Domenico Amorelli
Giornalisti e scrittori al seguito del Giro nell'Italia nei primi anni del dopoguerra (1946-1949)
Il Giro d'Italia era anche la rivista della nostra povertà, in un paese distrutto e sconvolto da una guerra sciagurata. Osservavamo dalle vetture del seguito la folla, ai margini: una doppia fila di vestiti sdrucidi, di camicie che apparivano attraversate dalle cannonate. Era uno specchio in cui ritrovavamo la nostra immagine. Gli italiani cominciavano appena a sorridere (Fossati 1990).
La seconda guerra mondiale aveva lasciato un segno indelebile. Ma – come rivela Mario Fossati – gli italiani iniziavano a sorridere, o perlomeno tentavano di farlo. L'occasione fu la ripresa di una delle tante avventure ciclistiche.

|
Figura 1 – Passaggio per Pianoro distrutta dalla guerra, durante la Bologna-Raticosa del 1946 (Archivio fotografico W. Breveglieri, Bologna). |
19 marzo 1946, è il giorno della Milano-Sanremo. La prima grande gara in Europa dalla fine della guerra. La “classicissima di primavera” inaugura, tra l'altro, la riapertura del tunnel del Turchino, un piccolo traforo che collega l'alto alessandrino con la costiera che da Genova raggiunge Voltri e Savona. Si ricuce così un pezzo d'Italia, mai così divisa a livello viatico. La corsa la vince Coppi, riprendendo dal Giro d'Italia del 1940, vinto battendo l'allora compagno di squadra nella Legnano Bartali. E proprio Gino si piazza solamente al quarto posto, arrivando 24 minuti dopo Coppi, che era scattato già a Binasco (a 12 chilometri da Milano). Scivolatigli tutti alle spalle, aveva retto solo Lucien Teisseire. Ma, proprio sulle rampe del Turchino, il francese si stacca. Non regge il ritmo di Fausto che scava il vuoto dietro di sé e percorre in solitudine i 147 chilometri che lo separano dall'arrivo. Il toscano sosterrà di essersi disinteressato alla corsa per divergenze con la Legnano a proposito dei suoi compensi (“Nel 1946, Bartali si fa pagare dalla Legnano, la sua squadra, in tubi Falk che poi può rivendere all'azienda del gas fiorentina”, Marchesini 1998) e lascerà intendere che, se avesse voluto, Coppi avrebbe trovato pane per i suoi denti.
Ma la Milano-Sanremo altro non è che una prova generale. È il Giro il vero appuntamento sportivo dell'anno (annunciato sulla “Gazzetta dello Sport”, 15 gennaio 1946: Il Giro d'Italia delle nozze d'oro ). Sono trascorse appena quarantott'ore da quando Umberto ha lasciato la patria, è il 15 giugno 1946. La vera data che consacra la Repubblica , come titola buona parte della stampa. (Il “Corriere della Sera” del 15 giugno 1946 affianca due titoli in prima pagina, quasi per il desiderio di dimenticare il passato: Partita chiusa per la monarchia. Giro d'Italia. Via! ).
Quella stessa mattina, infatti, il discorso del presidente del Consiglio De Gasperi e i comunicati della Democrazia cristiana e del Partito socialista aprono una nuova epoca. “È come se il Giro risorgesse con il paese ma, anche, il paese con il Giro”. (Marchesini 1998). È il XXIX della serie che, a meno di quattordici mesi dal termine del conflitto, scarrozza in su e in giù per il paese corridori e suiveurs . È un segnale, forse il segnale, quello che determina il rapido ritorno alla normalità quotidiana o, almeno, la disperata volontà di credere che il ritorno sia compiuto. Se la carovana può muoversi da Nord a Sud, ciò significa che lo sforzo pubblico è riuscito a ripristinare in tempi brevi le condizioni minime che assicurano il sistema di relazioni della civile convivenza. Anche se lungo le strade, in parte polverose e crivellate di buche come all'epoca dei pionieri, i corridori possono macinare con continuità le solite migliaia di chilometri.
Si va da Milano a Milano, 3.417 chilometri in 20 tappe. L'itinerario è purtroppo limitato dalle condizioni precarie del Sud, sotto Napoli non ci si arriva, ma si attraversano le città di Torino, Genova, Trento, Trieste, Ancona, Firenze, Roma e appunto Napoli. La geografia dell'Italia è parsa durante il conflitto frantumata in tante piccole parti. A guerra conclusa e perduta, al Giro spetta ricucirle, corrispondendo ad una missione che travalica il senso semplicemente sportivo della gara:
non è vero che, non è possibile che gli italiani non si intendano tra di loro. Gli italiani sanno che divisi periranno, uniti risorgeranno. Gli italiani hanno tanta voglia di abbracciarsi, e se queste incomprensioni e ostacoli mirano a ritardare il compimento di questo desiderio innato, la Madre comune, la Terra comune, il Dolore comune debbono fugare queste incomprensioni, spianare questi ostacoli. Il Giro d'Italia è risorto al servizio di un dovere che lo trascende. Per questo le difficoltà lo nobilitano. Napoletani e torinesi, lombardi e laziali, veneti ed emiliani, gli italiani tutti, tante regioni per un'unica civiltà e per un unico cuore, attendono nel Giro lo specchio nel quale riconoscersi e sorridersi (“ La Gazzetta dello Sport”, 15 giugno 1946).
Gli organizzatori sono pienamente consapevoli che la corsa porta con sé questa funzione unificante, che i tempi difficili le attribuiscono. L'Italia che si presenta agli occhi dei corridori, degli addetti ai lavori, degli italiani in generale, è un paese in ginocchio, lacerato da diciannove mesi di guerra civile, che però è riuscito ad andare a votare in occasione delle prove elettorali (primavera 1946). “Ci credevate a ventidue milioni di italiani che votano senza tirarsi uno schiaffo?”, si chiede Bruno Roghi, la vigilia della partenza rosa ( Il Giro della Rinascita ha il suo segreto: si chiama fiducia titola la “Gazzetta dello Sport” il 13 giugno 1946). Anche per questo il Giro del 1946 sarà ribattezzato come il “Giro della Rinascita”, come era stato annunciato, nella primavera dello stesso anno, da Guido Giardini:
Sotto il nostro cielo, nel nostro clima che forgia energie invidiabili e crea gli artigiani, i maestri, gli artisti, basta un avvenimento, basta una partita di calcio, una corsa ciclistica, uno spettacolo artistico, un'opera, un concerto per far dimenticare di colpo tutti gli orrori di una guerra. L'annuncio del Giro d'Italia, seguito alla ripresa delle relazioni sportive internazionali, è stato come benzina buttata su un fuoco semispento; l'entusiasmo popolare è divampato di colpo; città e paesi si sono contesi la soddisfazione e l'onere di un arrivo di tappa, i mecenati, gli industriali, gli sportivi hanno fatto a gara per offrire la loro collaborazione, la “Gazzetta dello sport” ha dovuto quasi difendersi di fronte al travolgente entusiasmo di tutti; e l'organizzazione ha potuto così mettersi sul binario di una marcia regolare, seppur faticosa, per filare diritto senza inciampi. Una prova di più che lo sport avvicina, affratella, unisce gli uomini di fede e di volontà; il plebiscito di adesione al Giro d'Italia dimostra che questo nostro paese è più vivo che mai, forte, generoso, animato dalla ardente volontà di rinascere.
Simboli della rinascita sportiva: Coppi e Bartali. Tra i due è subito rivalità, accesa, vera, destinata a segnare la storia non solo sportiva del nostro paese negli anni futuri, rilanciata dall'entusiasmante e immediata alternanza delle loro vittorie: a Gino il Giro di quel 1496 e la Sanremo del 1947, a Fausto il Lombardia del 1946, il Giro del 1947 e di nuovo il Lombardia di quello stesso anno, a Gino il Tour del 1948…
Bartali è l'uomo di ferro, il campione nel cuore delle masse, vincitore di due Giri d'Italia e di un Tour, ma va per i 32 anni, i suoi muscoli, arrugginiti da cinque anni di inattività, potrebbero accusare il peso di uno sforzo prolungato. Le recenti vittorie nei Giri di Campania e delle Quattro Province sono comunque di buon auspicio. Coppi ha 26 anni, gregario di Bartali alla Legnano, nel Giro del '40 ha fatto la barba al capitano. Ha inoltre all'attivo il record dell'ora e i titoli italiani della strada e dell'inseguimento.

|
Figura 2 – Cartolina della mostra presentata alla festa nazionale dell'Unità 1987 a Bologna (Collezione P. Gandolfi, Parma). |
Sfuggire alla scelta, allo schierarsi per uno dei due proprio non si può. Nessuno è presente nella quotidianità del paese più dei due campioni. Non passa giorno senza che la stampa, sportiva e non, parli di loro. Ma non è solo la cultura popolare ad attingere al patrimonio delle loro imprese. Quasi subito anche la cultura alta deve riconoscere lo spessore dei personaggi e la vastità del pubblico interessato alle loro gesta. Quella che appare quasi subito un'epopea non può essere contenuta nei termini di una semplice cronaca sportiva. Per corrispondere adeguatamente al bisogno, anche i giornali d'opinione si danno a seguire da vicino una corsa come il Giro e s'affidano alle virtù di scrittori e letterati.
Nasce così nel 1947 una sorta di letteratura legata alle due ruote. Infatti al grande successo popolare del ciclismo di quegli anni va in buona parte ricondotta anche la contemporanea presenza di tanti eccellenti scrittori disposti a prestare le proprie virtù letterarie alla descrizione delle gesta del Giro. Scrittori capaci di scrivere di ciclismo, di raccontare il Giro come fosse un romanzo. Proprio per questo motivo, nella congiuntura particolarmente fortunata del secondo dopoguerra, si trovano a proprio agio personaggi che non sono certo specialisti dell'informazione sportiva, quanto invece della scrittura. Ecco allora Vasco Pratolini cimentarsi nel racconto del XXX Giro d'Italia, ricorrendo a metafore (“il Circo Barnum”, Pratolini 1947a) e similitudini di reminiscenza dantesca (“Come il pallido principe di Danimarca, incerto tra l'essere e il non essere, ospitava i comici Girovaghi per domestiche interpretazioni, così i lanaioli pratesi, simbolo al giorno d'oggi di potenza e prodigalità, si sono offerti uno spettacolo privato del Gran Circo Barnum che gira l'Italia” Pratolini 1947b), a spunti introspettivi (“Su queste strade io, ragazzo, cercavo scampo alla mia irrequietezza”. Pratolini 1947c, o ancora “La vita del Circo mi ha guarito dall'insonnia” Pratolini 1947d) e ad un'attenzione alla realtà tipica del Pratolini scrittore (“I paesi ci attendevano al loro solito con la popolazione bella e schierata, da Modugno a Ruvo, da Andria a Canosa, ciascuno con un traguardo a premio, ciascuno col suo bambino e il suo cane che traversano la strada all'ultimo istante, ciascuno con le sue scritte e i suoi festoni” Pratolini 1947e).
Il ciclismo su strada è pratica che non si vede, anche se la gente si riversa nelle vie al passaggio della carovana per ammirare i propri beniamini. Questa particolarità lo distingue da quasi tutti gli altri sport, caratterizzati invece da unità di luogo, riguardo alla loro effettuazione. Il ciclismo è fatto di lunghe attese che precedono l'evento, di liberi commenti che lo seguono, di capacità di immaginare quello che succede prima e dopo il rapido passare della carovana. Il giornalismo sportivo legato al Giro è un work in progress . L'inviato è costretto ad elaborare i propri pezzi quando i corridori stanno ancora pedalando e ad andare in stampa quando ancora non è concesso sapere com'è finita (o finirà) la competizione.
Allo spettatore manca la visione della corsa nel suo insieme, tanto più se si tratta di una corsa a tappe. Di essa può avere conoscenza solo attraverso la mediazione di un racconto: parlato (la radio), trasmesso con immagini (la televisione), scritto (la stampa).
E a proposito di carta stampata, i grandi scrittori al seguito del Giro nel secondo dopoguerra possono essere considerate le persone giuste al momento giusto. Essi si trasformano nei portavoce più adeguati di un ciclismo che è già grande di suo, fatto com'è di insuperabili interpreti, avvincenti rivalità, scenari irripetibili. Un ciclismo, che unendosi alla maestria letteraria di tanti nomi illustri riesce a trasformarsi in un ciclo epico, grandioso, degno di essere tramandato.
Ecco allora il lungo elenco delle penne celebri al seguito del Giro nel periodo 1947- 55. In ordine sparso si possono citare il poeta Alfonso Gatto, che nemmeno sa andare in bicicletta (nel 1947 e 1948 per “l'Unita”, nel 1959 per “Il Giornale del Mattino” di Firenze); scrittori come Vasco Pratolini (nel 1947 e 1955, per il comunista “Nuovo Corriere” di Firenze, diretto da Romano Bilenchi, che cesserà le pubblicazioni nell'agosto 1956, e per “Paese Sera” nel 1955), Dino Buzzati (nel 1949, per il “Corriere della Sera”), Anna Maria Ortese (nel 1955, per “L'Europeo”), Giovanni Mosca (per “Candido”, per la “Domenica del Corriere”, per il “Corriere della Sera” nel 1960 e 1961) e Achille Campanile più volte, anche prima della seconda guerra. E poi giornalisti e scrittori che diventeranno presto nomi importanti del giornalismo politico o parte del mondo accademico: Indro Montanelli (nel 1947 e 1948, per il “Corriere della Sera”), Enzo Biagi (nel 1948 per “Stadio”), Giorgio Fattori (per “ La Gazzetta dello Sport”), Lorenzo Tedeschi (nel 1949 e 1950, per “L'Avvenire d'Italia”), Paolo Monelli (nel 1963, per “ La Stampa ”), Giorgio Bocca (al Tour per la “Gazzetta del Popolo” nel 1949). Oltre, naturalmente, a Orio Vergani, considerato il maestro degli scrittori di sport prima e dopo il conflitto mondiale. Inoltre intorno al ciclismo, più che ad altri sport, si sono esercitati – trovando un'importante fonte di ispirazione che ha fatto della loro cronaca qualcosa di più di una pagina sportiva – nomi come Gianni Brera, Leonardo Coen, Mario Fossati, Gianni Mura, Bruno Raschi. E poi Luigi Cantucci, Roberto Roversi, Manlio Cancogni, Milena Milani (al Giro 1956 per “Il Campione”), Marcello Venturi, Franco Cordelli, Curzio Malaparte, Goffredo Parise, Giovanni Comisso, Luigi Pintor, Cesare Zavattini e altri che, più o meno occasionalmente, hanno scritto di e sul ciclismo (Marchesini 2003).
Fra questi, come appena ricordato, Vasco Pratolini. Lo scrittore toscano si presenta così ai lettori del “Nuovo Corriere” di Firenze:
Un adolescente tutto può inventarsi e desiderare: di diventare Sandokan e Montecristo, Lindbergh e Tunney, il centro-attacco Petrone e il marciatore Dorando Petri; di visitare la pampa, il Polo Nord, gli abissi marini e la stratosfera; di possedere l'universo, una fionda, una stella alpina. Io ero un ragazzo povero, povero forse anche di fantasia: sognavo di possedere un orologio e di seguire il Giro. Vi dico queste cose perché penso che molti di voi mi capiranno. Dico che non bisogna mai riporre i sogni dell'adolescenza, rinunziarvi significa inaridirsi e invecchiare. Passano venti anni, magari, e su cento, mille ragazzi che avevano formulato lo stesso desiderio, uno c'è che lo vede realizzarsi. Questa volta il fortunato sono stato io. Il 29 marzo qualcuno mi aveva regalato un orologio tutto particolare; il 24 maggio partivo, con l'orologio al polso, al seguito del Giro (Pratolini 1947f ).
Seguirà il Giro, dunque, e non lo farà con la bilancia della critica, ma come fosse un lettore qualunque. Come un “patito di sport dalle scarpe al cappello, che ha la fortuna di vedersi concessa questa agognata faticaccia”. (Pratolini 1947g). E individuerà appena al terzo giorno la metafora che reggerà le sue descrizioni e analisi, quella del “Circo Barnum”: con Bartali-Buffalo Bill, Coppi lanciatore di coltelli e Ortelli equilibrista sul filo, ma popolata anzitutto, numericamente, di “vecchi elefanti, gazzelle zoppe e leoni reali”. E di scimmiotte e conigli, di coloro insomma che, nel gergo dell'epoca, sono i gregari, gli eterni secondi e ultimi delle squadre messe insieme da un'industria ciclistica intorno al campione, al nome di punta.
Il circo è spettacolo,
è un baraccone che passa e va. Non concede repliche sulla stessa piazza. Ha per staffette cammelli di gran pregio: carrozzoni, radiotrasmittenti, tipografie ambulanti che informano sugli ultimi passaggi e offrono lamette per la barba. È il circo di Buffalo Bill. Dispensa volantini e caramelle, fango e imprecazioni, felicità che durano un attimo e impolverature da dover ricorrere al tintore (Pratolini 1947h).
Il XXX Giro d'Italia si corre da Milano a Milano, venti tappe attraverso Torino, Genova, Reggio Emilia, Prato, Bagni di Cascina, Firenze, Perugia, Roma, Napoli, Bari, Foggia, Pescara, Cesenatico, Padova, Vittorio Veneto, Pieve di Cadore, Trento, Sant'Eufemia e Lugano. Nove traguardi della montagna, Torriglia, Abetone, Capannaccia, Ariano Irpino, Muria, Falzarego, Pordoi, Costalunga, Druomio. Candidato alla vittoria finale: Vito Ortelli.
Ottantaquattro iscritti, la Legnano ha Bartali e Bini, la Bianchi è con Fausto e Serse Coppi e Adolfo Leoni, la Benotto con Ortelli e i fratelli Maggini, la Welter con Martini e Malabrocca, la Viscontea con Fiorenzo Magni, la Wilier-Triestina con Giordano Cottur.
Si parte il 24 maggio, la prima tappa finisce a Torino ed è vinta da Renzo Zanazzi, che arriva da solo al traguardo con quattro minuti di vantaggio su Vicini, Alberini e Fedi. Cottur è a 7'27”, Leoni a 7'34”. A Genova è immediata la riscossa dei bartaliani. Gino vince di forza, alla sua maniera, con undici secondi di vantaggio su Ortelli. A Reggio Emilia, il giorno seguente, spunta Luciano Maggini.
Il Giro si accende sull'Abetone, la prima vera salita. È la quarta tappa e il duello che infiammerà la corsa esplode sui tornanti della montagna pistoiese: Fausto Coppi vince davanti a Gino Bartali, ma il toscanaccio passa al comando della classifica generale con 2'41” su Fausto. È una tappa memorabile, Coppi fora due volte negli ultimi 45 chilometri , ma a Prato vince da campione. Scrive in proposito Pratolini:
È stata una battaglia piena di episodi da medaglia. Come quello di Coppi generale, che, ferito due volte nel momento culminante dell'offensiva e medicatosi in fretta, ha poi espugnato per primo la barricata. Ortelli, l'altro generale, non ha retto all'impeto dei bersaglieri: si è contentato di comandare le truppe di copertura (Pratolini 1947i).
In Toscana si corrono due semi-tappe, la prima da Prato a Bagni di Cascina è vinta ancora da Luciano Maggini, la seconda da Bagni di Cascina a Firenze si trasforma in un nuovo trionfo di Zanazzi. Gino sente aria di casa e si arrabbia con i giornalisti che, a suo dire, non hanno valutato a fondo i suoi incidenti durante la tappa di Reggio Emilia.
Verso il Sud, la comitiva si sposta senza intoppi. A Perugia vince Cottur, ma durante la tappa seguente, la Perugia-Roma , scoppia la protesta. È la prima forma di sindacalizzazione del ciclismo: il gruppo è costretto a pedalare su una strada polverosa e per questo decide di fermarsi per cinque minuti. Poi si rimette in corsa alla media turistica di 26 chilometri all'ora. All'Appio, infine, ultimo atto della protesta: in volata si battono pochi corridori, un velocista per squadra e vince ancora Leoni. Ecco come Vasco Pratolini descrive lo sciopero:
Oggi […] i lavoratori del Circo, numeri d'attrazione, bestie feroci e pavide gazzelle, hanno messo in atto lo sciopero generale. Generale e totalitario. Vogliono che le rappresentazioni avvengano il meno possibile sotto la canicola. Vogliono che, se qualche scimmietta accetta delle noccioline da uno spettatore, non si punita con nerbate da rimanere senza fiato. Vogliono che ci sia l'abbeverata come e dove è giusto che ci sia. Trattandosi di difendere la pappa e la salute, giaguari e coniglietti si sono dati la mano. In segno di protesta hanno deciso di astenersi dal lavoro. I cavalli ballerini sono rimasti immobili come monumenti. Gli aquilotti tranquilli dentro le ali come i pappagalli della nonna. (Pratolini 1947l).
Di diverso avviso Giorgio Fattori, che in un articolo ( Lavoratori del pedale, unitevi! ) apparso il 1° giugno 1947 sulla “Gazzetta dello Sport”, disapprova lo sciopero e ironizza sulle pretese dei corridori.
A Napoli vittoria di Coppi, a Bari primo posto di Bertocchi, vincono poi Ricci (a Foggia) e Conte (a Pescara). Alla partenza della tredicesima tappa, che da Pescara porta il gruppo a Cesenatico, scoppia una rissa: si azzuffano il veneto Conte e il siciliano Corrieri, nella rissa è coinvolto persino Coppi.
La tappa successiva, che termina a Cesenatico, è vinta proprio da Corrieri. Bevilacqua trionfa poi a Padova, Leoni a Vittorio Veneto e siamo allo scontro finale.
Sulle dolomiti è battaglia vera e a Pieve di Cadore Bartali batte Coppi in volata. Alla diciassettesima si decide il Giro. Da Pieve di Cadore a Trento i corridori devono superare il Falzarego, il Pordoi, il Sella, è la grande impresa di Fausto Coppi che sfrutta una caduta di Bartali.
Per l'inviato del “Corriere della Sera”, Indro Montanelli, non ci sono dubbi, sta nascendo il campionissimo:
Stavo proprio dietro a Coppi. Lo seguivo sulla macchina di Aldo Zambrini, il suo “patron”, un uomo d'oro. Era il mio primo Giro d'Italia. Salivamo le rampe del Falzarego. Fausto con quella sua pedalata rotonda, continua, prese a pigiare di più sui pedali. Gino veniva su a scatti rabbiosi. Fausto era più bello, più estetico e, quel giorno, volava. Bartali perse terreno: un metro, dieci, cinquanta, due tornanti. Poi, venne appiedato dal salto della catena. Ma l'altro scalava liscio, senza apparente sforzo. Dopo il Falzarego, il Pordoi. Due lacrimoni scendevano sulle gote di Zambrini. Stava nascendo il campionissimo. Fausto zittiva gli scettici (O. Vergani e G. Vergani 1995, 63).
All'arrivo Coppi realizza un capolavoro con 150 chilometri di fuga solitaria. “Era il nuovo campione che compiva la gesta da tutti e da tanto attesa, la sua laurea definitiva. Era il Coppi che conosciamo, in una grande giornata. Ha tenuto, tutto solo, per 150 chilometri ” (Pratolini 1947m).
Alle sue spalle finisce Magni, terzo è Martini. In classifica Coppi è primo, Bartali secondo a 1'43”. Ma Gino non si arrende, nelle tappe seguenti continua ad attaccare. Da Trento a Sant'Eufemia manda tutti i suoi uomini all'assalto, Coppi però è in gran forma e sventa l'attacco. Vince ancora Leoni. E nella Brescia-Lugano, penultima tappa del Giro, Bartali va ancora in prima linea, ma Coppi lo riacciuffa alle porte di Lugano e il giorno seguente, nel tripudio di Milano, conquista il Giro d'Italia. Lo segue Bartali, poi nell'ordine Bresci, Cecchi e Maes.
Questo Giro, che come tutti quelli iscrivibili negli anni immediatamente seguenti la seconda guerra mondiale, ha ripreso ad attraversare le contrade d'Italia, non è solo una corsa a tappe. La carovana è indirettamente investita di un alto incarico, che travalica il senso semplicemente sportivo della gara. Il gesto delle ragazze che il 27 maggio 1947 a Reggio Emilia, alla partenza della tappa che si concluderà a Prato, distribuiscono sorridenti ai girini coccarde tricolori, sottolinea l'ambizione unitaria che pervade la corsa, l'ispirazione quasi neorisorgimentale che Vasco Pratolini nota nelle sue cronache di inviato.
Ci si mettono anche i giornalisti che al passaggio da Barletta, ai primi di giugno, si fermano in raccoglimento dinanzi alla lapide che ricorda la “disfida” del 1503 tra i francesi e i tredici valorosi guidati da Ettore Fieramosca, uno dei primi e più celebrati episodi di italianità, che la cultura storica scolastica ha trasmesso a generazioni di studenti (Marchesini 1998).
E naturalmente non manca la politica. Il Giro, nota sempre Vasco Pratolini, col suo passaggio “consente un censimento inconfutabile delle opinioni politiche degli italiani, molto più valido di quello espresso col referendum e l'elezioni, perché spontaneo e senza remore di voto” (Pratolini 1947n).
Si pensi poi alla Pieve di Cadore-Trento, tappa nella quale Coppi sfila la maglia rosa a Bartali. Scrive a riguardo lo scrittore toscano:
[nel] cattolicissimo Trentino difficilmente perdoneranno a Fausto la vittoria di ieri e la saracinata di stamani. Soltanto dopo un'ora di cammino si sono incontrati i primi festoni in suo onore. Ma erano gli ammalati di Arco che li avevano stesi: gente non di queste parti. Gino I (Bartali) è sempre intensamente nel cuore del suo popolo veneto, pugliese, umbro o toscano che sia (Pratolini 1947o).
La storia del Giro di questi anni è permeata di tanti elementi politici anche al di là del dualismo ingombrante tra Bartali e Coppi. Neanche due giorni prima dell'articolo di Vasco Pratolini, Indro Montanelli aveva lanciato il clichè di Bartali “De Gasperi del ciclismo”:
non perchè appartiene allo stesso partito politico ma perchè è fatto della medesima stoffa umana. Rincagnato e per nulla pittoresco, senza voli lirici, senza retorica egli segue nel pedalare i calcoli pazienti e tenaci cui De Gasperi si ispira nel governare. Non attacca l'avversario, lo aspetta. Ma prima di affrontarlo ne distrugge le alleanze, ne logora l'impeto, ne deprime il morale, gioca col tempo. Fin che può ritarda la crisi, irremovibile alle pazienze altrui e agli altrui entusiasmi. Quando la crisi è dilazionabile lascia agli avversari il compito dell'offensiva e lo attende al momento in cui sarà solo e col fiato corto. Allora lo affronta senza pietà, facendo il gregario di se stesso, misurando le proprie e le altrui forze sulla distanza e sul dislivello e vince: ma non stravince. La sua forza è qui: nel non saper stravincere, segue e precede il rivale di una ruota, di due metri, ma non di più. Tiene la contabilità dei secondi. Non scherza. Nessuno l'ama. Tutti lo temono. È un risparmiatore taccagno delle proprie energie. Non è “un” campione; è “il” campione, l'unico che concepisca la corsa come una missione sacerdotale cui occorre sacrificare ogni altra attività e diletto. È il professionista. (“Corriere della Sera”, 11 giugno 1947).
Il campione toscano diviene così la prova sportiva della saggezza dello statista italiano. È proprio per questo motivo che la rivalità tra Coppi e Bartali assume necessariamente connotati extrasportivi e Fausto il ruolo di portabandiera dell' altro schieramento, quello che non si riconosce nel blocco di potere democristiano. Ma se intorno ai due corridori si struttura una sorta di bipolarismo politico-sportivo dell'Italia postbellica, va detto che un altro uomo incarnerà le inclinazioni e le tendenze della restante parte della penisola. Non si deve dimenticare infatti Fiorenzo Magni, colui che rappresenta la destra in un panorama dominato dal centro cattolico moderato di Bartali e dalla sinistra laica e socialcomunista di Coppi.

|
Figura 3 – Cartolina della serie “Champions du chocolat 'Aiglon'” (Collezione P. Gandolfi, Parma). |
Magni, giovanissimo, è stato militante della guardia nazionale fascista. Accusato di collaborazionismo e sospeso dall'attività agonistica dopo la Liberazione , processato nel febbraio 1947 e prosciolto grazie anche alla testimonianza di Alfredo Martini, comunista e partigiano ma amico, può tornare finalmente a correre e a vincere cominciando dalla Tre Valli Varesine di quell'anno. Senza mai però scrollarsi di dosso la nomea di uomo di destra e senza mai riscuotere, forse anche per questo, larghe simpatie. Al punto che nel 1948, la sua vittoria del Giro non è granché apprezzata. Durante la passerella finale il pubblico fischia Vigorelli. Gli si contesta di aver scollinato senza gravi danni il Pordoi – lui potente passista, ma debole in salita – nella Cortina-Trento, di aver conquistato la maglia rosa solo grazie ad una lunga serie di spinte organizzate dalla tifoseria e di aver, così, provocato il ritiro di Coppi e della Bianchi per protesta contro la troppo mite penalizzazione di due minuti inflittagli per irregolarità. Alfonso Gatto, sulle pagine de “L'Unità” scrive in proposito pesanti articoli di condanna:
Io penso… che Coppi abbia fatto bene a ritirarsi e a non voler stare in compagnia con un uomo che alle sue spalle, col dolo e con l'inganno, gli portava via i minuti della sua fatica e la luce del suo distacco. Lo sport non obbliga a convivere con un uomo che la giustizia ha giudicato flagrantemente colpevole, pur non trovando nel codice il massimo della pena per lui.
“Fermi con le mani”: ecco, potrebbe essere questo il titolo del film dedicato al 31° Giro d'Italia. Che fossero tutti preoccupati dell'ordine pubblico i collaborazionisti di Magni, scaglionati lungo la salita del Pordoi? Tra manate, spinte, strette di mano, conciliazioni, minacce e indulgenze, questo Giro ha segnato il trionfo dei maneggioni ammalati senza rimedio di spirito di conciliazione e di adattamento (Marchesini 1998, 73).
Il 1948, l'anno che sublima il ciclismo ad antidoto dei pericoli rivoluzionari, si era aperto con la vittoria di Coppi nella Milano-Sanremo: scatto sul Turchino, lunghissima rincorsa del fuggitivo Vittorio Rossello, insieme ai comprimari Camellini e Baito, secondo scatto sui tornanti di Capo Mele e vittoria in solitario. Bartali però aveva immediatamente risposto al collega con la vittoria del Giro di Toscana, alimentando l'idea di un non scontato duello. Poi l'inaspettato exploit di Magni al Giro d'Italia.

|
Figura 4 – Caduta di Alfredo Martini nella tappa Firenze-Bologna del Giro 1948 (Archivio Publifoto, Centro studi e archivio della comunicazione, Parma). |
Quell'anno sarà da tutti ricordato per l'attentato a Togliatti, e per il Tour de France di Gino Bartali. Alla competizione d'oltralpe rinuncia Coppi, causa il suo impermalosito addio al Giro costatogli un mese di squalifica. Vi partecipa però il corridore toscano, ma sembra impossibile poter ripetere l'impresa del 1938. Eppure, a distanza di un decennio, fu nuovamente un trionfo, un capolavoro.
Un giorno [racconteremo] un “uomo di ferro” che non aveva mai un momento di debolezza, che scalava le montagne come avesse le ali e sfidava impavido il sole come la bufera, rivinse dieci anni dopo la più grande corsa del mondo e la rivinse quando già tutti lo credevano battuto superato dalle leggi della natura, avversato da insidie infinite; rivinse involandosi sui monti, avvolto dalle nevi e dalle tempeste e dando in tre giorni un'ora di distacco ai suoi rivali che avevano dieci anni di meno” (De Martino 1948) 1.
Bartali si vedrà poi tributare giustamente gli omaggi dell' establishment politico-spirituale italiano: Alcide De Gasperi presidente del Consiglio, Luigi Einaudi presidente della Repubblica, Pio XII capo della cristianità cattolica ricevono in udienza il trionfatore in terra francese.
Nasce così la leggenda di Bartali che al Tour, vincendo tre tappe alpine di fila negli stessi giorni della crisi che segue l'attentato e conquistando la maglia gialla (poi donata al Santo Padre), avrebbe scongiurato la rivoluzione comunista ed evitato una sanguinosa guerra civile.
In Italia la prodigiosa vittoria nel decennale della prima conquistata dal Ginettaccio, se calma le passioni politiche, moltiplica quelle sportive, divampa la rivalità Bartali-Coppi, allargando il fossato tra le due tifoserie. Lo sa bene Pratolini:
“Penso a quei giovanotti di città e di paese, ai miei cari amici del fiorentino Bar San Pietro e di tutti i bar San Pietro d'Italia, durante i ventitrè giorni di passione in cui si corre il Giro. Gente che si fa venire il sangue alla testa e il pizzicore alle mani, discutendo. Amici d'infanzia che si tolgono il saluto per una divergenza su Bartali o su Coppi, su un arrivo di tappa, a proposito del rendimento di un atleta”. (“Il Nuovo Corriere”, 6 giugno 1947).
Fausto che già contava sul crepuscolo dell'avversario, se lo ritrova più forte di prima, ornato di quell'“intramontabile” che, di lì in avanti, lo accompagnerà per sempre.
Ma l'anno che segue, il 1949, consacrerà definitivamente il mito di Coppi. Inizia per l'asso piemontese il periodo d'oro della sua attività (e del ciclismo italiano più in generale), quello delle vittorie travolgenti, che dura, non senza qualche appannamento, almeno fino alla conquista del titolo iridato nel 1953.
Bartali, invece, divorzia dalla Legnano e allestisce una propria squadra, che porta il suo nome, rifornendola di una bicicletta battezzata Santamaria . Cui fa seguito l'insorgere di un equivoco collettivo, che fotografa il segno dei tempi. Il 1948, infatti, era stato l'anno della grande devozione popolare imperniata sulla Madonna pellegrina e di Bartali si conosce la fedeltà al culto mariano. Basta un niente, dunque, per concludere che la denominazione insolita della nuova bici (gialla come la maglia di chi ha vinto il Tour due volte) è un omaggio del campione alla madre di Gesù. Anche “L'Unità” ci casca, ed il 17 febbraio 1949 se ne esce con un titolo tale da non ammettere indulgenze: Datti all'ippica . Ma Santamaria altro non è che il nome del costruttore di Novi Ligure.
Viene finalmente il Giro d'Italia. Bartali e Coppi; Coppi e Bartali. Il filo conduttore è sempre quello e accende le folle. Il dualismo entra perfino nelle canzoni del Quartetto Cetra, diventa materia di couplets rivistaioli. Lucia Manucci, voce solista di quel quartetto, dà dolcezza a strofette insulse (“In bicicletta / lieti van / Fausto / Gino / Calma ragazzi / sono qua / Fausto / Gino”), mentre Tata Giacobetti, Virgilio Savona e Felice Chiusano badano a “sincopare”. La tifoseria è bonariamente disposta a digerire qualsiasi sciocchezza: la passione offusca e intenerisce. Così, trionfa Ciao mamma , canzone del ciclista gregario, “swingata” sempre dai Cetra : “Ma in cima alla salita / c'è la fama / ciao mamma / vedrai che vincerò”. Così commuove e resta nei ricordi dei ragazzi d'allora il refrain di “GirinGiro”, rivista radiofonica di Garinei e Giovannini che, dalle sedi di tappa, va in onda ogni sera e tocca le corde più deamicisiane con un motivetto dedicato alla maglia nera, all'ultimo in classifica: “Mentre tutto tace / lui riposa in pace / sogna d'esser vincitor” (O. Vergani e G. Vergani 1995).
Il “Giro della Rinascita”, quello del 1946, era stato un vero e proprio miracolo. Gli organizzatori si erano dati da fare in modo impressionante, riuscendo a mettere in piedi una competizioni così importante in tempi brevissimi (ai francesi fu possibile riprendere il Tour solo nel 1947), e superando innumerevoli problemi. Primo fra tutti, quello della viabilità, in un paese che fino a pochi mesi prima era stato teatro di guerra.

|
Figura 5 – Manifesto pubblicitario del 1947. Dopo la guerra assieme all'Italia rinasce l'industria ciclistica (Civica raccolta di stampe A. Bertarelli, Milano). |
La progressiva discesa verso il sud Italia aveva il compito di sottolineare la riconquistata dimensione nazionale, di pari passo con il procedere della ricostruzione. Se nel 1947 e nel 1948 il Giro si era spinto fino a Bari, nel 1949 raggiunge finalmente il regno del bandito Giuliano: la Sicilia , soggiornandovi per tre tappe. Il ricordo del separatismo isolano, del banditismo, e del profondo malessere delle campagne, è ancora vivo. Le lotte contadine per la questione delle terre lo riportano d'attualità. La nascita stessa della Cassa per il Mezzogiorno, l'anno seguente, è il segno che la questione meridionale è ancora un problema all'ordine del giorno per la collettività nazionale.
In un'atmosfera ancora sconvolta dalla tragedia del Grande Torino, cancellato dal destino due settimane prima nelle nebbie di Superga, il 18 maggio 1949 sbarcano a Palermo dal bastimento Città di Tunisi per allinearsi al via del XXXII Giro d'Italia 102 corridori. Fra loro Dino Buzzati. Al seguito della carovana per conto del “Corriere della Sera”, lo scrittore-giornalista coglie subito le suggestioni di un altro viaggio: quello che il Piemonte e il Lombardo avevano compiuto, carichi di garibaldini, dallo scoglio di Quarto. A distanza di poco meno di un secolo l'Italia è nuovamente unita.
Buzzati al Giro, dunque. Lui che non ha mai visto una corsa ciclistica su strada. Come afferma lo stesso scrittore veneto:
Parecchie cose, non moltissime, chi scrive ha visto correre, in un modo o nell'altro sopra la superficie del mare e della terra; mai però i grandi ciclisti in gara sotto il sole, con il numero attaccato sulla schiena, i tubolari a tracolla e la faccia ingessata di polvere. Ha visto, per esempio, correre i bambini in ritardo verso la scuola, le saette del temporale attraverso il cielo, la gente in direzione dei rifugi antiaerei quando ululavano le sirene. Anche un ladro una volta ho visto correre, volava addirittura perché lo inseguivano, in via Andrea del Sarto a Milano; e poi lo raggiunsero e lo pestarono, ma non potrei garantirlo perché tutto succede in fondo alla strada e c'era una grande confusione. Ho visto correre gli struzzi come schioppettate nel deserto d'Africa; correre attraverso la notte con molli e affascinanti curve i proiettili delle navi nemiche col loro lumino rosso e qualcuno propriamente rimbalzava sull'acqua come un piattello, schizzando via impazzito. Ho visto correre i celeri treni all'approssimarsi del crepuscolo, coi loro finestrini già illuminati e i sogni e le fantasie pertinenti attraverso la campagna solitaria; ed erano bellissimi. […] Parecchie cose ho visto dunque correre; mai però i giganti della strada in regolare corsa approvata dai superiori enti velocipedistici. E questo certo è un danno per un cronista che si accinge a registrare un'epopea come il Giro ciclistico d'Italia (Buzzati 1949a).
Il Buzzati giornalista rievoca il Buzzati scrittore. Scrive in proposito Claudio Marabini (1981, 16), autore della prefazione a Dino Buzzati al Giro d'Italia :
Non dimentichiamo che il giornalista Buzzati ebbe come pochi il fiuto del fatto, il senso della cronaca; che la cronaca offrì continuo alimento alla sua narrativa; e che alla fine giornalismo e narrativa, cronaca e racconto, fatto e fantasia si unirono in lui in connessione così stretta da giustificare ogni volta il sospetto di un misterioso favore delle cose, ritagliate miracolosamente per la sua scena.
E allora il Giro non è più soltanto un mero racconto cronachistico, ma si carica di sfumature romanzesche: gli italiani del dopoguerra e l'atmosfera di quel tempo di fervida ripresa morale (“ma l'avete vista bene, attraversando la Calabria , la gente che vi aspettava? Vi ricordate quelle migliaia e migliaia di facce tese spasmodicamente verso voi, senza discriminazione di età o mestiere, contadini, pastori, mamme, muratori, ragazzette, frati, carabinieri, vecchie cadenti, sindaci, impiegate, spazzini, professori e quella miriade sterminata di bambini? Siete passati per valli solitarie dove si sarebbe detto veramente che Cristo fermatosi a Eboli non fosse mai entrato, eppure sui macigni, al limite delle boscaglie, ritti sopra gli erti ciglioni della strada uomini e donne vi aspettavano”, Buzzati 1949b); la riscoperta del paesaggio e della provincia (“Pareva di camminare in un giardino disposto sopra il più azzurro mare mai visto dall'uomo: olivi immensi come cattedrali, margherite, fiori, praterie, grano, e altre coltivazioni tutte verdi, uccelli che cantavano con impeto fuori del normale”, Buzzati 1949c); il ricordo delle rovine e dei lutti (“Ma non c'era proprio nessuno più in quella gigantesca cicatrice bianca che risplendeva selvaggiamente al sole sul fianco della valle? Si c'era, ridotto in irriconoscibili frammenti, schegge d'ossa, o polvere, oppure ancora intero ma sepolto sotto i sassi informi”, Buzzati 1949d); infine, un trattenuto patriottismo per Trieste (“è stato quasi un ritrovarsi; minuti, per i triestini, di gioia tremenda e insieme di amarezza perché noi si è passati come un turbine: visti, spariti. Come chi saluta il fratello che imprevisto torna dal lontano esilio e fa per abbracciarlo, ma lui appena fa in tempo ad entrare nella casa, che alza la mano nel cenno dell'addio, dovendo immediatamente ripartire”, Buzzati 1949e).
Il Giro di quell'anno lo si decise nell'attesissima Cuneo-Pinerolo, in programma venerdì 10 giugno. La conclusione della competizione sarebbe avvenuta la domenica seguente all'autodromo di Monza. Nella classifica Bartali aveva un ritardo di 10'11” nei confronti di Leoni, la maglia rosa, che precedeva Coppi di 43” . Gino però non si considerava ancora battuto. Non nascose a nessuno di fare affidamento sulla Cuneo-Pinerolo per ribaltare la situazione. Il percorso comprendeva le salite della Maddalena, del Vars, dell'Izoard, del Monginevro e del Sestriere. I chilometri da macinare erano 254. Non pochi pensarono ancora al ritorno di Bartali per via dello sconfinamento in terra francese, su strade che lo avevano visto dominare. Ma durante la gara, non erano ancora giunti al culmine della Maddalena, che Coppi staccò anche gli ultimi avversari, Bartali tra questi, che avevano pedalato alla sua ruota. Mancavano 192 chilometri al traguardo. Non lo videro più. Gino non si rassegnò e lo inseguì. Era probabilmente convinto che Fausto sarebbe scoppiato alla distanza. Qui la genialità di Buzzati fa sì che Bartali venga chiamato, ad un certo punto, omericamente Ettore, davanti al quale si ergono la statura e il fulgore del più giovane Achille, Fausto Coppi.
Quando oggi, su per le strade dell'Izoard, vedemmo Bartali che da solo inseguiva a rabbiose pedalate, tutto lordo di fango, gli angoli della bocca piegati in giù per la sofferenza dell'anima e del corpo – e Coppi era già passato da un pezzo, ormai stava arrampicando su per le estreme balze del valico – allora rinacque in noi, dopo trent'anni, un sentimento mai dimenticato. Trent'anni fa, vogliamo dire, quando noi si seppe che Ettore era stato ucciso da Achille (Buzzati 1949f ).

|
Figura 6 – La copertina de “ La Domenica del Corriere” del 5 giugno 1949 dedicata ai due “eroi” Coppi e Bartali. Disegno di Walter Molino (Collezione privata P. Bisbini). |
Impossibile poi dimenticare l'attacco radiofonico di Mario Ferretti (Ferretti 1999) diventato simbolo dell'epoca d'oro del ciclismo: “Un uomo solo è al comando, la sua maglia è biancoceleste, il suo nome è Fausto Coppi”. A Pinerolo Bartali giunse dopo 11'52”. Per vedere Alfredo Martini, che si era battuto come un leone, sarà necessario aspettare 20'04”. Leoni sfinito si presentò dopo 25' . Con Bartali secondo in classifica, a 23'30”.
Ecco il racconto di tappa di De Martino, tratto dalle pagine del “Corriere dello Sport” dell' 11 giugno 1949:
Non sempre si ha la fortuna di essere presenti all'origine degli episodi che danno l'impronta alle vicende di una battaglia sportiva. Questa volta eravamo presenti. Questa volta tutto si è svolto ad un centinaio di metri da noi. Abbiamo ancora negli occhi la scena iniziale del dramma alpino. Quello che sarebbe presto diventato e sarà a lungo ricordato, come la scena madre di tutto il Giro d'Italia di quest'anno. I fatti si sono svolti così.
Sono le 11 circa del mattino. Piove a scrosci da tre ore. La pioggia temporalesca rimbalza sulla strada, appanna i vetri delle vetture, solleva una scia grigia dietro le ruote. […] Poi, ad un tratto, una sciabolata di luce taglia il soffitto plumbeo del cielo. La pioggia cessa. Il sole incomincia a vincere la sua partita con le nuvole. La vincerà definitivamente quando entreremo in Francia.
Da mezzogiorno all'ora dell'arrivo la corsa non sarà più tormentata dalle intemperie che l'hanno accompagnata da Cuneo al Colle della Maddalena.
Dall'avanguardia folta e indistinta del gruppo, si stacca a un tratto un corridore. Lo riconosciamo subito dal naso lungo. È Volpi. Piglia di slancio alcune lunghezze di vantaggio. Succede nel gruppo quello che succede sull'aia di una fattoria, quando i pulcini scorgono l'ombra del falco. Il gruppo si allunga, s'infrange, si sgretola. Tutti i corridori, nei limiti delle loro forze, scappano in tutte le direzioni: chi per seguire il fuggitivo, chi per scavalcare i compagni pigri che ingombrano la strada, chi per pigliare il plotone d'infilata e slanciarsi verso le posizioni di testa.
La sinfonia della trasvolata alpina incomincia, così, con una fuga piena orchestra. Facciamo appena in tempo a formulare queste impressioni, ed ecco un corridore in maglia bianco-celeste, sbucare fuori dal trambusto e darsi alla caccia furiosa di Volpi.
Non lo lasciano fare a suo modo. Ecco Logli, ecco Ronconi, ecco Astrusa che rincorrono Coppi e Bartali, per tutti i fulmini di Giove, Gino Bartali dov'è? Lo peschiamo facilmente nel mucchio. Lo scatto di Volpi e la reazione di Coppi l'hanno sorpreso in un momento di distrazione. Forse Bartali stava giurando quello che giuravamo tutti noi, che sul primo colle della giornata non ci sarebbe stato neppure un barlume di lotta.
Fausto Coppi ha fatto molta fatica per distaccarsi dal grosso del plotone? Coppi non ha fatto nessuna fatica, almeno per quello che i nostri occhi hanno veduto. Egli si è comportato con la disinvoltura del signore che stacca il cappello dall'attaccapanni ed esce di casa per andare in ufficio, secondo le abitudini di tutti i giorni. Nel nostro caso l'ufficio di Coppi era Pinerolo, a duecento chilometri di distanza dall'uscio di casa. Sei ore di cammino su per le montagne, signori”.
A quel punto la corsa a tappe poté considerarsi conclusa. Era nato il campionissimo.