N. 14 - Maggio 2007


ISSN 1720-190X






Andrea Francioni

A proposito di alcune pubblicazioni sul laogai

Solo in anni recenti il termine laogai , contrazione dell'espressione laodong gaizao , cioè “lavoro correzionale penitenziario”, ha cominciato ad essere pronunciato al di fuori della cerchia dei cultori di cose cinesi o dei difensori dei diritti umani e a diventare familiare presso un pubblico più vasto. La traduzione dei volumi di Hongda Harry Wu (2006) e di Chen Ming (2006) rende ora disponibile anche ai lettori italiani una quantità di informazioni sul sistema concentrazionario della Cina popolare, un fenomeno che è stato a lungo ignorato, o comunque scarsamente conosciuto nella sua esatta articolazione, almeno fino ai primi anni Novanta.

Eppure qualcosa era trapelato sin dal principio. Nel 1957 la Commission internationale contre le régime concentrationnaire (Cicrc), una organizzazione indipendente animata tra gli altri da David Rousset (1997), pubblicò a Parigi un Libro Bianco sul lavoro forzato e le istituzioni concentrazionarie nella Repubblica popolare cinese, una denuncia già abbastanza circostanziata considerando che all'epoca “il sistema di detenzione e concentramento con il fine della rieducazione attraverso il lavoro” era agli esordi. Oltre a una notevole compilazione di documenti legali e storici e di dichiarazioni ufficiali, il Libro Bianco elencava i 292 “campi di concentramento” che sarebbero esistiti in Cina agli inizi degli anni Cinquanta e presentava 18 storie di ex prigionieri – che erano stati rilasciati oppure erano fuggiti fino al 1953 – selezionate fra le centinaia che i ricercatori della Cicrc (1957-1958) sostenevano di aver raccolto durante le loro indagini. Si trattò di uno sforzo di documentazione non comune, che tuttavia non ebbe risonanza al di fuori dei circoli umanitari in cui era nato, forse anche per una certa qual ingenuità nella scelta delle testimonianze pubblicate, in grande maggioranza rilasciate da ex ufficiali o soldati o comunque affiliati al Guomindang, una scelta che in definitiva dovette rivelarsi controproducente dato il clima di contrapposizione ideologica di quel periodo, relegando il lavoro serio e meticoloso della Cicrc all'ambito della propaganda anticomunista.

Fu poi la volta di Edgar Snow (1965), il celebre giornalista americano che aveva raccontato all'Occidente la storia del primo Mao e della sua rivoluzione contadina, un personaggio certo non sospettabile di scarse simpatie per una realtà da lui così a lungo frequentata e studiata. Nel 1961 Edgar Snow registrò in un amplissimo reportage – frutto di un viaggio compiuto in Cina l'anno precedente – l'esistenza di questo buco nero sotto il sole radioso del maoismo. Egli dette notizia con assoluta onestà dell'entrata in vigore del “Regolamento per la riforma attraverso il lavoro” adottato nel 1954 e delle “Risoluzioni sulla rieducazione attraverso il lavoro” approvate dall'Assemblea nazionale popolare nel 1957, i due provvedimenti che istituivano ufficialmente il laogai , ma anche le sue parole ebbero scarsa eco, da una parte perché finirono letteralmente annegate in un volume di dimensioni enciclopediche dedicato alla Cina della grande trasformazione post-rivoluzionaria, dall'altra perché nell'esprimere le proprie valutazioni sui laogai lo stesso Snow (1966) tolse enfasi alla questione, mostrandosi scettico sulla possibilità di far coincidere i luoghi di internamento cinesi – o almeno quelli da lui visitati – con l'immagine convenzionale del “campo di concentramento”.

Comunque sia, al di là del giudizio sulla natura e sulle peculiarità dell'esperienza cinese, a questo punto era accertato che l'organizzazione in Cina di campi di lavoro correzionale risaliva quantomeno ai primi anni della Repubblica popolare. Tuttavia per molto tempo è stato estremamente difficile rintracciare testimonianze precise e circostanziate di ex detenuti – a parte quelle raccolte dalla Cicrc, destinate, per le loro stesse caratteristiche, ad una virtuale clandestinità. Proprio quelle testimonianze, come la storia successiva si sarebbe incaricata di dimostrare, avrebbero consentito, con il loro carico di dolore e di disperazione, di portare allo scoperto la realtà dei laogai assai meglio di documentati reportage giornalistici o di ponderosi “libri bianchi”. D'altra parte questa carenza di testimoni si può ben spiegare: per un verso, con l'oggettiva difficoltà delle vittime a uscire definitivamente dal sistema del laogai ; per l'altro, con la paura dei superstiti a denunciare in patria l'esistenza di un universo nascosto fatto di lavoro forzato e di rieducazione, perché parlare avrebbe significato tornare a farne parte.

Non a caso, fino ad anni recenti le sole informazioni dirette sul sistema concentrazionario cinese sono giunte all'opinione pubblica internazionale grazie a prigionieri stranieri – ovviamente un'infima percentuale dei reclusi – che, con l'appoggio dei loro governi, avevano potuto riottenere la libertà. È il caso del gesuita belga Dries van Coillie, vittima delle purghe contro i cattolici e i protestanti dei primi anni Cinquanta, detenuto nei campi con l'accusa di essere una spia, la cui testimonianza fu pubblicata per la prima volta in tedesco nel 1960. Anticomunista sincero ed irriducibile, van Coillie (1962) descrisse in maniera assai vivida l'esperienza dell'internamento e l'apparato repressivo messo in opera per ottenere la rieducazione dei prigionieri. Si trattava di un documento molto efficace nella parte in cui l'autore raccontava come si svolgevano i corsi di riforma del pensiero; meno efficace, e anche di scarsa utilità ai fini della conoscenza del fenomeno, risultava invece la parte che dedicava a chiarire le ragioni di fondo, religiose e filosofiche, della sua opposizione al marxismo.

Assai più clamore suscitò nel decennio successivo la pubblicazione in Francia del libro di Jean Pasqualini, Prisonnier de Mao (1974). Quello di Pasqualini fu un vero e proprio “caso” giornalistico e politico, che esplodeva tra l'altro in un Paese dove studenti e intellettuali, forse più che altrove in Europa, avevano subito il fascino della Rivoluzione culturale.

Jean Pasqualini – nome francese di Bao Ruowang – era nato in Cina da padre corso e madre cinese, parlava il mandarino e aveva i tratti somatici caratteristici degli han, ma aveva mantenuto la nazionalità francese ereditata dal padre. Aveva studiato in un istituto tecnico di Shanghai e la sua specializzazione nel settore delle macchine utensili, unita alla conoscenza dell'inglese, lo aveva portato a lavorare per un certo periodo a contatto con americani. A causa di queste sue frequentazioni Pasqualini fu arrestato nel 1957 con l'accusa di aver svolto attività controrivoluzionarie, allorché il Pcc, dopo l'effimera apertura dei Cento Fiori, tornò a serrare le fila del regime lanciando una vasta campagna di rettifica contro i cosiddetti “elementi di destra”, borghesi e conservatori. Pasqualini trascorse sette anni nelle prigioni e nei campi di lavoro cinesi e riottenne la libertà nel 1964, come misura premiale, in occasione del riconoscimento diplomatico della Repubblica popolare cinese da parte del presidente De Gaulle.

Il libro che Pasqualini pubblicò dieci anni dopo essere riparato in Francia rivelava per la prima volta al grande pubblico la duplice natura della “riforma attraverso il lavoro” nella Rpc, non solo come sistema scientifico e violento di repressione e di indottrinamento ideologico, ma anche come struttura economica in grado di produrre profitti grazie allo sfruttamento del lavoro dei forzati. A questo proposito scriveva Pasqualini (1974, 11-12):

Les camps de travail, en Chine, représentent un contrat à vie. Ils sont trop importants à l'économie nationale pour fonctionner avec du personnel temporaire. Ce sont des détenus qui ont défriché et fait prospérer les vastes étendues stériles de la Mandchourie , lesquelles étaient restées rebelles à toutes les tentatives antérieures, et offrent aujourd'hui encore la seule preuve qu'une ferme d'État de type sovkhozien peut être rentable; ce sont des détenus qui ont été les pionniers de l'industrie plastique chinoise, et qui assurent la production d'un certain nombre de ses plus grandes usines et de ses plus importants centres agricoles; ce sont des détenus qui cultivent le riz même que mange Mao. Pour réussir tout cela, un élément était indispensable: une provision de main-d'œuvre stable et décidée à travailler dur. En s'assurant cela, les Chinois ont atteint un objectif que même Staline n'avait pas pu réaliser: transformer le travail forcé en une affaire qui rapporte. La Chine est sûrement le seul pays au monde à tirer profit de ses prisons .

Il libro di Pasqualini costituisce ancora oggi una testimonianza straordinaria, unica per l'ampiezza, ma soprattutto per la capacità di penetrare la logica del sistema (rieducazione, indottrinamento, produzione) e di fare luce, pur partendo dalla singola vicenda del protagonista, sull'organizzazione complessiva e sulla struttura dei campi. Di tutta evidenza, però, non è uno studio sistematico ed è per di più riferibile ad un periodo piuttosto breve e particolare della storia del laogai , quello che si apre con la Campagna contro la destra (1957) e include gli anni del Grande balzo in avanti, le cui ricadute furono drammatiche anche sulla vita degli internati nei campi (Pasqualini 1974, 125-128, 252-262).

La difficoltà a definire il ruolo, nell'ambito del sistema penale e penitenziario cinese, della detenzione nel laogai – che si affianca e si sovrappone alla reclusione ordinaria nelle carceri; l'ampiezza, a lungo solo presunta, di questo universo concentrazionario; soprattutto l'assoluta segretezza delle informazioni sui campi di lavoro, rubricate ancora oggi come “segreto di Stato”, hanno di fatto impedito per molto tempo, anche dopo la pubblicazione della clamorosa denuncia di Pasqualini, ogni indagine sistematica sul fenomeno.

Fino al 1992 la realtà del “lavoro correzionale penitenziario” è stata effettivamente un archipel oublié , come recitava il titolo del libro di Jean-Luc Domenach apparso quell'anno, nel quale per la prima volta veniva disegnata la mappa delle principali unità d'internamento sparse per tutto il Paese, ma in particolare nelle aree remote della Manciuria settentrionale, della Mongolia Interna, del Xinjiang e del Qinghai, la “provincia penitenziaria” per eccellenza, una sorta di Kolyma cinese (Domenach 1992, 541).

Domenach faceva risalire le origini del sistema addirittura all'epoca pre-rivoluzionaria, quando la Repubblica Sovietica del Jiangxi aveva istituito (1932) stabilimenti per la correzione attraverso il lavoro – previsti peraltro anche dalla legislazione del Guomindang – e ricordava che nel 1939 nelle zone sovietiche (o, come si diceva allora, nella “Cina rossa”, contrapposta a quella “bianca” governata dai nazionalisti) i condannati a lunghe pene detentive venivano assegnati a centri di produzione che già coniugavano il lavoro forzato con l'obiettivo della rieducazione. Lo studioso francese fissava il punto di svolta al 1948 quando il Pcc, acquisito ormai un vantaggio decisivo nella guerra civile, aveva cessato di liberare, come era accaduto sino ad allora per ragioni logistiche e di propaganda, i prigionieri del Guomindang, che furono i primi ad essere avviati ai nuovi campi di riforma attraverso il lavoro.

Insomma i laogai erano in funzione già prima di essere istituiti ufficialmente alla metà degli anni Cinquanta e cominciarono ad affollarsi nel 1951, all'epoca della riforma agraria, quando a migliaia furono internati proprietari terrieri, contadini ricchi, piccoli notabili di campagna colpiti dalla ridistribuzione delle terre. Nello stesso periodo, accanto ai detenuti politici, furono reclusi nei campi di lavoro moltissimi criminali comuni arrestati in seguito alle campagne di repressione del banditismo, della prostituzione, del gioco d'azzardo, del traffico d'oppio (1949-1952) (Domenach 1992).

Quanto alle cifre, Domenach (1992, 80-81) stimava un picco di circa due milioni e mezzo di detenuti nel 1957, a seguito dell'afflusso dei controrivoluzionari arrestati durante la Campagna contro la destra, e calcolava un nuovo punto di massimo della popolazione concentrazionaria durante il decennio della Rivoluzione culturale (1966-1976), quando complessivamente i laogai assorbirono due milioni di nuovi lavoratori forzati. Secondo la ricostruzione di Domenach, questa era stata l'ultima significativa infornata di detenuti prima delle ondate di liberazioni e riabilitazioni del 1978 e del 1982, agli inizi dell'era di Deng Xiaoping.

L'analisi di Domenach (1992, 512) coglieva i caratteri essenziali del sistema del laogai , analizzando anche l'evoluzione delle sue funzioni nel corso del tempo, un'evoluzione che poteva essere riscontrata nella composizione della popolazione dei campi: 80% circa di detenuti politici alla metà degli anni Cinquanta (ma va tenuto conto che all'epoca molti reati ordinari potevano essere trattati come crimini controrivoluzionari, e quindi politici); equa distribuzione fra detenuti politici e detenuti comuni nel decennio successivo; netta prevalenza (65% circa) di criminali comuni nei primi anni Settanta, segno che a quel punto gli obiettivi di controllo e repressione sociale avevano preso il sopravvento sulle motivazioni strettamente ideologiche.

Grazie al lavoro di Domenach, l' archipel oublié aveva finalmente trovato una sua dimensione storica, analizzata come parte integrante dell'evoluzione del regime comunista cinese, ma fu la contestuale uscita negli Stati Uniti del libro di Hongda Harry Wu, ora tradotto anche in italiano, a mettere in luce la contemporaneità e la continuità del fenomeno concentrazionario in epoca post-maoista.

Harry Wu è un reduce dal laogai . Nato a Shanghai nel 1937, era studente all'Istituto di geologia dell'Università di Pechino quando le truppe sovietiche soffocarono la rivoluzione ungherese: Wu Hongda espresse pubblicamente la sua disapprovazione, dichiarando che quell'intervento costituiva una violazione del diritto internazionale. La presa di posizione gli valse le critiche del segretario di sezione del Pcc e la richiesta di rivolgere scuse formali all'Unione Sovietica. Fu anche tacciato di slealtà nei confronti del partito, che gli consentiva di studiare e che nel frattempo aveva aperto un'indagine su di lui, preludio all'incriminazione.

A distanza di quattro anni da questi fatti, il 27 aprile 1960 Wu Hongda fu arrestato dalle forze di sicurezza, che semplicemente gli notificarono la condanna al laogai , senza metterlo a parte dell'atto d'accusa e senza comunicargli la data di un eventuale processo, che in effetti non fu mai celebrato. Seduta stante egli fu prelevato dall'aula universitaria dove si trovava e tradotto in un imprecisato campo di lavoro nel Nord del Paese. Nel corso dei diciannove anni seguenti Wu Hongda fu operaio in una acciaieria nei pressi di Pechino, minatore in miniere di ferro e carbone, contadino nel campo 586 della fattoria Qinghe, a lungo semplicemente detenuto in situazioni degradanti visto che le sue condizioni fisiche non gli consentivano di partecipare alla produzione.

Wu fu liberato nel 1979 e visse i successivi sei anni in completa emarginazione anche all'interno della sua famiglia, finché nel 1985 gli fu concesso di lasciare la Cina popolare per gli Stati Uniti. Oltreoceano si è ricostruito una vita come ricercatore della Stanford University e della Hoover Institution, e ha dato vita alla Laogai Research Foundation, una organizzazione basata a Washington, ormai da anni impegnata a raccogliere informazioni e a far conoscere al mondo la realtà dei “campi di concentramento cinesi” 1.

Divenuto cittadino americano, nel 1994 egli fece ritorno clandestinamente nel suo Paese d'origine per realizzare un'inchiesta sul traffico degli organi prelevati dai detenuti giustiziati. Nuovamente arrestato e condannato a quindici anni di reclusione, fu liberato nel 1995 grazie alle pressioni di Washington e rimpatriato negli Stati Uniti ( Wu, Vecsey 1997) .

Harry Wu è un reduce dal laogai , ma il suo libro ( Wu, Wakeman 1994) non è una testimonianza, è piuttosto, o vuole essere, una indagine a tutto campo sulla riforma attraverso il lavoro, così come è stata definita nel corso degli anni nei documenti ufficiali cinesi e quale risulta ancora oggi – o quanto meno risultava nel 1992, all'epoca della pubblicazione del libro in edizione americana – nella sua pratica applicazione.

Il merito principale di Harry Wu è infatti quello di aver chiarito in maniera definitiva l'esatta articolazione del sistema che genericamente va sotto il nome di laogai . I campi di lavoro correzionale ( laogaidui ) in vigore nella Repubblica popolare cinese sono una realtà complessa, strutturata su tre livelli, a loro volta caratterizzati da gradi diversi di controllo e repressione dei detenuti: vi sono campi di riforma attraverso il lavoro ( laogai propriamente detto), campi di rieducazione attraverso il lavoro ( laojiao ) e campi di destinazione professionale obbligatoria ( jiuye ). La loro organizzazione è dettata da linee guida rimaste sostanzialmente invariate nel corso dei decenni e formalmente valide ancora oggi, nonostante le modificazioni introdotte dopo l'avvento di Deng Xiaoping. Sono quattro le disposizioni di legge o regolamentari su cui si fonda il sistema: il “Regolamento per la riforma attraverso il lavoro”, approvato dal Consiglio degli affari di Stato il 26 agosto 1954 e promulgato il successivo 7 settembre; i “Metodi disciplinari provvisori per il rilascio dei criminali in scadenza di pena e per l'implementazione della destinazione professionale obbligatoria”, approvati dal Consiglio amministrativo governativo il 29 agosto 1954 e promulgati il 7 settembre contestualmente al precedente “Regolamento”; le “Risoluzioni sulla rieducazione attraverso il lavoro”, approvate dall'Assemblea nazionale popolare e promulgate dal Consiglio degli affari di Stato il 3 agosto 1957, con relativo emendamento del 29 novembre 1979 (“Regolamenti integrativi per la rieducazione attraverso il lavoro”) (Wu 2006, 15). Oltre a questi quattro provvedimenti fondamentali, Harry Wu prende in esame tutti gli altri documenti ufficiali emanati dall'autorità centrale dal 1949 in poi (complessivamente sono 32), compresi regolamenti e notifiche dell'ufficio di Pubblica sicurezza, i quali rivestono particolare importanza, talvolta superiore alla stessa normativa di riferimento, perché disciplinano in concreto l'attività degli organi preposti alla gestione dei campi.

L'analisi sistematica di questo materiale – in massima parte inedito data l'assoluta segretezza delle informazioni che riguardano i campi di lavoro correzionale – consente dunque all'autore di delineare con assoluta precisione organizzazione e finalità del laogaidui , di cui fornisce in sintesi questa definizione: “il laogai rappresenta l'asse portante del sistema. Il laojiao viene per lo più considerato una misura supplementare. Il jiuye non è che una semplice derivazione” (Wu 2006, 65).

I laogai sono le strutture dove le condizioni di detenzione sono più dure. Adottando la semplificazione dei paragoni storici, si può dire che i criteri militari di organizzazione, la coercizione al lavoro, gli infimi standard di vita, le vessazioni materiali e psicologiche subite dai prigionieri, le procedure di “riforma del pensiero” rendono l'esperienza cinese assimilabile, sotto molti punti di vista, alla normalità della dimensione concentrazionaria nel Ventesimo secolo. A parte tali caratteristiche, è tuttavia l'accento posto sul ruolo economico delle imprese fondate sul lavoro forzato a definire compiutamente il sistema cinese, quando si consideri che la produzione derivante dai campi di riforma ( laogai shengchan ) è stata sin dall'inizio inclusa nella pianificazione economica nazionale. A questo proposito sono emblematiche le disposizioni contenute nell'art. 35 del “Regolamento” del 1954, laddove si stabilisce che “secondo la situazione della produzione di ogni distretto e le esigenze di sviluppo nazionale, devono essere redatti dei piani unificati per gestire il trasferimento dei criminali e la distribuzione della forza-lavoro” (Wu 2006, 57). Per altro verso, è sufficiente riflettere sul fatto che le rendite delle “imprese speciali di Stato” (fabbriche, fattorie o miniere) coprono per intero i costi di gestione del sistema di riforma per apprezzarne l'incidenza sull'economia cinese (Wu 2006, 86).

La condanna alla riforma attraverso il lavoro è prevista per una tipologia molto ampia – e virtualmente indeterminata – di reati. Scrive Harry Wu, citando da un documento del Pcc: “il sistema di riforma è uno degli strumenti della dittatura democratica del popolo. Il suo scopo è di punire e riformare tutti i controrivoluzionari e gli altri criminali” (Wu 2006, 73). Com'è ovvio questa definizione ha lasciato campo aperto ad un'applicazione dei provvedimenti di condanna dettata dalle priorità politiche del regime almeno quanto dalle esigenze di sicurezza interna. In questo senso la tipologia dei prigionieri ha conosciuto, come già aveva rilevato Domenach, significative variazioni con il passare del tempo. Harry Wu stima che durante gli anni Cinquanta l'80-90% dei detenuti fosse costituito da controrivoluzionari in senso stretto (politici e militari collusi col precedente governo nazionalista, latifondisti, contadini benestanti, capitalisti, intellettuali reazionari), una percentuale che, fatti salvi i picchi imputabili alla Rivoluzione culturale e alla transizione di fine anni Settanta, ha fatto registrare una progressiva diminuzione a vantaggio di quella di criminali comuni, i quali rappresentavano ormai il 90% della popolazione dei campi di riforma secondo i documenti che circolavano all'interno del partito alla metà anni Ottanta.

“Chi entra non esce” (Wu, Wakeman 1994) è la frase che Harry Wu sentiva ripetere incessantemente durante gli anni di prigionia. A ben vedere la sua analisi del laojiao e del jiuye dà sostanza al concetto espresso con quelle quattro parole.

Introdotto nel 1957, il laojiao è una sanzione speciale finalizzata a sottoporre a un periodo di rieducazione supplementare quei criminali che necessitano di ulteriore disciplina per aver opposto resistenza alla riforma oppure coloro che si sono resi responsabili di reati minori. Si tratta in sostanza di “elementi antisocialisti”, “blandi controrivoluzionari”, ma anche di chi sia stato fermato per vagabondaggio, furto, ostacolo alla produzione e altri reati di simile gravità. Una disposizione interna dell'ufficio di Pubblica sicurezza, resa esecutiva nel 1982 – in un periodo in cui il governo cercava di tenere sotto controllo le migrazioni interne innescate dal programma di modernizzazione – prescriveva: “chi proviene dalle campagne, qualora si macchi di un crimine in città, lungo linee ferroviarie, grandi fabbriche o miniere, e dopo gli accertamenti soddisfi le specifiche per l'applicazione del laojiao , può essere soggetto alla rieducazione” (Wu 2006, 99). E in effetti con l'ascesa di Deng Xiaoping il laojiao , considerato uno strumento assai utile per garantire la pubblica sicurezza, conobbe una fase di grande rafforzamento: la tipologia dei criminali soggetti alla rieducazione fu estesa fino a comprendere teppisti e contrabbandieri, “disturbatori dell'ordine” e colpevoli di reati d'opinione, ma anche chi era privo di mezzi di sussistenza o non obbediva agli ordini di trasferimento. Uno strumento agile, che evitava lungaggini burocratiche, dal momento che l'applicazione della rieducazione attraverso il lavoro non contempla l'arresto, non richiede alcuna procedura legale o giudiziaria – come in parte avviene per i condannati al laogai – ed è stabilita in via amministrativa, al pari della sua durata.

Come scrive Harry Wu con amara ironia, “la rieducazione attraverso il lavoro non priva della libertà, semplicemente la limita” (Wu 2006, 89). Quanti sono soggetti al laojiao ricevono un salario pari a circa il 30% di quanto percepirebbero nella società esterna (col quale debbono però provvedere a tutte le necessità di base, e in particolare al vitto e al vestiario) e godono in generale di un trattamento migliore dei prigionieri del laogai (minori controlli, facoltà di scambiare corrispondenza e ricevere visite, possibilità di ottenere permessi premio e un minimo di assistenza sanitaria), ma sono sottoposti ad analoghe procedure di “riforma del pensiero” e devono comunque garantire il rispetto delle quote di produzione loro assegnate.

Anche il jiuye mira in sostanza a prolungare in maniera indefinita la permanenza dei condannati all'interno del sistema di lavoro correzionale. L'espressione “personale di destinazione professionale” ( jiuye renyuan ) fa riferimento a detenuti che, una volta scontata la pena nel laogai o nel laojiao , vengono trattenuti in apposite imprese statali al fine di “implementare al massimo le politiche di riforma attraverso il lavoro e garantire la pubblica sicurezza” (Wu 2006, 112). La definizione fa comprendere senza alcuna ambiguità cosa intenda Harry Wu quando parla del jiuye come estensione del sistema di lavoro correzionale, ma i dati forniscono un'immagine ancora più precisa della realtà: l'autore stima che durante gli anni Cinquanta e Sessanta quasi il 95% delle vittime del laogai o del laojiao allo scadere della condanna fosse sottoposto alla destinazione professionale obbligatoria; ancora sul finire degli anni Ottanta per circa il 50% dei reduci dai campi di riforma e il 30% di quelli già sottoposti a rieducazione scattava il provvedimento di destinazione coatta, che veniva così giustificata in un documento dell'ottavo Congresso nazionale sulla riforma attraverso il lavoro (1981): “la destinazione professionale è un tipo di misura amministrativa obbligatoria pensata per fornire assistenza nella ricerca di un impiego, assolvendo al contempo la funzione di continuare il processo di riforma. Il suo scopo è di prevenire la reiterazione del reato da parte di coloro che hanno scontato la pena, nell'interesse del bene pubblico” (Wu 2006, 115).

Fra le diverse strutture di lavoro correzionale, la realtà del jiuye è quella che può essere più facilmente dissimulata: il personale coatto riceve uno stipendio che corrisponde al 60-70% di quello di un normale lavoratore; la sua giornata lavorativa è di otto ore per sei giorni alla settimana; il suo rendimento quotidiano è sottoposto ad attenta vigilanza da parte delle autorità dei campi e deve partecipare a “sedute di studio” per continuare la riforma del pensiero; tuttavia usufruisce ogni anno di permessi retribuiti (fino a due settimane) per visitare la famiglia, la quale può anche scegliere di trasferirsi a vivere presso l'unità di produzione del congiunto. In sostanza, si tratta di una pena accessoria che non trova altra giustificazione se non nella volontà da parte dell'amministrazione centrale di disporre di forza lavoro a basso costo da mettere a disposizione dell'economia nazionale.

Il libro di Harry Wu appare ancora oggi – nonostante siano trascorsi quindici anni dalla prima edizione americana – una fonte insostituibile, sia per l'inquadramento giuridico del sistema di lavoro correzionale, sia per il profilo sociale della popolazione dei campi. Presenta tuttavia alcune innegabili lacune, già a suo tempo rilevate – a parere di chi scrive, con eccessiva severità – da David Bachman 2.

Il volume si conclude con una analisi del periodo successivo all'ascesa di Deng Xiaoping, quando, specialmente a partire dal 1983, la classe dirigente cinese ha cominciato ad introdurre modifiche nelle politiche di riforma, pur conservando l'impianto generale del sistema del laogaidui concepito in epoca maoista. Harry Wu osserva che le grandi ondate di riabilitazioni di persone ingiustamente accusate, la rivalutazione di centinaia di migliaia di controrivoluzionari storici, la reintegrazione di molti funzionari e intellettuali epurati negli anni precedenti furono il segnale più evidente che “l'oggetto principale della riforma si era ormai spostato dai controrivoluzionari provenienti dalle classi sfruttatrici ai criminali comuni” (Wu 2006, 125). Come conseguenza si assisteva a un'estensione del raggio d'azione del laojiao , mentre le politiche di destinazione professionale obbligatoria, pur non ancora abbandonate, venivano applicate con minore frequenza. In generale, afferma Harry Wu, la preoccupazione principale a partire dalla metà degli anni Ottanta è stata quella di incrementare l'efficienza della produzione legata al sistema di riforma (rimasta abbastanza bassa nel periodo precedente), introducendo criteri di gestione manageriale dei campi, in sintonia col programma delle Quattro Modernizzazioni: non è un caso che in questa fase i corsi la formazione professionale abbiano iniziato a soppiantare le sedute di studio ideologico.

Harry Wu coglie quella che in definitiva è la linea di fondo dell'evoluzione del sistema di lavoro correzionale in epoca denghista, e cioè lo spostamento dell'enfasi dal binomio “riforma del pensiero – produzione” a quello “controllo sociale – produzione”. Tuttavia questa parte dell'analisi appare per forza di cose datata, costruita più su un processo di deduzione logica, sulla base dei provvedimenti adottati a livello centrale, che sull'analisi dei dati, un limite forse inevitabile per mere ragioni cronologiche, ma che non consente comunque di apprezzare fino in fondo quelle che l'autore definisce come “notevoli differenze tra le condizioni odierne e quelle del passato” (Wu 2006, 145). Sotto questo profilo ricerche più recenti appaiono meglio articolate, in grado dunque di fare luce effettivamente sull'impatto delle riforme economiche di Deng Xiaoping sul sistema del laogaidui e anche di apportare qualche correttivo alle stime e alle statistiche elaborate da Harry Wu (Seymour, Anderson, 1998).

Bisogna dire però che, di fronte a questo lavoro pionieristico di accertamento e ricostruzione del sistema di lavoro correzionale cinese, perdono molto del loro significato le critiche sull'accuratezza delle stime che Harry Wu fornisce in merito al numero dei campi (990 quelli di cui l'autore ha avuto notizia in tempi diversi) o dei detenuti che vi sarebbero stati reclusi nel corso di un quarantennio (venti milioni nel laogai , almeno altri venti milioni nel laojiao , circa quaranta milioni nel jiuye ) 3. Del lavoro di Hongda Harry Wu sono debitrici tutte le riflessioni successive sul fenomeno concentrazionario cinese (Courtois, Werth, Panné, Paczkowski, Bartosek, Margolin 1998; Kotek, Rigoulot 2001) e questo è forse il miglior metro per giudicare della sua validità ancora oggi 4.

Come si è ricordato, sono ormai vent'anni che Harry Wu è impegnato , personalmente e come presidente della Laogai research foundation, in un'opera di documentazione e divulgazione della realtà del laogai . Una parte fondamentale di questa attività consiste nel recupero e nella pubblicazione delle testimonianze dei sopravvissuti, considerate nella loro duplice valenza di contributi alla conoscenza del fenomeno e di strumenti di denuncia civile: purtroppo la scelta di pubblicare tali memorie per il momento solo in cinese, se può essere motivata con la volontà politica della Lrf di rivolgersi ai cittadini della Repubblica popolare, che più di tutti hanno bisogno di essere informati, non appare idonea ad assicurare ampia diffusione al prezioso materiale raccolto, in primo luogo perché la censura di Pechino su questi argomenti rimane ferrea, in secondo luogo perché così facendo di fatto si è privato un buon numero di studiosi, giornalisti e attivisti dei diritti umani della possibilità di accedere direttamente alle nuove fonti 5.

In questo contesto, in cui si continua ad avvertire la necessità di coltivare la memoria storica anche dei singoli casi, spesso paradigmatici, al di là della componente autobiografica, di molte altre esperienze destinate invece a rimanere sconosciute, deve essere salutata con grande favore l'uscita, prima in Francia e ora anche in Italia, del libro Nubi nere s'addensano .

La vicenda raccontata da Chen Ming non è solo una testimonianza sul laogai – al quale vengono dedicate pagine di grande efficacia – ma più in generale è un viaggio attraverso la storia cinese del secolo scorso. Nato nel 1908 nello Shanxi, una regione povera e arretrata del vecchio Impero Qing, l'autore trascorse un'infanzia misera oltre ogni immaginazione, durante la quale dovette sopportare ingiustizie, pregiudizi, tragedie familiari, che si accanirono su di lui con un misto di ferocia e casualità. Grazie ad enormi sacrifici riuscì tuttavia ad andare a scuola, fu un allievo brillante e proprio grazie allo studio arrivò il riscatto: nel 1928 si diplomò alla Scuola Centrale di Nanchino, capitale della Cina appena uscita dalla rivoluzione nazionalista, ed iniziò ad insegnare storia dell'Europa nei licei della città. Agli anni di formazione risale quella che sarà considerata dopo il 1949 la prima “macchia” nel suo curriculum di studente modello: aderì infatti per un breve periodo al Guomindang, allettato dalle parole d'ordine di modernità e progresso che venivano propagandate dal partito negli anni della lotta contro il regime dei “signori della guerra”.

Nel 1935 Chen Ming si imbarcò a Shanghai per l'Europa, con l'intento di andare a perfezionare la sua specializzazione universitaria. A Londra passò i successivi tre anni grazie ad una borsa di studio: seguì corsi si storia contemporanea, approfondì la conoscenza della lingua e abbracciò la religione cristiana. Al rientro in patria lavorò come traduttore presso il Ministero dell'Educazione a Chongqing, dove si era trasferito il governo di Chiang Kai-shek a causa dello scoppio della guerra contro il Giappone, quindi, al termine del conflitto, prese a insegnare regolarmente storia europea presso l'università di Nanchino, tornata ad essere la capitale del Guomindang.

Questi trascorsi politici e professionali spalancarono a Chen Ming le porte del laogai in occasione della prima purga successiva alla presa del potere da parte del Pcc. Raccontando la sua personale esperienza, l'autore induce a riflettere sulla funzione contemporaneamente educativa (nei confronti delle masse) e punitiva (nei confronti dei presunti criminali) delle grandi campagne di rettifica promosse da Mao Zedong, frutto della tendenza della leadership comunista a vivere integralmente in una dimensione ideologica. Chen Ming era stato iscritto al Guomindang, ma non aveva ricoperto alcuna posizione di responsabilità nell'ambito del vecchio regime; era un rispettabile docente universitario e non un pericoloso intellettuale reazionario; aveva avuto esperienze all'estero e si era convertito al Cristianesimo, senza per questo trasformarsi in una spia delle potenze imperialiste. Insomma, non rientrava forse neppure nella categoria dei cosiddetti “blandi controrivoluzionari”. Ciò nonostante per lui la nascita della Repubblica popolare significò dapprima l'espulsione dall'università e in seguito l'arresto nel 1951 e la condanna a cinque anni di lavoro correzionale.

Lo stesso Chen Ming si rese conto abbastanza presto di come la sua situazione non fosse, per così dire, un'anomalia nell'ambito del sistema, un'assurda tragedia personale imputabile a un destino crudele, ma fosse in realtà una conseguenza prevista e inevitabile della logica della repressione. Scrive Chen Ming (2006, 90):

“Nella cella eravamo in dieci. C'era un medico, un professore di liceo, un poliziotto, un proprietario terriero, il capo di un movimento religioso reazionario (vicino al partito popolare), un membro del movimento Gioventù cinese, uno che aveva tradito il partito comunista e un membro del partito trotzkista. Era un coacervo di professioni e di ranghi del tutto eterogenei” .

Queste parole danno un'idea dell'ampiezza dell'epurazione alla quale il Pcc dette vita con il Grande terrore del 1950-51, prendendo a pretesto la campagna contro il Guomindang per colpire un numero imprecisato di individui e categorie controrivoluzionarie.

Nel libro si leggono pagine impressionanti sulle condizioni di vita e di lavoro nel laogai , sui continui soprusi da parte del personale di sorveglianza, sul clima di sospetto e delazione fra i detenuti, sulle interminabili riunioni politiche e sessioni di autocritica a cui gli internati venivano sottoposti. Sono pagine di grande intensità emotiva che mi limito a segnalare, anche per la loro qualità letteraria. Su un elemento voglio invece richiamare l'attenzione in sede di analisi storica: Chen Ming subì nell'arco del periodo di detenzione cinque trasferimenti in altrettanti campi di lavoro, tutti dislocati nella provincia del Jiangsu. Il dato permette di fare due riflessioni: in primo luogo sulla densità delle strutture di riforma in questa fase; in secondo luogo sull'organizzazione già ben definita del sistema, in virtù della quale la forza lavoro veniva spostata da un campo all'altro in funzione delle esigenze della produzione, che nel caso specifico rimandavano alla necessità di eseguire lavori idraulici lungo il corso fiume Huai al fine di regolarne il regime delle acque e prevenire le inondazioni.

La storia di Chen Ming ha una sua peculiarità. Egli fa parte della prima ondata di internati nei campi di lavoro, ma è anche uno dei pochi prigionieri per motivi politici a essere liberato una volta scontata la pena nel giugno 1956. Tuttavia la liberazione non coincise con la riabilitazione e la fine delle vessazioni per lui e per la sua famiglia. Privato, in quanto ex detenuto, dei diritti politici, non poté tornare all'insegnamento, venne sottoposto a un regime molto stretto di libertà vigilata e per i successivi venti anni dovette guadagnarsi da vivere lavorando come spazzino.

Questa parte del libro non riveste minore interesse rispetto alle precedenti e anzi rivela quali ricadute potesse avere sulla vita quotidiana dei sopravvissuti il marchio del laogai , una sorta di “fine pena mai”, anche se si trattava di una pena da scontare fuori dai campi. Chen Ming assiste impotente alle sedute di autocritica pubblica a cui viene costretta la moglie, una semplice insegnante, in occasione della Campagna contro la destra; è indirettamente responsabile della vera e propria persecuzione subita dal figlio, il quale nel 1962 viene condannato a sua volta alla rieducazione solo perché ha per genitori due reazionari; infine, sempre a causa dei suoi trascorsi di criminale politico, diventa bersaglio delle guardie rosse durante la Rivoluzione culturale.

Anche gli incubi peggiori, in un modo o nell'altro, hanno termine: “nel 1978 vissi il giorno più indimenticabile della mia vita” (Chen 2006, 202). Con queste parole Chen Ming introduce il racconto di come, ormai settantenne, ricevette la notizia della propria riabilitazione:

“Lo stato riconobbe che ero stato condannato a cinque anni di laogai per errore. I poliziotti mi confidarono che potevo considerarmi fortunato di aver ricevuto l'ordine di riabilitazione in tempi così brevi, visto che non era più possibile risolvere con certezza la situazione della maggior parte delle persone, essendo state bruciate le carte dei processi durante la Rivoluzione culturale” (Chen 2006, 205) .

Chen Ming è morto nel 1996. Dopo aver ritrovato il nome, la professione, la casa, ha potuto vivere in tranquillità gli ultimi anni di un'esistenza drammatica e straordinaria. Le sue memorie, affidate nel 1991 a Camille Loivier – allora studentessa e ora curatrice del volume – con la promessa che le avrebbe tradotte e fatte pubblicare in Occidente, hanno la forza dell'autobiografia e il valore dei migliori documenti storici. Sono ancora oggi censurate in Cina.

 






Download
Scarica il testo del saggio in formato PDF

Fonti
Bibliografia, risorse on e off-line





Carattere grandeCarattere piccolo



 

Privacy - Norme Redazionali - Contatti: info@storiaefuturo.com
©2003-2008 Storia e Futuro - Una produzione Luxor srl