Roberto Peruzzi
Memoria e rimozione: i crimini di guerra del Giappone e dell'Italia Firenze, 24-25 settembre 2007 Il convegno tenutosi a Firenze presso la sede del Gabinetto Viesseux, sul tema Memoria e rimozione. I crimini di guerra del Giappone e dell'Italia (24-25 settembre 2007), ha rappresentato la prima occasione per i ricercatori italiani e giapponesi di affrontare, in una prospettiva storica comparata, la vicenda dei crimini di guerra commessi da Italia e Giappone ed i processi di rimozione verificatisi nel periodo postbellico, che sono stati all'origine di una cancellazione quasi completa dalle rispettive memorie pubbliche nazionali dei crimini compiuti da entrambi su larga scala nel corso del secondo conflitto mondiale e dei conflitti coloniali.
Nella relazione d'apertura del convegno Ken Ishida (Chiba University, War Crimes in Japan and Italy: Three Historical Viewpoints of Comparison ) ha analizzato caratteristiche e contesto storico dei massacri perpetrati dalle forze armate dei due paesi e il modo in cui essi hanno fatto i conti con questa pesante eredità. Ishida ha posto l'attenzione in particolare sul legame tra i crimini compiuti fin dall'inizio del ventesimo secolo nelle rispettive guerre e occupazioni coloniali in Corea, Cina, Libia ed Etiopia , evidenziando il legame di lungo periodo tra quelle esperienze e le politiche repressive poste in atto nel corso del conflitto mondiale. Parlando delle difficoltà di entrambi i paesi nell'elaborare una memoria critica rispetto ai crimini commessi, Ishida ha richiamato poi gli effetti duraturi sull'opinione pubblica legati ai limiti emersi nella punizione dei criminali di guerra dopo la fine del secondo conflitto mondiale: una punizione pressoché assente nel caso dell'Italia e parziale nel caso del Giappone, nonostante il processo di Tokio.
La valenza politica della rimozione della questione dei crimini di guerra, nel contesto internazionale determinato dal profilarsi della Guerra Fredda, è stata messa efficacemente in rilievo anche nella relazione di Filippo Focardi (Università di Padova, La mancata “Norimberga italiana” ), che ha mostrato, trattando del caso italiano, i fattori che consentirono all'Italia di evitare la consegna e la punizione dei propri criminali di guerra. Sul piano dei rapporti internazionali, un appoggio decisivo venne al paese prima dagli Stati Uniti e poi dalla Gran Bretagna, spinti dalla volontà di proteggere l'Italia rispetto alle richieste avanzate dalla Jugoslavia, considerato fino al giugno 1948 un pericoloso alleato dell'Unione Sovietica. Sul piano interno, invece, ebbero un ruolo importante le continuità istituzionali nel passaggio dal regime fascista al governo Badoglio. Furono alcuni dei principali responsabili dei crimini contro le popolazioni civili, come il generale Roatta in Jugoslavia o lo stesso Badoglio (reo per l'impiego dei gas in Etiopia), divenuti cobelligeranti nel 1943, ad avviare quel processo di rimozione delle colpe grazie anche al ribaltamento delle responsabilità sulle spalle degli accusatori dell'Italia, in particolare sugli jugoslavi, chiamati sul banco degli accusati per le foibe.
Takao Matsumura (Keio University, L'Unità 731 e la Guerra batteriologica dell'esercito Giapponese ) ha esposto le vicende dell'Unità 731, protagonista del programma di guerra batteriologica nipponico con sperimentazioni sugli esseri umani, e ha affrontato il tema del sistematico occultamento delle prove nel dopoguerra, reso possibile da importanti coperture a livello politico. La maggior parte delle persone coinvolte negli esperimenti sui prigionieri cinesi ha, addirittura, continuato ad occupare posizioni di rilievo nel Giappone postbellico, anche grazie alla loro disponibilità a collaborare con i programmi di guerra batteriologica americani, la quale fu contraccambiata con la rinuncia da parte statunitense a perseguire penalmente gli artefici di tali, terribili, esperimenti. Solo pochi tra i responsabili giapponesi furono processati e condannati ad opera dei sovietici nel processo per crimini di guerra che si tenne a Khabarovsk, i cui atti, pubblicati nel 1950, non ebbero però alcuna conseguenza in Giappone. Matsumura ha fatto parte del team investigativo che nel 1991 ha svolto indagini in Cina sulle operazioni giapponesi di guerra batteriologica. Proprio sulla base di questo lavoro d'inchiesta, si sono aperti nel 1995 i primi processi legati alla richiesta di risarcimento e di scuse rivolta al governo giapponese da parte di alcune vittime cinesi o da loro familiari. La corte distrettuale di Tokio in primo grado, e successivamente l'Alta Corte di giustizia e la Corte Suprema hanno respinto le richieste di indennizzo dei querelanti (sebbene in primo grado venisse raccomandato al governo giapponese di presentare scuse ufficiali). E di nuovo nel 1997 è stata respinta una nuova istanza presentata da parte di 180 vittime delle armi batteriologice giapponesi. Ciò nonostante, in sede di dibattimento è stata accertata la verità storica dei crimini giapponesi oggetto della denuncia. Anche per questo, Matsumura ha concluso il suo intervento ricordando l'importanza della battaglia legale in corso in Giappone, dove tuttora sono in svolgimento ben quaranta processi legati alle denunce di vittime di crimini di guerra.
Gli aspetti legali sono stati affrontati anche da Tokuji Kasahara (Tsuru Bunka University, Recent research on the Nanjing Massacre ) e Harumi Watanabe ( Compensation Trial of Nanjing Massacre ), quest'ultimo avvocato delle vittime in alcuni dei procedimenti in corso, che hanno ricordato come proprio grazie ai processi per i crimini commessi nel corso dello “stupro di Nanchino” del 1937 – nonostante le istanze fossero state respinte – si sia però avuto un formale riconoscimento della storicità dei fatti da parte delle autorità giudiziarie nipponiche. Kasahara ha sottolineato l'importanza di ciò, a fronte della rimozione e negazione dei fatti che si è affermata ad ogni livello della società giapponese, testimoniata dalla scarsissima attenzione dei media e dal fatto che, ancora oggi, nei testi scolastici prevale un intervento censorio da parte dello Stato teso a negare o ridimensionare le colpe giapponesi. Tale situazione è fortemente condizionata dall'impressionante continuità nel paese tra la classe politica del periodo bellico e quella attuale e dall'attivo intervento negazionista da parte di esponenti politici, anche di primo piano, come è il caso dell'ex-Primo Ministro Abe.
Un aspetto importante, trattato da Aiko Kurasawa (Keio University, Indonesia under the Japanese ruling and the problem of “Romusha” ), è stato la vicenda dei “Romusha”, ovvero del lavoro forzato a cui furono costretti centinaia di migliaia di operai deportati dall'Indonesia e dalla Malesia per la costruzione e riparazione delle ferrovie in Thailandia e Birmania. Sull'impiego di lavoro forzato è intervenuto anche Hisashi Yano (Keio University, Enforced Labour of Koreans and Chinese in Japan ) che ha sviluppato un'analisi comparativa fra il caso giapponese e quello tedesco.
Per quanto riguarda i crimini commessi dall'Italia, Nicola Labanca (Università di Siena, Colonial rule, colonial repression and war crimes in the Italian colonies ) ha affrontato la realtà coloniale sottolineando la necessità di un'attenta definizione dei crimini di guerra sulla base delle norme del diritto internazionale, individuando una serie di crimini legati alla repressione della resistenza libica, alla guerra di aggressione contro l'Etiopia e alla fase successiva di lotta antiguerriglia per il controllo del territorio. Eric Gobetti (Università di Torino, Il mito dell'occupazione allegra. Gli italiani in Jugoslavia ) e Thomas Schlemmer (Institut fur Zeitgeschichte, Monaco, The Italian Army on the Russian Front. Experience and memory ) si sono invece occupati della Seconda Guerra Mondiale affrontando il mito degli “italiani brava gente” in due contesti diversi come la Jugoslavia e l'Unione Sovietica. Gobetti ha svolto un paragone fra le politiche repressive antipartigiane italiane e tedesche in Jugoslavia, ponendo in evidenza come non si possano tracciare differenze sostanziali sul piano delle tipologie e del sistema di ordini impartiti ai reparti. Le differenze, riscontrabili ad es. nella scala di grandezza dei crimini commessi, si spiegano piuttosto con la minore efficienza degli italiani dovuta alla cronica carenza di mezzi, e non ultimo con la mancanza di motivazioni paragonabili al forte convincimento ideologico e al senso di superiorità propri dei tedeschi. Schlemmer ha invece sottolineato come lo “spirito” delle truppe italiane in Russia si fosse mostrato saldo fino alla rotta finale del dicembre 1942-gennaio 1943. La propaganda bellica del regime, sostenuta anche dalla Chiesa cattolica, che aveva dipinto la campagna di Russia come una “crociata contro il comunismo”, avrebbe avuto dunque efficacia sulle truppe, fra le quali non sarebbero mancati fra l'altro atteggiamenti antisemiti. Tutto ciò spiega la collaborazione prestata ai tedeschi nelle operazioni contro i partigiani e anche contro gli ebrei. Pure le truppe italiane misero in atto, nelle loro zone d'operazione, misure antiguerriglia sfociate in crimini contro le popolazioni civili.
In conclusione, il convegno ha consentito un primo, proficuo, confronto tra le diverse esperienze di ricerca in Italia e Giappone, ed ha aiutato a chiarire gli elementi comuni ai processi di rimozione storica nei due paesi. Ma soprattutto ha consentito al pubblico italiano di venire a contatto con aspetti inerenti i crimini di guerra giapponesi scarsamente conosciuti anche dalla nostra ricerca storica.