N. 15 - Novembre 2007


ISSN 1720-190X





Andrea Ragusa

Cinque domande su Garibaldi
Intervista a Maurizio Degl'Innocenti e Angelo Varni
direttori della rivista “Storia e Futuro”


In vista della conclusione dell'anno garibaldino, “Storia e Futuro” – che già nel precedente numero ha dedicato all'avvenimento spazio ed attenzione – intende approfondire ulteriormente i temi connessi alle celebrazioni, al senso che esse acquisiscono nel mutato scenario del presente, e più in generale al significato che la presenza ed il ruolo di Garibaldi hanno assunto nella storia italiana. Lo fa rivolgendo ai direttori della rivista –Maurizio Degl'Innocenti ed Angelo Varni – cinque domande attraverso le quali i due autorevoli storici costruiscono con i lettori un dialogo a più voci intorno all'eredità ed al rilievo del Risorgimento e dell'epopea garibaldina nello sviluppo del nostro paese.

 

•  Giuseppe Garibaldi è nome che si associa, nell'immaginario collettivo, nel senso comune, nel percorso educativo che ogni italiano compie a partire dalla primissima alfabetizzazione storica avuta sui banchi di scuola, al momento decisivo del compimento dell'unità nazionale, della ricucitura tra Nord e Sud del paese, della liberazione del Mezzogiorno dalla dominazione borbonica. Quali elementi rendono Garibaldi personaggio e “momento” della storia italiana così importante e così “empatico” alla sensibilità nazionale, tale da farne ancora oggi personalità di cui si alimenta il mito, la narrazione affabulatoria, la presenza ed il ricordo, ben più di Cavour, ad esempio, di Vittorio Emanuele e della dinastia sabauda, persino di Mazzini?

 

Degl'Innocenti : L'empatia nei confronti della figura di Garibaldi è stata, e a giudicare dalla fioritura di manifestazioni in occasione del bicentenario della nascita in parte ancora lo è, non solo italiana ma anche internazionale. Ancora oggi, con ogni probabilità, Garibaldi è l'italiano più conosciuto all'estero, certamente è quello su cui si è scritto di più: e già questo è un primo problema. Nella realtà italiana, poi, ciò ha avuto una valenza tutta particolare, che è stata declinata in diverse direzioni: e questo è un secondo problema. Di volta in volta a Garibaldi si sono fatte indossare le vesti del volontario, del guerriero, dell'eroe popolare, dell'eroe nazionale, dell'eroe maschile, del personaggio esotico e romantico o anticonformista e libertario, sempre e comunque libero. In tempi a noi vicini sono apparsi anche un Garibaldi-amante della natura e addirittura un Garibaldi-pacifista. Di volta in volta, esprimendo bisogni e aspettative condivise. Si può parlare infine di una particolare sintonia con una presunta “sensibilità nazionale”, ammesso che questa esista uguale nel tempo e nelle diverse aree geografiche e sociali? Forse, si potrebbe ipotizzare con larga approssimazione che al linguaggio retorico più familiare all'italiano siano più familiari l'immagine di Garibaldi vindice dei torti subiti, che dia voce ad aspirazioni lontane; di Garibaldi-eroe sfortunato, cioè uomo di successo ma di un successo non vissuto fino in fondo e quindi reso in ciò più vicino alla gente comune; di Garibaldi-deus ex-machina risolutore e fascinoso; di Garibaldi-individualista, cioè di colui che sta dentro e fuori le righe, portatore di una morale sua propria.

 

Varni : La durevole popolarità di Garibaldi deriva essenzialmente, a mio modo di vedere, dalla sua capacità di rappresentare al meglio la figura dell'eroe che raggiunge le vette più alte dell'ideale e della lotta per esso, senza mai perdere il contatto con la concretezza del reale politico, sociale e culturale nel quale i tempi l'avevano chiamato ad operare. Un eroe “liberatore” delle masse dalle loro condizioni subalterne, sapendo ad esse parlare, identificandosi con esse e soprattutto con i loro più antichi e tradizionali miti, da sempre collegati alla speranza di una forza liberatrice, magari proveniente dalle lontananze marine (e Garibaldi non era proprio un marinaio! E Garibaldi non arriva in Italia nel '48 dalle remote solitudini d'oltre Oceano!). Eroe romantico, certo, carico di tutte le aspirazioni alla libertà nazionale, all'autogoverno dei popoli, al sacrificio personale per una causa superiore riguardante l'intera umanità da indirizzare al “progresso”; ma pure eroe classico per la sua dirittura morale, la sua energia superiore ad ogni avversità, il suo adeguarsi ai ritmi atavici della “natura”, del cui contatto – come appunto nella classicità e come accadeva per la gente comune – desiderò godere per tutta la vita. Anche in questo suo rifugiarsi costante nell'anonimato della sua Caprera, dopo aver rifiutato gli onori e le prebende che altri avrebbero richiesto per quanto realizzato, sta il segreto di un'ammirazione delle masse che non poteva essere estesa agli altri “costruttori” dell'unità italiana, già carichi dei loro compiti istituzionali o impossibilitati, come Mazzini, ad uscire da una straordinaria, ma dolente, dimensione di eroe destinato all'insuccesso nel breve periodo e comunque estraneo agli immediati e appariscenti allori delle vittorie conseguite sui campi di battaglia.

 

•  La presenza e la forza della memoria garibaldina si legano anche ad elementi di ribellismo sovversivo e quasi banditesco che da una parte fanno emergere un aspetto personalistico della mitologia garibaldina relativo a caratteristiche personali di carisma e di leaderismo che si esprimono al meglio nella figura del “Garibaldi condottiero”; dall'altra declinano anche la memoria di una ipotesi di storia d'Italia “diversa”, cui sono sottese le sensibilità del democraticismo risorgimentale, e che viene poi percorsa in senso strumentale dal sovversivismo fascista e soprattutto dall'antifascismo in tutte le sue componenti. Qual è il peso effettivo che il garibaldinismo riveste nell'alimentare questa diversa linea interpretativa a livello storiografico, e quanto essa ha pesato sull'elaborazione delle culture politiche antifasciste e post-fasciste?

 

Varni : In effetti non mi sento di concordare con l'esistenza di questa supposta diversità del garibaldinismo rispetto alle cadenze proprie della storia nazionale. Ne è parte fondamentale e ineliminabile ma non per fondare un'altra storia, bensì per compiere al meglio questa, “trascinando dentro”, secondo quanto già affermato le masse popolari, che solo attraverso il suo mito di ardimento anche militare si adeguarono al senso di una lotta comune da combattere per un'emancipazione collettiva. Mai del resto, in nessun momento Garibaldi venne meno ai principi cardine della democrazia, anche di là dalle sollecitazioni di molti suoi seguaci, né mai pensò ad una soluzione del problema italiano estraneo al quadro fornitogli dalle istituzioni monarchico-parlamentari.

 

Degl'Innocenti : In via preliminare osservo che il garibaldinismo, come tutti i miti, non può considerarsi un qualcosa in sé definito, quasi un fenomeno dotato di una forza autonoma: pur sedimentandosi nel tempo intorno a alcuni logos e simboli infine comunemente riconosciuti, esso vive piuttosto di luce riflessa, cioè attraverso coloro che lo gestiscono per proprie finalità. Poiché l'immagine di “un'Italia diversa” è stata storicamente corposa, è evidente che in e per essa il “fenomeno” Garibaldi abbia sempre avuto un proprio spazio di rilievo (essendo stato Garibaldi al tempo stesso fondatore e contestatore dell'Italia ufficiale). Ciò vale anche per taluni accostamenti al ribellismo, specialmente di sinistra.

 

•  Centrale è a questo riguardo l'esperienza storica della Resistenza, che sotto le insegne di Garibaldi visse e che a Garibaldi legò larga parte della propria simbologia. Garibaldi può essere considerato in effetti, da questo punto di vista, l'anello di una catena che dal Risorgimento conduce – attraverso la Resistenza – alla ricostruzione dell'Italia democratica? E quanto in questa evoluzione si ripete del percorso risorgimentale di stabilizzazione lealista-istituzionale sostanzialmente conservatrice, quasi, si potrebbe dire, dalla speranza di “un'altra Italia” alla delusione per il ritorno della “vecchia Italia”?

 

Degl'Innocenti : La Resistenza come secondo e più autentico “Risorgimento” ha avuto in Garibaldi, simbolo di un'Italia unita, indipendente e popolare, uno dei simboli centrali. E intorno a tale simbolo si sono palesate le aspirazioni di una democrazia più avanzata, così come le delusioni per i risultati conseguiti. Ciò ha avuto una più consistente accelerazione nelle fasi critiche del sistema. Ma questo vale soprattutto nella lettura più militante delle sinistre, anche se essa ha trovato una sorta di bilanciamento nella riproposizione della assai più riduttiva chiave interpretativa gramsciana. Non è stato un caso, del resto, che lo spessore del Garibaldi-politico abbia stentato molto ad affermarsi. Nella logica del potere democristiano è stata invece prevalente una lettura più ingessata, vicina a quella tramandata per via ufficiale. Interessante è stato il tentativo di rinnovarne la fortuna in occasione del centenario della morte, in chiave laico-democratica o socialista antistatalista, non-marxista e nazionale, rispettivamente con Spadolini e con Craxi.

 

Varni : Anche in questo caso intravedo il rischio di precostituire la risposta. Certo il garibaldinismo nel Risorgimento e ancor più nella Resistenza portò l'energia dirompente del volontarismo, delle speranze di palingenesi, di un “altro mondo” da costruire; ma in nessun momento si mancò di fare i conti con una realtà che schierava forze che impedivano le soluzioni più dirompenti ed il mito serviva proprio a spingere su tali forze (come, in fondo, il Garibaldi dei Mille con Cavour) per conseguire il massimo del rinnovamento. Basta considerare le condizioni di partenza della battaglia resistenziale, la sua altissima dignità etica ma la sua parallela minorità politica, militare, geografica, sociale, per guardare con grande ammirazione a quanto riuscirono ad ottenere in termini di rinnovamento della vecchia Italia ( la Repubblica , la costituzione, i partiti di massa, su tutto) i “garibaldini” del '45.

 

•  Fu su questo terreno che negli anni Settanta il garibaldinismo alimentò anche alcune ipotesi politiche emerse dalla crisi del sistema e che acquisirono connotati anti-istituzionali e pericolosamente sovversivi, fino alla reviviscenza del mito della lotta armata sottesa all'esperienza del brigatismo rosso. Garibaldi diviene in questo frangente uno specchio poliedrico attraverso il quale poter leggere un momento delicato nella storia del paese, nel quale alla crisi del sistema uscito dalla Resistenza in nome del democraticismo anche garibaldino corrisponde il tentativo di rovesciamento di quel sistema in nome dello stesso mito e di una mitologia analoga anche se distorta.

 

Varni : L'uso della categoria “Garibaldi” mi pare per quei tempi del tutto impropria, soprattutto perché al brigatismo manca del tutto quel collegamento con le masse popolari, con le loro reali aspirazioni, con i loro miti, appunto, che fanno la sostanza della persistenza del richiamo a Garibaldi. Garibaldi seppe cavalcare le grandi ideologie del suo tempo e se ne fece luminoso e coraggioso interprete, il terrorismo no.

 

Degl'Innocenti : La lettura tendenzialmente “sovversiva” del garibaldinismo degli anni del terrorismo rosso, comunque non particolarmente rilevante, fu un'esasperazione del fenomeno sopra descritto. E altrettanto esasperato fu l'accostamento di Garibaldi a Che Guevara, come se si trattassero di miti speculari – l'uno, più remoto, dell'800, l'altro, più moderno, del '900 – da agitare alle giovani generazioni. In sé, la fortuna di tale mitologia indicava comunque malessere e insofferenza verso le istituzioni.

 

•  Nel corso del tempo pare di assistere ad un progressivo indebolimento della forza del mito garibaldino, sotto i colpi di idoli assai più attraenti anche se più fragili e comunque diversi.È evidente la trasformazione dello scenario politico e sociale, la laicizzazione della cultura italiana, indiscutibile anche se faticosa, l'evoluzione della comunicazione attraverso nuove tecnologie e mezzi sempre più sofisticati. Eppure, come già dimostrarono le celebrazioni del 1982, anche i moltissimi eventi organizzati quest'anno per il bicentenario della nascita del condottiero Nizzardo evidenziano una capacità di resistenza durevole, ed anzi un recupero di centralità che apre importanti interrogativi intorno alla necessità di miti, simboli e collanti ideali in una società di massa, sempre più anomica e disarticolata. Perché dunque ancora oggi Garibaldi rappresenta eroe di così penetrante forza emotiva ed identificativa?

 

Degl'Innocenti : Le iniziative connesse al bicentenario sono ancora in corso, e quindi un bilancio conclusivo si potrà fare solo più tardi. Si può dire intanto che c'è una dimensione ufficiale, a livello sia istituzionale sia accademico, e nazionale e locale; e un'altra in un ambito più periferico e meno organizzato, prodotta da un tessuto associativo o per iniziativa di singoli. La prima, com'è ovvio, è decisamente prevalente, e sembra avere acquisito una certa corposità dopo le incertezze iniziali, palesi anche nelle finalità dichiarate della riproposizione ora di un Garibaldi pacifista, ora di un Garibaldi patrimonio delle comunità locali (come quelle toccate dal Giro d'Italia), ora di un Garibaldi in chiave di poliedrico personaggio non più prevalentemente nazionale. Si deve anche registrare come l'occasione celebrativa sia stata colta per una rivisitazione della storia risorgimentale, per lo più – occorre aggiungere – non ad opera delle istituzioni alla medesima ufficialmente connesse. Gli esiti sono stati finora assai parziali, anche quando i propositi si sono rivelati più ambiziosi (Annali Einaudi). Più proficua, semmai, si è dimostrata la strada dell'analisi del mito in relazione al linguaggio politico (Riall e altri). L'interesse per la figura di Garibaldi è dunque prevalentemente indotto, ma certamente la proposta intercetta ancora – e in modo straordinario se si pensa alla lontananza del personaggio in un mondo, come quello attuale, che sembra tutto “bruciare” rapidamente – bisogni profondi innanzitutto di identità, e poi di libertà individuale contro l'anonima assimilazione e la insicurezza globale.

 

Varni : Ancora oggi il compendio garibaldino di Caprera è uno dei monumenti più visitati e questo perché l'Italia e l'Europa di oggi sono ben lungi, di là dalle trasformazioni materiali intervenute, dall'essere uscite dalla dimensione politica e culturale dell'800. Ancora il rapporto Stato-cittadini, l'idea di nazione, la rappresentatività democratica, il ruolo dei poteri economici tra pubblico e privato oscillano attorno alle problematiche aperte in quel secolo e quindi le risposte allora evocate dall'esempio del Generale continuano a dialogare con le esigenze delle generazioni successive e a presentare esempi di identificazione tra l'azione del singolo e la causa della collettività difficili da riprodurre, eppure sempre agognati: da questo punto di vista è assai difficile prevedere una prossima caduta di attenzione della gente nei confronti del mito garibaldino.




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