N. 14 - Maggio 2007

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[Aut. Trib. Bologna n. 7163 del 3/10/2001]

ISSN 1720-190X






Marzia Maccaferri

Osvaldo Piacentini
Un intellettuale del territorio alle origini del cosiddetto “modello emiliano”
Una pista di ricerca


Il modello emiliano è stato lungamente discusso e studiato, non solo in ambito locale, come espressione di civicness e allo stesso tempo come un'originale forma di economia sociale di mercato che è riuscita a far interagire i diversi attori, anche quando antagonisti ( Putmann 1993; Brusco 1982; Leopardi, Panetti 1990; Baldissarra 2006). Una visione che, nei difficili anni della grande trasformazione italiana, ibridando il materialismo dialettico delle origini con il riformismo del “nuovo corso” e le alleanze allargate ad esso implicite ha prodotto una sorta di autoritarismo partecipato e cooptativo, irto di contraddizioni e sovente lacerato da conflitti interni, che tuttavia è stato capace di consorziare ed orientare la società. Se la letteratura al riguardo è piuttosto ricca, per la ricerca propriamente storica nondimeno risulta ancora difficile definire, non soltanto in termini idealtipici ma anche come caso storico, il modello emiliano. Marco Cammelli (1978, 744) lo ha identificato ad esempio con una concezione rasserenata di “popolazione” raccolta intorno alle rappresentanze locali dal comune bisogno di tutela degli “interessi generali” che, sebbene prodotta di una cultura “monistica” (quella del Pci), fu estremamente efficace; mentre gli studi interessati alla ricostruzione delle vicenda economica della regione hanno posto l'accento sulla coesistenza fra una sostenuta crescita economica, a traino del “miracolo” nazionale, e un'assenza sostanziale di fratture sociali (Zamagni 1997). Recentemente il modello emiliano è stato presentato come un'adeguata risposta alle mutate condizioni della competizione economica globale (Aronica 2005). Per Bellini (1989, 748), infine, si è trattato di un sistema di rappresentanza degli “interessi di regime” egemonizzato dal Pci – una chiave di lettura forse un poco rude nella sua formulazione, ma efficace secondo Balzani (1997, 641).

Dovendo stilare in modo estremamente sintetico una possibile cronistoria del modello emiliano potremmo stabilire come termine a quo il 1945 e l'immediato dopoguerra pur sottolineando che le riforme obbligate dalla contingenza della ricostruzione ricalcarono schemi che non si discostavano nei contenuti dalla vecchia tradizione riformista del municipalismo d'inizio secolo 1; ciò fu vero tanto per la più famosa – e studiata – Bologna di Dozza, tanto per realtà come Modena e Reggio Emilia ( Anderlini 1990; Baldissarra 1994 e 2004) . Poi seguì il passaggio ad una fase caratterizzata dall'attenzione per l'espansione economico-produttiva e dalla formazione del nesso inscindibile fra progresso economico e sviluppo della democrazia (gli anni Sessanta). Fu allora che prese corpo il nucleo dell'industrializzazione della “terza Italia” fatto di sostegno alle piccole e medie imprese, di servizi e infrastrutture efficienti, di un sistema educativo potenziato e omogeneo. Allo stesso tempo, questo processo di sviluppo entrò però in contraddizione con il neomunicipalismo, quella decisiva esperienza istituzionale che aveva accompagnato, insieme ai partiti di massa, la politicizzazione dell'Emilia e che aveva creato un primo aggancio fra la modernizzazione delle città e lo sviluppo di un ceto medio orientato in senso democratico, lasciando il posto ad un'ipotesi di governo del territorio incentrata non più sulla cultura politica o sull'istituzionalizzazione di forme avanzate di mediazione del conflitto sociale ma sulla sfida industriale ( Trigilia 1986).

Se accettiamo la ricostruzione qui abbozzata e, dunque, l'idea che l'Emilia sia un sistema locale-territoriale, cioè uno spazio fisico economico, culturale e politico il quale pur con tutte le sue contraddizioni è stato “con-diviso”, in cui le volontà dei singoli attori sono andate muovendosi secondo una logica comune e che si è cristallizzato in un'auto-rappresentazione a forte riconoscibilità (Dematteis 2001; Bonora 2003), ebbene, in questa prospettiva la “riflessione” sul territorio e la sua “gestione” socio-politica, ambientale e urbanistica sembrano essere una pista di ricerca dall'indubbio interesse storico.

Questa lunga premessa per precisare, da un punto di vista metodologico, che ambizione della ricerca che stiamo presentando non è quella di leggere l'opera di Osvaldo Piacentini – architetto e urbanista fondatore della Cooperativa architetti e ingegneri-Caire a Reggio Emilia ed estensore fra gli anni Cinquanta e Settanta dei principali piani regolatori delle città emiliane – attraverso i paradigmi della storia dell'architettura o dell'urbanistica stricto sensu ma, piuttosto, si vuole guardare alla vicenda di Piacentini come al percorso di un “intellettuale del territorio”. La storiografia, anche in questo caso lo stiamo dicendo in modo estremamente schematico, ha principalmente descritto l'intellettuale del secondo dopoguerra o come il letterato che, abbandonato la propria turris eburnea , ha assunto una funzione “organica” oppure, “chierico traditore”, come colui ch'è venuto meno alle proprie responsabilità etiche 2. Al contrario la figura d'intellettuale che qui s'intende privilegiare, e alla quale si vuole accostare l'opera di Piacentini, è di altro “tipo”. Depositario di un sapere specialistico e di una “tecnica” che grazie alle nuove scienze sociali è andata via via sempre più raffinandosi, questi si è posto come interlocutore “alla pari” della classe politica. Proprio in virtù di tale atteggiamento egli contribuì in modo determinante alla costruzione di uno specifico habitus mentale e di un modus operandi che parteciparono alla riformulazione dello spazio pubblico e politico. Si è trattato, cioè, di un intellettuale che pur definendosi “terzo” non ha tuttavia indietreggiato di fronte al dibattito ideologico; più semplicemente egli si è avvalso di una “cassetta degli attrezzi” alternativa, composta principalmente di scienze sociali anglosassoni. In breve, un “tecnico” disposto a “sporcarsi le mani” nell'arena politica (Pasini, Rolando 1991; Covili 1998).

E nel caso specifico di Osvaldo Piacentini una “cassetta degli attrezzi” capace di ibridare le potenzialità analitiche delle nuove scienze sociali con l'agire urbanistico, in grado di declinare la riflessione su planning e pianificazione territoriale proveniente da esperienze inglesi e statunitensi alla realtà convulsa e accelerata della modernizzazione italiana del secondo dopoguerra. è appunto in questa prospettiva che l'urbanista Piacentini “è” un intellettuale; la programmazione urbanistica e la politica del territorio “sono” aspetti della questione “ideologica” della gestione della trasformazione e la riflessione urbanistica, la concettualizzazione e la pianificazione territoriale, innestate sulla sociologia e sulle nuove scienze sociali, “sono” un aspetto del dibattito sulla modernità che ha investito l'Italia nell'immediato dopoguerra, negli anni Cinquanta e Sessanta.

Sebbene ad una valutazione storiografica non possa certamente sfuggire che si tratti, ce ne rendiamo conto, di un approccio per vari aspetti non solo interdisciplinare ma piuttosto “sperimentale”, tuttavia, il dialogo da un lato fra la vicenda personale e professionale di un intellettuale, seppur atipico, e, dall'altro, la circostanza più generale dell'evolversi di un modello di sviluppo, ci pare, possa ricostruirne la genesi, astrarre i caratteri, restituire concretezza a quel dispositivo semiotico che ha dato corpo, per dirla con Sassoon (1997), a quella sorta di “patriottismo emiliano” alla base della struttura di legittimazione politica del sistema-Emilia.

Si è trattato di un disegno organico, per quanto influenzato dalla contingenza politica, depositario di una concettualizzazione di lungo periodo? Oppure, come sinora la letteratura ha preferito raccontare, di una pratica mallevatrice costruita attraverso un “lavorio artigianale” quotidiano? Quanto e come hanno inciso i contesti ideologici nazionali di riferimento nella sedimentazione del cosiddetto modello emiliano? Viceversa, si è trattato di un'effettiva convivenza culturale e politica tanto che si può parlare a tutti gli effetti di una peculiarità regionale? Queste le domande a cui si spera di fornire una qualche chiave di risposta.

 

La grammatica intellettuale di un “architetto del territorio”

Senza ripercorrere nello specifico le tappe della vicenda biografica di Osvaldo Piacentini, in questa sede basti ricordare che egli nasce e si forma negli anni del regime fascista in una terra profondamente segnata da un'ansia di rinnovamento e di cambiamento. Egli porta con sé, è stato scritto, i caratteri migliori della tensione politica che mise in fibrillazione la provincia di Reggio, e l'Emilia tutta, fra il 1922 e l'apice della guerra civile. Se dal padre abbia veramente ricevuto l' imprinting politico e dalla madre la fede e la disciplina (fondatore della locale sezione del partito repubblicano il primo e fervente credente la seconda), come a taluni è piaciuto ricordare (Dossetti 1989), non è possibile stabilirlo storicamente. Sarebbe forse più proficuo, invece, guardare alla sintesi tra queste due direttrici culturali coniugatesi – in questa sede ancora un'ipotesi – nel suo impegno urbanistico.

Sebbene Osvaldo Piacentini avesse respirato un clima familiare sostanzialmente ostile al fascismo (Valli 2001), la sua formazione spirituale avvenne interamente nell'ambiente cattolico reggiano dell'anteguerra, ambiente in cui si distinsero personalità come Giuseppe Dossetti, Valdo Magnani, in cui si esercitarono esperienze come quelle di don Dino Torreggiani, ambiente tuttavia nel quale i cattolici reggiani, come i cattolici italiani tutti, non furono di certo immuni dalla presa clericofascista ( Pecorari 1979; Galavotti 2007). Se quello che affiora dagli scritti privati giovanili di Piacentini 3 è l' iter di un cattolico del Novecento italiano, “una vicenda più ordinaria che esemplare di lento e faticoso esodo distacco dagli stereotipi” ( Melloni 2001, 504) , un percorso di maturazione che vivrà nell'incontro con Giuseppe Dossetti il proprio momento di svolta, tuttavia il Piacentini “intellettuale del territorio” ci pare che a fatica possa essere considerato a tutti gli effetti un intellettuale cattolico – passateci la chiosa – “organico”. Sebbene Osvaldo Piacentini, all'indomani del 25 aprile, rappresentasse un tipico candidato alla militanza in quel partito, la Dc, che l'amico Dossetti stava teorizzando, e seppure lo slancio che si concretizzerà prima con un passaggio sui banchi del consiglio provinciale come consigliere democristiano e, episodio più rilevante, con la collaborazione alla campagna elettorale per le elezioni amministrative a Bologna nel 1956 – fra i “tecnici” voluti da Dossetti per la stesura del suo famoso Libro Bianco Piacentini si distinse per il tanto celebrato capitolo dedicato alla pianificazione territoriale e al decentramento amministrativo 4 – siano stati momenti fondanti della vicenda personale e politica dell'urbanista, inserirlo nel medesimo universo politico-intellettuale di Lazzati, La Pira o Dossetti stesso è dal nostro punto di vista “artificioso”. Non s'intende in questo passaggio minimizzare la portata delle linee guida del pensiero di Piacentini; nondimeno ad una prima analisi il “tecnico” sembra mosso in realtà da considerazione squisitamente “laiche”.

Nel percorso di Piacentini e degli altri e più importanti cattolici reggiani la scelta cristiana li aveva condotti a battersi da un lato contro il razzismo, la dittatura, la politica coloniale e, dall'altro, li aveva spinti a riflettere sullo stilema della privazione della libertà 5. Fu tuttavia la consuetudine con gli scarcerati, gli zingari, in genere il sottoproletariato operaio che frequentava l'oratorio in San Rocco e Santa Teresa a gettare il ponte verso l'indiscutibile scelta per la democrazia, la repubblica e a spingerlo a partecipare alla lotta resistenziale 6.

L'adesione al partito democristiano non fu però una scelta facile per Osvaldo Piacentini. È lo stesso architetto a dircelo: nel 1966 in risposta alla richiesta di compilazione di un questionario sull'appartenenza all'Azione cattolica e alla Fuci Piacentini afferma che se fosse stata “libera scelta, molti di noi forse sarebbero stati socialisti o laburisti” 7. Del resto non lo fu neppure per altri: delineando la nascita della leadership politica dossettiana nella Resistenza reggiana Pombeni racconta di un colloquio avuto con Piacentini nel quale questi ricordava lo stupore provato quando seppe che il suo amico Giuseppe Dossetti si trovava a capo della Dc reggiana e quanto ciò andava in contraddizione con le posizioni sue e del gruppo dossettiano teorizzate prima dell'8 settembre che negavano legittimità ad un “partito cattolico” (Pombeni 1979) .

L'incontro con Dossetti, molto probabilmente avvenuto fra il 1941 e il 1942 quando questi tenne a Reggio alcune conferenze nelle quali criticò il regime fascista, non v'è dubbio, fu fondamentale per la crescita spirituale e intellettuale di Piacentini 8. Oltre agli innumerevoli atti di partecipata amicizia e devozione che legò i due amici per tutta la vita testimoniati dall'assiduo scambio di missive ora depositate presso l'Archivio Piacentini, ci piace nondimeno ricordare in questa sede la breve parabola della politica attiva che l'architetto ha sperimentato, la quale de facto ricalca, seppur in loco , la ben più famosa carriera di Dossetti: eletto deputato al Consiglio provinciale per la dc nel 1950 in sostituzione dell'ingegner Maraschini, riconfermato nel 1951, Piacentini rassegnerà le dimissioni già nel 1952 dal Comitato direttivo della Dc (che saranno rifiutate), nel 1953 sarà eletto nella Giunta esecutiva dalla quale però ben presto si allontanerà per chiudere definitivamente la parentesi della politica attiva. Una crisi che maturò nello stesso arco di anni in cui Dossetti decise di sciogliere la propria corrente all'interno della Dc. La ricomparsa di questi a Bologna, poi, rivide anche la ricomparsa di Piacentini. Non è questa la sede in cui ripercorrere la vicenda politica di Dossetti, del gruppo di intellettuali riuniti attorno alla rivista “Cronache Sociali”, della corrente dossettiana all'interno della Dc di cui fece parte anche Osvaldo Piacentini. Se la più recente storiografia conferisce all'interpretazione da parte di Dossetti e dei suoi più fedeli della realtà del cattolicesimo italiano come un insormontabile ostacolo ad un'azione politica che fosse all'altezza del momento storico, mostrando come il sogno della ricostruzione della res publica christiana non avrebbe più potuto aver corso ( Pombeni 2007) , per Osvaldo Piacentini come per altri e per lo stesso Dossetti la decisione di non impegnarsi in prima persona nella politica attiva non fu e non deve essere spiegata tuttavia come una “fuga”: “Non abbandonammo la politica attiva – scrive nel 1981 Piacentini ricordando i motivi della propria scelta – se per politica intendiamo appunto l'operare nel proprio ambito per costruire esempi di pacifica convivenza tra diverse ideologie e culture” 9.

 

Politica con altri mezzi? La scoperta dell'urbanistica e la nascita della Caire

Osvaldo Piacentini si laurea in architettura al Politecnico di Milano nel 1949 con una tesi sulla ricostruzione del complesso ospedaliero milanese. Dopo aver conseguito il diploma presso l‘Istituto tecnico per Geometri A. Secchi di Reggio Emilia e la maturità scientifica al Liceo G. Marconi di Parma, al Politecnico approda nel dopoguerra dopo aver frequentato il primo anno del corso di laurea in Matematica e Fisica a Parma e dal quale passa alla facoltà di Ingegneria dello stesso Politecnico. Un percorso di formazione disciplinare dunque un po' accidentato che tuttavia non preclude né il formarsi di un solido gruppo di amici-colleghi, che andò a rinsaldare conoscenze strutturatesi durante gli anni della scuola 10, né una proficua collaborazione con l'architetto Franco Albini 11, nonché con l'architetto Franco Marescotti. 12

Il 28 novembre 1947 – prima che Piacentini consegua la laurea in architettura, va notato – era nato a Reggio Emilia lo Studio di progettazione civile. I soci fondatori erano, oltre ad Osvaldo Piacentini, Silvano Gasparini, Aldo Ligabue, Antonio Pastorini, Pasquale Pattacini, Athos Porta, Eugenio Salvarani, Franco Valli. Lo studio assumerà la forma di Cooperativa il 4 gennaio 1952.

Secondo la ricostruzione di Franco Valli (2001), al di là delle vicende e dei rapporti amicali consolidatesi a Milano negli anni del dopoguerra, fu l'appassionata influenza dell'architetto Franco Marescotti, che assieme all'on. Ivano Curti di Reggio può considerarsi uno dei padri della Cooperativa architetti, a spingere l'impegno di alcuni studenti reggiani verso la questione delle abitazioni, prima, per approdare, poi, nello specifico caso di Piacentini, alla passione per l'urbanistica.

Sono infatti del periodo della formazione universitaria l'indagine preliminare al Prg di Reggio Emilia: uno studio sulle condizioni sociali della città di Reggio che fu presentato al convegno di Urbanistica della VIII Triennale 13, nonché la collaborazione con Marescotti e Diotallevi per il capitolo dedicato al problema dell'abitazione a Milano pubblicato in Il problema sociale, costruttivo ed economico dell'abitazione 14.

Se dunque gli anni milanesi e la formazione universitaria al Politecnico sono stati elementi indubbiamente formativi dal punto di vista disciplinare, nondimeno il bisogno di risposte concrete ai bisogni sociali non trovava nella dimensione astratta dell'accademia un terreno soddisfacente spingendo pertanto Piacentini verso una ricerca disciplinare ed intellettuale autonoma. Mentre nella facoltà milanese prevaleva uno sperimentare sterilmente polemico, auto-referenziale e puramente empirico, la convinzione che tutte le problematiche legate alla progettazione architettonica dovessero avere un significato etico, un obiettivo primariamente sociale, spinsero il giovane Osvaldo alla visione del problema architettonico come risultante della concezione dell'Uomo inserito nell'organizzazione comunitaria e collettiva. Questo gruppo di giovani professionisti vide nella formula cooperativa una forma di lavoro basata sul reciproco confronto e sulla solidarietà piuttosto che sugli esclusivi rapporti economici.

Scriveva Athos Porta agli inizi degli anni Cinquanta: “Nella facoltà milanese non era presente un indirizzo di pensiero e di stile spiccato, aperto e formativo. Diciamo pure che la produzione e la scoperta delle grandi scuole degli anni Trenta, soprattutto europee, non potevano essere assimilate e portate innanzi originalmente in un ambiente universitario permeato da una visione delle cose strettamente medio-borghese, privo di energia e audacia nel porsi e nell'affrontare i problemi nuovi più generali della società, come la struttura urbanistico-architettonica della ripresa edilizia” (Porta 1962).

L'obiettivo di Piacentini – e dei suoi soci – quindi era quello, in un certo qual modo, di passare dalla “grammatica” appresa negli istituti religiosi e pastorali, nelle sedi accademiche della disciplina architettonica, nei luoghi della dialettica politica (anche interni al partito cristiano) alla pratica del “fare urbanistica”. Che cosa significasse “fare urbanistica”, quali fossero le funzioni sociali di una pianificazione territoriale è lo stesso Piacentini a dircelo nella relazione scritta per la presentazione nel 1947 all'VIII Triennale di Milano:

Quando abbiamo cominciato il nostro studio il problema urbanistico-edilizio era per noi una questione esclusivamente tecnica. In seguito, con l'approfondirsi delle indagini, abbiamo constatato che l'urbanistica non è un problema a sé, ma uno dei tanti aspetti dell'unico vero problema che è la vita dell'uomo. Da allora ci siamo convinti che non è possibile affrontare frammentariamente la soluzione di un problema particolare, se simultaneamente non si cerca anche la soluzione di tutti gli altri. Non pretendiamo di aver detto cose nuove, ma per noi giovani hanno avuto il valore di una scoperta e, indubbiamente, costituiscono l'essenza delle cose che vi esporremo 15.

Furono dunque da un lato le occasioni che fecero maturare in Piacentini e negli altri soci fondatori, architetti ed ingegneri con orientamenti politici e culturali diversi, la consapevolezza delle maggiori potenzialità che un lavoro comune poteva offrire; dall'altro lato fu inoltre la pulsione intellettuale di poter concretizzare, mentre nella Scuola dominava “la follia cartacea delle prove estemporanee”, il proposito di “superare il formalismo e con esso la concezione stessa dell'architetto come figura astratta che impone dal di fuori i prodotti gratuiti della sua fantasia” 16 a creare quella strana alchimia disciplinare e culturale che ha reso possibile l'esperimento interprofessionale della Caire.

Se era dunque affiorata vivacissima negli anni della crisi e disgregazione del regime fascista nell'universo privato intellettuale cattolico di Piacentini la necessità di un approfondimento del concetto di libertà dell'uomo, per l'urbanista Piacentini tale “ideologia” non avrebbe potuto essere disgiunta dalla riflessione circa le relative comunità territoriali e di lavoro e, in misura maggiore, non poteva andare slegata dal concetto di famiglia e di lavoro in comunanza d'intenti. Non v'è dubbio che fu sicuramente questa la radice di alcune delle intuizioni più innovatrici e più feconde di Piacentini: l'importanza conferita al territorio ed alle comunità insediate su di esso, la diffidenza verso le aggregazioni e i movimenti verticali. Declinando, poi, questi aspetti dentro le specificità dell'universo “tecnico” ci pare che la simbiosi abbia portato ad una prevalenza degli spazi “visibili” e concreti rispetto all'utopia delle grandi aree astratte.

Alla scelta cooperativa va pertanto dato un valore paradigmatico. Nella formula cooperativa Osvaldo Piacentini non vedeva soltanto una forma di lavoro nuova, basata sul reciproco confronto e sulla solidarietà, ma diventava oltremodo radicale il rifiuto della concezione dell'architetto tradizionale che si era andata formando dal rinascimento in poi e che lo intendeva come creatore individuale ed isolato.

La cooperazione è un fenomeno complesso che si muove su ambiti differenti, con una molteplice sovrapposizione di piani. Dalla copiosa produzione storiografica incentrata sulla ricostruzione di singole aziende o di contributi a forte connotazione localistica, su base comunale o al più provinciale, in questa sede intendiamo avvalerci soltanto dell'aspetto di straordinario radicamento nel territorio e d'identificazione che essi hanno più volte sottolineato (Degl'Innocenti, Varni, Zangheri, Ciuffoletti, Silei, Bianciardi 2003; Zamagni, Battilani, Casali 2004; Meriggi 2005). In secondo luogo, sebbene la storiografia non abbia, se non in casi recenti (Menzani 2007), delineato una relazione fra la sedimentazione del cosiddetto “modello emiliano” e la presenza di un forte tessuto connettivo cooperativo c'è da chiedersi, secondo il nostro punto di vista, se la compresenza e la contiguità fra i due fenomeni storici non debba essere tenuta in debita considerazione. La cooperazione è stata studiata o come una tipologia imprenditoriale o come una declinazione “pratica” del movimento operaio ( Degl'Innocenti 1988; Ridolfi 2000) ; essa nondimeno ha storicamente anche avuto un ruolo di aggregazione politica autonoma e articolata? Ha ricoperto inoltre una funzione “morale” negli anni della ricostruzione affiancandosi in modo sinergico ad altre forze, ma rispondendo alle istanze di rinnovamento e di giustizia sociale che la lotta di liberazione aveva fatto esplodere e che trovavano terreno fertile anche in professioni tradizionalmente considerate ad essa ostili?

Tornando alle domande iniziali, cioè se si è trattato di un processo spontaneo oppure se il modello socio-economico, politico-ideologico emiliano sia invece il risultato di una riflessione lenta e partecipata a più livelli, seppur non razionalizzata, intendiamo concludere non fornendo una risposta esaustiva ma piuttosto lasciando aperta la “sfida” storiografica; e citando il protagonista di questa ricerca, Osvaldo Piacentini:

L'analisi che abbiamo fatto a Reggio sul problema edilizio – l'indagine preliminare al Prg – ci ha convinti che non è possibile affrontare frammentariamente un singolo problema, ma che bisogna studiare tutta una nuova vita della società dove ogni manifestazione si inserisca in un addentellato organico di funzioni […] Può darsi che qualcuno pensi che noi siamo degli utopisti poiché queste cose oggi non sono realizzabili e lo saranno molto gradatamente. Noi rispondiamo che prima di mettersi per una strada bisogna sapere dove si vuole arrivare. Questa è la pianificazione […] noi vorremmo che tutti gli urbanisti italiani si facessero promotori e animatori della pianificazione nazionale […] Solo allora l'urbanistica potrà essere effettivamente l'arte di far vivere gli uomini 17.






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Abstract
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Autore Maccaferri Marzia
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