N. 15 - Novembre 2007


ISSN 1720-190X





Anna Scicolone

Quale modernità per questo paese. I documentari e le culture dello sviluppo in Italia (1948-1962)
Teramo, 3-4 maggio 2007

 

Nella prima giornata….

Quale modernità per questo paese? I relatori presenti al convegno organizzato a Teramo i primi giorni del mese di maggio, hanno avuto a disposizione pochi minuti ciascuno per articolare, confutare o convenire con questa controversa e provocante domanda che, non a caso, dà il titolo al convegno stesso. Un convegno pensato al fine di proporre storicamente una riflessione sulla politica di diffusione di quella cultura industriale che si è strutturata nell'Italia degli anni Cinquanta e Sessanta; una riflessione che propone inevitabilmente anche un'analisi dei processi mediatici, politici, culturali ed economici che hanno portato l'Italia sulla via della modernizzazione.

Ad aprire i lavori sono stati, nel pomeriggio del 3 maggio, Francesca Anania, docente dell'Università degli Studi della Tuscia e Simone Misiani, ricercatore dell'Università degli Studi di Teramo, che hanno esposto le ragioni e le finalità dell'incontro, concepito come un'appendice arricchita di nuove tematiche al seminario che si svolse, proprio nello stesso periodo, lo scorso anno all'Università di Viterbo.

Il contributo di Francesca Anania mette ben in luce gli aspetti della modernizzazione di cui è stata protagonista l'Italia negli anni a cavallo tra la nascita della Repubblica e il primo governo di centro-sinistra, una modernizzazione a “singhiozzo” – come molti storici amano definirla – che tuttavia è stata l'inizio di un processo di crescita, lento ma importante. In questo contesto già definito dalla storia e dalla politica, si inserisce l'analisi dei documentari industriali realizzati da enti come la Rai, l'Eni, l'Istituto Luce al fine di comunicare al paese un momento di mutamenti sociali ed economici e analizzato, in questa sede specifica, con l'intento di ricostruire la storia politica, sociale e culturale del nostro paese e chiarire come i media utilizzati da alcuni settori specifici abbiano operato in direzione della modernizzazione dell'Italia. Una modernizzazione che affonda le sue radici alla fine degli anni Quaranta, quando in Italia iniziano ad essere distribuiti i primi aiuti provenienti dall'America.

Simone Misiani propone invece una rivisitazione della storia politica degli anni Cinquanta nella loro specifica dinamica, sottolineando la presenza di un elemento fondamentale nell'idea stessa di modernità: la scelta consapevole di voler modernizzare il paese. Un paese in cui le divisioni regionali sono ancora molti forti, un paese in cui si prospetta un nord ricco e un sud povero, un paese in cui lo scarso tasso di alfabetizzazione dimostra il bisogno urgente di riforme politiche e culturali.

Chi presenta invece un'accurata analisi della Banca d'Italia, una delle protagoniste del processo di modernizzazione, è Piero Barucci, docente dell'Università di Firenze. Nel ripercorrere la storia del gigante dell'economia italiana, Barucci individua negli anni a cavallo tra il 1947 e il 1964 un periodo di grande mutamento politico, ma anche la fine qualitativa e quantitativa di quella crescita economica, che tutto sommato era stata equilibrata, senza tassi elevati di inflazione e disoccupazione. Sono anni di cambiamenti non solo dal punto di vista politico – segnati dal tramonto di De Gaspari e dall'emergere di Fanfani – ma anche dal punto di vista culturale: nel 1954 l'avvento della televisione italiana modifica totalmente la percezione dei bisogni degli italiani, il lancio dello Sputnik nel 1957 apre nuove prospettive di scoperta e di ricerca. Sono gli anni in cui nasce “Il Giorno” (1956), il primo quotidiano che possiede un'intera pagina dedicata ai fatti economici. L'avvento della “pagina economica” è accompagnato dall'esordio di tanti giornalisti economici che hanno scritto la storia del paese. Nel 1955 nasce il gruppo editoriale “L'Espresso”: si affollano una quantità di scrittori, da Calvino a Cassola, da Gadda a Allen Ginsborg, tanto per citarne alcuni. Il successo del cinema è innegabile, e tale successo è frutto del genio di nomi quali Fellini, Visconti, Luchini, De Sica, Monicelli, Rosi. Il cinema italiano di questi anni produce una rivoluzione su se stesso che non ha precedenti. Al fine di individuare un filo conduttore nei mutamenti che vedono protagonisti il cinema, la politica, la musica, la letteratura e la cultura in generale, Barucci propone diverse chiavi di lettura che egli stesso definisce “provocatorie”. Si parla di debolezza del potere esecutivo che non è in grado di sostenere i mutamenti socio-politici che incalzano sul paese. Ma si parla anche di guerra fredda, come di un evento culturale che genera da una parte una forte riaffermazione della volontà politica del New Deal ma dall'altro fa emergere i tanti volti del marxismo. Secondo quanto esposto dal professor Barucci, il periodo soffre di un'esasperata carica ideologica dettata dal riformismo. E conclude il suo discorso dicendo ironicamente: “c'era più voglia di convincersi che convinzione”.

Il discorso di Piero Craveri, storico del diritto e delle istituzioni a Napoli, mira ad analizzare il rapporto tra la società italiana di allora e i mezzi di informazione e propaganda. Il problema della ricostruzione del paese era fortissimo nei filmati della Settimana Incom, il cinegiornale di attualità che documenta i momenti cruciali della storia del miracolo economico. La politica in molte situazioni usa i mass media per propagandare le innovazioni che mette in atto; e la settimana Incom mette ben a fuoco questo aspetto nei suoi documentari. Tuttavia – sostiene Craveri – non c'è una reale proiezione della politica verso la modernizzazione. E questo è un sintomo evidente di qualcosa che non funziona all'interno del sistema politico.

“Gli anni che vanno dal 1948 al 1962 sono anni pieni di contraddizioni: se da una parte esiste una spinta verso la modernizzazione politica ed economica del paese, dall'altra il mondo della pubblica amministrazione versa in una condizione di staticità”. È quanto sostiene Fabio Rugge, docente di storia dell'amministrazione pubblica all'Università di Pavia. Nel 1953, per opera di una discussa figura di imprenditore pubblico, Enrico Mattei, nasce l'Eni (Ente nazionale idrocarburi), con l'ambizioso programma di rendere autonomo il paese nella politica di ricerca delle fonti energetiche. La nascita dell'Eni conferma la nascita di un'imprenditoria pubblica: da questo momento in poi, i rapporti con la politica si fanno più intesi, ma al contempo si intensifica nel paese la spinta ad una generale modernizzazione del sistema economico. Tuttavia, il tratto dominiate dell'ente è la forte centralizzazione nelle mani del presidente di tutta l'attività. Per circoscrivere il potere di Mattei, viene istituito nel dicembre del 1956 il ministero della Partecipazioni statali con funzioni di controllo generale, ma inesorabilmente subisce un processo di omologazione al modello burocratico che ne riduce gli obiettivi. Poco dopo nasce il ministero per il Turismo, che non si dota di un'amministrazione periferica ma di autonomie locali. L'amministrazione statale rimane dunque sostanzialmente immutata nel periodo del dopoguerra fino agli anni Sessanta.

In questo panorama in cui il ruolo degli enti pubblici diventa fondamentale per comprendere la storia del cambiamento socio-politico del paese, di nuovo si insiste su uno dei capisaldi dell'economia italiana. L'analisi di Alfredo Gigliobianco tenta infatti di chiarire le strategie portate avanti dalla Banca d'Italia ai fini del processo di modernizzazione del paese. La Banca d'Italia, ente il cui status oscilla tra il pubblico e il privato, ha sempre cercato di rispondere in maniera adeguata a quelle spinte di modernizzazione in favore del Mezzogiorno, soprattutto sotto la guida di Donato Menichella (1948-1960), un “uomo che non appare mai, legato al mondo della finanza antico, alla segretezza”, sostiene Gigliobianco. La convivenza e la persistenza di sistemi che Gigliobianco definisce “tradizionali e feudali” assumono un peso determinante e al contempo contraddittorio nella realizzazione di tali premesse. La Banca d'Italia ritiene che le piccole banche locali debbano essere difese dalle grandi banche nazionali; la piccola industria è concepita come una grande risorsa per l'Italia poiché le permette di mantenere una certa concorrenza con le grandi industrie. Dunque, la concorrenza è espressione di modernità. Tuttavia, il voler sostenere le piccole banche è simbolo di tradizione. Ecco allora che la Banca d'Italia convive con due aspetti complementari ma al contempo contraddittori che ben la rappresentano in questi anni di trasformazione del paese. Si arriva così a definire un concetto interessante, quello della “sfeudalizzazione dell'economia italiana”, uno dei propositi dell'abile governatore Menichella, che sosteneva che il sistema bancario e quello industriale andassero separati, poiché combattevano tra loro per avere i favoritismi dello Stato.

Gigliobianco parla anche di consumi, avvicinandosi in maniera discreta al tema del Convegno. I consumi dipendono dall'andamento dei salari. Nelle relazioni della Banca d'Italia di Menichella, i consumi non hanno mai un valore positivo. Si guarda invece agli investimenti come unico valore da salvaguardare. Ma il consumo è parte integrante della costituzione del capitale umano. E, ancora una volta, siamo davanti ad una interessante contraddizione che invita alla riflessione.

Di nuovo Simone Misiani e Francesca Anania intervengono per concludere questa sessione dei lavori. Viene fatto un primo bilancio, si concretizzano le prime ipotesi: “lo scopo del documentario industriale è quello di uscire fuori dal suo ruolo e diventare vocazione pubblica. La comunicazione non è in questo caso uno strumento passivo bensì attivo”, sostiene Misiani, mentre Francesca Anania, riprendendo il discorso di Gigliobianco dice: “la critica ai consumi di massa si ritrova pienamente nel corso degli anni Cinquanta, quando tutta l'ala degli intellettuali di sinistra si schiera contro la televisione, vista come divulgatrice di consumi, quindi di capitalismo”. Entrambi si riallacciano ad alcuni concetti esplorati nel corso della prima giornata ma soprattutto anticipano quanto verrà poi ampliamente discusso nella seconda parte del convegno.

 

Nella seconda giornata….

Ad aprire i lavori della seconda sessione del Convegno è Piero Bini, docente di storia del pensiero economico all'Università degli Studi di Roma Tre.

Il discorso di Bini parte da un interrogativo curioso: perché negli ultimi decenni la società italiana si è cristallizzata? Per capirne le ragioni è necessario indagare su quanto è avvenuto negli anni Cinquanta e Sessanta, al tempo della seconda rivoluzione industriale, quando l'Italia cavalca l'onda di un successo eclatante. A decretare tale successo concorrono diversi fattori, tra cui una politica monetaria stabilizzata e una politica di apertura ai mercati. Verso la metà degli anni Cinquanta, Ezio Vanoni elabora, quasi a coronamento di un periodo di riforme, lo Schema di sviluppo del reddito e dell'occupazione in Italia nel decennio 1955-1964, meglio noto come Piano Vanoni, per risolvere il fondamentale problema di debolezza della struttura economica e sociale italiana, rappresentato dall'alto livello della disoccupazione e della sottoccupazione, e per favorire inoltre lo sviluppo del Mezzogiorno. L'importanza del Piano Vanoni risiede nell'essere stato concepito come un metodo di crescita sintonizzato sul lungo periodo.

Negli anni Sessanta, la formula politica che per lungo tempo era stata del centrismo cambia e passa al centro-sinistra. Cambia anche la direzione della Banca d'Italia, da Donato Menichella a Guido Carli, che negli anni Sessanta svolge un ruolo di assoluto rilievo.

Viene avviata una politica in favore dello sviluppo del meridione, che dà luogo a tante iniziative ma anche a tante “cattedrali nel deserto”, gli insediamenti industriali favoriti da pingui incentivi statali e incapaci, per loro limiti intrinseci, di suscitare intorno a sé ulteriori iniziative economiche, culturali e sociali. Tuttavia, nonostante l'ottima crescita economica che di fatto c'è stata negli anni Cinquanta, è necessario comprendere le contraddizioni insite nella politica economica per rispondere adeguatamente a quell'interrogativo che ha scatenato la riflessione.

L'analisi dei nuovi linguaggi comunicativi viene esposta da Francesca Anania, che presenta una panoramica dei mezzi di comunicazione di massa in uso negli anni Cinquanta e Sessanta, insistendo sul loro rapporto con la società e sui cambiamenti che hanno subito in favore della politica. “Il sistema dei media influenza la società italiana negli anni Cinquanta e Sessanta”, dice Francesca Anania e continua “Il successo del cinema in quegli anni è innegabile, non solo per la fiction ma anche per il documentario. La Settimana Incom era il corrispettivo del nostro telegiornale”. Indubbiamente, il cinema conosce il suo più grande successo fino alla fine degli anni Cinquanta, lo si rileva dal numero di biglietti venduti. Poi, l'arrivo della televisione fa da padrona. Ma i cambiamenti investono non solo la comunicazione ma anche la società: aumentano i matrimoni, viene data una nuova accezione al concetto di famiglia, una nuova importanza al ruolo della donna. Cambiano le mentalità, la cultura, la società. Tuttavia, soprattutto negli strati più poveri della popolazione, il tasso di analfabetismo è ancora troppo alto: qui i media svolgono un ruolo di assoluta importanza, supplendo le carenze dello stato nel processo di acculturazione della società italiana. Nei consumi, nonostante siano gli anni del miracolo economico, c'è ancora un'estrema povertà. L'84% delle famiglie non possiede un apparecchio televisivo, né un frigorifero, né una lavatrice. È in questo senso che i mass media influenzano la società, ma al contempo sottolineano che il processo di industrializzazione è un processo contraddittorio.

Ma gli anni Cinquanta sono gli anni in cui nasce la televisione, la vera rivoluzione mediatica del secolo appena concluso. Ne fornisce un'ampia documentazione Guido Del Pino, dirigente responsabile delle Teche Rai. Nel corso del suo intervento vengono prese in considerazione una serie di trasmissioni televisive che rappresentano la società italiana negli anni del miracolo italiano. Si parla di Un domani per i nostri figli (1957), una serie documentale a scopo didattico, un vero invito alla scolarizzazione e all'informazione su quanto stava accadendo nel paese; si parla di Autostrada del Sole del 1958, un altro documentario indirizzato agli studenti delle scuole medie al fine di illustrare i cambiamenti nell'edilizia. Si parla di Anno economico 1959 , un filmato che rappresenta in modo professionale quelli che erano stati gli sviluppi economici degli anni precedenti.

Dal 1954 al 1962 la Rai trasmette circa 200 documentari all'anno. Tuttavia, non sempre è stato possibile individuare con certezza le fonti utilizzate per la realizzazione dei documentari. Questo è il limite e l'ostacolo in cui lo storico si imbatte ogni volta che ha a che fare con fonti audiovisive.

L'ultimo intervento è quello di Lucia Nardi e Sandro Giuliani, responsabili dell'Archivio cinematografico dell'Eni, un archivio nato in tempi recenti – nel 2006 – in seguito alla dichiarazione di “notevole interesse storico” (febbraio 1993) da parte della Sovrintendenza.

Viene presentata la struttura e l'ossatura dell'Archivio Eni, la sua storia e il suo evolversi negli anni. Ma soprattutto ne viene evidenziato il cospicuo patrimonio conservato. All'interno dell'Archivio è infatti possibile trovare 5 km di scaffalature che raccolgono la documentazione cartacea dell'Eni, 300.000 immagini fotografiche che mostrano l'evoluzione della ricerca petrolifera e 5000 unità audiovisive realizzate da alcune firme prestigiose del mondo del cinema. Tra gli audiovisivi si trovano: documentari, filmati amatoriali, cinegiornali, filmati istituzionali, spot pubblicitari, cartoni animati. Si tratta di certo di un patrimonio storico da non sottovalutare: l'archivio è infatti un punto di partenza fondamentale per chiunque volesse ricostruire la storia economica di quegli anni, la figura di Mattei e le implicazioni socio-politiche di un paese che si stava sviluppando economicamente. La presenza di audiovisivi, di spot pubblicitari destinati ad un vasto pubblico sottolinea ancora una volta l'importanza del documentario industriale inserito nel contraddittorio processo che ha spinto il paese verso la modernizzazione.

L'uso di fonti inedite, le relazioni ben articolate e la visione di alcuni documentari di carattere industriale hanno fatto sì che il convegno portasse a termine gli obiettivi che si era proposto: presentare una lettura analitica dei documentari industriali, definendoli come parte integrante del rapporto tra comunicazione d'impresa e comunicazione politica nel controverso processo che ha guidato il paese sulla via della modernizzazione sociale, economica, politica e culturale nel periodo compreso tra il 1948 e il 1960.




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