N. 15 - Novembre 2007

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[Aut. Trib. Bologna n. 7163 del 3/10/2001]

ISSN 1720-190X






Tito Menzani

Costrizioni istituzionali e vocazioni imprenditoriali. Per uno studio sul movimento cooperativo nel periodo fascista


 

Le ricerche sulle cooperative: un rinnovato interesse

La cooperazione è un oggetto di studio che presenta una straordinaria sovrapposizione di piani; è, all'unisono, movimento ed impresa; valore universale e radicamento locale; politica ed economia; impegno sociale e cultura di gestione; tradizione socialista, cattolica, repubblicana e liberale; agricoltura, manifattura, commercio, servizi, credito. Nel panorama europeo, l'Italia può dirsi uno dei paesi che più ha contribuito allo sviluppo di questa forma d'impresa, e ancora oggi il nostro è un movimento cooperativo organizzato, vivace, e forte di diverse aziende di prim'ordine nei rispettivi comparti.

Date queste premesse, è naturale che esista un'ampia messe di studi e ricerche sulla cooperazione, che abbracciano i più disparati ambiti, dalla storia alla sociologia, dall'economia aziendale alla giurisprudenza, dalle scienze politologiche alla geografia economica. Dalla seconda metà dell'Ottocento ? gli albori della cooperazione italiana ? fino ai giorni nostri, una lunga serie di studiosi di diversa formazione si è confrontata con un oggetto di studio stimolante e mutevole, che sollecita approcci interdisciplinari. Le scienze storiche, per la loro inclinazione a servirsi di concetti e modelli presi a prestito da altre discipline, hanno avuto un ruolo importante, se non addirittura fondamentale, nello sviluppare ed organizzare un ricco filone di ricerca sulla cooperazione. Fino a tutti gli anni settanta, però, la percezione della cooperativa quale articolazione periferica di una struttura partitica o, in senso più sfumato, quale elemento riconducibile a determinate subculture o ideologie, ha indirizzato la storiografia verso l'approfondimento degli aspetti politico-istituzionali (Dal Pane 1966; Fabbri 1976; Degl'Innocenti 1977; Zangheri, Galasso, Castronovo 1987) .

Negli anni ottanta, il graduale tramonto di questo paradigma, e il pieno riconoscimento della cooperativa come organizzazione imprenditoriale, ha consentito la maturazione di un filone di ricerche di storia economica sempre più consistente ed articolato, che di recente si è imposto a livello storiografico come l'approccio mainstream alla cooperazione (Sapelli 1981; Fornasari, Zamagni 1987; Zamagni, Felice 2006). Questo avvicendamento ha consentito di rinvigorire l'interesse accademico per il movimento autogestito, e soprattutto ha permesso di aggiornare e rivedere molte considerazioni e interpretazioni che la storiografia degli anni sessanta e settanta aveva elaborato a partire da presupposti ideologici, più che da un confronto con le fonti aziendali; varie vicende ? sulla cooperazione delle origini, come su quella del secondo dopoguerra ? sono state rilette in una prospettiva differente, con significative correzioni di tiro nei giudizi e nelle chiavi interpretative (Granata 2002; Ianes 2003; Zamagni, Battilani, Casali 2004; Meriggi 2005; Menzani 2007).

Fascismo e cooperazione

Anche la storia della cooperazione fra le due guerre mondiali è stata oggetto di un rinnovato interesse, teso ad approfondire ed ampliare le conoscenze e ripensare alcune formulazioni. Si tratta di una fase particolarmente delicata per le cooperative, dato che l'avvento e l'istituzionalizzazione del fascismo produssero un reale e forte turbamento in un movimento legato a filo doppio a culture politiche antifasciste, quali il socialismo, il cattolicesimo sociale, il repubblicanesimo.

La storiografia successiva alla Liberazione, strutturata in vari orientamenti culturali e metodologici, ma in stragrande maggioranza affine ai valori della Resistenza, ha prodotto una serie di interessanti studi sul movimento cooperativo in età fascista; in particolare, sono state sottolineate le vicende delle origini, e quindi dello squadrismo e dello snaturamento autoritario delle cooperative (Franceschelli 1949; Bolognesi, Cottignoli, Zucchini 1977; Caroleo 1986; Tromboni 2005), mentre si sono lasciati più sullo sfondo i momenti successivi, quando il regime governò un riorientamento dei sodalizi (Sapelli 1976). Influenzata da questo squilibrio tematico, la storiografia ha esteso i caratteri distruttivi e violenti del primo fascismo ? venati di forti accenni anticooperativi ? a tutti gli anni venti e trenta, e ha giudicato l'intero periodo fra le due guerre una ?battuta d'arresto? per il movimento (Basevi 1953). Tuttavia, pur se si riconosce che dal punto di vista socio-culturale e di partecipazione democratica dei soci si ebbe un sostanziale ripiegamento ? al di là degli sforzi del regime per creare un nuovo spirito cooperativo deideologizzato ?, altrettanto non si può dire per gli aspetti di carattere economico. Infatti, come emerge da alcune ricerche, gli anni venti e trenta rappresentarono comunque un periodo di crescita per la cooperazione, e soprattutto di acquisizione di know-how ? in termini di strategie imprenditoriali, tecnologie ed esperienze sul campo ?, che si sarebbe poi rivelato decisivo nel secondo dopoguerra (Boccolari, Ferretti 1987; Degl'Innocenti, Pombeni, Roveri 1988; Degl'Innocenti 1995; Bolognesi, Cottignoli 2004).

Su questi aspetti, appunto, la storiografia si è messa al lavoro relativamente da poco, insoddisfatta dai limiti degli studi precedenti, che a volte generalizzavano considerazioni valide per il solo ?biennio nero? (1921-22), senza affrontare con pari meticolosità le fasi successive, per le quali si tratteggiavano solo pochi case studies ; in ultimo, poi, era frequente che si mescolasse l'incidenza sul movimento delle politiche del fascismo, con i gravi danni causati dalla guerra, ricondotti al ?regime che aveva provocato il conflitto? (Franceschelli 1949); e in diversi studi, si sono proposti confronti statistici fra il movimento cooperativo del primo dopoguerra, e quello immediatamente antecedente alla Liberazione, per dimostrare che il fascismo aveva determinato una ?compressione? della cooperazione (Arbizzani, Bentini, Mazzoli 1966); quando, invece, è più preciso affermare che le ultime fasi della seconda guerra mondiale produssero un riflusso del movimento, e delle imprese in genere, mentre per avere un quadro più attendibile della cooperazione in età fascista, bisognerebbe confrontare i dati statistici del primo dopoguerra con quelli della fine degli anni trenta.

L'Ente nazionale fascista della cooperazione

In ambito storiografico, dunque, si avverte sempre più nettamente il bisogno di ritornare a studiare la cooperazione durante il fascismo; e in particolare, si intravede un'interessante chiave di lettura nel controverso intreccio fra i suoi rapporti istituzionali e le sue aspirazioni imprenditoriali. Si tratta di analizzare come le centrali cooperative dei primi decenni del Novecento ? di matrice socialista, cattolica e repubblicana ? divise dalla rivalità ideologica, siano state sconfitte e dimesse dal fascismo, e come, contemporaneamente, le neonate organizzazioni combattentistiche e nazionaliste, abbiano contribuito a veicolare il movimento verso l'Ente nazionale fascista della cooperazione (Enfc). Quest'ultimo, nato nel 1926, rappresenta l'organizzazione apparentemente monolitica e totalitaria che gestì la cooperazione italiana fino alla caduta del fascismo, in una breve ma significativa fase di incisive trasformazioni legislative e culturali. Infatti, molte delle cooperative prefasciste continuarono a vivere dopo l'avvento del regime, ma con nuovi amministratori o in una differente cornice istituzionale, e dunque con un rapporto modificato con il mercato (Cavazzoli, Salvadori 1984; Landi 1998; Leonardi 2005).

Essenzialmente, emerge come il fascismo abbia lasciato una propria impronta importante nel movimento cooperativo, che probabilmente non è sufficiente ad attribuire all'Enfc una patente di modernità, ma che sicuramente ha inciso sulla crescita complessiva della cooperazione italiana e che sembra sconfessare i giudizi radicali della storiografia degli anni settanta ed ottanta.

A livello teorico, pur se il dibattito intellettuale sulla cooperazione era portato avanti da studiosi del calibro di Ulisse Gobbi (1932) o Leone Bolaffio (1926 e 1928), il fascismo non riuscì mai a superare l'ossimoro che fin dalle origini aveva paralizzato ogni tentativo di approfondire il tema dell'autogestione: come potevano le cooperative essere all'unisono organismi democratici e attori socio-economici di un regime totalitario? Su questi aspetti, i principali esponenti della cooperazione fascista ? fra i quali possiamo ricordare Rosario Labadessa (1928, 1933, 1934 e 1941), Carlo Bazzi (1922) e Bruno Biagi (1930) ? avevano elaborato vari bizantinismi, a giustificazione di certe svolte o impostazioni autoritarie che rinnegavano apertamente i principi fondanti del cooperativismo.

Accostatomi al movimento cooperativo nel dopo guerra ? scriveva Arnaldo Galliani sull' Almanacco del cooperatore (Aa.Vv., 1932) ? per organizzare le prime Cooperative tra i reduci, il movimento Cooperativo fascista rappresenta per me la continuazione ideale della grande famiglia combattentistica che visse per quattro anni in un sol palpito la grande tragedia e costruì la Vittoria. Infatti , i nostri organismi cooperativi, siano essi di consumo, di produzione o di lavoro, tendono a ricostruire, nella piena fraternità degli spiriti, i quadri di quella grande famiglia grigio-verde.

Sorprende, al di là della retorica, come le organizzazioni combattentistiche prima, e le articolazione dell'Enfc poi, avessero potuto radicalmente capovolgere il significato democratico e partecipativo della cooperazione, per ricondurlo ad una sterile gerarchia, che, oltretutto, non rendeva ragione delle differenze fra società cooperativa e di capitali:

Ci si ritrova ? continuava Galliani ? nella stessa disciplinata inquadratura dei vecchi reparti di guerra. Il soldato è oggi l'operaio, il caporale di ieri è il caporale di oggi, il sottufficiale è l'assistente o il presidente della cooperativa. Tutto si ripete con lo stesso ritmo, con le medesime gerarchie [...]; ecco perché chi ha fatto la guerra, specialmente in fanteria, ha trovato nella cooperazione la continuazione ideale di quell'esercito grigio-verde che nelle trincee ha macerato le ossa.

A livello concreto, invece, i risultati furono parzialmente più incoraggianti, a seguito degli sforzi per dotare i sodalizi di un'amministrazione pratica ed efficiente. Fra i principali indirizzi, ci fu il sostegno delle vocazioni imprenditoriali della cooperazione, in antitesi alle visioni di ?organizzazioni per il lavoro? o ?di resistenza? che avevano caratterizzato la fase prefascista (Scheggi 1929; Caso 1929). Anche se, a livello periferico, queste indicazioni vennero a volte disattese, e diverse cooperative si limitarono ad essere strumenti assistenziali o comunque poco dinamici, in molti altri casi, l'immissione di tecnici, l'acquisizione di know-how e la mentalità imprenditoriale produssero significative crescite e consolidamenti. La Cmc di Ravenna, la Sacmi di Imola, o l'Aster Coop di Udine sono solamente alcuni degli esempi che si possono fare (Montanari 1986; Virginio 1998; Casadio 2001).

Una possibile comparazione

Grazie alla raccolta e alla elaborazione di un elevato numero di dati quantitativi, per quasi tutti i settori economici siamo in grado di proporre un confronto ? con tutte le cautele del caso ? fra la cooperazione del primo dopoguerra, e dunque pre-fascista, e quella dei tardi anni trenta, così da mostrare l'entità di una crescita generale, che a questo punto può dirsi assodata. Pur se con diverse eccezioni settoriali e regionali, il movimento cooperativo italiano ebbe un timido ma importante sviluppo negli anni venti e trenta, che mostrava anche dei tratti particolarmente originali là dove i cooperatori fascisti o filofascisti non avevano dovuto troppo confrontarsi con un contesto economico-istituzionale dominato da attori anch'essi fascisti, ma di calibro ben superiore. In particolare, in varie province italiane, le lobbies dei commercianti e degli agrari avevano tarpato le ali alle cooperative di consumo e a quelle bracciantili, che, pur se fascistizzate, non erano state in grado di raggiungere alcuno sviluppo significativo, per il rischio di danneggiare gli interessi corporativi dei privati (Apih 1976; Nejrotti 1996; Bolognesi Cottignoli 2004).

Invece, là dove il mercato era più aperto e il contesto sociale ed istituzionale meno cristallizzato, il movimento cooperativo fu in grado di proporsi come un interlocutore importante, di ?fare impresa? e di aggregare ampi settori della società civile. Non sorprende che il principale esempio ci sia fornito dal caso delle colonie italiane in Africa, dove la costruzione di una nuova identità, di un nuovo apparato statale e di una nuova economia si basarono fortemente sull'utilizzo delle imprese cooperative (Bandini 1936). È questo uno degli esiti più originali della ricerca in corso, che rivela come la doppia anima del fascismo ? conservatrice e movimentista ? offrisse opportunità molto differenti all'istanza cooperativa, a seconda del prevalere dell'una o dell'altra matrice.

Da un lato, quindi, vari esponenti del fascismo ?ribellista? e ?anticonformista? vedevano le cooperative come organizzazioni preziose, che in una cornice nazionalista e con una base sociale convinta e motivata potevano incarnare lo spirito più populista del regime, in un ideale trionfo della retorica del cameratismo. Dall'altro lato, il fascismo tradizionalista e cosiddetto ?borghese? continuava a percepire le imprese cooperative come dei soggetti potenzialmente pericolosi, soprattutto perché potevano ledere gli interessi economici di vari imprenditori, e cercava di confinare i sodalizi ad un ruolo propagandistico o assistenziale. Queste riserve e le ingenuità teoriche dei fautori della cooperazione fascista furono il principale freno ad uno sviluppo del movimento fra le due guerre che ? cifre alla mano ? può dirsi significativo, seppur appaia abbastanza inferiore ai paralleli progressi delle imprese private.

Per queste ragioni, quindi, non si ha solamente l'esigenza di giungere ad una sintesi sulla cooperazione italiana negli anni del ventennio, ma anche di avere un confronto internazionale con altri paesi europei, per capire se si ritrovano differenze o analogie, simmetrie o gap, identità comuni o settarismi. Si tratta, naturalmente, di un progetto ambizioso che sconta alcune difficoltà di fondo, in primis il fatto che la storiografia sugli altri movimenti cooperativi europei è stata solo in parte utilizzata dagli studiosi italiani (Fornasari, Zamagni 1987; Degl'Innocenti 1986 e 1988), e che dunque è indispensabile un robusto lavoro di recupero della letteratura esistente, a partire, ad esempio, da quella anglosassone, che appare la meglio consolidata, se non altro perché l'Inghilterra è la patria dell'impresa cooperativa (Gurney 1996; Birchall 1996; Shaffer 1999).

Un confronto internazionale, su base qualitativa ma soprattutto quantitativa, si rende assolutamente necessario per evitare le pastoie di una ricerca autoreferenziale, in cui l'ambizione di rivedere e riformulare alcuni giudizi rischia di risolversi in un dibattito sulle sfumature lessicali. L'approccio comparativo, invece, consente un margine di manovra indubbiamente superiore, e soprattutto offre l'opportunità di incasellare il caso italiano in un contesto allargato, con la possibilità di confronti, riferimenti e distinguo.

D'altronde, ostinarsi a proseguire nel filone di studi localistici, per occuparsi, di volta in volta, della cooperativa edile di Fidenza, della cassa rurale di Merano, del caseificio sociale di Gemona del Friuli, sembra un mero esercizio fine a sé stesso. È vero che anche queste ricerche possono essere sviluppate in senso ampio, con un approccio attento ai dibattiti in corso e con l'obiettivo di darvi un apporto, ma è anche bene che il panorama storiografico si giovi di contributi che ? al di là degli impliciti intenti di sintesi ? cerchino un collegamento ed un confronto internazionale.

Uno sguardo alle fonti

Una ricerca di questo genere, sostanzialmente imperniata sul ruolo istituzionale dell'Enfc e delle sue articolazioni periferiche, deve necessariamente costruirsi a partire dai materiali prodotti da questo organismo o ad esso relativi. Una buona parte del vecchio archivio dell'Enfc è custodito presso la sede del Centro italiano di documentazione sulla cooperazione e l'economia sociale, con sede a Bologna. La documentazione è costituita dalla letteratura ad uso interno ? bollettini, almanacchi, fogli informativi ?, o più in generale dalla cosiddetta letteratura grigia ? atti di convegni, riviste tecniche, periodici miscellanei ?, nonché da un ristretto corpus di interessanti fonti eterogenee, come alcuni verbali di riunione, la corrispondenza, le circolari interne.

La stragrande maggioranza di questo materiale è inedito, e dunque decisamente rilevante ai fini della ricerca, soprattutto perché ci consente di ampliare le conoscenze facendo luce su aspetti particolarmente ambigui del controllo istituzionale sul movimento cooperativo. Inoltre, si è potuto avere accesso a delle serie statistiche interne che appaiono indispensabili per corredare la ricerca di una solida base quantitativa, e per aprire il confronto con altri paesi europei. Altro materiale utile è custodito a Roma, presso l'Archivio centrale dello Stato, all'interno della ricchissima documentazione relativa al partito fascista e alle organizzazioni ad esso collegato.

Sulla cooperazione europea, ed anglosassone in particolare, è possibile raccogliere fonti di prima mano in alcuni importanti centri di ricerca specifici. In particolare, si segnala il National co-operative archive di Manchester, nato nel primo Novecento come archivio del movimento cooperativo britannico, e poi successivamente sviluppatosi come centro di ricerche sulla cooperazione mondiale. Oggi è tra le principali istituzioni europee che si occupano di storia del movimento cooperativo, e sicuramente è la più vecchia tra quelle ancora esistenti.






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Abstract
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Autore Menzani Tito
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Fonti
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