N. 15 - Novembre 2007


ISSN 1720-190X






Fiorenza Tarozzi

Parole e immagini dalla Grande guerra


 

 

Parole di guerra

Guerra! – : una voce d'abisso urlò.
E la parola divina e tremenda
passò rossa e devastatrice sopra il mondo
celere come una fiamma
che in un attimo solo
brucia e divora una bandiera;
lo sconvolse da cima a fondo
come un colpo di vento
in un momento
solleva il mar furiosamente
con tutte le sue fecce e le sue schiume.
                            (Govoni 1915)

 

Così, uno dei meno virulenti intellettuali italiani sostenitori dell'interventismo celebrava l'ingresso dell'Italia nella tragedia del primo conflitto mondiale. Una guerra che al suo esplodere era stata salutata entusiasticamente da parte di tutti i paesi belligerante: giovani volontari erano accorsi alle armi ed erano partiti per il fronte salutati con allegria da folle inconsapevoli della tragicità e della durata dell'evento. Una guerra che su tutti i fronti mobilitò oltre cinquanta milioni di soldati e un numero ingente di lavoratori d'ambo i sessi nelle fabbriche della produzione bellica. Una guerra che costò la vita a non meno di nove milioni di soldati e a un numero non dissimile di civili. Una guerra di posizione, di cui la trincea divenne il simbolo.

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Trincea scoperta sull'Ursic (catena Monte Nero) [n. inv. 409] 1

La nostra trincea, un fosso profondo che monta e scende parallelo al torrente in fondo alla valle, ne capii subito tutta la logica, come delle tane di volpe scavate nella terra gialla della sua parete verso il monte, dove il fante può passare le sue ore al sicuro dalla pioggia, dal sole, e dalle schioppettate, finché al nemico di fronte non piaccia ricorrere ai mezzi brutali di qualche serio bombardamento – ché allora la cosa si farebbe un po' brutta (Soffici 1986, 75).

Uscire dalla trincea per andare all'assalto del nemico – che si trovava in ambienti del tutto simili e viveva le stesse condizioni di attesa, speranza e morte – poteva voler dire andare incontro alla fine: il suono della mitragliatrice fermava l'avanzata e i reticolati trasformavano i soldati in facili bersagli invischiati nelle matasse ferrose. Spesso superata una trincea se ne trovava un'altra, uguale alla precedente e tutto si fermava.

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La nostra fanteria che taglia i reticolati nemici sotto al fuoco della loro artiglieria [n. inv. 109]

Tutte le parole son buone, quando il senso di tutte è uno solo: siamo insieme, aspettando oggi, come saremo nell'andare, domani (Serra 1974, 546).

La parola che unisce nella sofferenza, la parola che serve a far sì che non si perda la reale e tragica dimensione della guerra.

Io non ho raccontato che quello che ho visto – afferma Emilio Lussu (2000) nella nota introduttiva al romanzo Un anno sull'Altipiano scritto tra il 1936 e il 1937 – e mi ha maggiormente colpito. Non alla fantasia ho fatto appello, ma alla mia memoria; […] ho rievocato la guerra così come noi l'abbiamo realmente vissuta, con le idee e i sentimenti d'allora.

Rievocare la guerra, non dimenticare: un impegno che, sia pur con motivazione più politico-propagandistica che non etico-sociali, ispirò fin dal 1 agosto 1915 il Comitato nazionale per la Storia del Risorgimento (che allora faceva capo al Ministero della pubblica istruzione) la raccolta di testimonianze e documenti su quella che era definita la guerra italo-austriaca; un impegno che portò negli archivi del Museo centrale e dei tanti musei periferici raccolte di lettere, pubblicazioni in memoria, fotografie. A queste ultime, e in particolare a quelle conservate presso il Museo del Risorgimento di Bologna, dedichiamo le osservazioni che seguono, cercando di trovare nelle immagini il valore della parola che narra, che fa riflettere.

 

Fotografie di guerra

La Grande guerra è stata ampiamente fotografata: alle immagini ufficiali si accompagnano scatti di professionisti e dilettanti le cui raccolte sono oggi sempre più oggetto di attenzione e utilizzate come documenti non secondari.

Come strumento bellico la fotografia venne usata largamente per identificare obiettivi e per conoscere e riconoscere il territorio d'azione: dunque fu strumento di informazione e di individuazione della disposizione delle linee nemiche e delle strutture logistiche avversarie.

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Traino di un proiettore da 75 cm a Cima Collesei [n. inv. 1805]

Ma la fotografia fu utilizzata anche come strumento di propaganda, soprattutto quando, con il prolungarsi della guerra, si fece sempre più necessario sostenere e mobilitare il fronte interno. Tutti i paesi belligeranti svilupparono servizi foto-cinematografici di cui autorizzavano la diffusione su giornali e riviste. In queste immagini si mostravano i capi militari, i luoghi conquistati, i soldati, le trincee, le macchine da guerra, i vincitori e i prigionieri; erano sempre situazioni rassicuranti e ovviamente non venivano pubblicate le fotografie dei morti, dei feriti e dei mutilati: gli scatti scomodi restavano nei cassetti e il non detto della guerra rappresentata dai giornali e dalle riviste esce solo oggi per darci quell'immagine nascosta e speculare dell'evento che la propaganda volutamente non voleva far parlare.

Altro uso delle fotografie ufficiali era quello delle foto-cartoline o delle cartoline postali. Entrambe ritraevano aspetti, momenti e attese. Mentre, però, le prime erano ritratti che volevano con il loro sguardo tranquillizzare famigliari e amici, le seconde, su sfondali spesso approssimativi, testimoniavano il ritorno a casa del militare in un momento di congedo, l'ascolto in trincea del grammofono, angeliche crocerossine che curavano soldati leggermente feriti. All'immagine si accompagnava sempre la parola: un messaggio d'affetto, un bacio all'amata o alla moglie e ai figli, un saluto e la laconica, ma preziosa informazione di buona salute.

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Ritratto di un soldato italiano [n. inv. 849]

Ritratto di un soldato italiano (retro) [n. inv. 849]

 

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Ritratto di un soldato italiano
[n. inv. 841]

Ritratto di un soldato italiano (retro)
[n. inv. 841]

Ancora una volta ci troviamo di fronte ad una costruzione funzionale alla propaganda di guerra. Il non detto emerge invece più spontaneo dai ricordi scattati al fronte dai militari foto-amatori, ufficiali, sotto-ufficiali o anche soldati semplici che potevano permettersi, considerati i costi abbordabili, di possedere una camera Kodak, l'apparecchio di maggior diffusione perché di piccolo formato e relativamente leggero. I soldati foto-amatori erano dei dilettanti e le foto da loro realizzate appartengono al genere del ritratto non di posa ma ben ambientato, delle vedute di città attraversate dal fronte, di ponti, montagne, ma anche immagini di vita militare dal rancio alla lettura della posta, dalla pulizia personale al servizio di guardia o di vedetta. Sono, in genere, un diario non scritto ma visivo, prodotte per costruire un personale album dei ricordi da organizzare per alimentare il valore della memoria.

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Ponte di Sagrado all'Isonzo [n. inv. 144]

Ponte di Caporetto
[n. inv. 1628]

 

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Osservatorio sul Nuvolaro
[n. inv. 103]

Vedetta sul Monte Rosso
[n. inv. 433]

Diversamente da quello che si potrebbe essere indotti a supporre – considerata la presenza di fotografi ufficiali sui diversi fronti del primo conflitto mondiale e, anche, dell'attenzione della censura su quanto trapelava dai luoghi e sui luoghi di guerra – negli ultimi anni sempre più precisi sondaggi accompagnati da ritrovamenti di fondi archivistici o di collezioni hanno dimostrato come le cartoline private della prima guerra mondiale superino per numero le raccolte ufficiali e come siano anche potenzialmente molto più espressive. Ogni raccolta, ogni album – dove a volte si affiancano foto amatoriali a foto ufficiali a ritagli di giornali – finisce per rappresentare la personale storia di guerra del militare che li ha sistemati. Ma se si va oltre il dato biografico, tali materiali servono per cogliere dimensioni molto più allargate, situazioni collettive di grande importanza per lo storico nel suo studio della vita al fronte come nelle retrovie, del riposo come dell'azione militare, del rapporto coi civili dei territori amici come di quelli occupati dal nemico. Si ritraggono in queste foto amatoriali soldati protagonisti di sfibranti marce oppure militari in giro nelle retrovie, momenti di pausa dagli scontri come momenti di tempo libero; si ritraggono gli animali preziosi collaboratori: i muli, i cavalli i cani e, anche, i piccioni viaggiatori.

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Cani che trasportano viveri in trincea
[n. inv. 399 ]

Sezione cani da guerra
[n. inv. 789]

 

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I miei brocchi [n. inv. 1379]

Con i muli sotto il Monte Nero
[n. inv. 263]

Ancora va detto che, grazie alla loro maggiore spontaneità, le foto amatoriali si soffermano con meno reticenza sul lavoro del soldato e sulla vita di trincea, sulla desolazione dei campi di battaglia, e , a volte, sullo strazio dei corpi feriti e sulla morte.

Fonti privilegiate – assieme alle lettere, ai diari – ad esse va attribuito sicuramente il pregio di divenire insostituibili per indagare su un più generale, controverso e ambivalente rapporto tra l'uomo e la guerra, tra la percepibile tragedia della morte e la rassicurante speranza della vita. Leggere quelle immagini può significare anche leggere tutto questo.

 

Il patrimonio fotografico del Museo del Risorgimento di Bologna

Le raccolte degli album di fotografie relative alla stagione della Grande guerra hanno vissuto, come del resto tante altre raccolte di fonti documentarie private, diverse storie. Possiamo immaginare il loro passaggio nel tempo da mani diverse all'interno dell'ambito famigliare: giovani e nuove generazioni che hanno conosciuto attraverso di esse nonni e bisnonni, ne hanno tracciato percorsi di vita, ne hanno conservato la memoria. In alcuni casi, sicuramente, il passaggio di mano in mano ha provocato anche la loro dispersione. Diverso ancora è il loro depositarsi in cartoni d'archivio presso istituzioni pubbliche. Spesso infatti, o per rispettare la volontà del soldato-fotografo o per evitare la loro dispersione, le famiglie hanno donato le fotografie a centri di ricerca e documentazione storica mettendole così a disposizione del ricercatore interessato per ragioni professionali o per semplice curiosità e desiderio di conoscenza.

Ciò è accaduto anche per il ricco insieme di immagini conservate presso il Museo del Risorgimento di Bologna, per la quasi totalità acquisite grazie a donazioni private, iniziate con abbondanza all'inizio del 1900, e continuate anche bel secondo dopoguerra, seppure con parsimonia. Una ricognizione attualmente in fase di completamento sta rivelando una notevole ricchezza, per valore sia quantitativo che qualitativo.

Le fotografie, che si possono stimare in circa 10.000 pezzi, nel corso degli anni sono state raccolte e condizionate in cartoni e buste d'archivio, suddivise non tanto per tipologia di materiale quanto per soggetto, abitudine comune a tutti gli istituti del Risorgimento italiani, avvezzi a trattare un patrimonio estremamente vario, sia documentaristico che oggettistico.

Per una ampia parte, il patrimonio fotografico ha per soggetto la Prima Guerra Mondiale, che va ad affiancarsi agli scatti dedicati alla città di Bologna ed ai ritratti di patrioti del Risorgimento.

Il materiale è stato da alcuni anni completamente reinventariato e in ampia parte scansionato, anche grazie all'input fornito da un ambizioso progetto promosso dall'ufficio Nuove istituzioni museali del Comune di Bologna che prevede la ricostruzione virtuale della Certosa di Bologna e, nello specifico, del Monumento ai caduti della Grande guerra ivi eretto nel 1933 (si veda a tal proposito Gavelli, Liguori 2007 ). Comunicare attraverso il digitale: la Grande guerra nelle carte del museo del Risorgimento di Bologna

Al momento, grazie al paziente lavoro di Mara Casale (che ringrazio per il prezioso aiuto datomi per la selezione delle immagini), volontaria del Servizio Civile, circa 2.500 fotografie (comprendenti anche un corpus di 260 fotografie di parte austriaca) collocate in alcune decine di posizioni, e mai inventariate o trattate per singolo pezzo, sono già pronte per una consultazione digitalizzata, e, si spera entro pochi mesi di renderle fruibili anche sul web, nella sezione Collezioni digitali che il Museo del Risorgimento sta mettendo a disposizione degli utenti.

Non bisogna poi dimenticare l'Album della classe di leva 1896 , composto da circa 1.000 fotografie relative sempre al primo conflitto, incollate in un monumentale album fotografico, al momento difficilmente gestibile per la digitalizzazione, e le centinaia di foto depositate negli anni '20 allo scioglimento della Casa di rieducazione per mutilati e storpi di guerra, che aveva avuto una lunga e intensa attività proprio a Bologna, o ancora le foto contenute, insieme a materiale di diversa tipologia, nell' Archivio dei caduti della Guerra mondiale 1915-1918 , anch'esse completamente inventariate ed in parte utilizzate nel database relativo alla ricostruzione della Certosa virtuale appena ricordato (rammentiamo che l' Archivio dei caduti ha come ragione per la sua formazione la decisione presa a livello nazionale il 1 agosto 1915 dal Comitato per la storia del Risorgimento in quel momento presieduto da Paolo Boselli, poi presidente del Consiglio, il quale interpretava la volontà dei membri dell'istituto di raccogliere documenti storici sulla guerra italo-austriaca, inscrivendo così la Prima guerra mondiale nel lungo percorso della storia dell'unificazione nazionale. Con l'invio alle famiglie dei soldati caduti al fronte di una formale richiesta di fotografie e documenti relativi al soldato scomparso, la direzione del Museo del Risorgimento bolognese avviava il contatto con le famiglie, che risposero numerose, tanto che oggi l'Archivio è costituito da 15 voluminosi contenitori (su questo archivio si veda Tonelli 2005). L'Archivio conserva lettere, cartoline, cartoline illustrate, certificati, opuscoli in memoria, documenti personali del caduto e fotografie, tra cui circa 1.500 ritratti di soldati della provincia bolognese morti nel conflitto.

 

Dentro la guerra: lo sguardo del soldato-fotografo

Quando si passa dalla logica della conservazione a quella della fruizione allora la ricchezza di questo patrimonio diviene ancora più evidente. Soprattutto attraverso le fotografie di carattere non ufficiale si possono tracciare percorsi di lettura di momenti e situazioni vissute che nell'insieme danno, visivamente, conto dell'esperienza di guerra. Nella complessità delle possibili linee di lettura abbiamo dovuto operare delle scelte che percorreremo utilizzando ancora come commento la parola scritta dei protagonisti.

La trincea rimane, senza alcun dubbio, il simbolo della grande guerra. Essa rappresenta la crudezza e la sofferenza, diviene il luogo della disciplina più rigida, dove gli ordini andavano rispettati senza alcuna possibilità di discussione; la trincea è fango, sono giorni e notti passati al freddo più rigido o al caldo più disumano perdendo la cognizione dello scorrere del tempo segnato quasi solamente dalla luce e dal buio. La trincea è anche il luogo dove gli uomini che l'abitavano avevano però modo di manifestare sentimenti diversi come il patriottismo e l'autoesaltazione, il senso del dovere, il cameratismo, l'amicizia e lo spirito di gruppo. La trincea divenne una nuova comunità, separata dal resto del paese, dove si viveva tra ansie, sofferenze mescolate a momenti di serenità che potevano essere date dal canto di un uccello, dallo sguardo a paesaggi che in assenza della guerra sarebbero apparsi stupendamente coinvolgenti, dalla scrittura e dalla lettura, dal rancio come da ogni altro atto che riportava alla quotidianità come la pulizia del corpo.

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Nelle retrovie: accampamento
[n. inv. 150]

Celebrazione della messa a Strassoldo [n. inv. 152]

 

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La posta in trincea [n. inv. 234]

Il rancio in trincea [n. inv. 238]

Per queste belle giornate di estate un poco autunnale, la vita di trincea somiglia abbastanza a un divertimento. Vero è che, se ne togli un fischiare, un rotolare quasi continuo di proiettili ad arco sopra la nostra testa, da monte a monte, e qualche granata che scoppia qua e là nelle nostre vicinanze, la calma è stata fin qui quasi assoluta. Si può con tranquillità andare e venire, riposarsi e fumare, mangiare e conversare fuori dai ricoveri, tutt'al più riparati dietro qualche cespuglio, dietro a un greppo, ad un sasso. Lo stesso fante, al quale è però proibito mostrarsi, intuisce che ora il pericolo non è imminente , e passa il suo tempo in un ozio quasi beato […] Quanto a me, sono quasi felice, sebbene la mia vita si svolga in un ambito straordinariamente limitato. Le ore del sonno e quelle della veglia e del lavoro sono senza più ordine alcuno […] La notte la passo generalmente in piedi, ispezionando la linea, sorvegliando le vedette la cui vigilanza rappresenta la sicurezza di tutti, incitando i soldati a vincere il sonno, arrabbiandomi anche con questo o quello che trovo col piede, col bastone dal suo buco, o non riesce a star su o abbandona il fucile e si leva le giberne (Soffici 1986, 75-76).

La fine di luglio e la prima quindicina d'agosto, furono per noi un riposo lungo e dolce. La vita di trincea, anche se è dura, è un'inezia di fronte a un assalto. Il dramma della guerra è l'assalto. La morte è un avvenimento normale e si muore senza spavento. Ma la coscienza della morte, la certezza della morte inevitabile, rende tragiche le ore che la precedono. […] Nella vita normale della trincea, nessuno prevede la morte o la crede inevitabile; ed essa arriva senza farsi annunciare, improvvisa e mite. […] Anche i disagi sono poca cosa. Anche i contagi più temuti. Lo stesso colera che è? Niente. Lo avemmo fra la 1° e la 2° armata, con molti morti e i soldati ridevano del colera, Che cosa è il colera di fronte al fuoco d'infilata d'una mitragliatrice? Quei giorni di vita di calma in trincea furono giocondi. I soldati canticchiavano all'ombra. Rileggevano a volte le lettere ricevute da casa, cesellavano braccialetti di rame tolti dalle granate, si spulciavano beati e fumavano (Lussu 2000, 111-112).

La calma era rotta dall'aprirsi degli scontri, dal fuoco delle mitragliatrici, dalle operazioni belliche: avanzamenti, difesa di posizioni, conquiste di territori, indietreggiamenti. La fine della battaglia, qualunque ne fosse l'esito era segnato da morti, ferite, mutilazioni. I dati relativi alle perdite umane e ai feriti e/o mutilati del primo conflitto mondiale su tutti i fronti sono ingentissimi, basti pensare che la sola Italia dopo soli sei mesi dall'entrata in guerra contava 62.000 morti e 170.000 feriti le cui gestione creava enormi problemi per l'insufficienza delle strutture e per il rischio di alimentare un clima di paura e i protesta nell'opinione pubblica.

Alle strutture di ricovero tradizionali vennero aggiunti ospedali da campo e militari, centri di riabilitazione.Qui medici, infermieri, crocerossine si dedicavano alle cure dei traumatizzati ed è proprio dalle parole distaccate ma precise dei medici stessi che vengono descrizioni di corpi martoriati, volti deformati, piaghe, cancrene, stati psicologici aggravati fino alla follia.

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Posto di medicazione avanzato [n. inv. 153]

Ospedale da campo 064 in Feltre - Maggio 1917. Sala medicazione 1º Reparto Chirurghi [n. inv. 1645]

 

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Autolettiga che trasporta feriti
[n. inv. 405]

L'arrivo dei primi feriti della battaglia del Piave. Giugno 1918 [n. inv. 745]

Ma non tace neppure la parola del letterato-soldato che ricorda compagni feriti o morti, così come quella di chi, passato dagli ospedali militari ne focalizza in brevi passaggi (spesso nelle lettere ai famigliari) attori e protagonisti.

Viva la guerra!
il disordine è l'ordine,
si costruisce la distruzione
si comanda alla morte
[..]
E tutti i crocefissi smaniosi
di rimorire per l'umanità
si sono staccati dai chiodi delle croci
son lì agonizzanti
nel sublime nuovo martirio
sopra i mucchi di paglia
Sullo strame umido e infetto,
con la fronte lorda e bendata
con ferite orrende
con squarci mostruosi nel costato
intirizziti scalzi sul cuscino dello zaino
malcoperti dei cenci della soldataglia
vegliati e curati
dalla neve amorosa delle suore
fuggite dai conventi
all'annuncio del nuovo miracolo.
                            (Govoni 1915)

 

Il posto di medicazione era nella trincea dei cadaveri che avevamo visitato e poi scavalcato, salendo all'assalto dell'altura, la sera prima. Vi trovai un tenente medico, occupato a fasciare alcuni soldati sanguinanti, il quale, saputo che ebbe dal portaferiti della visita del capitano, e conosciuto l'ordine, dette appena un'occhiata alla mia ferita, e solo si contentò di togliermi lo sporco fazzoletto militare, rifasciandomi poi l'occhio con ovatta e garza. Dopodiché, preso un cartellino bianco di cartone traversato da una striscia tricolore, vi scrisse il mio nome, il genere della ferita, la mia destinazione, e me l'attaccò sul petto come si appende un indirizzo a una cesta o a un baule (Soffici 1986, 189).

Ier l'altro facendo una visita (che troppo raramente gli ufficiali sanno di dover moralmente fare) all'Ospedaletto di Monastero e all'Ospedale 075, vi ho trovato dei feriti che avevano ancora addosso i panni coperti di fango delle trincee, dopo tre o quattro giorni che erano lì. Vi erano alcuni che non avevano più la camicia (strappata via quando li avevano medicati sul campo) e dovevano rimanere in quello stato perché l'Ospedaletto e l'Ospedale hanno entrambi l'ordine di non distribuire nessun capo di vestiario, perché questi verranno dati più tardi all'Ospedale territoriale. Un Ufficiale medico però mi diceva, e con ragione, che vi erano poche cose che gli ripugnavano di più di rimettere a un ferito curatamente medicato e lavato, degli indumenti sporchi di sangue, oltre che di fango e sporcizia (lettera del 4 luglio 1915, in F. Paulucci di Calboli 1999, 98)

Cara sorellina, ti avverto che le Croce Rossine stanno conquistando, a poco a poco, tutte le simpatie (parlo dell'opra loro). Oggi un Capitano medico ferito non molto gravemente mi diceva a Monastero che, appena guarito (era con i granatieri che hanno avuto tante perdite) chiederà la direzione di un ospedaletto da campo e chiederà subito “almeno tre di queste infermiere che sono una vera provvidenza” (lettera del 1 agosto 1915, in F. Paulucci di Calboli 1999, 104)

Infine il nemico. Il nemico è l'altro, un altro vicino e lontano, un altro che vive la stessa vita/non vita come ben documenta il già ricordato corposo numero di fotografie di parte austriaca.

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N. 2403 Fliegerabwehrstellung a. d. Piave 7. / 1. 18. = Posizione antiaerea nei pressi del Piave [n. inv. 1952]

N. 341. Kaverne eines Inf. Baons. Bei Tolmein. = Caverna della Fanteria … presso Tolmino [n. inv. 1984] <

 

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N. 250. Verpflegsfassungstelle in Batuje. = Vettovagliamento a Batuje [n. inv. 1831]

N. 1204 Offiziersmesse in einem Steinbruch a. d. Isonzofront 1. 9. 17. = Mensa ufficiali in una cava di pietra sul fronte dell'Isonzo [n. inv. 594]

 

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N. 493 Verladung von Verwundeten in der elektr. Strassenbahn Opcina, 28. / 8. 17 = Caricamento di feriti sulla tramvia di Opicina [n. inv. 679]

A queste immagini fanno da cornice conclusiva le parole di Emilio Lussu (2000, 134-135):

Addossati al cespuglio, il caporale ed io rimanemmo in agguato tutta la notte, senza riuscire a distinguere segni di vita nella trincea nemica. Ma l'alba ci compensò dell'attesa. Prima un muoversi confuso di qualche ombra nei camminamenti, indi, in trincea, apparvero dei soldati con delle marmitte. Era certo la corvée del caffè. I soldati passavano, per uno, per due, senza curvarsi, sicuri com'erano di non essere visti, chè le trincee e i traversoni laterali li proteggevano dall'osservazione e dai tiri d'infilata della nostra linea. Mai avevo visto uno spettacolo eguale. Ora erano là, gli austriaci: vicini, quasi a contatto, tranquilli come i passanti su un marciapiede di città. Ne provai una sensazione strana. Stringevo forte il braccio del caporale che avevo alla mia destra, per comunicargli, senza volere, la mia meraviglia. Anch'egli era attento e sorpreso, e io ne sentivo il tremito che gli dava il respiro lungamente trattenuto. Una vita sconosciuta si mostrava improvvisamente ai nostri occhi. Quelle trincee, che pure noi avevamo attaccato tante volte inutilmente, così viva ne era stata la resistenza, avevano poi finito con l'apparirci inanimate, come cose lugubri, inabitate da viventi, rifugio di fantasmi misteriosi e terribili. Ora si mostravano a noi, nella loro vera vita. Il nemico, il nemico, gli austriaci, gli austriaci! … Ecco il nemico ed ecco gli austriaci. Uomini e soldati come noi, fatti come noi, in uniforme come noi, che si muovevano, parlavano e prendevano il caffé, proprio come stavano facendo, dietro di noi, in quell'ora stessa i nostri compagni. Strana cosa. Un'idea simile non mi era mai venuta alla mente.






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Autore Tarozzi Fiorenza
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