Alberto Malfitano
La figura di Giuseppe Garibaldi nell'Italia fascista. Mussolini, Ezio Garibaldi e il “fascismo garibaldino”Il 1932 è noto per la celebrazione che il fascismo compì di se stesso, nel decennale della Marcia su Roma, ma fu anche l'anno in cui cadde il cinquantesimo anniversario dell'eroe italiano per eccellenza, Giuseppe Garibaldi. La cerimonia preparata ad hoc dal regime servì a declinare in senso mussoliniano la figura di Garibaldi e avrebbe dato il via a una serie di celebrazioni e pubblicazioni che per alcuni anni avrebbe investito gran parte della Penisola.
Quelli del cinquantenario sono eventi sufficientemente noti e non richiedono in questa sede una trattazione approfondita: Mussolini partecipò attivamente all'organizzazione delle celebrazioni garibaldine, che si svolsero in diverse fasi, centrandosi, più che sulla figura di Giuseppe, su quella di Anita. All'eroina fu dedicato un monumento a fianco di quello già esistente al marito, in un luogo di Roma fortemente simbolico, quel Gianicolo su cui, nel 1849, si era radunata la resistenza più tenace alle truppe francesi del generale Nicholas Oudinot, durante la difesa della Repubblica romana. Il monumento era stato personalmente visionato da Mussolini, che aveva apportato delle correzioni sostanziali: la figura di Anita, in groppa a un cavallo lanciato nella corsa, teneva nella mano destra una pistola, mentre con la sinistra reggeva un fanciullo, identificabile nel primogenito Menotti. Era evidente l'intenzione del duce di fare di Anita il prototipo ideale della donna fascista, il modello da seguire nella sua duplice veste di guerriera indomita e madre affettuosa. L'inaugurazione del monumento ad Anita e il fatto che fin dalla cerimonia di Genova le camicie rosse, vecchie e nuove, fossero tenute in disparte evidenziano quanto Mussolini tenesse a separare il passato, per quanto glorioso, da un presente, quello fascista, che si considerava ‘altra cosa' rispetto all'Ottocento risorgimentale, che si iscriveva cioè in quella tradizione ma al tempo stesso la superava. Le manifestazioni del 1932 confermavano “il nesso tra il bisogno di presentare il fascismo come erede delle ‘migliori' tradizioni nazionali e la volontà non meno forte di enfatizzarne le componenti moderne” (Baioni 2006, 94), l'impossibilità di rinnegare in blocco l'Italia precedente ma al contempo la volontà di far risaltare l'aspetto di novità dirompente che il fascismo voleva incarnare. La stessa celebrazione finale del cinquantenario di Garibaldi, con il duce a leggere il proprio discorso davanti al re, serviva a legittimare il passato risorgimentale di fronte al presente glorioso della nazione, piuttosto che il contrario, e a dare a Garibaldi il ruolo di precursore, legittimandolo a posteriori, alla luce della grandezza dell'Italia mussoliniana (Fogu 2001).

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Il monumento ad Anita Garibaldi inaugurato a Roma nel giugno 1932 |
In questo senso il 1932 diventa sicuramente un anno spartiacque, che permette cioè di individuare un prima e un dopo tra loro differenti nel modo in cui il tema di Garibaldi venne affrontato durante il fascismo, da un punto di vista sia qualitativo sia quantitativo. Mentre dapprima Garibaldi non sembrò essere un argomento attuale e un personaggio consono alla politica fascista, successivamente invece lo si offrì al grande pubblico, libero di celebrarlo nella versione prodotta dal regime; infine, inoltrandosi negli anni Trenta e nel periodo bellico, la sua figura venne sempre più strumentalizzata a seconda delle necessità contingenti della politica mussoliniana. In ogni caso, tra silenzi, omissioni e discorsi retorici, la sua presenza aleggiò anche quando venne taciuta.
Tralasciando in questa sede le posizioni di intellettuali del calibro di Giovanni Gentile e Gioacchino Volpe, per valutare l'influenza del mito garibaldino nell'Italia fascista vi sono innanzitutto gli scritti e i discorsi di Benito Mussolini. Se andiamo ad analizzarli, troviamo una non causale povertà di riferimenti a Giuseppe Garibaldi, al di là almeno di brevissimi accenni, segno della difficoltà nell'affrontare un personaggio così ingombrante. A parte un breve cenno al nome di Garibaldi nel discorso pronunciato a Parma il 13 dicembre 1914, sostanzialmente nella scia della tesi della guerra all'Austria come dovere da assolvere nei confronti delle terre “irredente” e di un Risorgimento nazionale da completare, occorre andare al febbraio 1918 per trovare sul “Popolo d'Italia” un intervento di Mussolini. In quel pezzo, il futuro capo del fascismo appoggiò l'idea di sfruttare il volontarismo, tratto essenziale del garibaldinismo, per supportare l'esercito ufficiale nella difficile difesa del Piave. Quello che si prospettava era in realtà un uso ben diverso dei volontari rispetto a quello del periodo risorgimentale, poiché si trattava di costituire speciali reparti d'assalto, gli “arditi”, cui affidare le missioni più pericolose nello scontro con il nemico, ma la suggestione del richiamo alle lotte del secolo precedente era talmente forte da stabilire un immediato richiamo all'epopea garibaldina (“Popolo d'Italia”, a).
Quello della camicia rossa era d'altronde, come ha scritto Mario Isnenghi, un fascino psicologico, ancor più che politico (Isnenghi 1982, 535). Mussolini dimostrò di saperlo usare a seconda delle convenienze e dei momenti, tuttavia sempre con parsimonia, quasi fosse consapevole della difficoltà di maneggiare il mito dell'eroe democratico e in lotta per i popoli oppressi, senza tuttavia dimenticare lo scarso appeal di Garibaldi negli anni del dopoguerra (Isnenghi, 1997a, 38). Non appare quindi un caso che dal 1918, negli anni della lotta per la presa del potere, il suo nome non compaia più – se non in rapidi accenni – nei discorsi e negli scritti di Mussolini, almeno fino al 1923, allorché venne rievocato per ben due volte nel giro di pochi mesi: la prima, in giugno, in occasione di un discorso pronunciato a Civitavecchia, prima di imbarcarsi per un viaggio in Sardegna che avrebbe fatto tappa anche a Caprera; il secondo, a Monterotondo, nel dicembre successivo, durante la commemorazione della Marcia su Roma di poco più di un anno prima. I discorsi sono brevi ed estremamente rispettosi della figura del Generale: nel primo, Mussolini annuncia il desiderio di volersi inginocchiare sulla sua tomba, nel secondo evoca il Garibaldi del 1867, quello che, nell'avanzata verso Roma, aveva battuto in un primo scontro i pontifici proprio a Monterotondo, prima di essere duramente sconfitto dai francesi a Mentana. Il richiamo implicito all'ottobre 1922 era evidente: anche le camicie nere avevano marciato su Roma, loro però vittoriosamente, ma ciò che più importava a Mussolini era sottolineare “la continuità storica e ideale” con il garibaldinismo, concetto che veniva ribadito in entrambe le occasioni. Era chiaro il tentativo di dare al giovane potere fascista la patina di rispettabilità e legittimazione che poteva derivargli dal porsi nella scia delle migliori e più sentite tradizioni nazionali. Dopo di allora, Mussolini non affrontò più, al di là di fugaci riferimenti, la figura di Garibaldi, da un lato estremamente ingombrante, dall'altro ‘pericolosa' per i tratti di ineliminabile democraticità che non potevano essere assunti dal regime. Tuttavia non si lasciò scappare l'occasione di legare al fascismo trionfante il nome di Garibaldi grazie alla disponibilità che gli fornì uno degli eredi, Ezio.
Figlio di Ricciotti, discusso secondogenito di Giuseppe, Ezio era nato nel 1894 e aveva compiuto le tappe del cursus honorum garibaldino che si erano presentate nella prima parte del nuovo secolo: nel 1912 aveva combattuto in Grecia contro i turchi, nel 1914 assistette alla morte dei fratelli Bruno e Costante nelle Argonne, contro i tedeschi, poi combatté contro gli austriaci sul fronte italiano. I primi contatti con il fascismo risalgono ai primi anni Venti, ma non è chiaro il momento in cui l'adesione fu ratificata. Ancora nel 1924, inviato da Mussolini in Messico, veniva raggiunto da un giornalista del “Popolo d'Italia” e, alla precisa domanda se possedesse la tessera del Partito nazionale fascista, Ezio rispondeva candidamente di non averla, per poi lanciarsi immediatamente in una lode sperticata dell'operato di Mussolini, esaltandone “il programma ricostruttivo” che aveva indirizzato il Paese “verso le più alte vette del progresso civile” (“Popolo d'Italia”, b). Era il primo segno di un atteggiamento che si sarebbe fatto sempre più ambiguo e che Ezio volle intenzionalmente mantenere tale negli anni a venire, forte del cognome che portava e che gli poteva conferire una specie di extraterritorialità all'interno del regime, come dimostrano i documenti disponibili.
Nel 1925, infatti, Mussolini affidò a Ezio, rientrato in Italia dall'America Latina, la presidenza della Federazione nazionale volontari garibaldini e la direzione di un nuovo settimanale, “Camicia rossa”, che doveva tenere alta la bandiera di un garibaldinismo inserito all'interno del fascismo, in evidente contrapposizione con quello antifascista agitato da una parte dei fratelli di Ezio, in particolare Sante. In quello stesso 1925 Ezio, che accettò con entusiasmo l'offerta del duce, prese – o riprese – la tessera del Pnf, non prima però che la svolta autoritaria si fosse ormai effettuata, nel gennaio 1925 (“Popolo d'Italia”, c) 1. Negli anni successivi, il settimanale (poi mensile) fu il megafono di una memoria garibaldina e risorgimentale risorta sotto l'ala del regime, in contrapposizione a quello che in Francia si definiva antifascista, non sempre a pieno titolo: le vicende di Peppino e Ricciotti junior, fratelli di Ezio, testimoniano la complessità e l'ambiguità delle scelte operate da alcuni dei figli di Ricciotti 2. Ezio dimostrò, dalle pagine del periodico, piena aderenza al fascismo, ma si espose con convinzione solo per quei temi che, nella sua personale visione, potevano rientrare appieno nella scia del garibaldinismo e delle tematiche risorgimentali: per esempio, l'agitazione per la sovranità italiana sulla costa jugoslava. In questo caso particolare, gli interessi espansionistici italiani, secondo una linea estera di vecchia data ripresa dal fascismo, si sposavano con la posizione di “Camicia rossa”, che rivendicava alla Dalmazia tutta lo status di terra irredenta, come un tempo erano state Trento e Trieste, nello sforzo di riannodare le fila con la tradizione risorgimentale di lotta contro lo straniero che occupava presunte terre italiane.
Se oggi la stonatura tra la sovrapposizione della tradizione garibaldina, umanitaria, democratica, in lotta per i popoli oppressi, e la politica estera fascista, espansiva ed imperialistica, è forte, anche allora Ezio doveva compiere vere e proprie peripezie dialettiche per dimostrare quanto il garibaldinismo fosse ormai penetrato nel fascismo, quanto cioè si trattasse di due fenomeni distinti ma in sintonia l'uno con l'altro. A questo scopo, nel 1928 diede alle stampe, significativamente a proprie spese, il manifesto del proprio pensiero, risolvibile già nel titolo dell'opera: “Fascismo garibaldino”. Vi si affermava la convinzione che tra garibaldinismo e fascismo non vi fosse soluzione di continuità, che l'uno stesse perfettamente nella scia dell'altro, che il primo legittimasse il secondo (Garibaldi 1928). Ezio sembrava in questo modo volersi ritagliare un ruolo preciso all'interno dell'organizzazione del regime, mantenendo nel contempo una specificità irriducibile grazie alla camicia rossa indossata sotto quella nera, se non viceversa, come gli stessi esponenti del fascismo notarono, cominciando a nutrire una diffidenza che nel decennio successivo divenne vera e propria avversione per il nipote di Garibaldi. Non sembra infatti che “Camicia rossa” e il suo direttore fossero benvisti dai gerarchi del regime, che tendevano piuttosto a considerarlo una zavorra del passato incongruamente sopravvissuta nell'Italia “nuova”. Ad esempio “Critica fascista”, uno dei più autorevoli periodici del regime, diretto da Giuseppe Bottai, recensendo nel 1929 il volume di Ezio, suggerì l'idea che il garibaldinismo fosse ormai un movimento anacronistico, utile al momento della presa del potere ma destinato poi – nel momento della “organizzazione statale” – a essere messo in soffitta (“Critica fascista”, a, b).
Ezio era in qualche modo abituato alle critiche dei fascisti ‘puri', ai quali rispondeva facendosi forte dell'appoggio di Mussolini e ricordando le parole che il duce aveva scritto nel 1918 o pronunciato nel 1923, come abbiamo visto. Si trattava di discorsi sul tema della continuità tra Garibaldi e Mussolini ormai lontani nel tempo, appartenenti a una ben differente stagione politica e ormai invisi al duce stesso (Isnenghi 1997b, 544), ma Ezio era in grado di fare di necessità virtù, visto il silenzio del duce sul tema. Alla fine degli anni Venti, inoltre, Ezio Garibaldi poteva fare affidamento sull'esplicito coinvolgimento da parte di Mussolini nella preparazione delle celebrazioni del 1932, anche se poi quest'ultimo avrebbe apportato non poche modifiche al progetto da lui stilato.
Se i primi aperti malumori degli esponenti del fascismo non dovevano intralciare l'opera di “Camicia rossa”, è pur vero che la posizione ai margini del regime non poneva Ezio al riparo degli strali del duce quando esagerava la propria ‘alterità' e metteva in dubbio la politica del regime, come accadde in occasione del dibattito sui Patti lateranensi e sulle sue conseguenze. Già nel 1928, poco mesi prima che la Chiesa cattolica e lo Stato italiano stipulassero il Concordato, mettendo fine alla questione romana, sulla stampa italiana cominciarono ad apparire le notizie di una possibile intesa. Con assai scarso tempismo, o forse proprio per marcare la propria ostinata differenza rispetto al fascismo tout court , “Camicia rossa” si disse apertamente contraria all'ipotesi di una conciliazione, polemizzando nello specifico con “Il Popolo di Roma” che aveva sostenuto l'ipotesi (“Camicia rossa”, a). Quando poi gli accordi vennero effettivamente conclusi, nel febbraio dell'anno successivo, Ezio Garibaldi si trovò nell'imbarazzante situazione di dover trovare una linea comune tra la politica del regime e la propria fino a quel momento assoluta ostilità al Vaticano, in questo veramente erede del pensiero del nonno (“Camicia rossa”, b). Ma il peggio doveva ancora accadere. Deputato al parlamento, Ezio raramente parlò in aula, ma in quelle poche occasioni non passò inosservato. Il 12 dicembre 1929 si discuteva alla Camera dell'abolizione di alcune feste nazionali, tra cui quella del 20 settembre, anniversario della presa di Roma nel 1870, da sostituirsi, nel nuovo clima di conciliazione, con l'11 febbraio, data della firma del Concordato. Garibaldi prese la parola per obiettare contro questa scelta, chiedendo che il 20 settembre, “giorno che fu il coronamento luminoso del sacrificio dei martiri e del valore degli eroi”, non venisse cancellato dalle feste nazionali (Garibaldi, 1936, 92). Mussolini, che era presente in aula, non gradì, e rispose bruscamente con un discorso che, disse, aveva preparato per il Senato, “dove talune sensibilità sono più raffinate” (Susmel 1951-1980, 241), ma che ora si vedeva costretto ad anticipare. Sminuendo il valore della festività del 20 settembre, stabilita nel 1895 da un Crispi a suo dire poco convinto, ma sospinto dall'ostilità delle gerarchie d'Oltretevere, Mussolini sosteneva che la festa aveva perso ulteriore significato negli ultimi anni, divenendo “una parata massonica, inutile e malinconica. […] I Fascisti hanno sentito l'insincerità di questa cerimonia” e, cancellandola, non avevano fatto altro – a suo dire – che sancirne una decadenza già presente nei fatti (Susmel 1951-1980, 249).
È difficile stabilire quanto delle mosse di Ezio per smarcarsi da una ferrea osservanza delle parole del duce fosse parte di una strategia consapevole per accentuare una propria specificità, pur dicendosi fascista, oppure fosse frutto di ingenuità politica. Fatto sta che ancora per qualche anno poté occupare lo spazio ai margini del regime che si era ritagliato. In particolare, le celebrazioni del 1932 permisero a tutta Italia una maggiore libertà nel trattare il tema di Garibaldi, come l'analisi compiuta sulla stampa, in primo luogo il “Corriere della Sera”, dimostra. Dopo che il duce ne ebbe stabilito il ruolo, chiarendo per la prima volta dall'instaurazione del regime l'epistemologia fascista della figura dell'eroe per antonomasia, l'effetto più immediato fu quello di dare il via a una serie di iniziative fino ad allora quanto meno contenute e timorose. Gli anni immediatamente successivi al cinquantenario, fino al 1935, videro decine di libri pubblicati e recensiti su questo o quell'aspetto della vita di Garibaldi, oltre alla pubblicazione, voluta da Mussolini, dell'edizione nazionale dei suoi scritti. L'ondata rievocativa coinvolse anche le celebrazioni locali, seppur su scala ridotta: solo una parte dei tanti luoghi che potevano vantare qualche legame con una delle campagne garibaldine lo celebrò in qualche modo: nell'agosto 1933, sulla costa calabra, un faro venne dedicato a Garibaldi per ricordare lo sbarco dei Mille (“Corriere della Sera”, a); nell'ottobre del 1934 un busto dedicato ad Anita venne inaugurato a La Maddalena (“Corriere della Sera, b). Poco altro, tuttavia, se non l'appassionato protagonismo di una zona, la Romagna , che, una volta riconosciuta l'assunzione di Garibaldi nel pantheon fascista, si sentì libera di dare sfogo a una serie di celebrazioni che testimoniavano quanto il mito garibaldino fosse vivo in ogni strato sociale. D'altronde, la devozione per l'eroe era presente nelle masse romagnole ben prima dell'avvento del fascismo, e si accompagnava a quello per Mazzini, in una sorta di matrimonio che anche dal punto di vista iconografico tutelava con i propri ritratti tante case popolari. In Romagna, tutte le principali tappe della “trafila” del 1849, l'avventuroso salvataggio di Garibaldi e del fido Leggero, inseguiti dalle truppe austriache, furono sede di commemorazioni dell'eroe. Il fascismo locale cavalcò senza remore questo sentimento, e in particolare Cesenatico divenne sede di cerimonie agostane che univano villeggianti e popolazione locale in festose adunanze (“Popolo di Romagna”, a). La fede garibaldina in Romagna era talmente viva che anche Ezio vi si accodò velocemente, partecipando alla rievocazione della trafila che nel 1935 partì da San Marino per toccare tutte le tappe fino a quella conclusiva di Modigliana.

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Una celebrazione garibaldina in Romagna a metà degli anni Trenta. Fonte Biblioteca Classense, Ravenna |
Per Ezio, d'altronde, gli anni successivi al 1932 furono probabilmente quelli migliori della sua militanza fascista: il ritorno agli onori della cronaca dell'illustre antenato gli permisero di continuare a percorrere quella politica di relativa autonomia con cui cercava di marcare la propria posizione. Così, nel 1933, in quello che sarà l'ultimo intervento alla Camera, si lanciò in una dichiarazione di amore nei confronti della Francia che faceva leva sul ricordo delle camicie rosse nei Vosgi nel 1870 e nelle Argonne nel 1914. Fu un discorso che, per la sua irruenza francofila, condita dalla convinzione che nulla si potesse spartire con la nuova Germania di Hitler, sollevò le proteste dei presenti in aula, che lo interruppero più volte, al grido di “abbasso la democrazia!” (Garibaldi 1936, 93-121). Lo stesso Ezio, pochi anni dopo, ricordò l'episodio come “uno dei più brillanti insuccessi parlamentari”, quasi a vantarsi del modo in cui era riuscito ancora una volta a calcare sulla propria diversità dai corifei più rigorosi del regime, pur mantenendosi pienamente all'interno dello stesso. Era una posizione che comportava in ogni caso un prezzo da pagare: nel 1934 non rientrò nella Camera rinnovata e nel 1936 chiese e ottenne l'inserimento della Federazione garibaldina da lui presieduta all'interno dei ranghi della Milizia nazionale (“Corriere della Sera”, c).
Inoltre, Mussolini lasciò fare finché la foga di Ezio nel propugnare una “fraternità latina” con la Francia poté tornargli utile nel difficile gioco diplomatico che precedette l'aggressione d'Etiopia, culminante negli accordi con Laval del gennaio 1935, non a caso ampiamente lodati sulle pagine di “Camicia rossa” (“Camicia rossa”, c). La rivista garibaldina si scagliò anche contro le sanzioni, appoggiando la politica imperialistica di Mussolini senza temere le esplicite contraddizioni con la tradizione garibaldina che si vantava di difendere (“Camicia rossa”, d), ma il processo internazionale appena avviatosi di sempre maggiore allontanamento dell'Italia dalle potenze democratiche, e di converso di avvicinamento ad Hitler, le doveva ritorcersi contro. Ezio Garibaldi, che non aveva mai nascosto la propria avversione al nazismo e al mondo tedesco, facendo leva sulla tradizione e sui ricordi di famiglia, rimase in qualche modo vittima del nuovo indirizzo di politica estera del regime, spiazzato dall'alleanza che si andava stringendo con la Germania e dalla sua stessa esibita francofilia. I guai per il “fascismo garibaldino” di Ezio non potevano che crescere poiché, man mano che ci si avvicinava alla fine del decennio, le maglie ideologiche del fascismo si andarono stringendo sempre più, fino a quando una posizione, come la sua, schierata con il fascismo ma illusa di poter mantenere una sua tipicità, non fu più sostenibile.
Le prime avvisaglie si ebbero nel 1937: la partecipazione di forze antifasciste riunite sotto il nome di Garibaldi, tra cui molti italiani, a combattere in Spagna contro le truppe di Franco e i legionari fascisti, non giovò alla posizione di Ezio, la cui difesa del garibaldinismo fascista fu peraltro poco convincente (“Camicia rossa”, e). Ma l' annus horribilis di Ezio Garibaldi doveva essere quello successivo. Gli attacchi da importanti esponenti del regime dimostrano che lo spazio ‘ai margini' che il nipote di Giuseppe si era ritagliato non poteva più resistere ed era destinato a essere cancellato. Tra le protagoniste di questa fase, una volta ancora, la rivista di Bottai, “Critica fascista” che, esaltando il passo romano da parata come simbolo della ritrovata marzialità del popolo italiano, indicava nel garibaldinismo un modello deteriore, da rifuggire:
Non ci si venga a dire che i soldati italiani dovrebbero tutti sfilare come i bersaglieri. I bersaglieri sono una cosa bellissima e gloriosa. Ma è come per i garibaldini. Il garibaldinismo è stato spesso uno dei rotti della cuffia attraverso i quali è scappato spesso l'italiano deteriore: bel ragazzo, superficiale, genialoide, improvvisatore e “guappo” (come dicono a Napoli); insomma: rétore fin nelle midolla. L'italiano fascista è diverso, dev'essere diverso (Critica fascista, c).
Non solo. Quell'anno Bottai rievocò a Genova l'epopea di Giuseppe Garibaldi. La figura che ne emergeva era ben diversa da quella mussoliniana del 1932: Garibaldi era un eroe, certo, ma popolare, il che nell'accezione del ministro fascista era sinonimo in primo luogo di ingenuo, che “s'aggira fra le idee e i principi e i sistemi filosofici o politici del suo tempo come appunto vi si aggira il popolo: con fiduciosa ingenuità, con stupito candore” (“Corriere della Sera”, d). A tale caratteristica Bottai attribuiva l'adesione all'internazionalismo, un'adesione però “vaga e indeterminata” che non aveva fatto altro che aumentare la “confusione” nei suoi discepoli, sostegno poi ripudiato nel momento in cui aveva compreso la sua inattuabilità. Da lì il ritorno all'amore primigenio, quello per la patria. Il Garibaldi di Bottai era dunque un uomo semplice e pragmatico che, resosi conto dell'irrealizzabilità del messaggio marxista, tornava sui propri passi, “per chiudersi nel suo sogno d'umanità e di pace” e finalmente approdare all'idea della dittatura, pur intesa in senso classico, alla Cincinnato. La dittatura come mezzo supremo per difendere gli interessi del popolo e della patria costituiva l'approdo finale anche del ragionamento di Bottai, che in esso vedeva il vero legame con la “rivoluzione” fascista. Se dunque Bottai salvava di Garibaldi il patriota, l'eroe generoso che si lanciava nella lotta per un ideale, dall'altro non faceva che sottolinearne la tortuosità del pensiero politico e il suo faticoso dipanarsi nelle ideologie ottocentesche, implicitamente contrapponendovi le caratteristiche di chiarezza, linearità e grandezza attribuite al pensiero politico mussoliniano.
Con Bottai i rapporti tornarono ad essere più distesi, tanto che (o forse grazie al fatto che) “Camicia rossa” ben presto ne pubblicò un contributo, ma nuove bordate polemiche giunsero da esponenti del fascismo intransigente. Incominciò Telesio Interlandi dalle colonne de “Il Tevere”, al quale d'altronde “Camicia rossa” aveva fornito l'occasione di un attacco sul tema del razzismo, argomento sul quale Ezio Garibaldi mantenne, almeno dal 1933, una posizione contraria a quella che stava prevalendo, dal momento che confermava la sua avversità nel dicembre 1937 (“Camicia rossa”, f) e ancora nella tarda primavera del 1938. In quell'occasione, pur cercando come sempre di non porsi al di fuori della linea ufficiale del regime, mantenne quella posizione distinta che gli faceva ricordare, rispondendo a Interlandi, la presenza di tanti ebrei tra le file del Risorgimento:
Non calunniate – scriveva Garibaldi – il patriottismo degli italiani di origine ebraica durante il Risorgimento […] perché se sarebbe una bestemmia dire, che il Risorgimento italiano è opera degli ebrei [è] indecoroso infamare gratuitamente delle nobili e purissime figure di eroi, di martiri, di agitatori, di diplomatici, di giornalisti, di uomini d'azione (“Camicia rossa”, g).
Era un'opinione, per quanto parzialmente corretta con una confusa postilla successiva al varo delle leggi razziali, che gli avrebbe creato nuovi nemici e reso più instabile la sua posizione. Ma l'attacco più greve a quel punto era già in corso, giungendo da uno dei rappresentanti storici del fascismo più duro, Roberto Farinacci, a conferma che ormai la protezione di Mussolini nei confronti di Ezio e del suo “fascismo garibaldino” si era fatta più labile e poco convinta. La polemica si sviluppò su un arco temporale molto lungo, che dalla primavera del 1938 giunse fino all'inverno del 1939, e ha tratti che ricordano una trappola ben congegnata per smascherare gli aspetti più contraddittori del fascismo sui generis di Ezio. Dapprima si sparse la voce che Cremona, feudo del vecchio ras, fosse stata teatro di un gesto estremo, come era nelle corde del personaggio: la rimozione, che successivamente sembrò addirittura diventare la distruzione, del monumento a Giuseppe Garibaldi eretto a fine Ottocento. “Camicia rossa”, com'era prevedibile, protestò con veemenza, e ciò diede spazio alla reazione di Farinacci, in un crescendo polemico che sfociò in grevi insulti reciproci (“Camicia rossa, h) ma anche, da parte del gerarca cremonese, in una serie di accuse che mettevano in dubbio la fede fascista di Ezio: dallo scarso vigore contro “quell'orda di rinnegati” che combatteva in Spagna contro Franco, alle allusioni sull'effettiva iscrizione al Pnf (“la sua tessera esiste e non esiste”, scriveva Farinacci), e in generale ad una posizione politica ambigua e poco in linea con le direttive del regime (“Regime fascista”, a).
Come rispondeva Ezio a questo attacchi? Con scarsa abilità e una vena dialettica raramente pungente, aggrappandosi alle parole del duce sulla continuità tra camicie rosse e camicie nere, come se ancora potessero fornirgli un'ala protettiva. Non voleva rendersi conto che le uniche ed ultime occasioni, durante le quali Mussolini aveva affermato la tesi dello “stesso solco” in cui operavano garibaldini e fascisti, erano quelle pronunciate nel 1923 a Civitavecchia e Monterotondo, quindici anni prima, in un contesto assai diverso. Farinacci, poi, aveva un asso nella manica: con il suo stile, intriso di insulti e allusioni, scrisse sul “Regime fascista” che “dal 1929 ad oggi [Ezio] ha vissuto fuori dai nostri ranghi, forse per farsene un merito quando partecipava ai congressi parigini” (cit. in “Camicia rossa”, h). L'accusa di essere in combutta con gli ambienti antifascisti in Francia era grave quanto quella di non avere rinnovato la tessera del Pnf. Il problema, per Ezio, era che almeno la seconda accusa risultava essere vera: il 7 maggio 1939, la stampa pubblicava il “Foglio disposizioni” del segretario del partito Achille Starace, il quale scriveva che “dai primi accertamenti è risultato che dall'anno VIII Ezio Garibaldi non ha più rinnovato la tessera del P.N.F.” (“Corriere della Sera”, e). Se fosse vero, e non vi è motivo di dubitare, ciò significa che mentre Mussolini lo invitava a partecipare all'organizzazione del cinquantesimo anniversario della morte dell'eroe, Ezio si distaccava dal partito.
Velleità antifasciste, come sosteneva Farinacci? Clamorosa ingenuità? Di certo a quel punto la sua posizione era divenuta insostenibile. A conferma che qualcosa di vero nelle accuse di Farinacci doveva esserci, le pubblicazioni di “Camicia rossa” furono bruscamente sospese, la sua carica di comandante della legione garibaldina annullata, e di Ezio non si seppe più nulla fino a quando Mussolini, evidentemente dell'opinione che il suo nome potesse ancora ritornare utile, lo rispolverò, diciotto mesi dopo, in una rievocazione stanca e ormai sfiduciata del mensile garibaldino.
Per quale motivo? A Mussolini interessava, dopo l'entrata in guerra e la sconfitta della Francia, agitare la bandiera dell'italianità di Nizza, città natale dell'eroe, ed Ezio Garibaldi tornava utile a questo scopo, per il quale fu messo a capo anche dei Gruppi d'azione nizzardi, una sorta di fasci locali che dovevano servire allo scopo prefissato. La nuova serie di “Camicia rossa” continuò dunque sulla falsariga della prima, con tanti ricordi garibaldini, e risorgimentali in generale, l'esaltazione di Nizza italiana, in barba ad ogni ipotesi di fratellanza latina sbandierata fino a qualche anno prima, e poco altro, tra cui la vecchia bandiera polemica della Dalmazia italiana, che dopo l'invasione della Jugoslavia divenne di stretta attualità (“Camicia rossa”, i). Anche in questo caso, come negli anni precedenti, Ezio si tenne alla larga finché poté da ulteriori argomenti scottanti, che certo non mancavano, e si espose solo quando il nome di Garibaldi veniva direttamente tirato in ballo da qualche avversario del fascismo: quando Ioannis Metaxas, leader di quella Grecia aggredita da Mussolini il 28 ottobre 1940, ricordò i patrioti italiani che invece avevano combattuto per la libertà della terra greca dagli invasori stranieri, nel 1821, 1897, 1912 (tra cui Ezio stesso), non poté esimersi dal polemizzare ed esaltare la nuova Italia fascista che seguiva compatta il duce e replicare adottando le parole d'ordine della propaganda di regime (“Camicia rossa”, l). Ma era ben poca cosa. La nuova serie di “Camicia rossa” uscì ancora per qualche mese, con sempre minore regolarità, per poi cessare del tutto nell'estate del 1942. Evidentemente non serviva più a Mussolini, ed Ezio era ormai sfiduciato e sconfitto nella sua illusione di un fascismo garibaldino che potesse godere di una sua relativa autonomia.
Ma, al di là della figura ambigua di Ezio, cosa rimane del nome e del mito di Garibaldi nell'Italia che il fascismo stava per condurre in guerra? Ben poco. La polemica appena condotta aveva fatto emergere non solo l'avversione dei fascisti verso il nipote dell'eroe, ma anche l'impossibilità di mantenere in vita il mito di un Garibaldi precursore, di un Garibaldi effettivamente fascistizzato. Le rievocazioni si fecero rarefatte e poco sentite, tranne quelle romagnole. In genere si trattava del consueto pellegrinaggio garibaldino all'inizio di giugno sulla tomba di Caprera, per assolvere a un omaggio rituale. Le parole di Bottai del 1938 erano già rivelatrici di una versione sommessa e poco esaltante della figura di Garibaldi. Nei fatti, prima e durante la guerra, l'epopea garibaldina fu utilizzata per le esigenze polemiche di politica estera che via via si facevano necessarie. Spezzoni della vita e degli scritti del Generale vennero estrapolati dal loro contesto e usati per le contingenti polemiche internazionali, sebbene fossero rivolte in primo luogo – com'è naturale – all'opinione pubblica interna: innanzitutto quella contro la Francia “ingrata”, dimentica dell'aiuto delle camicie rosse nel 1870 e nel 1914 (“Corriere della Sera”, f); poi, nel 1941, contro gli Stati Uniti, ai quali si ricordava come nel 1861 il generale conquistatore del regno delle Due Sicilie fosse disposto a prendere il comando dell'esercito nordista che gli era stato offerto, desiderio poi reso inattuabile dai tentativi di completare l'unità nazionale (“Corriere della Sera”, g). Nel 1942, fu la volta di Anita, nel cui ricordo, riprendendo la vulgata mussolina del 1932, “si fusero più armonicamente l'eroismo avventuroso e le più delicate virtù che possano rifulgere in una sposa e in una madre”, in contrapposizione alle donne dell'Armata rossa che “emulano in Russia le crudeltà degli uomini” (“Corriere della Sera”, h)
Dopo, poco altro. Durante la Repubblica sociale italiana, è significativo che le uniche rievocazioni pubbliche rintracciabili siano condotte ad opera di militari. È oramai solo il Garibaldi soldato, quello che odia i traditori (“Corriere della Sera”, i), che difende l'onore italiano fino alla fine senza cambiare casacca, ad attrarre i portavoce dell'esercito di Salò che combattono a fianco dei tedeschi. È un Garibaldi intransigente, come chi ha scelto di combattere fino alla fine a fianco dell'esercito nazista, ma non del tutto depoliticizzato: vengono riscoperti alla bisogna, nel coacervo dei suoi scritti e discorsi, i suoi sentimenti repubblicani, su cui il generale Diamanti si soffermò nella rievocazione del 2 giugno 1944, a Milano (“Corriere della Sera”, l). E, in implicito riferimento alle Brigate Garibaldi dei partigiani, se sulle colonne dei giornali se ne ricordava il desiderio di “concordia nazionale, perché nulla era più profondo in lui che “l'orrore delle contese fraterne” (“Corriere della Sera”, i), nelle parole dei militari che lo rievocano in pubblico l'intransigenza era totale (“Corriere della Sera”, l).
Nessuna traccia in queste cerimonie pubbliche di esponenti del superstite fascismo politico ricongiuntosi a Salò dopo l'8 settembre 1943, a confermare la sensazione di una sostanziale estraneità – avvertita dai fascisti in primo luogo – del garibaldinismo, fondamentalmente cosmopolita e umanitario, nel fascismo. Già il silenzio di Mussolini dopo il 1923, al di là del discorso del 1932 che sanciva la versione ufficiale da parte del regime del mito garibaldino, è indice di quanto la sua figura fosse poco apprezzata e avvertita come poco vicina. Lo conferma poi il silenzio dei principali gerarchi, che quando ne parlarono – come Bottai – lo fecero sostanzialmente sminuendone la figura ed esaltandone gli aspetti di eroe popolare. D'altronde, lo stessa ambizione di Ezio di avallare l'idea di un fascismo declinato in senso garibaldino doveva rivelarsi una presunzione destinata ad essere spazzata via: le spinte totalitarie, la scarsa ‘utilità' del nome di Garibaldi nel momento in cui si avviava l'alleanza con la Germania , l'ostilità dei gerarchi fascisti nei confronti di Ezio, e la ingenuità da questo dimostrata, ne decretarono la sostanziale espulsione dal regime e il fallimento della sua strategia. Privata di qualsiasi valore e autorevolezza, nelle ultime fasi del ventennio e della Repubblica sociale ben poco rimane della versione fascista del “biondo Eroe”, se non brani livorosi estrapolati ad hoc contro i nemici del momento.