Loredana Tarantino
Giacinto Magnati: un uomo di Salò sulla Linea Gotica
Con l'armistizio dell'8 settembre 1943 si inaugura una nuova fase dell'avventura fascista: la Repubblica sociale italiana. Controllato e appoggiato militarmente dalla Germania hitleriana, il nuovo stato è fortemente voluto da Hitler stesso. A capo del governo di Salò ritroviamo Benito Mussolini ormai privato di quella libertà di azione che ha contrassegnato l'intera sua vita politica.
È un periodo che la memoria collettiva ha cercato di cancellare; anche la storiografia se ne è sempre occupata poco. Solo in occasione del 50° anniversario della Liberazione gli studi si sono indirizzati verso il biennio, dando vita a ricerche più organiche e oggi possiamo contare su quadro generale più preciso che permette di leggere con maggior facilità fatti e documenti.
Non sappiamo ancora molto degli uomini che, con convinzione, aderirono alla Repubblica sociale in quel settembre 1943. Attraverso le memorie pubblicate negli ultimi anni conosciamo lo spaesamento di Gaetano Tumiati dopo l'8 settembre 1943, sappiamo che il fascismo rappresenta per Piero Sebastiani e Gustavo Tomsich la normalità nella quale si è cresciuti. A Carlo Mazzantini, dobbiamo il racconto del fascino che la bella morte esercitava su una fascia di giovani (Gagliani 2001).
Ma cosa è accaduto nella provincia di Pesaro e Urbino, in quel territorio attraversato dalla linea Gotica? Chi sono gli uomini di Salò? La ricerca intrapresa nasce proprio per rispondere a questa domanda.
Accanto ai grandi personaggi, ad avvenimenti che segnano la nazione c'è una zona d'ombra fatta di accadimenti e personaggi “minori” che hanno però segnato il periodo ed il territorio. Andare alla ricerca di queste storie nasce dalla volontà di differenziare il grado di coinvolgimento e di responsabilità materiale e morale. L'intenzione non è quella di trarne un giudizio ma di capire più a fondo un periodo per alcuni aspetti ancora oscuro. Tante sono le storie personali che meriterebbero un'analisi più approfondita, questo studio vuole essere solo l'inizio di un percorso più lungo. Lo ricerca parte da una sommaria ricognizione dell'Archivio Bobbato di Pesaro, nel tentativo di far comunicare tra loro le diverse fonti cercando di trovare un collegamento tra le varie tipologie di materiali.
Nel corso degli anni l'Archivio ha raccolto copioso materiale riguardante la provincia; alcuni sono fondi originari altri sono formati da documenti provenienti da altri archivi e conservati in fotocopia. Tra i primi segnaliamo, il fondo Galmozzi (Gagliani 1995a e 1995b; Calestani 1995) nato da una donazione di Alfredo Galmozzi, ex partigiano cremasco. Dopo la rotta dei fascisti repubblicani pesaresi verso il Nord, nella seconda metà di giugno 1944, la federazione cittadina si insedia a Crema. Verso il 25 aprile 1945 Galmozzi con altri partigiani riceve l'ordine di recuperare gli archivi fascisti prima che questi siano distrutti o dispersi. Tra le carte è conservato lo schedario con le tessere di iscrizione al Partito per la città di Pesaro e numerose carte prodotte dalla Federazione provinciale e documenti provenienti dal Partito conservati dal Commissario federale del Pfr di Pesaro.
Il fondo Sentenze raccoglie le copie delle sentenze per collaborazionismo, pronunciate presso il Tribunale di Pesaro dal 13 maggio 1946 fino al 11 dicembre 1947. I procedimenti avviati in questo periodo sono 130, solo in 70 casi sarà istruito il processo che porterà alla successiva sentenza (Brusciotti 1995).
Fondo particolarmente importante è poi quello reperito all'Archivio centrale dello Stato di Roma. Sono state recuperate le carte riguardanti la provincia dal fondo Rsi analizzando i documenti del carteggio ordinario e del carteggio riservato della Segreteria particolare del duce, della direzione generale della Pubblica sicurezza.
Partendo dalle sentenze di collaborazionismo si è approntato un piccolo database di nomi di persone collegate al Pfr; questo elenco si è ampliato con l'inserimento di quei notabili che nel periodo d'occupazione hanno mantenuto delle particolari cariche. Il database vuole essere un primo punto di partenza e non ha pretese di esaustività: molte dovrebbero essere, infatti, le verifiche.
Il fondo Sentenze è quello naturalmente più ricco di nomi; sono presenti sia persone fortemente radicate nel territorio, nate, o comunque vissute da sempre, nella provincia di Pesaro e Urbino, e persone che, di solito si tratta di militari, hanno operato nelle nostre zone. Le accuse più gravi vedono protagonisti proprio quest'ultimi, quasi ad avvalorare la tesi che non avere legami con il territorio renda più facile operare in maniera spregiudicata.
Le verifiche presso l'Archivio di Stato di Pesaro, ed in particolare l'analisi delle carte della questura riguardanti gli schedati politici deceduti, hanno fatto emergere dei primi collegamenti tra i fondi; a questo punto si trattava di scegliere le personalità che più si adattavano al nostro ragionamento.
Dopo queste ricognizioni d'Archivio si sono scelte sei storie 1 ricostruite attraverso le carte processuali. Sei personalità diverse per biografia, modalità di incarnare l'ideale fascista e per gli incarichi che ciascuno di essi ricopre, quasi a voler rappresentare le tante anime del fascismo repubblicano. Anche le responsabilità giuridiche dei protagonisti sono differenti, come diverse sono le conseguenze che questi hanno a subire una volta terminato il conflitto: da Merico Zuccari capo della legione “Tagliamento” che disegna al suo passaggio in provincia una scia di sangue e violenza a Giuseppe Di Lena, semplice ingranaggio della struttura amministrativa. La Repubblica di Salò ha bisogno anche di comuni impiegati per garantirsi la sopravvivenza e la normale attività burocratica; il contributo di ciascuno perciò diventa determinante.
Presso l'Archivio della procura militare di La Spezia sono stati recuperati i 70 fascicoli, riguardanti la provincia di Pesaro e Urbino ritrovati nel cosiddetto “armadio della vergogna” nel 1994; anche questa documentazione oggi è visibile presso l'Archivio Bobbato. Dall'incartamento riguardante Angela Lazzarini 2 si è partiti per ricostruire la vicenda della legione “Tagliamento” e di Merico Zuccari. Un altro procedimento penale contro il console è conservato presso l'Archivio di Stato di Firenze, nel fondo del Tribunale militare territoriale di Firenze. La consultazione poi, delle carte della sezione della Corte d'assise di Firenze, ha infine permesso di scoprire l'intera storia processuale di Giacinto Magnati. I fatti che lo vedono protagonista si svolgono ai confini della provincia, sulle retrovie della Gotica mentre uno dei procedimenti penali a cui è sottoposto si celebra a Pesaro.
Alla fine del conflitto mondiale tutti i protagonisti delle nostre storie hanno dovuto rispondere del proprio operato davanti ai tribunali repubblicani. La Repubblica italiana sceglie di portare la pacificazione anche attraverso i provvedimenti di amnistia e indulto optando per una poca incisiva epurazione: era necessario riportare il paese alla normalità. Nel giro di pochi anni perciò anche chi è stato imprigionato riacquista la libertà.
Tra il 1943 e il 1945 molte tragiche vicende avevano segnato il paese e la provincia di Pesaro e Urbino come la strage di Fragheto, nella quale trovarono la morte 30 persone tra donne, anziani e bambini e le sanguinose azioni della legione “Tagliamento”, ma tanti furono gli episodi di violenza spesso effettuati dai militi della Gnr, particolarmente attiva nelle nostre zone.
Per anni si sono considerati responsabili delle violenze i corpi speciali dell'esercito tedesco. Oggi sappiamo che alle rappresaglie, agli eccidi, alle violenze di quegli anni parteciparono anche italiani. Fare memoria di questi avvenimenti significa ricordare che la guerra vide schierarsi italiani contro italiani. Nella spirale di sangue che attraversò l'Italia intera furono coinvolti molti nostri connazionali che non seppero allontanarsi dalla violenza.
Sembra ridimensionarsi il mito del “bravo italiano” (Di Sante 2005; Del Boca 2005; Oliva 2006; Franzinelli 2006; Borgomaneri 2006) e non è sufficiente la giustificazione di aver agito in stato di necessità; gli stessi tribunali hanno, un più casi, rigettato questa attenuante. La vicenda processuale di Magnati è stata scelta proprio perché emblematica: egli mantiene rapporti, sotto copertura, con i partigiani e allo stesso tempo è attivo nella ricerca dei “ribelli”.
La biografia attraverso le carte processuali
La sera del 21 agosto 1944 il maggiore Alberelli 3, del comando generale della Gnr, accompagna al carcere di Brescia il sottotenente Giacinto Magnati. Questi ha indosso l'uniforme di ufficiale germanico ed è trattenuto in cella, pur mancando l'ordine di carcerazione, a disposizione della segreteria del duce. Come si è arrivati all'arresto? Le note biografiche di Magnati ci fanno pensare ad un uomo che ha abbracciato con convinzione l'ideale fascista. Egli è nato a San Paolo Civitale, in provincia di Foggia, il 17 luglio 1913. Giovanissimo, nel marzo 1935 è assegnato alla divisione motorizzata Trento in Africa orientale dove rimane per circa un anno; tornato in Italia, dal 1936 al 1940, è insegnante ad Idria dove si stabilisce con la moglie Valeria Astorri. Il 24 maggio 1940 è richiamato alle armi e partecipa alla campagna jugoslava con il 61° battaglione Fiume. Successivamente presta servizio in Russia dal 19 agosto 1942 al 3 febbraio 1943 con il 69° battaglione Tagliamento; il 3 gennaio gli viene concessa sul campo la medaglia di bronzo al valor militare perché, in un'azione volontaria riesce a far prigionieri i reparti russi che li circondano tagliandogli i viveri. Il 19 febbraio 1942 è ferito alla gamba destra da scheggia di mortaio. Nell'aprile 1943 è capomanipolo nel 63° battaglione Camicie nere “M” Tagliamento 83° legione Piacenza. In luglio è assegnato alla divisione corazzata Camicie nere che si sta costituendo, e che dopo il 25 luglio assume il nome di divisione corazzata Centauro.
A Brescia è trattenuto per alcuni giorni in stato di fermo e siamo al 24 quando
malgrado le sollecitazioni, non ancora è pervenuto l'ordine di carcerazione del predetto S. Tenente, mentre la G.N .R. ha preavvisato che avrebbe scarcerato il MAGNATI alle ore 16 di oggi.
Un maresciallo della SS. Germanica intanto si è presentato nell'ufficio matricola ed ha verbalmente dichiarato che il Magnati non deve essere scarcerato da parte di qualsiasi autorità italiana senza preavviso della SS. Germanica 4.
La direzione del carcere si attiene a questo ordine.
Entrambi i protagonisti inviano al duce un memoriale nel quale ricordano la vicenda. Magnati racconta di essersi presentato attorno alle ore 15.00 presso questura di Forlì, il 20 agosto, invitato dal colonnello Fortunato Albonetti per firmare un atto notorio 5. È immediatamente tratto in arresto e a nulla vale essere un ufficiale in servizio presso le truppe germaniche (l'Ards di Forlì) e mostrare il proprio tesserino.
Caricato in una macchina mi fu ordinato di tacere e di non indossare la giubba in quanto poteva dare nell'occhio. Non nego che, ad un certo momento, ho cercato mentre si traghettava il Po, di avvicinare un ufficiale germanico e di fargli intendere le mie ragioni mostrando la mia tessera. Ciò mi fu impossibile in quanto mi si minacciò di fucilazione, mi si tolse il tesserino e si disse all'ufficiale che io ero nientedimeno che un ufficiale scappato in montagna con i partigiani 6.
L'arresto avviene inaspettato; proprio nel giorno in cui egli avrebbe dovuto spedire un vaglia di 10.000 lire, lo stipendio di due mesi, “unico sostentamento” per la moglie e le due bambine in tenera età e ha progettato un viaggio verso Lavaggio, dove è sfollata la sua famiglia. Crede inoltre che il suo arresto, di cui non conosce i motivi, sia tenuto segreto al comando della Sd di Forlì.
Il resoconto di Albonetti a Mussolini è redatto lo stesso giorno in cui conduce il detenuto alle carceri di Brescia. È a Forlì già dal 14 agosto ma Magnati è a San Marino su incarico del comando tedesco delle Sd.
Sondai il terreno per poter sapere se su mia richiesta mi sarebbe stato rilasciato il nulla osta per l'arresto dell'Ufficiale in parola; ma, come già ebbi a dirVi durante il colloquio avuto con Voi, il Comando Germanico mi faceva capire che quando un italiano è sotto la loro protezione e veste la loro uniforme, non può essere fermato da nessuno 7.
Il colonnello decide così di compiere l'arresto senza sollevare tanto clamore; pensa perciò di invitare Magnati in prefettura con la scusa di una pendenza amministrativa: l'ufficiale si fa aspettare ben due giorni. Intanto Albonetti non resta inoperoso e riesce a scoprire l'indirizzo di Magnati a Meldola, progetta anche di intervenire direttamente al domicilio del tenente.
Dalla descrizione di Albonetti il nostro protagonista sembra uscito dall'immaginario classico fascista. Gira con due forlivesi e due Ss quasi a fargli da scorta e afferma che se qualcuno si presenterà ad arrestarlo risponderà con le armi.
L'attività di Magnati nella zona di Forlì è equivoca e credo sia doveroso fare un'approfondita indagine avendo egli in questi ultimi tempi arrestato parecchie persone consegnate poi alle SD. Da informazioni avute da miei ufficiali del distaccamento della Rocca, risulta, per averli detto lo stesso Magnati, che egli qualche tempo fa con elementi delle SS italiani, avrebbe eseguita una brillante operazione in quel di Verghereto-S.Agata Feltre [sic. Feltria]. Non avendo aggiunto altro, presumo che egli possa essere l'ufficiale che in quella località fece incendiare la casa colonica che ospitava donne e bambini. Non Vi sarà certamente difficile riferirVi al fatto cui accenno, in quanto a suo tempo avrete ricevuto il rapporto della Prefettura di Forlì 8.
La “brillante operazione in quel di Verghereto” potrebbe essere l'eccidio di Tavolicci del 22 luglio 1944 dove morirono 64 persone 9.
Qualche giorno prima dell'arresto è stato cacciato da un pranzo presso la legione “Tagliamento” perché ha pronunciato frasi irriguardose nei confronti del duce. Quando dalla prefettura è invitato a seguire Albonetti al Quartier generale
ha tentato di retrocedere per mettere mano alla pistola. Alla presenza del Sottotenente Aulicino, ufficiale della legione, appartenente alla compagnia dislocata a Predappio, e di due legionari, l'ho afferrato per la giubba e con un pugno alla mascella l'ho fatto desistere da ogni tentativo di ribellione, disarmandolo immediatamente dopo della pistola e di una bomba 10.
Il viaggio verso Brescia si rivela più complicato del previsto, Magnati cerca più volte di fuggire, come accade verso Bologna e sul traghetto che attraversa il Po quando, approfittando del fatto che Albonetti non parla tedesco, tenta di farsi aiutare da alcuni soldati germanici. Questi cercano di liberarlo così, per mettere fine all'incidente, il colonnello è costretto a raccontare che l'ufficiale è sospettato di far parte di bande partigiane. Dopo una notte passata in viaggio con Magnati ammanettato e legato, per la maggior sicurezza dei viaggiatori, la destinazione è raggiunta nella mattinata successiva.
In aiuto di Magnati accorre l'autorità militare germanica che ritiene l'arresto di un graduato, in divisa tedesca, arbitrario e perciò ne ordina l'immediata scarcerazione. La segreteria del duce però è irremovibile e annuncia al capo della provincia di Brescia che “d'ordine superiore Magnati non deve essere rilasciato se il capitano Prisca 11 vuole sapere le ragioni, venga alla segreteria del Duce” 12.
Il carcere di Brescia è più volte visitato da ufficiali tedeschi ma Magnati continua a rimanere in cella. Nel mese di prigionia invia alcune lettere alla moglie Wally. L'Archivio Bobbato, a Pesaro, ne conserva tre; in tutte si firma Attilio . La prima è scritta immediatamente dopo il fermo il 21 agosto; Magnati chiede alla moglie di informare dell'arresto un tale Enrico e altre persone che non nomina perché “loro possono fare tutto per me” 13; si preoccupa delle chiavi di casa di Meldola, della mobilia e della riscossione dello stipendio. Nelle lettere successive la preoccupazione per queste faccende è sempre presente, come la continua richiesta di informare alcuni amici. In tutti questi scritti dice di non sapere qual è il motivo del suo arresto ma crede “di avere agito nell'interesse e per il bene della mia Patria. Se vi è dell'incomprensione questa verrà, quanto prima, chiarita. I fatti dimostreranno quello che io affermo. I camerati tedeschi lo testimonieranno e con essi tanti altri” 14.
Finalmente il 27 settembre interviene Dugnati, capo della provincia di Brescia, annunciando che:
per ordine della Segreteria Particolare del Duce, pervenutomi tramite il Ministero dell'Interno, il Tenente Giacinto Magnati, associato presso codesto carcere dev'essere consegnato al Capitano Priepke [sic. Priebke 15] , Comandante la Polizia di Sicurezza Germanica di Brescia, previo rilascio di ricevuta 16.
Magnati, abbiamo detto, afferma di non conoscere il motivo del suo arresto ma noi possiamo tentare una ricostruzione.
Secondo Mimmo Franzinelli (2002, 59), Magnati è arrestato “per tradimento e partecipazione ad eccidi”; scrive che l'ufficiale si era vantato dell'incendio di una casa colonica tra Sant'Agata Feltria e Verghereto a cui anche noi abbiamo fatto riferimento. Ma dal resoconto di Albonetti questa sembra più una deduzione che un'assunzione di responsabilità.
Da una ricerca condotta da Marco Renzi e recentemente pubblicata, Magnati risulta frequentare la zona Santa Sofia-Sant'Agata Feltria-Fragheto-Tavolicci. È menzionato nelle carte del processo per l'uccisione dei fratelli Sildo e Frè Luigi Bimbi, due partigiani del luogo; è lui che conduce l'interrogatorio dei prigionieri, curiosamente però non è interpellato neppure come testimone (Renzi 2007) .
L'Archivio di Stato di Firenze raccoglie le vicende processuali che vedono Magnati sul banco degli imputati. Tra queste carte cerchiamo una conferma della presenza nell'area tra Marche, Toscana e Romagna.
Nel 1946 sono istruiti a Forlì ben due processi nei quali l'ex ufficiale è coinvolto. Il primo riguarda uccisione e sevizie di partigiani avvenute tra Meldola, Rocca delle Caminate e Galeata. La corte lo ritiene “colpevole di tutti i reati ascrittigli e lo condanna alla pena di morte mediante fucilazione alla schiena” 17.
Poi la Sezione Speciale della Corte d'Assise di Roma, dopo l'annullamento della sentenza di Forlì 18, lo condanna a diciotto anni di carcere.
Il secondo procedimento, invece, è spostato nel novembre 1946 a Perugia perché Magnati fa ricorso per legittima suspicione; con un secondo ricorso, poi, le parti lese chiedono una sede più vicina. Ecco che il dibattimento è rinviato presso il tribunale di Pesaro, preposto a giudicare il tenente, e altri 19 imputati, per i fatti di Bertinoro della notte tra il 30 aprile e il 1° maggio 1944 (Flamini 2003). Qui troviamo una prima ipotesi per spiegare l'arresto.
La sera del 30 aprile tre fascisti locali stanno perlustrando le vie cittadine in vista della festività del primo maggio. Sono circa le 22.30, i tre sono arrivati davanti alla chiesa di San Rocco, quasi al limitare del paese, fanno per tornare indietro quando sono raggiunti da alcuni proiettili: uno muore sul colpo, un secondo è gravemente ferito. Il terzo ripara dietro un portone riuscendo a recuperare la pistola e puntandola in direzione degli spari. A far fuoco sono alcuni partigiani decisi ad eseguire una condanna a morte, emessa dalle formazioni della zona, contro Magnati ed altri del presidio di Bertinoro per le malefatte commesse.
Dei fatti sono informati immediatamente i comandi di Forlì, Meldola e Rocca delle Caminate che è comandato proprio da Giacinto Magnati. Da Forlì parte per Bertinoro un camion con due fascisti che si mettono a disposizione delle autorità del luogo. Dalla Rocca, e quindi su comando di Magnati, sono distaccati “10 uomini con 3 sottufficiali col preciso ordine di ricercare 10 indiziati sovversivi e condurli alla Rocca delle Camminate praticando rastrellamento” 19.
I militi delle Caminate si presentano alla caserma dei carabinieri e richiedono al maresciallo l'elenco dei sovversivi, questi si rifiuta ma è comunque costretto a presentarsi alla Casa del fascio dove militi e fascisti locali stanno già approntando una lista di dieci nomi.
Cinque uomini sono svegliati in piena notte, fatti uscire dalle loro case e subito portati alla periferia del paese dove vengono immediatamente fucilati, gli altri cinque riescono a scappare. I fascisti non hanno ancora soddisfatto il desiderio di vendetta così nella notte sono saccheggiate e devastate alcune abitazioni ed uno spaccio.
Nelle prime ore del mattino il comandante del gruppo proveniente da Forlì, il s. tenente Angelo Antonica, incontra Magnati, arrivato a Bertinoro, e sotto sua richiesta gli consegna un pugnale con lama quadrangolare di fabbricazione francese ritrovato sul sagrato di San Rocco. Magnati afferma, nel ricevere l'arma, “ che avrebbe potuto servire per cacciarlo in gola a qualche suo avversario” 20. Al maresciallo di Bertinoro è ordinato di non far parola delle fucilazioni con i suoi superiori, ma l'episodio non può rimanere a lungo nascosto.
Dopo le prime indagini compiute dalla Gnr, dai carabinieri di Bertinoro e del comando di Forlì; arriva in paese e alle Caminate un seniore inviato direttamente da Salò. Magnati viene trasferito dopo un breve periodo trascorso agli arresti. Secondo la corte, i fatti addebitati sono molto gravi e
denotano uno stato d'animo anormalissimo, una fortissima sovreccitazione ideologica, tanto più allarmante e conturbante perché concreta un triste episodio di ribellione a legittimo governo patrio quando invece sarebbe occorsa in modo assoluto obbedienza e unità di intenti 21.
L'aggressione partigiana da cui deriva la rappresaglia non giustifica la reazione che si realizza in incendi, ruberie e omicidi. Per molti imputati il dibattimento non arriva alla determinazione di colpevolezza, ma Magnati e altri tre sono individuati come i “maggiori responsabili dell'eccidio, incendi e saccheggi di Bertinoro” 22 a pari responsabilità con coloro che hanno operato materialmente e come tali devono sottostare ad una giusta pena.
Gli interrogatori resi l'8 aprile e il 18 giugno 1945 fanno trasparire la personalità dell'imputato.
Desta indignazione e ribrezzo il cinico ricordo da parte del Magnati delle sevizie e delle malefatte perpetrate alla Rocca delle Camminate. Il Magnati, a ritorsione dell'eccidio fu l'ideatore della indiscriminata rappresaglia, fu il mandante degli omicidi di persone inermi 23
considerate dallo stesso maresciallo dei carabinieri innocenti e non iscritte a nessun partito. È Magnati che, quella notte, si fa consegnare l'elenco degli antifascisti di Bertinoro e che invia il gruppo nel paese determinando l'azione di rastrellamento sulla popolazione innocente ed inerme a scopo puramente intimidatorio. Egli conferma di aver solo dato ordine di raggiungere il paese “per rendersi conto della situazione, di prendere contatto con i fascisti del luogo, di procedere ad eventuali arresti e di attendere il suo arrivo sul posto” 24.
Ma un ordine di questo tipo, dati i metodi usati normalmente sia dai tedeschi che dalle truppe di Salò, corrisponde implicitamente ad un'ordinanza di rappresaglia.
Nel dibattimento poi è appurato che Magnati, anche se non risulta aver partecipato materialmente ai fatti, è a Bertinoro prima delle 3.30, ora delle fucilazioni, quando è visto da diversi testimoni. Quando, al momento della consegna del pugnale, pronuncia la minaccia fa riferimento ai cinque sfuggiti alla fucilazione di cui ha già avuto notizia. Magnati tenta di discolparsi ricordando che
all'indomani verso le 6.30 del mattino come avevo stabilito, mi recai sul posto in macchina all'imbocco dell'abitato, grande fu al mia meraviglia, allorché mi accorsi dell'esistenza di cinque cadaveri. Passai di stupore in stupore, quando attraversando l'abitato constatai che una casa era attorniata da numerosi militi di un altro reparto, che vi era stato un principio d'incendio, da poco domato 25.
Durante l'interrogatorio, l'ex tenente afferma di aver affidato ai suoi solo un compito di controllo del territorio e di prevenzione.
Io ritenni inviare due squadre comandate da due sottufficiali di cui uno ricordo era il Mazza Ezio col compito di operare eventuali arresti di responsabili ed attendendo poi i miei ordini a riguardo. Il Mazza Ezio aveva compito di prendere contatto con i fascisti del luogo ed agire col loro aiuto. Il 1° maggio mi recai in macchina a Bertinoro ove incontrai per primo il Novaga Gaspare al quale chiesi notizie di ciò che era accaduto. Il Novaga rispose.”Hanno ammazzato 5 persone”. Come! Esclamai meravigliato ed indignato allo stesso tempo. “Mazza sa come stanno le cose” 26.
La Corte lo ritiene imputabile di collaborazionismo politico e non militare poiché i fatti a cui si fa riferimento sono contro la popolazione di Bertinoro, non sono atti di guerra e non hanno come fine quello di favorire il tedesco. L'accusa di essersi avvalso della situazione politica per indurre i militi soggetti alla sua autorità ad uccidere, per motivi abbietti, con rappresaglia indeterminata e brutale è così dimostrata. Magnati è ritenuto colpevole dei reati ascritti e condannato all'ergastolo, al pagamento delle spese processuali e all'interdizione ai pubblici uffici. Per l'applicazione del decreto di amnistia la pena è commutata in trenta anni di reclusione.
Un altro processo, questa volta presso il tribunale di Venezia, si celebra nel 1947. Qui Magnati è imputato con Attilio Peduto, in qualità di comandante “di una banda italo-tedesca antipartigiana di delatori, rastrellatori, saccheggiatori, stupratori, che negli anni 1944-1945 ebbe sede a Conetta di Cona ed operò su vasta zona” 27.
Anche a Venezia è condannato: “ alla pena di 20 anni di reclusione con le conseguenza di legge e cioè interdizione perpetua dai pubblici uffici e interdizione legale durante l'esecuzione della pena e confisca della metà dei beni” 28.
Magnati si considera quasi perseguitato dalla legge. I processi di Roma, Forlì e Pesaro sono praticamente contemporanei e in tutti è accusato e condannato per collaborazionismo: nel giro di un paio d'anni ha collezionato 78 anni di carcere. Il nostro ricorre contro tutte le sentenze in Cassazione. Questa ritiene che
deve, innanzitutto, essere esaminata la questione originata dal fatto che contro il Magnati si sono svolti contemporaneamente tre processi nei quali egli era imputato ed è stato condannato per reato definito come aiuto militare al nemico dalle corti di Venezia e di Roma, e per collaborazione politica dalla corte di Pesaro 29.
Così la Corte rigetta
i ricorsi di Magnati Giacinto avverso la sentenza 20/12/47 della Corte d'Assise sezione speciale di Venezia e 23/12/47 della Sezione Speciale della Corte d'Assise di Roma per la parte con cui si contesta l'esattezza delle decisioni in ordine alla responsabilità ed alla inapplicabilità dell'amnistia.
Dichiara che i fatti ritenuti con tali sentenze costituiscono unico reato di aiuto militare al nemico e che episodio del reato stesso dovrà essere considerato la partecipazione qualunque cosa essa sia in ipotesi stata del Magnati ai fatti avvenuti in Bertinoro la notte del trenta aprile al primo maggio ‘44. Annulla dette sentenze per quanto attiene alle pene inflitte al Magnati e rinvia la causa per nuove determinazioni e applicazione di unica pena alla Corte di Assise di Firenze. Annulla la sentenza 21/10/47 della Sezione Speciale della Corte di Assise di Pesaro nei riguardi del Magnati per difetto di motivazione in ordine alla partecipazione di Bertinoro ed alla mancata concessione delle attenuanti generiche. Rinvia la causa per il nuovo giudizio nei riguardi di […] Magnati […] alla Corte d'Assise di Firenze 30.
Firenze, quindi, è la sede del nuovo provvedimento. Anche questa volta Magnati tenta di allungare i tempi del procedimento richiedendo un nuovo rinvio sempre per legittima suspicione, ma il ricorso è rigettato. Il tribunale lo condanna a trenta anni di reclusione per collaborazionismo militare, condonandone diciannove 31. Un ultimo passo ha da compiere Magnati: il ricorso alla Suprema corte di cassazione che lo accoglie
limitatamente al secondo motivo per mancanza di motivazione sulla negata concessione dell'attenuante i cui all'art. 26 c.p.m.g. ed annulla su questo punto di pronuncia la impugnata sentenza con rinvio per nuovo giudizio alla Corte di Assise di Appello di Perugia 32.
La vicenda processuale si conclude nel capoluogo umbro.
Visti gli art. 544 e 545-546 c.p.p., concessa al Magnati Giacinto l'attenuante di cui all'art. 26 C . Penale Militare di guerra, riduce la pena inflitta al Magnati dalla Corte d'Assise di Firenze, con sentenza in data 1° giugno 1950, ad anni 11 e mesi 6 di reclusione per il collaborazionismo militare con attenuanti generiche e anni 11 e mesi 6 di reclusione per omicidio aggravato continuato con attenuanti generiche. Applicando, quindi, alla pena complessiva di anni 23 di reclusione gli indulti di cui ai decreti presidenziali 22-6-46 n. 4, 9 febbraio 1948 n. 32 e 23 dicembre 1949 n. 930, dichiara condonati sedici anni e mesi quattro dell'anzidetta pena 33.
Magnati è scarcerato lo stesso giorno della sentenza. Egli era in carcere dal 4 giugno 1945; quando è fermato sta transitando in automobile per Cupramarittima, ha con se dei documenti falsi e “si era camuffato per sfuggire alle ricerche dei fascisti” 34ma è riconosciuto ed identificato. Probabilmente Magnati, per alleggerire la sua posizione, porta all'attenzione dei carabinieri che lo fermano la vicenda dell'arresto subito ad opera della Gnr In seguito subirà un procedimento penale dalla Corte Alleata a Padova che lo condannerà a 10 anni per crimini di guerra.
Durante la carcerazione e i processi Magnati è più volte interrogato e in diverse occasioni racconta alcuni episodi della sua vita. Mai però parla in modo particolareggiato del periodo trascorso ai confini tra Marche e Romagna, probabilmente perché non è conveniente spingere le corti ad indagare sul periodo.
In più di una occasione racconta del proprio sbandamento all'indomani dell'8 settembre che lo vide
ingoiato dal disastro morale, materiale e militare che ha disonorato (niuno lo potrà mai negare) gli italiani al cospetto del mondo, mi sono anche io, sentito sperduto e senza una guida da seguire: il re fuggito al sud; Roma senza un governo; dappertutto abbandono e rovina. Il 25 luglio mi aveva lasciato del tutto indifferente, in quanto non avevo, essendo giovane, da difendere né un passato né un presente e mi si dava la possibilità di continuare a difendere la Patria dai nemici esterni […] Se casa Savoia si fosse diversamente comportata, se il re fosse stato tale non solo di nome ma anche di fatto: se egli fosse rimasto a Roma, a rischio di qualsiasi pericolo, quante vittime innocenti si sarebbero risparmiate! 35.
Nel maggio Magnati è trasferito a Salò, nel suo ricordo questo cambio di destinazione è dovuto proprio all'eccidio di Bertinoro. Nell'interrogatorio del 18 giugno 1945 dà invece un'altra versione dei fatti, un po' come avviene quando ricorda l'arresto compiuto da Albonetti. Afferma infatti:
il 2 maggio 1944, lasciai Rocca delle Caminate e chiesi la sostituzione che mi venne accordata […] il 15 maggio 1944 fui avviato a Salò, ma non mi presentai perché era mia intenzione uscire fuori dalle file della g.n.r. Mi recai, invece, in divisa a Verona, e quindi a Caldiero dove era il comando dell'esercito repubblicano italiano reduce dalla prigionia tedesca che doveva costituire i reparti per il fronte e che aveva assunto la denominazione di SS. Italiane. A Caldiero non mi fu possibile far parte di un reparto di SS italiane in quanto mi occorreva il nullaosta da parte del comando generale g.n.r. Mi recai a Verona, nell'intento di raggiungere Brescia per il nulla osta ma colà mi incontrò il colonnello Albonetti il quale mi condusse con sé in macchina a Salò dove per la mancata presentazione a Salò mi mise in prigione per due giorni 36.
Gli arresti compiuti da Albonetti, a questo punto, sembrano essere addirittura due.
Da questo momento la sua intenzione è di entrare a far parte delle Ss. Italiane, e dopo aver ricucito i rapporti con il comando Gnr, ottiene una licenza durante la quale cerca di passare alle dipendenze del 1° Battaglione lavoratori italiani agli ordini del 413° reggimento Pionieri di cui conosce l'aiutante maggiore, un certo tenente Angemayer.
Nel frattempo venne il colonnello Albonetti, al quale feci parlare del suddetto tenente. Egli promise che mi avrebbe lasciato libero. Senonché allo scadere della licenza, che fruii a Meldola, ove si trovava mia moglie, alla sera del giorno 29 maggio 1944, venne una macchina con a bordo l'aiutante maggiore seniore BRUNO, il quale, non tenendo conto delle mie proteste, mi prese con sé e mi condusse nella stessa notte a Salò. Colà venni munito di un foglio di via perché avrei dovuto raggiungere la legione Tagliamneto g.n.r. a Vercelli in partenza per il fronte. Il 3 giugno 1944, anziché presentarmi a Vercelli raggiunsi Caldiero di bel nuovo mi presentai ad un maggiore delle SS. italiane di cui non conosco il nome per far parte del battaglione “ONORE” che avrebbe dovuto combattere sul fronte di Anzio, ma non mi fu possibile in quanto mi mancava sempre il famoso nulla osta 37.
Magnati è intenzionato a servire e difendere il paese dall'onta del tradimento sotto qualunque bandiera.
Liberato dopo circa due mesi di detenzione nel carcere di Brescia, non indietreggiai di fronte alle disillusioni private e, nella certezza di poter essere utile alla mia Patria, mi affiancai ai tedeschi, facendo astrazione completa da qualsiasi movente politico […] rimanendo soltanto italiano a fianco dei tedeschi, non sentendomi, giammai un mercenario al soldo dello straniero 38.
Proprio per questo motivo egli non ha mai ritirato lo stipendio che il comando tedesco gli passava.
Con uno stratagemma, una finta lettera inviata al comando generale della Gnr da un ufficiale compiacente, informa di essere in forza alle SS italiane ottenendone anche i distintivi. Verso la metà di giugno è a Meldola, da qui scappa perché ricercato dalla Gnr e raggiunge il Battaglione lavoratori a Dicomano. Con l'aiuto tedesco ottiene una nuova licenza che utilizza per trasferire la famiglia in provincia di Modena.
Il 9 agosto 1944, arrivò a Castrocaro Mussolini ed io ebbi occasione di vedere in quel frangente il capitano della g.n.r. da Gambettola (Forlì) di cui non ricordo il nome e che era ufficiale della g.n.r. Tagliamento. Con lui ebbi un colloquio ed in seguito un diverbio in quanto mi aveva rinfacciato di aver tradito. Al che io risposi che la testa di Mussolini era sullo stesso piano di tanti altri italiani i quali avevano famiglia.
Il detto capitano disse che non avrebbe permesso, finché egli portava la camicia nera, che io facessi simili affermazioni, anzi, chiamò due militi per farmi arrestare, ma io riuscii a non farmi più vedere 39.
L'arresto è soltanto rimandato di qualche giorno, la versione qui ricordata ha grandi differenze con quella scritta in carcere nel 1944. Per prima cosa, in questo memoriale versione, il fermo si svolge nell'abitazione dell'ufficiale; la destinazione è Salò, dove è fatto salire
in macchina con due militi e mi portò sulla strada Cardesana [sic. Gardesana] occidentale a circa 15 chilometri da Salò fece fermare la macchina e diede ordine ai due militi di fucilarmi. Costoro, non ricordo il loro nome, si rifiutarono ed il Bruno con la sua stessa macchina mi condusse nelle carceri giudiziarie di Brescia. Alla mia presenza chiamò il direttore, disse che io non avrei dovuto avere contatto con alcuno e mi fece rinchiudere in una cella (n° 42) con un cartello “isolatissimo”. Dopo alcuni giorni mi venne ad interrogare un maresciallo tedesco delle SS accusandomi di diserzione e di convivenza con i partigiani. Io esposi le mie ragioni e dissi che non avevo mai disertato né avevo avuto relazioni con i partigiani che secondo lui mi avevano indotto a disertare 40.
Franzinelli ci viene nuovamente in aiuto con una considerazione più generale. Magnati è un filohitleriano che considera Mussolini incapace di reggere le sorti d'Italia. È considerato uno di quei facinorosi con capacità delinquenziali cui spesso i tedeschi andavano in aiuto. Il governo Mussolini spesso cercava di neutralizzare questi personaggi affinché non potessero nuocere 41. Magnati morirà alla fine degli anni '70 stroncato da problemi al cuore.