N. 14 - Maggio 2007


ISSN 1720-190X





Paolo Soave

Marco Lenci
Guerra, schiavi, rinnegati nel Mediterraneo

Roma, Carocci, 2006

L'interesse per il fenomeno storico della pirateria e della corsa sui mari, per dirla con Braudel “un'industria vecchia quanto la storia”, appare inesauribile. Se un primo filone, che trova suggestiva espressione anche in campo cinematografico, può ricondursi al mito del corsaro ben radicato nell'immaginario popolare, un secondo attiene al campo delle improbabili approssimazioni proposte soprattutto negli Stati Uniti, dove ai pirati di un tempo sono stati accostati, di volta in volta, personaggi quali Gheddafi, i terroristi attentatori dell'11 settembre 2001 e Saddam Hussein, un terzo, quello finalmente storiografico, si è ultimamente espresso, citando solo alcuni contributi monografici, con i lavori di Salvatore Bono, Lumi e corsari: Europa e Maghreb nel Settecento (2005, Perugia, Morlacchi) , di Richard Bordeaux Parker, Uncle Sam in Barbary: a diplomatic history (2004, University Press of Florida, Gainesville) , e di Paolo Soave, La “rivoluzione americana” nel Mediterraneo. Prove di politica di potenza e declino delle reggenze barbaresche, 1795-1816 (2004, Milano, Giuffré). L'opera più recente tuttavia è quella di Marco Lenci, Guerra, schiavi, rinnegati nel Mediterraneo (2006, Roma, per i tipi di Carocci, 164 pagine), già giunto alla ristampa. All'Autore si devono anche precedenti studi sul tema (fra questi 1987, Lucca, il mare e i corsari barbareschi nel XVI secolo , Lucca, Pacini Fazzi; 1999, Il Maghreb barbaresco nelle “gazzette” di Genova 1639-1684 , Roma, Herder; 1991, Il Maghreb barbaresco in alcune raccolte di “avvisi” manoscritti della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze , in “Africa”, n. 2, pp. 241-261) particolarmente significativi anche per la valorizzazione metodologica di una fonte, gli avvisi manoscritti e le gazzette a stampa d'epoca, che danno cronaca di scontri, catture e in genere dei movimenti corsari nel Mediterraneo. Prendendo atto di un dibattito storiografico fra i più ricchi anche a livello internazionale ma, per certi aspetti, non ancora consolidato, Lenci si propone di “Dare conto di quanto sino a oggi la ricerca storica è riuscita a far emergere dell'epopea barbaresca” (p. 10) e, per questo, adotta l'insuperata impostazione di Braudel, cantore di un Mediterraneo straordinario sistema antropico di civiltà ed imperi complementari, modello dal quale sembrano divergere, proprio sul terreno dell'interpretazione della corsa, tanto i cultori del mito del feroce Saladino, per i quali la pirateria avrebbe rappresentato una prerogativa della natura predatoria dei barbareschi, quanto la storiografia nordafricana, che anche in un convegno organizzato nel 2003 dall'Istituto Italiano per l'Africa e l'Oriente sul tema “ La Libia nella storia del Mediterraneo”, ha sostenuto che la corsa rappresentò sostanzialmente la soluzione difensiva adottata dalle reggenze barbaresche per fronteggiare la minaccia proveniente dalla cristianità. Lenci pertanto realizza un'opera di riponderazione storiografica del tema rifacendosi ai ben noti studi ed approfondimenti di Salvatore Bono, Giuseppe Bonaffini, Federico Cresti, Teobaldo Filesi, Godfrey Fisher, Philip Gosse, Ciro Manca, Daniel Panzac, Calogero Piazza, Flavio Russo, Lucette Valensi, ecc.. Nel suo agile saggio l'Autore, focalizzando geograficamente l'attenzione sul ruolo della penisola italiana, asse mediterraneo della corsa, terra di scorribande barbaresche ma anche di prigionia per numerosi musulmani, articola una riflessione che non tralascia nessuno dei numerosi fattori socio-politici impliciti nel fenomeno in questione, e procede metodologicamente su due piani congiunti, quello della contestualizzazione storica e quello dell'analisi della fenomenologia corsara.

Nel primo di questi due percorsi logici, Lenci rinviene l'origine dell'epopea corsara nei primi decenni del XVI secolo, al tempo della collisione fra l'impero ispano-asburgico di Carlo V e quello ottomano, straordinarie grandezze geopolitiche identitariamente connotate anche in campo religioso, destinate a scontrarsi, per la loro prepotente espansione, nel bacino mediterraneo, loro area di contatto. Anche per Lenci reconquista e jihad costituirono espressioni “braudelianamente” “mediterranee”, di forze analoghe ma contrapposte, da cui scaturì quell'urto “grandioso” (p. 15) che militarizzò la vita lungo le coste del bacino e che ebbe nella battaglia di Lepanto la manifestazione più celebrata, ma non decisiva. Ad una prima fase del fenomeno, quella “eroica” (p. 34), segnata dalla contrapposizione ideologica fra cristianesimo ed islam, con i corsari ottomani impegnati nella difesa delle coste nordafricane, fece seguito, a partire dalla fine del XVI secolo, quella più tipicamente barbaresca, di cui furono protagonisti i rais , capi corsari, che si affermarono con la loro organizzazione, taifa , quali nuove autorità nelle province mediterranee dell'impero ottomano, originando forme di potere autonomo militarizzato. Le reggenze barbaresche di Algeri, Tunisi e Tripoli (p. 29) trassero beneficio, per dirla ancora con Braudel, dalla fuoriuscita del Mediterraneo dalla “grande storia”, dal crescente interesse degli imperi per le vie transoceaniche rispetto a quelle del bacino, divenute anguste. Le reggenze, di fronte al progressivo inaridirsi dei traffici commerciali transahariani, reinterpretarono la corsa, afferma l'Autore, come un “business” al quale condizionarono le loro sorti economiche e politiche (p. 35). Si generò così quell'organico e flessibile sistema diplomatico-militare mediterraneo su cui per secoli si basarono i rapporti fra le due sponde del bacino e la stessa sopravvivenza delle reggenze. In nome di una supposta sovranità marittima, Algeri, Tunisi e Tripoli furono in grado di imporre alle potenze interessate ad una presenza navale nel Mediterraneo la drastica scelta fra “comprare” la pace, versando tributi, o subire gli attacchi predatori dei corsari. Allo stesso tempo, a dimostrazione dell'irrinunciabilità di principio alla corsa, quale espressione di autonomia, le reggenze fecero sistematicamente seguire, al raggiungimento della pace, comunque temporanea, con un interlocutore, l'avvio della corsa contro altri soggetti. Questo continuo passaggio dalla diplomazia alla guerra, e viceversa, fu notevolmente facilitato dalle difficoltà incontrate dalle potenze cristiane nel coniugare una risposta comune contro il fenomeno. Sovente prevalse, infatti, l'interesse a privilegiare forme di convivenza individuale con le reggenze, da ottenersi con i trattati, ma, se necessario, anche con i blocchi navali o a suon di cannoneggiamenti, con il vantaggio di dirottare la corsa contro le presenze indesiderate di potenze antagonistiche all'interno del bacino (pp. 36, 64-65). Quando ormai lo scenario mediterraneo sembrava essersi stabilizzato attraverso una serie di accordi di pace che avevano considerevolmente ridotto le opportunità per la corsa, al punto che le reggenze avevano ridimensionato le proprie flotte e avviato la conversione economica ai commerci marittimi (p. 95), il fenomeno conobbe, fra la fine del Settecento e gli inizi dell'Ottocento, un'improvvisa recrudescenza. Elemento detonatore fu, come osserva Lenci, un nuovo conflitto “globale” fra le maggiori potenze del tempo, questa volta Francia e Inghilterra, contrapposte in Europa e, per questo, inevitabilmente, anche nel bacino. Colpite nei commerci da Napoleone, che aveva trascinato il conflitto nel Mediterraneo, con le campagne in Italia e in Egitto, le reggenze barbaresche affidarono nuovamente ai corsari le loro sorti (p. 96). Appena innalzata sul bacino l'insegna dell' Union Jack , trionfante sulla Republique , giunse nel Mediterraneo un nuovo attore destinato a favorire un'ulteriore svolta, la flotta statunitense, determinata a non piegarsi al Pascià tripolino Yusuf Qaramanli (al quale si deve la prima dichiarazione di guerra ricevuta dagli Stati Uniti d'America). Dopo aver tentato tutte le possibili opzioni, inclusa quella di una lega antibarbaresca, improbabile ma particolarmente cara a Thomas Jefferson, gli americani marciarono su Derna e, dopo aver minacciato di deporre Yusuf sostituendolo col fratello Ahmed, ottennero nel 1805 un accordo. Dieci anni dopo, ancor più agguerriti, imposero al Dey algerino un trattato così umiliante da costituire un esempio per le potenze cristiane, che, finalmente coalizzatesi dopo il Congresso di Vienna, riuscirono a debellare la pratica dello schiavismo e, con esso, la corsa. Il 1830, complice anche l'irreversibile indebolimento del mondo barbaresco, segnò, con l'occupazione francese di Algeri, l'inizio di una nuova era, quella coloniale (p. 105).

Oltre che per il percorso storico analiticamente ricostruito, il saggio di Lenci si fa apprezzare anche perchè illustra puntualmente la specifica “grammatica” della corsa, declinandone tutti gli elementi che ne determinarono la marcata socialità. L'articolato sistema di rapporti costituitosi attorno a tale fenomeno informò gran parte della società e del sistema politico barbaresco, favorendo non solo fenomeni di militarizzazione, ma anche la proliferazione di attività collaterali, al punto che il coinvolgimento e la partecipazione a vario titolo della popolazione barbaresca fu “corale” (p. 40). Ricollegandosi agli studi di Bono e di Panzac, Lenci evidenzia tecniche e stagionalità della pratica corsara e rilancia l'ancora irrisolto dibattito sulla effettiva resa economica di un fenomeno che impose, anche in termini umani, costi elevati e inalterabili fattori di aleatorietà. Di particolare interesse risulta poi l'analisi delle soluzioni approntate dagli Stati italiani, a partire dal primo Cinquecento, per garantire la difesa costiera (p. 84). Le torri di avvistamento, ancor oggi presenti in gran numero lungo le coste della penisola, di piccole dimensioni e cilindriche, per la semplice individuazione della minaccia, o più imponenti e quadrangolari, per la vera e propria difesa, pertanto dotate di cannoni e di magazzini, costituivano elementi di una catena di comunicazione attraverso la quale lanciare l'allarme ed impedire ai corsari l'approvvigionamento di acqua dolce. Ancor più suggestivo è il ritratto di quello che Lenci definisce il “lato umano” del fenomeno, la condizione dei prigionieri ridotti in schiavitù tanto in Barberia, nei tristemente famosi “bagni”, quanto nella stessa cristianità (p. 132). L'Autore si sofferma anche sull'opera redentrice degli ordini religiosi a beneficio dei captivi ed evidenzia in questo campo significative asimmetrie. Mentre nella cristianità il prigioniero veniva impiegato a bordo delle imbarcazioni come rematore, o a terra in altre attività forzate, in Barberia, pur lavorando, costituiva soprattutto un bene, per il quale richiedere riscatti, o da vendere al mercato degli schiavi. Se per i cristiani la liberazione passava prevalentemente per il pagamento di quanto preteso, i musulmani potevano solo sperare in eventuali scambi di prigionieri (p. 141). Ricco di risvolti era il percorso umano dei rinnegati, frequenti fra chi solcava i mari, ma, come ricorda Lenci, anche fra quei poveri contadini che talvolta attendevano impazienti, lungo le coste calabresi, l'arrivo dei corsari barbareschi per sfuggire a condizioni di vita alle quali erano preferibili schiavitù e conversione (p. 145). Se per chi rinnegava il cristianesimo le porte della Chiesa potevano sempre benevolmente riaprirsi, chi aveva abbandonato l'Islam sapeva di non poter sfuggire al boia in caso di ritorno in Barberia (p. 153). Proprio questa intensa umanità della corsa sta a dimostrare, come pertinentemente osserva Lenci, che, al di là degli opportunismi individuali, l'osmosi fra le due sponde del bacino fu tale da coinvolgere anche gli aspetti più personali della vita nel Mediterraneo, al punto di fare del rinnegato una sorta di prototipo dell'odierno uomo secolarizzato (p. 154).

È proprio questa dimensione, sociale ed umana, a dare ancora impulso alla ricerca sulla corsa mediterranea, l'espressione forse più sistemica, perchè capace di abbracciare tutte le principali attività, di quella mediterraneità condivisa e sovrapposta, vissuta in maniera complementare fra cristianità ed Islam. Il saggio di Lenci è quindi da intendersi, e tanto più da apprezzarsi, non solo quale punto di arrivo, preziosa analisi e bilancio storiografico del fenomeno, ma anche come ulteriore punto di partenza, con gli innumerevoli spunti che offre, per nuovi approfondimenti.




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Autore Soave Paolo
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