Stefano Petrungaro
Rivoluzioni e storiografie a confronto una giornata di studi sui '48 asburgiciConvegno di studi, Venezia, 20 aprile 2007Il 20 aprile 2007 si è tenuta a Venezia, presso il Dipartimento di Studi storici dell'Università Ca' Foscari, una giornata di studio su Le rivoluzioni del 1848 nell'impero asburgico . Il bilancio complessivo può essere senza dubbio estremamente positivo: i relatori, provenienti oltre che dall'Italia, anche da Ungheria, Croazia, Slovenia e Francia, sono riusciti a stimolare il nutrito pubblico con argomentazioni che, pur procedendo da ottiche differenti, incrociavano i propri sguardi intorno ad importanti nodi tematici quali il rapporto tra le nazionalità asburgiche, quello tra i generi e le religioni. Gli organizzatori, Piero Brunello e Stefano Petrungaro, avevano infatti invitato i relatori a sviluppare le proprie relazioni interrogandosi intorno alla categoria del “fratello” e a quelle ad essa strettamente collegate, e al suo rapporto con i fatti rivoluzionari in esame, con particolare attenzione ai processi di ridefinizione identitaria collettiva. Pertanto, come interpretare il termine “fratelli”, una delle parole chiave della rivoluzione? Erano fratelli gli individui? E di che sesso, di quale classe sociale e di quale religione? Erano “fratelli” tutti i popoli oppressi, o solo alcuni? E “sorelle”: erano le nazioni? le donne? Come veniva costruita la figura dello “straniero” (anche quello interno)? E come si sono modificati questi riferimenti, nel corso del Quarantotto e nelle ricostruzioni storiografiche successive?
A queste domande si è tentato di fornire qualche risposta nel corso delle due sessioni della giornata di studi. Alle relazioni è sempre seguito un robusto dibattito, arricchito anche dal prezioso contributo del pubblico. Pertanto, non solo nel merito stretto della tematica scelta, il convegno si può dire riuscito. Se un ulteriore, importante obiettivo dell'iniziativa era quello di confrontare non solo vicende storiche, ma anche diverse tradizioni storiografiche, e di porre in dialogo storiografie nazionali che, anche e forse soprattutto in questo caso, continuano a essere caratterizzate da una certa tendenza all'autoreferenzialità, si può senza dubbio affermare che quel dialogo c'è stato. Visto il tema, la comparazione è d'obbligo, ed è un pesante vuoto quello che caratterizza la storiografia italiana e non solo, che ancora fatica a mettere a fuoco alcune vicende che sono strutturalmente trans-nazionali, e nella fattispecie asburgiche. La cornice – asburgica, appunto – scelta per l'incontro sembra infatti aver funzionato, superando gli approcci nazionali(/isti) da un lato, e quelli europei(/sti) dall'altro, i primi chiusi ed esclusivi, i secondi gravati dal rischio di perdere di vista le peculiarità della realtà asburgica, un sistema a sé dentro la galassia dei '48 europei. Nel corso di questa giornata di studio si è invece avuta la possibilità di addentrarsi in quel microcosmo, osservandolo per di più da diverse angolature. Nel suo piccolo, quindi, questa giornata ha rappresentato un momento di genuino “confronto”, come recitava il sottotitolo del convegno, tra studiosi geograficamente e tematicamente contigui, ciò che ha permesso di imbastire una visione comparativa di un fenomeno centrale nella storia non solo dell'impero asburgico, ma dell'Europa, come fu il Quarantotto.
Marta Verginella (Università di Lubiana) ha condotto un'analisi della mobilitazione slovena del '48, mirando a confrontarsi criticamente con la storiografia tradizionale. Muovendo dalla prima opera storiografica del '48 sloveno ad opera di Josip Apih, la relatrice osserva come in questo caso, più che l'ondata rivoluzionaria, ad essere importante sia stato il suo impatto, avendo dato un enorme impulso al “risveglio nazionale” sloveno. Passando in rassegna i diversi ceti sociali dell'epoca, si rileva il timore provato, visto il verificarsi di alcuni casi di jacquerie, dal ceto medio nei confronti di possibili espropri contadini. In generale, il quadro emerso dalla relazione è assai più complicato di quanto generalmente descritto finora, ad esempio pensando la nazione slovena come “un prodotto di preti”. Al contrario, numerosi erano i gruppi sociali delle élites colte coinvolte nella mobilitazione di quei mesi concitati, a partire dal ceto degli avvocati, che svolsero un ruolo fondamentale. Ma ciò che più rende giustizia alla complessità del movimento nazionale sloveno è la netta presa di coscienza della sua policentricità: Vienna, Graz, Klagenfurt. Un fermento attivo quindi non a Lubiana e per lo più all'esterno della futura Slovenia. Viene ricordata inoltre l'importanza del Manifesto di Matija Majar, vero e proprio programma politico-nazionale per gli sloveni, in rapporto paritario con tedeschi, ungheresi e italiani. Proseguendo, anche Trieste si presenta come un caso peculiare, caratterizzato da identità più fluide e dalla presenza di orientamenti panslavisti. È quindi solo nella seconda metà dell'Ottocento che la mobilitazione nazionale si diffonde ulteriormente, nello spazio come nella società. E proprio in ciò, al di là del '48, consiste il portato principale degli avvenimenti quarantotteschi per il caso sloveno.
Nel corso del dibattito, su sollecitazione di Piero Brunello la relatrice approfondisce un tema cui nella relazione aveva accennato, ossia quello legato ad alcuni fenomeni di jacquerie, chiarendo che il clero non vi fu coinvolto. Vi furono charivari nelle città, in cui erano coinvolti soprattutto studenti, artigiani e operai delle realtà urbane. Si sottolinea l'importanza di questi moti per le elezioni successive e la rappresentanza politica. Alla domanda di Stuart Woolf , che chiedeva a che punto fosse il processo di standardizzazione e soprattutto di unificazione linguistica, si risponde che, formalmente, la questione era già risolta, ma che la caratteristica era comunque quella di una forte frammentazione. Adolfo Bernardello invita ad ulteriori approfondimenti del caso triestino, peculiare microcosmo multietnico, invito col quale Verginella concorda, segnalando che effettivamente ci si sofferma sempre sulla stessa documentazione, mentre andrebbe ampliato l'orizzonte delle fonti, per ricostruire le vicende sia nazionali slovene che triestino-slovene. Tullia Catalan sottolinea l'importanza di distinguere tra Litorale e Lombardo-Veneto, poiché si tratta di realtà molto differenti, proprio rispetto alla questione linguistica. Alla domanda di Piero Brunello circa il rapporto tra nazionalismo e appello ai valori rurali, chiedendo se l'idea di nazione slovena vi facesse riferimento, si risponde che inizialmente non era così, ma lo fu successivamente, al fine di guadagnare la mobilitazione delle masse.
Mario Strecha (Università di Zagabria) si è incaricato di restituire l'intreccio dei rapporti di potere, politici e militari, tra Zagabria, Budapest e Vienna, nel turbolento intervallo che va grosso modo dalla primavera '48 all'estate '49. È emersa quindi tutta la complessità e contraddittorietà di quei rapporti, soggetti a veloci mutamenti anche solo nell'arco di pochi mesi. La questione fondamentale avanzata dall'élite politica croata era quella di una riforma in chiave federalistica dell'impero, che si concretizzò in diverse proposte, sostanzialmente di matrice austroslavista, quindi: mantenimento dell'impero, maggiore autonomia per il Regno di Croazia, Slavonia (e Dalmazia), unificazione di tutte le regioni croate, infine rapporto paritario rispetto agli Ungheresi. Questi ultimi, invece, pur avendo mutato più volte le proprie posizioni, erano per lo più di parere opposto su ognuno di quei punti. I due litiganti si volgevano quindi verso Vienna, la “terza” che non “godeva” affatto in quei mesi, essendo alle prese con gli altri focolai di rivolta nell'impero. L'atteggiamento della Corte nei confronti dei due movimenti nazionali, ungherese e croato, fu contrassegnato da una forte dose di ambiguità, che è parsa dissolversi solo quando Jelačić avviò una vera e propria campagna militare contro l'Ungheria. Tuttavia, la politica viennese si sarebbe presto rivelata come opportunistica, avvalendosi dell'aiuto delle truppe croate, ma senza alcuna intenzione di ricambiare venendo incontro alle richieste politiche di Zagabria.
Il dibattito si apre con una serie di interrogazioni (Piero Brunello, Adolfo Bernardello) circa l'attuale memoria collettiva croata in relazione alla figura di Jelačić, chiedendo se sia visto più come il “gendarme” della Monarchia, o piuttosto un capitolo positivo della storia croata. Strecha risponde che generalmente si sottolinea come Jelačić non fece altro che farsi interprete del programma politico del movimento nazionale croato, il quale aveva accettato l'austroslavismo come premessa, certo sottintendendo una Monarchia riformata federalisticamente e paritariamente: Jelačić è ricordato per aver combattuto proprio per questo. Stuart Woolf domanda se sia subentrato un cambiamento nelle interpretazioni storiografiche dopo il '91, ma Strecha afferma che la rivalutazione della figura di Jelačić è iniziata già negli anni Sessanta, ribadendo che egli non fu semplicemente contro-rivoluzionario, ma che la problematica è molto più complessa. Rolf Petri prende quindi in considerazione l'importanza del ruolo giocato dalle antiche lealtà, questione, al contrario, spesso trascurata.
Anne-Claire Ignace (ENS Paris / European Doctorate) ha presentato un contributo alla storia del volontariato internazionale, segnatamente un approfondimento della vicenda relativa ai volontari francesi giunti nei territori austriaci in Italia, tema finora assai trascurato dalla storiografia. La premessa è che il '48 in Francia fu inteso come la prosecuzione della Rivoluzione francese, sottolineando il carattere di lotta alla schiavitù di (tutti) i popoli. Ciò animò quindi anche la “Crociata” – ma fu soprattutto laica, poiché era a favore della “Libertà”, e ciò nonostante il nome della “Legione Pio IX” – contro (coloro che erano percepiti come) i “Barbari d'Italia”, gli austriaci. Come aggravante di questo comportamento veniva anche notato il fatto che a soffrire di questa prepotenza fosse proprio l'Italia, “culla della cultura”: in questo senso, non solo “sorella”, ma persino “madre”. In ogni caso, alla Francia era attribuito il dovere di intervenire, in quanto avanguardia della civilizzazione (dalla Rivoluzione in poi). Si concretizzano pertanto proposte di ingenti aiuti, 4000 uomini si raccolgono a Marsiglia, pronti ad imbarcarsi per Venezia, ma le proposte non vanno poi in porto. Ad ostacolarle, anche ragioni di natura politico-culturale: il senso di superiorità dei Francesi era infatti mal tollerato dai “fratelli” Italiani. Fratelli sì, ma il rapporto con la “sorella maggiore” non fu così idillico.
Nel corso del dibattito, Stuart Woolf osserva come il riferimento, presente nelle fonti distribuite dalla relatrice tra il pubblico e sul quale la relazione si era soffermata, “al di là del Danubio” e quindi secondo Ignace agli austriaci, potrebbe essere invece riferito agli slavi e agli altri popoli che combattono per l'Austria. Tullia Catalan riflette sull'importanza dei vari network associativi per la mobilitazione volontaria, interrogandosi sulla possibilità di legami con le logge massoniche. Di ciò Ignace non ha per ora trovato traccia, pur avendo individuato altre associazioni che si attivano in questi frangenti, segnatamente quelle operaie. Stefano Petrungaro chiede se sia realistica la cifra di 4000 uomini (si risponde che erano probabilmente meno) e il perché del rifiuto dei permessi da parte delle autorità veneziane. Ignace risponde che, oltre alle già citate questioni politico-culturali, alla concretizzazione dell'aiuto si frapponevano seri ostacoli economici, primo fra tutti la pretesa, da parte dei volontari, di un rimborso spese. Il dibattito prosegue interrogandosi sulle reti di relazione e sul destino di questi soggetti ( Tullia Catalan ), che andrebbe approfondito, così come sulla precisa natura della “religiosità” (laico-politica o più tradizionalmente confessionale) che li muoveva. Adolfo Bernardello chiede se i volontari fossero mossi da idee religiose come i Crociati nel Veneto (frati cappuccini in testa e mito di Pio IX), oppure di idee di libertàà repubblicana. Liviana Gazzetta chiede se si possa parlare di “religione civile” o “spiritualità laica” e nota che i testi presentati da Ignace ricordano le idealità del mazzinianesimo (“sacrificio”, “apostolato”). Ignace fa notare che il testo con i riferimenti a Pio IX e alla religione è scritto da italiani residenti in Francia. Diversi sono i testi francesi, che parlano di “crociata per la libertà”. Nel proseguimento del dibattito, si considera anche l'opportunità di non caricare eccessivamente il linguaggio dell'epoca, “retoricamente” impregnato di riferimento religiosi, che vanno piuttosto decostruiti ( Stuart Woolf ), rappresentando un codice linguistico che si usava con naturalezza in contesti confessionali anche differenti ( Tullia Catalan ricorda ad esempio l'espressione usata da Samuel David Luzzatto, “porterò la mia croce”). Ciò, ricorda Rolf Petri , rappresenta infatti una matrice che si applica alla sacralizzazione della nazione; nei discorsi politici non andrebbe pertanto ricercata una logica intrinseca.
Nel corso della discussione generale relativa alla sessione mattutina, Stefano Petrungaro domanda a Marta Verginella la ragione per cui Majar non prende in considerazione gli altri slavi, soprattutto non gli altri slavi meridionali asburgici, chiedendo quindi quale fosse la diffusione all'epoca del panslavismo e quali i contatti con il congresso panslavo di Praga da parte gli autori presi in considerazione. Verginella chiarisce che Majar nel suo testo si riferisce soprattutto alle regioni slovene, per questo non prendendo in considerazione le altre situazioni asburgiche. Il panslavismo, infatti, sembra aver fatto presa solo su alcuni singoli intellettuali. Anche qui, assai forte era il lealismo asburgico, che nel panslavismo vedeva una mina. Stuart Woolf richiama la classica importanza del “precedente storico-statale” nei movimenti nazionali concorrenti, pensando all'esemplare caso degli ineguali rapporti tra Boemi e Slovacchi. Meriterebbe pertanto un confronto lo studio dei rapporti tra Boemi-Moravi e Slovacchi da un lato, e Croati e Sloveni dall'altro – e ciò nonostante la piena consapevolezza delle differenze che passano tra i vari casi, sia storiche e quantitative (Woolf), che strutturali (Strecha). Rolf Petri muove dalla considerazione che se il patriottismo boemo ad un certo punto si frattura, contrapponendo cechi e tedeschi, ciò non avviene in Croazia. Si chiede però da quando l'Impero asburgico si sia dotato di una “ideologia multinazionale”, dal momento che ciò presuppone il radicamento di un pensiero in termini nazionali. Meriterebbe, quindi, di essere studiato anche il ruolo dell'impero nel catalizzare questi sviluppi. Strecha osserva che nel rapporto tra Croati e Magiari il sovrano appare come un mediatore, almeno fino al '48; quest'idea risorse a fine Ottocento. Verginella aggiunge che in Slovenia l'imperatore viene sentito come garante dei diritti nazionali, fino alla fine dell'impero. L'appello di Majar di cui si è detto, che raccolse 11.000 firme, fu consegnato infatti all'imperatore.
In apertura della seconda sessione, Stefano Petrungaro (Università Ca' Foscari Venezia) ha voluto sottoporre all'attenzione dei partecipanti la questione della partecipazione femminile armata alle rivoluzioni asburgiche del '48, con particolare attenzione a quella ungherese del '48-49. È nota infatti la richiesta di partecipazione attiva alla lotta da parte delle donne, non solo alla battaglia intellettuale, ma anche agli scontri in strada. Se ciò non rappresenta in sé un elemento di novità, poiché si inserisce nel tradizionale contributo che le donne, specie dei ceti inferiori, hanno da sempre dato a qualunque sollevazione popolare, tuttavia sono diversi gli esiti: le richieste andarono, in generale nei territori asburgici (e oltre), incontro ad un rifiuto da parte delle varie autorità rivoluzionarie, quindi ad una diffusa frustrazione. In questo panorama generale, il caso ungherese rappresenta probabilmente un'eccezione, poiché la presenza delle donne, di diverso ceto, nel corso dei combattimenti, sembra sia stata particolarmente alta. Per di più, un aspetto che meriterebbe ulteriori approfondimenti è quello relativo alla accoglienza ufficiale di donne “in quanto donne”, ossia non travestite da uomini, nell'esercito ungherese. Se ciò venisse confermato, rappresenterebbe una tappa e una svolta importante nella storia di genere, quindi nella storia sociale e politica e in questo caso anche specificamente militare dell'Ungheria e dell'Europa centro-orientale.
In apertura del dibattito Tullia Catalan esprime il proprio interesse per numerosi punti della relazione, benché essi andrebbero maggiormente approfonditi; richiede quindi delle precisazioni in merito alle fonti utilizzate, nonché alla presenza o meno dei testi dell'emancipazionismo internazionale, soprattutto d'area francese e anglosassone. Ricorda inoltre come il travestitismo si leghi all'idea della donna che non può essere omicida, perché anzitutto madre. Osserva infine che la danza sui cadaveri menzionata nella relazione è una classica rappresentazione antiebraica e mostra quindi delle affinità con il sabba, che andrebbero eventualmente approfondite. Il relatore concorda con la necessità di approfondire l'intera tematica, dovendo però personalmente scontrarsi con un ostacolo linguistico determinante, ossia la non conoscenza dell'ungherese. Tuttavia, è possibile e auspicabile sviluppare ulteriormente la ricerca sulla base delle numerose fonti edite in lingue occidentali e degli studi specifici. Liviana Gazzetta ricorda come a Venezia vi fu un'esplicita richiesta di costituire una guardia femminile, e così altrove nel Risorgimento, senza che una tale rivendicazione fosse pertanto eccezionale. Petrungaro parzialmente concorda, notando però la natura sporadica ed effimera di simili iniziative nel resto d'Europa e sottolineando, se confermata, l'eccezionalità quantitativa del fenomeno ungherese, oltre che quella qualitativa. Adolfo Bernardello incoraggia a dedicarsi ad una storia ancora da scrivere: quella delle donne del popolo, e non solo di quelle dei salotti.
Monika Baár (University of Essex) ha messo a confronto le rappresentazioni delle rivoluzioni del 1848 presenti nella storiografia ceca e in quella ungherese, facendo riferimento in modo particolare agli scritti di due dei maggiori storici ottocenteschi di quei Paesi: il ceco František Palacký (1798-1876) e l'ungherese Mihály Horváth (1804-1878). Entrambi gli studiosi furono coinvolti attivamente nella rivoluzione. Palacký divenne una figura di primo piano dei liberali che sostenevano l'austroslavismo e invocavano la trasformazione dell'impero in una federazione multinazionale. Successivamente, a causa anche del fallimento dei precedenti progetti di mediazione, egli imbracciò sempre più la causa nazionale ceca e assunse una posizione anti-dinastica. Dal canto suo Horváth, sincero liberale e prete cattolico, divenne vescovo e ministro dell'istruzione durante la rivoluzione, contribuendo anche alla stesura della dichiarazione d'indipendenza ungherese del 1849. Questo suo impegno gli valse, dopo la repressione della rivoluzione, l'esilio, durante il quale scrisse uno dei libri più importanti su quei fatti. Anch'egli, in seguito, modificò parzialmente le sue posizioni, esprimendosi favorevole a soluzioni di compromesso che garantissero un alto grado di autonomia all'Ungheria, seppur legata federalisticamente ad un altro Stato – ciò che si realizzò poi con il Compromesso austro-ungarico del 1867.
Nel dibattito, Stuart Woolf ricorda come sia del tutto tipico l'atteggiamento paternalista dei popoli maggioritari (demograficamente e storicamente) i quali non riconoscono le istanze – simili alle proprie – di popoli minoritari, i quali solo lentamente si irrobustiscono dal punto di vista culturale e istituzionale. Chiede quindi quali siano le generazioni di storici successive a Palacký e Horváth. A questo riguardo, Adolfo Bernardello domanda se siano comparsi, dopo l'89, nuovi studi, che rivedono questi fatti e personaggi. Baár chiarisce come Palacký in ceco sia praticamente canonizzato e come, al contrario, Horváth, in Ungheria sia in sostanza caduto nell'oblio, forse perché troppo liberale. Mario Strecha osserva come Palacký rappresenti una doppia figura di grande ideologo, nonché storico. Differentemente, in Croazia la storiografia moderna si sviluppò successivamente, durante l'era dell'assolutismo: Franjo Rački se ne può considerare il fondatore. Marta Verginella nota come Palacký in Slovenia sia interpretato sì come un ideologo, ma non come uno storico. Precisamente, un ideologo del rafforzamento della comunità slava(-slovena) in funzione anti-tedesca, e a Trieste anti-italiana.
Piero Brunello (Università Ca' Foscari Venezia) ha presentato una riflessione intorno alla categoria dello “straniero” a Venezia nel '48, quindi alle sue ricadute concrete per chi si ritrovò, a volte con sorpresa, incluso da quella categoria. A questo fine è stata esaminata la narrazione che dei fatti di quei giorni fa un testo redatto da Anton Von Steinbüchel, un austriaco residente a Venezia: si tratta di un'ottica peculiare rispetto alle fonti prodotte da italiani, così che il confronto delle diverse “narrazioni” dei fatti di marzo (miracolo della Madonna, rivoluzione politica, tradimento) può risultare assai fruttuoso. Similmente, è della massima importanza prestare attenzione al ruolo che le pratiche amministrative hanno nella definizione identitaria collettiva e specificamente nazionale. Per questo motivo sono stati esaminati alcuni provvedimenti amministrativi e legislativi emanati al fine di costruire una adeguata tipologia dei “forestieri” e, in quanto essenzialmente sospetti, allontanarli o almeno controllarli; provvedimenti che culminarono nel decreto del 2 agosto 1848, con cui il governo provvisorio espelleva tutti quelli che non appartenevano alle Provincie Venete e che non potevano giustificare la loro presenza in città (dipendeva cioè dalle condizioni sociali) . Ulteriore aspetto che, tra gli altri, sono stati presi in considerazione, è il rapporto tra l'appartenenza nazionale e lo spirito di corpo, interrogandosi su come fosse all'epoca possibile per un soldato, e in modo particolare per gli ufficiali, “cambiar partito” e quindi tradire il giuramento fatto, senza con ciò perdere la propria virilità. Le risposte sono state cercate in alcuni esempi tratti dal caso veneziano.
Nel dibattito, Adolfo Bernardello tocca numerose questioni, osservando, tra le altre cose, come i fatti del 2 agosto vadano attentamente contestualizzati nei drammatici sviluppi della guerra; quanto al racconto del “miracolo della Madonna”, andrebbe fortemente ridimensionato, sulla base delle fonti di polizia. Questa narrazione voleva infatti dimenticare i caduti popolani. Brunello si trova d'accordo, ma si chiede non se il racconto del miracolo sia fondato, bensì perché fosse creduto e diffuso; sul contesto del 2 agosto, richiama l'importanza di una riflessione sul nesso tra rivoluzione e guerra. Rolf Petri invita a tener presente che gli stranieri diventano sospetti e da espellere quando sono disoccupati. Daniela Bonotto riporta l'attenzione sulle implicazioni effettive del giuramento militare, notando che se i soldati non spararono ad altezza d'uomo, tuttavia spararono. Brunello prosegue la riflessione analizzando alcuni avvenimenti alla luce del tema del comando e dell'obbedienza, richiamando Thoreau, secondo cui la rivoluzione si compie quando un funzionario o un ufficiale disobbedisce agli ordini.
Tullia Catalan (Università di Trieste) si è occupata del rapporto tra i fatti del '48 e alcuni aspetti della storia degli ebrei nei territori italiani dell'impero asburgico, intrecciando così proficuamente la storiografia sull'ebraismo e quella sul Risorgimento. Premettendo che non è possibile parlare per quell'epoca di un ebraismo italiano al singolare, bensì di tante situazioni diverse, la sua relazione ha preso le mosse dal noto paradigma di Momigliano sulla “nazionalizzazione parallela”, che secondo la relatrice richiede di essere profondamente problematizzato. Catalan ha quindi fotografato socialmente la partecipazione ebraica, rinvenendo una forte connotazione generazionale, nella fattispecie giovani, per lo più appartenenti ai ceti medio-alti (quindi né ai ceti più bassi – per quanto le fonti permettano di sapere –, né alle classi alte finanziarie), con uno scarso sostegno da parte delle loro famiglie (con l'eccezione della “corale” Venezia). Se un minimo comune denominatore era l'ispirazione mazziniana, ciò su cui è utile porre l'attenzione è la diversa dimensione acquisita dal dibattito intorno alla “rigenerazione”, che all'epoca si diffonde all'interno del mondo ebraico, ma con un senso ben diverso rispetto a quando la si voleva imporre dall'esterno. L'identità ebraica quindi si arricchisce, in senso nazionale, come pure religioso. La relatrice ha quindi proseguito analizzando i principali attori sociali collettivi che ebbero un ruolo di rilievo in questo quadro, individuandoli nella massoneria, nel collegio rabbinico di Padova, nell'importante rapporto tra militanza ebrea e giornalismo nel '48.
Nel dibattito, Adolfo Bernardello osserva come l'ebraismo veneziano fosse strettamente legato al 1796 e all'abbattimento delle mura del Ghetto. Domanda inoltre quale posizione avessero preso i membri dell'influente famiglia dei Morpurgo-Parente. Catalan risponde che in pubblico si mostravano filo-dinastici, non così nel privato. Sostanzialmente, predominava un'attitudine legata alla tutela dei propri affari, pur dichiarando di sentirsi, “nel cuore, italiani”. Ciò non impedì che venissero insigniti del titolo di baroni dopo il '48. Alla sollecitazione di Marta Verginella circa i rapporti tra la comunità ebraica triestina e quella viennese, si chiarisce che non ve n'erano, poiché, ufficialmente, la comunità triestina non volle prendere posizione e si dichiarava filo-dinastica. Infine, Bernardello lamenta l'assenza di studi economici e sociali nell'ambito della storia risorgimentale. Porta ad esempio la Marina asburgica, o il mondo dei sottoufficiali, come validissimi oggetti di ricerca. Servirebbero però numerosi archivi e diversi da quelli frequentati finora, quindi ricerche di gruppo e internazionali.
Alla fine, Piero Brunello svolge alcune considerazioni conclusive, intrecciando i temi delle relazioni e della discussione con le domande di fondo da cui muoveva l'incontro. Il bilancio complessivo è quello di aver assistito a un utile confronto tra studiosi e temi che, senza troppa sorpresa, rivelano numerosi punti di contatto e si dimostrano quindi ben disponibili alla comparazione. Quello che diciamo sul '48 non parla solo del '48 ma anche di noi. Individuare il contesto asburgico ci consente di parlare del conflitto tra sentimento della nazionalità e amore per la libertà, e dei rapporti tra appartenenza nazionale e diritti politici e civili; ci permette di analizzare i nessi tra identità di genere, identità nazionali e identità confessionali, che coinvolgono onore maschile e immagini di femminilità; significa considerare il nazionalismo una tonalità della vita quotidiana che ha a che vedere con i rapporti in famiglia, tra uomini e donne, tra religione e sfera pubblica; significa tenere assieme questi diversi piani, senza accettare la differenza tra palcoscenico e quinte canonizzata nel racconto; ci invita ad ascoltare il brusio quotidiano della strada accanto e più ancora della liturgia dell'assemblea, a studiare la prassi amministrativa, poliziesca e penale accanto e più ancora delle dichiarazioni dei decreti e degli appelli.
La speranza con cui si chiude il convegno è che esso rappresenti, così come era nelle intenzioni degli organizzatori, solo il primo di una serie di simili incontri.