N. 14 - Maggio 2007


ISSN 1720-190X





Emanuela Minuto

Paolo Carusi (cur.)
Roma in transizione Ceti popolari, lavoro e territorio nella prima età giolittiana

Atti della giornata di studio, Roma, 28 gennaio 2005 Roma, Viella, 2006

Il volume curato da Paolo Carusi raccoglie dieci interventi che rappresentano una messa a punto di percorsi di ricerca precedentemente avviati da studiosi appartenenti a diverse discipline. Proprio sul carattere multidisciplinare dell'opera insiste nell'introduzione Paolo Carusi, che identifica il “reale ‘collante'” del gruppo nel comune convincimento “dell'assoluta necessità di un approccio multidisciplinare [...] allo studio della realtà capitolina”, approccio “tanto più necessario nell'analisi di una fase di straordinaria, quanto rapida, trasformazione” del paese (p. 15). La fase in questione è quella compresa tra il 1900 e il 1907 e l'oggetto di indagine è costituito quasi esclusivamente dalla multiforme e difficilmente imbrigliabile galassia popolare capitolina.

Nel definire la scansione cronologica agiscono motivi immediatamente intuibili, sebbene non sia forse superfluo specificare che nella data ultima si consumano sul piano nazionale la crisi finanziaria, un rallentamento della crescita industriale e un indirizzo politico conservatore, mentre a Roma si registrano la formazione dell'amministrazione Nathan e mutamenti del tessuto socio-economico in genere valutati in senso fortemente positivo. Nell'individuare alcuni tratti della fisionomia popolare locale in questo settennio decisivo si assume quasi sempre nel volume l'intento di procedere con riferimento all'immediato passato e al ben più noto futuro nathaniano. In particolare, la lente dilatata agli anni della crisi di fine secolo è adottata nei contributi genericamente ascrivibili alla sfera della storia politica. Si tratta degli interventi di Mario Belardinelli, Giuseppe Barbalace, Paolo Carusi e Vincenzo Pacifici che presentano aspetti di omogeneità e complementarietà notevoli. Dal punto di vista metodologico, tutti e quattro percorrono i canali più tradizionali dell'analisi dei fenomeni politici e politico-istituzionali in parte in virtù dell'esiguità nel panorama degli studi sulla città di lavori preliminari di questo tipo. Nel saggio introduttivo del volume, Società romana, classe politica e problemi del territorio all'inizio del Novecento , Mario Belardinelli s'impegna in apertura ad indagare la relazione “fra autorità politica centrale e società” (p. 21), ma ripercorre poi soprattutto la politica giolittiana sotto i due profili dell'atteggiamento del deputato di Dronero nei confronti delle proteste e degli scioperi nella capitale, alimentati dalla persistente crisi economica della città in controtendenza rispetto al dato centro-settentrionale, e dell'intervento legislativo da lui sollecitato in materia finanziaria e gestionale. Entro quest'ambito ricompone quindi a grandi linee la posizione assunta dai parlamentari e dall'amministrazione di Prospero Colonna di fronte alle iniziative giolittiane, costringendo la narrazione entro severi confini dall'autore parzialmente giustificati con l'assenza tra l'altro di ricostruzioni sul prefetto, sui rappresentanti parlamentari e i notabili della giunta di inizio secolo. La figura prefettizia così come altri delegati del centro restano in ombra anche nel contributo di Barbalace, Camera del lavoro, municipio ed elezioni amministrative (1900-1902) , che invece ben chiarisce l'inclinazione di sindaco, giunta e consiglio comunale rispetto alla camera del lavoro, risorta nel 1900 a tre anni dallo scioglimento d'autorità. Al fine di affrontare con strumenti comparativi la realtà del 1900-1902, con grande efficacia lo studioso traccia il quadro dei provvedimenti repressivi che nel 1897 colpirono la Camera del lavoro, varie aggregazioni e scioperanti – in cui l'autore intravede un'anticipazione locale del clima reazionario nazionale dell'anno successivo – per poi definire in relazione al primo biennio novecentesco una traiettoria di continuità amministrativa caratterizzata dall'angustia prospettica di una concentrazione politico-economica assai poco incline a seguire Giolitti e a confrontarsi con i mutamenti dell'orizzonte organizzativo dei ceti popolari, in cui si distingue la rapida crescita delle leghe cattoliche di Murri. Peraltro, si coniuga armonicamente con le riflessioni di Barbalace l'analisi di Paolo Carusi. Servendosi soprattutto delle relazioni del questore, Carusi delinea la variabile geografia dei rapporti di forza all'interno della Camera del lavoro nel periodo 1901-1904 nonché la caratterizzazione dei soggetti politici in essa presenti, restituendo anche alcuni preziosi elementi sul troppo spesso ‘dimenticato' movimento anarchico che a Roma intercettava quelle fasce considerevoli di lavoratori ancora prive, per lo studioso, di una coscienza politica definita. Lo spontaneismo è per il ricercatore il tratto tipico di porzioni rilevanti del mondo lavorativo in grado di accentuare l'eterogeneità della sinistra capitolina e l'incapacità delle singole forze organizzate di dotarsi di una politica coerente. In tal senso, particolarmente significativo risulta l'andamento delle elezioni politiche del 1904 ben descritto dall'autore. Nutrito degli stessi stimoli di Barbalace e Carusi è il contributo di Pacifici Il mondo del lavoro nella Valle dell'Aniene , che consegna una mappa generale, attenta soprattutto alla camera del lavoro di Tivoli nella fase 1898-1905. Negli ultimi tre lavori citati la peculiare cura riservata a questa organizzazione territoriale genera un'emarginazione della vasta problematica associazionistica; peraltro, la concentrazione sul momento politico del fenomeno sociale avrebbe forse potuto concedere di più all'analisi della democrazia cristiana e dell'emancipazionismo femminile che conosce proprio in quel momento la sua più fertile stagione. L'intervento di Daniela Rossini, Esperienze di assistenza femminile nei quartieri popolari romani in età giolittiana: Guglielmina Ronconi a San Lorenzo , aiuta solo parzialmente in questa direzione. L'autrice ripercorre soprattutto la storia degli obbiettivi assistenziali che la Ronconi si era prefissata senza ricondurre fino in fondo il suo pensiero e la sua azione al quadro di riferimento generale animato, tra l'altro, come noto, da un cospicuo fermento di iniziative per il riconoscimento del diritto di voto alle donne. Forse una certa attenzione alla storia delle donne avrebbe consentito una maggiore valorizzazione del saggio di Catia Papa Il mondo studentesco a Roma nel primo Novecento che privilegia l'analisi delle tendenze un po' forzosamente definibili “politiche” del corpo degli studenti dell'università capitolina. Lo scritto lascia emergere soprattutto la vocazione irredentista e le prevalenti istanze radicali e mazziniane del mondo universitario, in cui maturerebbe poi un diffuso spirito nazionalista; la focalizzazione sull'aspetto della cultura politica comprime di necessità, tra l'altro, un tentativo di analisi della composizione sociale studentesca. Il saggio avrebbe dovuto probabilmente integrare in qualche modo il precedente contributo di Giorgio Rossi Giovani e formazione al lavoro: l'istruzione professionale e tecnica a Roma nel periodo giolittiano . Rossi però si concentra soprattutto sulle dinamiche dell'istruzione professionale, per la verità più nazionali che locali, di lungo periodo – l'analisi prende l'avvio dall'unità – anche se non manca di fornire considerazioni specifiche su due istituzioni laiche: l'ospizio di San Michele e Ripa e l'orfanotrofio comunale.

Costituiscono un secondo corpo ben integrato e armonico al suo interno, anche se decisamente contenuto, i saggi di Fabio Fabbri, Paola Falcioni e Lidia Moretti dedicati al territorio romano. Mentre l'ultima autrice citata tenta una definizione categoriale molto interessante della sfuggevole area dell'Agro romano, ricorrendo al concetto di “regione fluida” fondato primariamente sul grado di radicamento del sentimento di appartenenza degli abitanti, Fabio Fabbri e Paola Falcioni si dedicano al territorio ostiense. In Le trasformazioni di una capitale: Roma porto di mare? Fabbri ricostruisce con notevole accuratezza la storia della mancata trasformazione di Roma in “porto di mare”, storia cinquantennale conclusasi tra gli anni venti e il 1931 con una dotazione ferroviaria e stradale che dalla città portava ad Ostia, eletta in via definitiva a sola stazione balneare. L'esame della relazione tra amministrazione centrale e locale con il litorale ostiense è così contraddistinta da poche brillanti intenzioni e intuizioni (di Paolo Orlando e dell'amministrazione Nathan) e da una persistente e dilagante miopia che avrebbe impedito la nascita di un circuito virtuoso tra il progressivo ammodernamento del quartiere ostiense e la creazione del porto al lido. Specificatamente dedicato al contesto ostiense e al quartiere omonimo è il testo Dinamiche territoriali nell'area Ostiense tra Ottocento e Novecento di Falcioni. Definito il paesaggio umano e ambientale della macroarea fino ai primi anni del novecento, Falcioni affronta la questione dell'urbanizzazione del quartiere, insistendo sulla iniziale “matrice esogena” (p. 205) del cambiamento – fondamentale il ruolo trainante svolto dall'evoluzione commerciale e industriale del Testaccio – che per essere realmente governato dovrà attendere l'amministrazione Nathan. Si conferma così anche sotto questo profilo il valore di spartiacque assunto dall'esperienza guidata dal democratico a partire dal 1907.




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