sub identità collettive interne alla storia d ' Italia. Tra clericalismo e anticlericalismo, ad esempio, fascismo e antifascismo, comunismo ed anticomunismo fino all ' antiberlusconismo, tanto per citare alcune delle contrapposizioni dicotomiche interne alla processo unitario, quindi, l ' unico tratto comune, se non l ' unico, almeno il più evidente, sarebbe, appunto per paradosso l ' ossessione e l ' avversione per il nemico interno ed esterno con tutte quelle che ne consegue in chiave identitaria. Una serie di sub identità, quindi, in lotta tra loro, auto rappresentatesi come esclusive ed escludenti, capaci di caratterizzare l ' identità collettiva degli italiani attraverso una serie di guerre civili succedutesi, combattute fisicamente o solo ideologiche. Il tema della guerra civile, infatti, affrontato con estrema precisione da Pavone, ha aperto una serie di riflessioni ulteriori su tale categoria all ' interno della storia unitaria, partendo dal brigantaggio passando per la crisi di fine secolo ed il biennio rosso fino alla resistenza. Indirettamente era il riconoscimento dell ' esistenza non di una ma di plurime identità collettive, ognuna con una precisa idea di nazione di fondo, quando non addirittura universalistica ed internazionale, affiancate al perdurare di realtà localistiche. Un intreccio complesso quindi non definibile in modo sintetico se non a rischio di semplificazione, come detto da Neri Serneri. Del resto il peso delle reciproche ideologie era stato indicato anche da R. De Felice come uno dei maggiori indicatori di una rilettura pubblica della storia di parte, dove di fronte ad una insoddisfacente rilettura oggettiva del passato ci si condannava ad un futuro di divisioni. Peraltro, l ' interpretazione defeliciana sulla scelta patriottica di creare la RSI da parte di Mussolini per salvare l ' Italia dalle ire di Hitler, aveva finito per suscitare numerose obbiezioni e perplessità, sintetizzate da Tranfaglia.

La resistenza stessa, come mito fondante della repubblica, aveva subito un processo di revisione, a partire, secondo Focardi, dall ' era Craxi, da cui sarebbe poi uscita tanto la negazione dell ' Italia nazionalista del fascismo quanto quella ideologica della resistenza a vantaggio del tentativo di ricreare un mito nazionale di matrice ottocentesca classico. In tal senso De Luna ha invece ritenuto che sebbene vi fossero stati limiti sul piano politico per le forze resistenziali, lo stesso non si potesse dire sul piano culturale e dei valori. Il consumismo, invece, secondo Ginsburg, aveva finito per porre una nuova pietra sulla nascita di una moderna e sviluppata identità civica collettiva, facendo, al contrario, sopravvivere, adattandovelo, il vecchio familismo rurale. Il consumismo, con tutti i suoi limiti, invece, aveva avuto un ruolo meno devastante per Bodei, ai fini della crescita del paese da un punto di vista materiale e morale.

Il tema della repubblica, comunque, ha offerto attraverso una lettura variegata di quelle vicende una indiretta chiave di lettura sul tema dell ' identità nazionale. In tal senso emblematici sono stati i lavori di Barbagallo, Ballini, Mammarella e Colarizi, oltre a quelli già citati di Lanaro, Lepre e Scoppola.

Un ' analisi attenta e precisa, non frutto del momento, sull ' idea di nazione è emersa dall ' intero percorso di ricerca di F. De Felice, con particolare attenzione proprio alle vicende che segnarono il passaggio dal fascismo alla repubblica ed al suo relativo divenire storico. Per comprendere l ' oggettiva debolezza della nazione italiana sin dalle sue origini rapportato al contesto del secondo dopo guerra, infatti, secondo F. De Felice, era necessario ricollegare le vicende nazionali al piano internazionale, caratterizzato, sinteticamente, dalla guerra fredda, dal processo di integrazione europea, come formazione di una macro area di libero scambio internazionale e dalle politiche sociali di Welfare (su cui si vedano i lavori, ad esempio, di Silei e Conti). Solo così, a suo parere, era possibile una rilettura meditata di ciò che fu il ruolo della resistenza, dell ' antifascismo, del partito comunista, del blocco di governo, in termini anche di continuità rottura, nelle vicende italiane in relazione al tema identitario della nazione. Questo non solo in sede di analisi storiografica ma, parafrasando Marc Bloch, come punto di partenza per un esame attento del contemporaneo. L ' identità collettiva italiana, infatti, andrebbe riletta anche come identità culturale in ambito economico, restituendo centralità ed importanza ad un fenomeno spesso trascurato o analizzato a margine della politica, essenziale, invece, per recuperare una completa visione storica, etica e politica appunto, come sintesi di una visione d ' insieme culturale del tema identitario. In tale direzione si sono mossi, appunto, i lavori di Cardini, come detto, De Cecco, Migone, Barbagallo oltre allo stesso F. De Felice.

Del resto anche il tema della storia economica ha lasciato emergere indizi interessanti sul tema dell ' identità italiana in relazione alla modernizzazione del paese, come i lavori solo per citarne alcuni, di Castronovo, Zamagni, Petri e Spagnolo stanno a testimoniare. In particolare il tema della cultura economica, divisa tra adesione al libero mercato e ruolo dello stato in tutte le sue possibili accezioni, indicava indirettamente per tutto il percorso unitario un ' indiretta cartina di tornasole sulla natura e lo sviluppo dell ' identità nazionale italiana, come i lavori di Cardini, appunto, Faucci o Barucci solo per fare alcuni esempi, hanno testimoniato.

Di recente, infatti, oltre all ' identità nazionale si è iniziato anche a studiare le sub culture identitarie che nell ' alveo della nazione si erano strutturate, pur non necessariamente ricollegabili all ' idea di nazione. In tal senso lo studio sull ' influenza della figura di Stalin sui socialisti e sui comunisti italiani di Degl ' Innocenti è esemplare. La repubblica, quindi, aveva affiancato lo studio dell ' identità nazionale con quello delle identità collettive di parte, riconducibili alle esperienze dei grandi partiti di massa. Indicativi, inoltre, sono stati gli studi sulla cultura cattolica di Scoppola, Giovagnoli, o De Rosa, da cui è emersa la centralità dei valori religiosi e morali come dna sotto traccia degli italiani. Il cattolicesimo, infatti, come ha evidenziato Mozzarelli ha finito per essere tanto ?vittima? quanto causa della debole identità italiana. Una identità elitaria sorta sulla riduzionistica ed artificiale dicotomia tra decadenza del passato, retaggio della responsabilità della cultura cattolica, e risorgimento come apertura all ' idea di progresso illuministico. Per Mozzarelli, quindi, una sorta di identità senza popolo, nel cui pantheon figuravano senza soluzione di continuità, pur con le necessarie peculiarità distintive. Al contrario il ruolo della Chiesa, legato alla classicità come valori, avrebbe avuto un peso sensibile nella formazione di una moderna identità nazionale, per paradosso, come starebbe a testimoniare l ' esempio di altri casi europei. Secondo Formigoni, infatti, specialmente a partire dal secondo dopoguerra, la cultura cattolica avrebbe finito per essere un collante identitario, sfumando e mediando tra la sua vocazione universale e quella nazionale.

Parimenti gli studi sul socialismo e il comunismo hanno evidenziato la presenza di una seconda Italia sensibilmente diversa da un punto di vista identitario. In tal senso sulla scia degli ormai classici lavori di Spriano sul Pci e di Degl ' Inocenti, Sabbatucci e Vidotto sul Psi, si sono inseriti gli studi di Macrì, Arfè, oltre a quelli di Mattera, Favilli e Ragusa sui linguaggi della politica e sul ruolo degli intellettuali. Rimaneva da tracciare, infine, la natura dell ' identità di una cultura di destra nel suo molteplice manifestarsi, delineata, tra gli altri, da Craveri, Chiarini e Ignazi.

L ' Italia del miracolo economico finì per introdurre un nuovo modello identitario, non necessariamente inizialmente nazionale, riappropriatosi solo di di recente delle istanze nazionali, come quello della società dei consumi di massa e dell ' american way of life. La televisione che aveva completato in parte la costruzione di una identità condivisa, sebbene non necessariamente accompagnata dalla nascita di una nazione, segnò il decollo anche dell ' Italia del benessere e del consumismo. Su questo si sono soffermati gli studi di Crainz, Vidotto, Lepre e Cardini, aprendo nuovi scenari per il tema di studi delle identità collettive e nazionali in Italia. In definitiva la genesi di una nuova società dei consumi di massa, vicina al modello americano, alla fine essa stessa nuova identità collettiva nazionale, sebbene in modo del tutto diverso rispetto.

Particolarmente interessante, infine, il tema identitario lo era se paragonato alle culture delle comunità italiane all ' estero, come hanno messo in luce gli studi di Franzina, tra gli altri, da cui emergeva l ' esistenza di un sentimento di appartenenza delineato, se tratteggiato in paragone con le altre nazioni, ma forte anche se paragonato in chiave campanilistica sul piano nazionale, comunque lontano dall ' identità successiva agli anni del miracolo.

Modernizzazione ed emigrazione. comunque, avevano finito per enfatizzare in modo nuovo una vecchia spaccatura sociale ed identitaria come quella tra nord e sud del paese, come gli studi di Petraccone o Cafagna, inserendosi su di una consolidata letteratura testimoniavano.

I nodi di questa grande difficoltà identitaria erano evidenti anche se raffrontati con il senso ed il percorso dell ' integrazione europea.

Di fronte alle nuove sfide della nascita di una nuova identità continentale come quella europea, della presenza di un modello omologatore transnazionale come la globalizzazione, dell ' accendersi di un possibile scontro tra civiltà, della genesi al contrario di una società multietnica e multiraziale, accanto al perdurare della sopravvivenza di profonde divisioni in chiave localistica ed ideologica, che sembrano investire non solo il panorama internazionale, come suggerito da Varsori e Romero, ma la società italiana stessa, il tema dell ' identità italiana sembra continuare a rivestire una valenza essenziale per comprendere il passato, aiutando indirettamente a dipanare i veli del presente e del futuro.

Priva di una forte identità collettiva condivisa, l ' Italia ha bisogno a maggior ragione di trovare in ambito scientifico una oggettiva condivisone di un dibattito interpretativo, come agorà di un confronto storiografico sereno ed aperto, come indiretto punto di partenza, attraverso il recupero di una memoria comune di una sentita identità di aggregazione sociale.

Di nuovo, forse, la cifra distintiva da cui ripartire sembra essere il concetto di frammentarietà e particolarismo, non necessariamente come limite ma anche come risorsa.






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Autore Battente Saverio
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