N. 14 - Maggio 2007


ISSN 1720-190X





Andrea Bettini

Vittorio Sabadin
L'ultima copia del “New York Times”: il futuro dei giornali di carta

Roma, Donzelli, 2007

Quando fu inventata la televisione, molti profetizzarono la fine della radio e del cinema. A tanti anni di distanza, la temuta estinzione non c'è stata e nel sistema dei media si è creato lo spazio per tutti. La diffusione di internet ha generato uno scompiglio ancora maggiore e, anche in questo caso, c'è chi ha pronosticato la morte di un mezzo di comunicazione di massa. Ad accusare il colpo, questa volta, secondo molti saranno i quotidiani cartacei, destinati ad un rapido declino che nel giro di pochi anni, al massimo di qualche decennio, li porterà alla scomparsa. Vittorio Sabadin, che ha accumulato anni di esperienza lavorando a “ La Stampa ” di Torino, conosce bene le difficoltà che il settore più tradizionale del giornalismo sta affrontando e, nel suo L'ultima copia del “New York Times” , traccia un'approfondita analisi della situazione, non rinunciando ad indicare alcune strade da percorrere per contrastare la crisi provocata dalla concorrenza dei nuovi media.

“Il mondo sta cambiando molto in fretta. Chi è grande non sconfiggerà più chi è piccolo, ma chi è veloce batterà quelli che sono lenti”. Rupert Murdoch, uno che di mezzi di comunicazione se ne intende, durante una conferenza alla Worshipful company of stationers and newspaper makers di Londra ha sintetizzato così il bivio di fronte al quale, a suo avviso, si trovano oggi tante imprese editoriali: cambiare o morire. Perché un passato glorioso non è più sufficiente a garantire un futuro. E perché internet ha ormai profondamente modificato la società e le abitudini del pubblico, rendendo i giornali di carta sempre meno adatti allo stile di vita dei lettori.

Philip Meyer , docente di giornalismo all'Università della North Carolina, ha previsto che “ il momento nel quale l'ultimo vecchio ed esausto lettore andrà ad acquistare l'ultima sgualcita copia stampata del New York Times ” sarà nel 2043 . Un'affermazione che, oltre a dare il titolo a questo libro ricco di informazioni e di agevole lettura, sembra lasciare ben poche speranze agli editori, che pure possono contare su un'industria che oggi dà lavoro a due milioni di persone in tutto il mondo. È davvero una situazione senza via d'uscita? Secondo Sabadin sarà innanzi tutto necessario un profondo ripensamento nel modo di produrre i giornali.

All'estero questo processo è già iniziato e ha seguito strade diverse: negli Usa si è cercato di rinnovare i contenuti, puntando su un giornalismo più vicino ai bisogni della comunità di riferimento; in Europa si è lavorato su formati ridotti e design. Anche in Italia, pur con qualche ritardo, alcuni dei maggiori quotidiani hanno iniziato a fare qualcosa, con pagine più piccole e tutte a colori e con una grafica più curata.

Questi interventi, in molti casi, sono riusciti a far aumentare il numero dei lettori e, insieme a ristrutturazioni e tagli all'organico, hanno rimesso i bilanci di molte imprese editoriali in linea di galleggiamento. Secondo l'autore, che descrive molti degli esempi più avanzati del settore con uno stile agile, nel lungo termine la carta sembra però destinata ad essere comunque soppiantata da tecnologie più veloci ed economiche. Forse qualche giornale rimarrà, ma si tratterà di fogli costosi, riservati a un pubblico di nicchia e contenenti prevalentemente analisi e commenti.

Questo non significa, ovviamente, che il giornalismo sia destinato a scomparire insieme alla carta stampata. Anche se le nuove tecnologie stanno dando sempre più spazio ai contenuti realizzati direttamente dal pubblico, la presenza dei professionisti dell'informazione sarà sempre necessaria. Il loro modo di lavorare sarà diverso e decisamente più multimediale, ma i giornalisti del futuro continueranno a fare la loro parte raccontando che cosa accade nel mondo dai siti internet invece che dalle pagine dei quotidiani. Questa volta, sostiene Sabadin, il caro vecchio giornale, che ha superato senza particolari problemi le difficoltà create dalla nascita del telegrafo, della radio e della televisione, potrebbe davvero entrare in una crisi profonda.




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