N. 14 - Maggio 2007


ISSN 1720-190X





Paolo Mencarelli

Culture operaie e culture sindacali nel secolo del lavoro
Firenze, 18-19 gennaio 2007

Il 18 e 19 gennaio 2007, presso il palazzo Medici Riccardi (sala Luca Giordano) di Firenze, si è tenuto il convegno Culture operaie e culture sindacali nel secolo del lavoro , organizzato dalla Associazione Biondi Bartolini e dalla Camera del lavoro di Firenze nell'ambito delle celebrazioni per il centenario della Cgil. Il convegno si è articolato in tre sezioni ( Le culture , Le identità e I luoghi ) sempre con una discreta partecipazione non solo di addetti ai lavori e con un approccio multidisciplinare che ha visto intervenire, oltre a storici, anche sociologi, antropologi, esperti di problemi del lavoro ecc. Dedicata alle culture sindacali, la prima sezione è stata presieduta da Luigi Tomassini ed ha visto un denso intervento di inquadramento generale ad opera di Gianprimo Cella che ha individuato almeno cinque diverse culture sindacali nell'arco di oltre un secolo di storia del movimento operaio. La prima, secondo Cella, è quella “unionista-riformista”, impersonata già nel 1906 da Rigola presto affiancata da quella del “pansidacalismo o della mobilitazione conflittuale”, tipica del sindacalismo rivoluzionario, mentre nel secondo dopoguerra, soprattutto all'interno della Cgil, a prevalere è un modello di “sindacalismo di classe”, intenzionato a rappresentare il “popolo lavoratore”, con all'interno la variante cosiddetta “operaista” (Vittorio Foa) che ancora oggi caratterizzerebbe la cultura del gruppo dirigente della Fiom. Ben presente, soprattutto all'interno della Cisl, la cultura del “pluralismo e della negoziazione”, vicina all'esperienza nordamericana della Cio. Dal congresso di Rimini della Cgil (1991) in poi, a prevalere è infine il tema dei “diritti”, considerato da Cella “una variante postindustriale del sindacalismo di classe”. Nel sottolineare il ritardo delle culture sindacali europee ad adattarsi ai cambiamenti, Cella ha infine notato come la prima delle culture elencate (quella “unionista-riformista”) e la quarta (del “pluralismo e della negoziazione”) non siano mai state effettivamente egemoni in Italia. Sempre nell'ambito della prima sezione particolarmente attento ai nessi tra la dimensione della fabbrica e quella del territorio si è dimostrato l'intervento di Filippo Buccarelli, che si è soffermato sul caso di Prato, mentre Ganapini ha analizzato le diverse concezioni dell'operaio delle correnti marxiste (con il mito di Spartaco e la tensione emancipatoria), cristiano-sociale (con la diffidenza verso il mondo industriale) e fascista che propone un'immagine del lavoro come coefficiente della grandezza nazionale. Secondo Ganapini, infine, l'idea dell'operaio-massa come soggetto conflittuale irriducibile avrebbe oscurato, in buona parte della storiografia, l'attenzione verso l'avvio della terziarizzazione del conflitto già in corso negli anni settanta. Barbara Curli ha poi fatto il punto sulla storiografia recente riguardante il lavoro femminile, a partire dagli studi provenienti dagli Usa alla fine degli settanta del novecento fino alle attuali tendenze della “Global Labour History” che hanno posto in evidenza il concetto di “genere” come strumento e categoria centrale nell'analisi del mondo del lavoro. Si è inoltre soffermata sulla natura del lavoro operaio femminile, mettendo in luce la discrepanza tra le lunghe permanenze in fabbrica delle donne, il loro contributo alla produzione e lo scarso riconoscimento sociale (e storiografico) di cui sono state oggetto. La relazione del medico del lavoro Franco Carnevale ha spaziato dal classico libro di Engels sulle condizioni della classe operaia inglese alle malattie professionali di categorie di lavoratori nel corso del novecento fino al ruolo del corpo maschile e femminile nell'iconografia del movimento operaio. La prima sessione si è conclusa con l'intervento di Paolo Favilli che si è soffermato sull'oscuramento delle tematiche relative al lavoro e al movimento operaio nella storiografia italiana degli ultimi venti anni.

La seconda sessione dedicata alle Identità è stata presieduta da Fulvio Conti ed è stata aperta da un inquadramento generale del rapporto cultura/identità operaia ad opera dell'antropologo Fabio Dei. Al centro dell'attenzione della scienza antropologica italiana è stato, a partire dal secondo dopoguerra, il mondo contadino con l'elaborazione del concetto di “folklore progressivo” da parte di Ernesto De Martino. Per l'ambito operaio, nota Dei, è assai più difficile parlare di “cultura” nell'accezione antropologica del termine, mancando una tradizione di repertori espressivi, canti, credenze che invece contraddistinguevano il mondo contadino. La cultura operaia è stata in questo senso rubricata sotto la più ampia “cultura di massa” (Tv, sport, supermercati ecc.), prevalendo la tendenza a sottolineare il carattere “alienato” del lavoro industriale, la sua minore dignità rispetto a quello agricolo e artigianale. Oggi peraltro si tende a considerare la cultura di massa in rapporto alle “pratiche di significazione” che essa finisce comunque per provocare, in forme sempre nuove e differenziate, e non solo come qualcosa di cui si può dare solo una ricezione passiva. L'identità del mondo bracciantile è stata al centro dell'intervento di Marco Fincardi, che ha insistito nell'inserire il fenomeno bracciantile nell'ambito della seconda rivoluzione industriale e quindi la sua “modernità”, i suoi legami con il lavoro industriale, rimarcando con forza il ritardo della storiografia che si è concentrata soprattutto sulla mezzadria. Renato Lattes, di cui è stato letto l'intervento, si è soffermato su quelle che ha definito come le varie “tribù” operaie, i vari gruppi di operai legati, negli anni '50-60, da comuni provenienze locali e dalle loro reti di relazioni nel contesto torinese. In particolare ha sottolineato il ruolo svolto, anche all'interno della fabbrica, dalle associazioni di conterranei che facevano riferimento a vari partiti politici, ad esempio i sardi al Pci o i calabresi al Psi, senza tacere sulle zone d'ombra quali la diffidenza nutrita dagli operai autoctoni rispetto agli immigrati o alla “terra di confine” tra delinquenza e rivolta presente in alcuni ambienti operai. Alessandra Pescarolo ha trattato del rapporto tra lavoro femminile e famiglia con ampi riferimenti alla storiografia internazionale sull'argomento. Pietro Causarano e Andrea Giuntini hanno indagato alcune dinamiche di lungo periodo di categorie non propriamente operaie come gli insegnanti e i ferrovieri. I luoghi del lavoro sono stati infine al centro della terza sessione coordinata da Sandro Rogari. Dopo l'intervento di Lorenzo Bertuccelli, attento al ruolo svolto dagli enti locali con politiche e pratiche di protezione sociale attivate nel caso di rilevanti licenziamenti, una densa analisi comparativa di Stefano Musso ha evidenziato tratti comuni e specificità di “mondi operai” quali quelli dei tradizionali grandi poli industriali italiani (Milano, Torino, Genova). Musso ha particolarmente insistito non solo sulle peculiarità locali, ma anche sulle solidarietà familiari e di vicinato all'interno dei diversi contesti operai, al ruolo dell'azione sindacale finalizzata ad unificare gli egoismi di gruppo, mentre la sconfitta apre la strada alle soluzioni individuali o microcomunitarie. Il caso di Napoli è stato affrontato da Davide Bubbico, che ha insistito sulle contraddizioni tra operai e disoccupati all'interno di una storia di antica industrializzazione e sulle difficoltà dell'azione sindacale in un contesto, come quello partenopeo, con sovrabbondanza di manodopera. Più specificamente rivolte a determinate categorie di lavoratori o di tecniche lavorative le relazioni di Anna Pellegrino sugli artigiani fiorentini tra etica del mestiere e industrializzazione di massa, Giuliana Franchini sui portuali genovesi e il loro forte senso di appartenenza ad una tradizione associativa con elementi corporativi e solidaristici, Giovanni Contini sui minatori e i cavatori toscani, che ha sottolineato quante competenze tecniche (se non creative) si nascondano dietro a lavori erroneamente ritenuti basati sulla erogazione di sola forza fisica. Nel complesso il convegno ha inteso aprire una prima riflessione, riuscendovi, su alcuni aspetti finora piuttosto trascurati dalla storiografia, quali il rapporto tra culture del lavoro e culture politiche, il ruolo e il peso di determinati gruppi sociali (a partire dai metalmeccanici), l'interazione tra culture di fabbrica e culture del territorio con un approccio multidisciplinare e problematico.




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Autore Mencarelli Paolo
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