N. 14 - Maggio 2007


ISSN 1720-190X





Alberto Malfitano

Elena Rambaldi
Rotary International, a “Brotherhood of leadership”
Il caso italiano tra fascismo e primi passi della Repubblica


Roma, Carocci, 2006

Scrivere la storia del Rotary club significa ripercorrere buona parte della storia delle classi dirigenti italiane nel XX secolo. È ciò che ha fatto Elena Rambaldi, dottore di ricerca all'Università di Roma Tre, che ha dedicato alla storia dell'organizzazione statunitense in Italia anni di studio, poi confluiti nel volume recentemente pubblicato da Carocci nella collana del Dipartimento di Discipline Storiche dell'Università di Bologna.

Il Rotary, una sorta di “internazionale borghese” sorta a Chicago all'inizio del secolo, sbarcò in Italia sull'onda degli aiuti in mezzi e in uomini provenienti dagli Stati Uniti nella fase conclusiva della Prima guerra mondiale. Nel momento in cui il wilsonismo e il mito Usa cominciavano a contagiare gran parte dell'opinione pubblica europea e italiana in particolare, i primi contatti con la realtà locale venivano presi da esponenti della società statunitense che si trovavano nella penisola per contribuire alla vittoria finale contro gli Imperi centrali: ad esempio, molti dei giovani autisti di ambulanze, che la Croce Rossa americana inviò sul fronte italiano, provenivano da famiglie di estrazione sociale medio–alta, iscritte in patria ai circoli del Rotary. Con la fine della guerra, un aspetto della crescente influenza americana in Italia si esplicò nel progetto di installare anche in Italia i club rotariani. Il successivo riflusso isolazionistico degli Stati Uniti non ostacolò il proliferare dei primi circoli in diverse città italiane, in primo luogo Milano e Trieste, non a caso le città più cosmopolite, non appena la situazione socio-politica vide il prevalere del fascismo.

Il rapporto con il regime, su cui verte gran parte del volume, non fu però mai semplice: il contrasto appare d'altronde inevitabile, se consideriamo la natura antitetica dei due soggetti, regime fascista e movimento rotariano: ipernazionalista, militarista, diffidente verso tutto ciò che potesse sembrare in odore di massoneria l'uno, pacifista e internazionalista l'altro. Ma la linearità non fa parte della storia: mentre a metà degli anni Venti i primi club nascevano lungo la penisola, Mussolini, che pure aveva compreso immediatamente le potenzialità eversive dell'associazione – come l'autrice sottolinea – mantenne un atteggiamento ambiguo ma sostanzialmente favorevole, che nel complesso consentì al Rotary di resistere efficacemente all'ostilità dichiarata dell'ala più radicale del fascismo. La chiusura del club di Parma, infatti, costituì l'unica vera vittoria degli intransigenti, capitanati da Farinacci, in quel frangente segretario di partito; ma non si andò oltre. A favorire la nascita e l'iniziale rapporto positivo dei club con Mussolini, fu la politica internazionale: la necessità di buoni rapporti con le potenze occidentali, e in particolare l'esigenza di capitali americani, che l'accordo sui prestiti permise, si riflettevano nella benevolenza di Mussolini verso il giovane movimento rotariano in Italia, un atteggiamento tuttavia estremamente volubile e legato alle contingenze.

La particolarità della situazione italiana fece sì che i vertici statunitensi dell'organizzazione avessero un occhio di riguardo: così la costituzione proprio in Italia del primo distretto europeo va attribuita non tanto alla diffusione dei club nella penisola, tutto sommato minore rispetto ad altre nazioni, ma alla decisione di venire incontro a un stato di fatto estremamente particolare, in cui il forte nazionalismo che permeava anche i primi ambienti rotariani della penisola accresceva il rischio di interpretazioni eccessivamente personali, localistiche e autonome del regolamento del Rotary.

Servendosi di documenti inediti, tra cui quelli conservati nei principali archivi del Rotary International, a Zurigo presso la sede europea e a Chicago presso quella principale, l'autrice ha ricostruito delicati passaggi relativi all'installazione del movimento nella penisola, come la preoccupazione dei vertici per la situazione italiana, la volontà di addivenire a una veloce costituzione del distretto e il desiderio di mantenere buoni rapporti con il fascismo.

L'idillio con il regime durò tuttavia pochi anni. Nel momento in cui ci si avvicinava al Concordato tra Stato e Chiesa cattolica, un'associazione di ispirazione protestante e dal vago sapore massonico, non poteva non suscitare l'ostilità aperta del Vaticano, cui si associarono anche una parte degli esponenti del fascismo. Fu uno dei primi momenti difficili del Rotary in Italia, superato negli anni Trenta solo a costo di un progressivo allineamento sulle posizioni del regime, un prezzo pesante da pagare ma anche l'unico modo per continuare a essere presenti sul territorio e svolgere il proprio lavoro in un panorama di progressivo deterioramento delle relazioni mondiali, fatali per un movimento transnazionale come quello rotariano.

Così, se da un lato si diede il massimo appoggio ai passi mussoliniani che maggiormente sembravano procedere nella direzione della pace, come il “Patto a Quattro”, gli incidenti con i club di paesi cui il regime era più ostile, come la Jugoslavia, o l'entusiastico appoggio alla guerra d'Etiopia e alle presunte ragioni dell'Italia, dimostravano quanto angusto e penoso si stesse facendo il percorso del Rotary in terra italiana, fino alla sua inevitabile chiusura: la politica cui il Rotary italiano si era via via prestato, di sostanziale acquiescenza al regime, non era più sufficiente nel momento in cui si strinse l'alleanza con la Germania e Mussolini lanciò la campagna antiborghese e quella razziale, strumenti della politica del regime indigeste anche per un'associazione che fino a quel momento si era sostanzialmente allineata alla politica nazionalistica del fascismo, ma che non poteva andare oltre senza snaturare completamente il proprio essere.

Dopo la chiusura, sostanzialmente imposta dal regime nel 1938, che evidentemente non vi vedeva più alcuna utilità e non poteva tollerarne oltre la presenza, il Rotary rinacque in Italia dopo la conclusione della guerra. A questo periodo è dedicato l'ultimo capitolo del volume: il Rotary poté rinascere velocemente – sempre con un carattere maggiormente elitario rispetto ai paesi anglosassoni – grazie al favore alleato e alla natura stabilizzatrice che gli veniva riconosciuta rispetto al pericolo comunista che si profilava all'orizzonte. I temi del sostegno alle nuove organizzazioni di cooperazione internazionale, Onu in testa, si accompagnò all'intenso dibattito che amplificò nella classe dirigente italiana la parola d'ordine dell'europeismo. La presenza nei circoli rotariani dei principali industriali italiani e di numerosi politici, anche democristiani, fece sì che i dibattiti al proprio interno accompagnassero e influenzassero, secondo l'autrice, la via italiana alla modernizzazione industriale che di lì a poco avrebbe portato al “miracolo” economico. Una maniera di continuare a influenzare la vita economica che già con il regime aveva visto importanti contributi di rotariani, specie nel momento in cui, nel difficile periodo all'inizio degli anni Trenta, il fascismo, con l'istituzione di Imi e Iri, cercava di dare risposte efficaci alle esigenze dell'economia nazionale.

 

La ricostruzione di Elena Rambaldi, godibile ed estremamente documentata, colma un vuoto storiografico, che i rari saggi non autoelogiativi esistenti non avevano ancora eliminato, e mostra il profondo rapporto che si intrecciò tra il Rotary italiano e le vicende politiche e in particolare economiche dell'Italia, dagli anni del regime a quelli del miracolo economico. Un rapporto stretto che si è esplicato in un dibattito continuo nei tanti circoli presenti sul territorio, animati dalla presenza di personaggi di calibro nazionale, contemporaneamente presenti sulle poltrone ministeriali e nei consigli d'amministrazione delle principali aziende nazionali. Una sorta di storia d'Italia che è possibile condurre dall'interno di un'associazione che nella sua prima fase di vita in terra italiana ha dovuto barcamenarsi, tra alti e bassi, nel difficile rapporto con il fascismo, e che nel dopoguerra, specie nel momento in cui l'Italia ha definitivamente intrapreso la strada dell'industrializzazione, ha avuto modo di esprimere al meglio la propria vocazione di associazione di uomini d'affari dediti allo sviluppo del proprio paese.




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Autore Malfitano Alberto
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