Paolo Soave
L'ascesa dell'India sulla scena internazionale
Opportunità e sfide per lo sviluppo delle relazioni internazionali
Incontro Italo-Indiano, Siena, 12-13 dicembre 2006 Il 12 e 13 dicembre 2006 si è tenuto, nell'Aula Magna della Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli studi di Siena, l'annuale convegno internazionale promosso dal Centro interuniversitario Opint – Osservatorio di politica internazionale ( http://www.gips.unisi.it/opint/ ) fondato e diretto dal prof. Giovanni Buccianti. Dopo le analoghe iniziative degli anni precedenti su Libia e Turchia l'Opint ha organizzato, in collaborazione con la Direzione generale paesi dell'Asia, dell'Oceania, del Pacifico e dell'Antartide del ministero degli Affari esteri italiano, un incontro italo-indiano sul tema L'ascesa dell'India sulla scena internazionale. Opportunità e sfide per lo sviluppo delle relazioni italo-indiane . Dopo i saluti delle autorità intervenute, il prof. Buccianti ha ringraziato gli enti e le istituzioni che hanno reso possibile con il loro contributo l'iniziativa e, aprendo la prima sessione dei lavori, ha introdotto i principali temi scientifici del Convegno. Egli ha ricordato come in molti abbiano iniziato a riflettere sull'emergente ruolo internazionale indiano solo all'indomani della stipula, avvenuta a Washington il 18 luglio 2005, del trattato con cui il presidente americano Bush e il premier indiano Manmohan Singh hanno avviato la collaborazione strategica fra i due paesi. Con questa intesa gli Stati Uniti hanno legittimato l'India come potenza democratica detentrice di ordigni atomici . Con il trasferimento di tecnologie nucleari a scopi civili gli americani hanno inoltre inteso favorire il grande mercato indiano. Contrariamente all'atteggiamento assunto nei confronti di paesi quali Iran e Corea del Nord, come ha precisato il sottosegretario di Stato per gli Affari politici Nicholas Burns, la Casa Bianca ritiene l'India una potenza affidabile per l'intera comunità internazionale, un riuscito modello di convivenza multietnica su basi democratiche meritevole della fiducia e della considerazione degli Stati Uniti . Non vi è dubbio, ha osservato il prof. Buccianti, che l'accreditamento statunitense rappresenti allo stesso tempo un punto di arrivo e di partenza per l'ascesa del profilo internazionale dell'India, a distanza di pochi anni dagli attentati dell'11 settembre. L'India può infatti esercitare un ruolo non secondario nella stabilizzazione delle conflittualità regionali comprese fra golfo Persico e oceano Pacifico e contribuire alla lotta contro il terrorismo internazionale. Le nuove scelte statunitensi sembrano proiettare l'India al rango di partner privilegiato a livello geopolitico, dove gli interessi americani e indiani sono o potrebbero diventare convergenti, a livello geo-economico, per le enormi potenzialità del mercato e delle risorse umane e a livello politico-strategico per il comune impegno democratico contro le principali minacce internazionali. L'India, al cui interno vive una comunità musulmana di ben 200 milioni di individui, sembra oggi operare una precisa distinzione fra Islam e gruppi di militanza islamica che tentano di strumentalizzare le conflittualità interetniche all'interno del paese . Stati Uniti ed India condividono pertanto l'interesse per la stabilizzazione di una immensa regione in nome della pace, della cooperazione e dello sviluppo economico-finanziario e umano . Il prof. Buccianti ha poi ricordato come anche il processo di globalizzazione abbia favorito l'intensificarsi della cooperazione Usa-India, estesasi, con l'accordo citato, anche ai settori tecnologicamente più evoluti e strategicamente rilevanti. L'India post-Partition costituisce oggi un modello di democrazia multietnica e pluri- confessionale di indubbio successo, in cui hindu e musulmani convivono generalmente in pace . Proprio questa riuscita convivenza ha dato impulso alla poderosa crescita economica di questi ultimi anni, testimoniata da un aumento del Pil stimato nell'8,5% dalla World Bank. Lo sviluppo indiano segue un modello peculiare fondato sui livelli di consumo interno e sull'iniziativa privata, soprattutto nel campo dei servizi ad alto contenuto tecnologico, su tutti quelli dell'ingegneria informatica. Si tratta di un aspetto che gli accordi con gli Stati Uniti hanno tenuto ben presente : il capitolo economico prevede il raddoppio degli scambi commerciali fra i due paesi entro i prossimi tre anni, e – proprio in vista di questa crescita – il ricorso a risorse energetiche alternative a petrolio e gas. Il prof. Buccianti ha fatto inoltre riferimento ad un altro grande ed emergente paese asiatico, la Cina. L 'asse Washington-New Delhi può rappresentare, soprattutto nelle intenzioni della Casa Bianca, un fattore di bilanciamento dell'ascesa cinese, percepita dagli americani in termini ben più antagonistici, dato il carattere non democratico del sistema politico di Pechino. L'affinità democratica e la convergenza di interessi fra Stati Uniti ed India, ha precisato il prof. Buccianti, non deve peraltro indurci a ignorare il fatto che la realtà socio-politica indiana, m ultietnica, multiculturale, pluri-confessionale, straordinariamente articolata e complessa, tenda a esprimersi anche in ambito internazionale imponendo una politica estera tradizionalmente libera da condizionamenti. In particolare New Delhi cerca partner internazionali disposti a favorire la crescita del paese, soprattutto in ambito energetico, con approccio flessibile e democratico; punta alla stabilizzazione dello scacchiere asiatico; alla “modernizzazione” dello scenario medio ed estremo orientale; alla governance condivisa del fenomeno della globalizzazione. Va da sé quindi che la competizione geopolitica e geoeconomica con la Cina , il grande protagonista asiatico campione della crescita controllata dall'apparato, venga vissuta dall'India con virtuosa flessibilità, senza palesi squilibri in favore della partnership con gli Stati Uniti, ma piuttosto con la ricerca di una intensificazione degli scambi commerciali con Pechino, con cui sono state siglate intese non meno significative di quelle perfezionate con gli Stati Uniti. In definitiva, se la strategia globale americana può trarre vantaggio dalla partecipazione dell'India alla costruzione di un nuovo ordine mondiale, si può tuttavia anche pensare che l'India non farà il gioco dell'America contrastando la Cina , e ostacolerà ogni tentativo di confinarla in quel ruolo. Rimane il fatto che in un'epoca di grandi preoccupazioni e incertezze , la cooperazione fra due grandi democrazie quali India e Stati Uniti lascia spazio alla speranza e a nuove prospettive di pace. In questo quadro , ha concluso il prof. Buccianti, appare naturale che anche l'Italia guardi con crescente interesse ad una potenza in forte ascesa come l'India, intensificando le forme di cooperazione con New Delhi non solo per l'accesso a nuovi grandi mercati e alle tecnologie più evolute, ma anche per la difesa e l'affermazione dei comuni valori democratici.
Nel secondo intervento, l'amb. Claudio Pacifico, direttore dell'Area paesi dell'Asia, dell'Oceania, del Pacifico e dell'Antartide del ministero degli Affari esteri italiano, che ha fornito un contributo determinante nell'organizzazione dell'Incontro Italo-Indiano, ha sottolineato come un'iniziativa come questa risulti utile anche per l'interesse e l'attenzione che riesce a convogliare sul sistema Italia e sulla sua azione internazionale, coinvolgendo l'opinione pubblica e sensibilizzando la percezione e la consapevolezza del paese verso i grandi processi internazionali. L'ascesa dell'India rientra, in questo senso, nella più vasta realtà del contesto geopolitico asiatico caratterizzato anche dalla crescita cinese e delle cosiddette “tigri asiatiche”. Spesso questi fenomeni di cambiamento, ha osservato l'amb. Pacifico, vengono percepiti come una minaccia per il tenore di vita occidentale, anche per radicati pregiudizi culturali. In tal senso, il problema principale è rappresentato, per l'amb. Pacifico, dal rapporto con il mondo islamico. L'India è il paese più popoloso dell'intero fronte musulmano: quella che è una minoranza interna al paese, costituisce la comunità islamica più numerosa. È un primato che rappresenta anche un paradosso. Il nuovo, in sostanza, incute timore, e questo vale soprattutto per la Cina , più che per l'India. Il dibattito su quale debba essere il posizionamento dell'Italia verso questi grandi processi asiatici di cambiamento è sempre in corso e suscita anche reazioni di chiusura, soprattutto nei comparti commerciali e manifatturieri. L'amb. Pacifico, nel respingere tali reazioni negative, ha sottolineato come simili atteggiamenti possano danneggiare l'Italia, che non ha certo il “peso” internazionale per opporsi a certi processi. Occorre piuttosto predisporsi a cogliere le notevoli opportunità che l'ascesa di un paese come l'India può rappresentare per l'Italia. Si è coniato perfino un neologismo, “Cindia”, per sottolineare l'entità complessiva, geopolitica ed economica, della crescita di Cina ed India. I dati relativi al subcontinente indiano sono veramente impressionanti e ci dicono che si sta costituendo in quel contesto una classe di nuovi ricchi forte di 300 milioni di individui. Pertanto, ha ricordato l'amb. Pacifico, mentre crescono i timori per la concorrenza che l'India può porre nei settori più tradizionali, come in campo tessile e manifatturiero, continuando a qualificarsi nelle produzioni di eccellenza il nostro paese vedrà dischiudersi enormi possibilità nei nuovi mercati indiani. Molti dei nuovi ricchi indiani infatti chiedono prodotti di qualità e stile italiano, ad esempio nel design , nell'abbigliamento, ecc. Nell'ambito dello sviluppo tecnologico l'amb. Pacifico ha citato alcuni dati particolarmente significativi sul sistema universitario indiano: sono 300 gli Atenei e i centri di ricerca, quasi 16.000 le Facoltà, che complessivamente sfornano ogni anno oltre 2 milioni e mezzo di laureati, fra i quali sono ben 350.000 gli ingegneri, non solo molto più di quanto produca il sistema universitario italiano ma soprattutto il doppio degli Stati Uniti. Non è quindi casuale che le più grandi Università occidentali si avvalgano di Docenti indiani. Con questa prodigiosa crescita scientifico-tecnologica il sistema Italia ha grande interesse a collaborare. In tal senso, il ministero degli Esteri Italiano si sta attivando per richiamare l'attenzione del paese su tali fenomeni, al fine di favorire la collaborazione nella ricerca e nei settori più avanzati. C'è poi un aspetto politico del fenomeno indiano che l'amb. Pacifico ha voluto prendere in esame. Il fatto che l'India, al contrario di altri grandi paesi asiatici, sia soprattutto una democrazia, ovvero condivida i nostri stessi valori e principi, in particolare riguardo ai diritti e alle libertà individuali, fa di questo paese un partner irrinunciabile nel perseguire quella che l'amb. Pacifico ha definito la “globalizzazione buona”, in contrapposizione a quella che produce soprattutto squilibri e disparità. Per un paese con una popolazione superiore al miliardo di individui, la democrazia rappresenta soprattutto una sfida; occorre pertanto apprezzare la sincerità dello sforzo democratico indiano, a fronte di molti rilievi critici che hanno inteso soprattutto cogliere gli aspetti ancora contraddittori di quel grande paese, che è anche un esempio di riuscita convivenza. L'amb. Pacifico ha poi evidenziato la rilevanza della funzione di stabilizzazione regionale che può essere svolta dall'India, in virtù anche delle sue imponenti dimensioni geografiche. Nel corso degli ultimi 15 anni tale ruolo è andato rafforzandosi ed ormai va oltre i confini regionali, estendendosi anche alla lotta al terrorismo internazionale. L'Italia in particolare è in prima linea nel promuovere le ragioni per un crescente coinvolgimento indiano nella stabilizzazione del quadro afgano. La stabilità asiatica continuerà anche in futuro a giocarsi molto sullo stato dei rapporti fra Cina ed India, fonte in passato di attriti e veri e propri scontri militari. Occorre oggi promuovere soprattutto l'interazione positiva fra queste due grandi potenze regionali. Per quanto riguarda lo sviluppo della cooperazione italo-indiana, l'amb. Pacifico ha citato la visita compiuta nel 2005 dal presidente della Repubblica Ciampi in India, andata ben oltre l'ufficialità, coinvolgendo una vasta rappresentanza di ministri, presidenti di enti, associazioni di vari settori, inclusa l'università, in sostanza l'intero sistema Italia. Il ministero degli Affari esteri sta ora lavorando ad una nuova visita in India, condotta dal presidente del Consiglio Prodi e prevista per il mese di febbraio. Anche in questo caso la rappresentanza italiana sarà ampia e coprirà molti settori strategici per rafforzare la cooperazione bilaterale fra i due paesi. Gli ambiti di maggior interesse sono quello agroalimentare, quello tessile, le alte tecnologie, mentre là dove l'India può minacciarci occorre sviluppare delle joint-ventures . L'India guarda con particolare interesse al design italiano, ed anche grazie all'impegno dell'amb. Dogra negli ultimi tempi visite e contatti sono stati intensificati. I rapporti bilaterali italo-indiani, ha concluso l‘amb. Pacifico, restano molto al di sotto delle loro potenzialità. Per instaurare con l'India un rapporto di collaborazione ampio e profondo come già vantano altri paesi, quali ad esempio Francia, Germania e Spagna, l'Italia deve impegnarsi molto ed accettare la competizione con questi attori, coinvolgendo anche la società civile, i media e le Università dei due paesi.
Nel terzo intervento, Rajiv Dogra, ambasciatore straordinario e plenipotenziario dell'India in Italia, ha dichiarato di condividere le ragioni per una possibile intensificazione dei rapporti italo-indiani illustrate dall'amb. Pacifico. Portando la riflessione sul ruolo internazionale dell'India contemporanea, egli ha sottolineato il mancato avvio di molti processi di modernizzazione, in particolare di quello relativo alla rivoluzione industriale. Pur avendo partecipato ad entrambi i conflitti mondiali, l'India non ha inoltre beneficiato degli aiuti previsti dal piano Marshall. Pertanto al conseguimento dell'indipendenza nazionale, nel 1947, l'India era un paese isolato e che scontava un ritardo imputabile, in molti settori, al suo precedente status coloniale. Si pose pertanto allora il problema di edificare un paese senza che esso già avesse una sua precisa collocazione internazionale. In tal senso l'India ha potuto beneficiare del retaggio culturale altamente positivo della lotta nazionale per l'indipendenza ispirata alla non violenza gandhiana. La presenza di guide quali Gandhi e Nehru ha in effetti costituito una risorsa preziosa proprio per interpretare il contesto internazionale entro il quale il paese avrebbe dovuto posizionarsi. Al termine del secondo conflitto mondiale, mentre l'affermazione delle due superpotenze, Stati Uniti ed Unione Sovietica, determinava un nuovo ordine internazionale, non mancavano le eredità negative della passata epoca, come il colonialismo, il razzismo e il sottosviluppo. Forte fu quindi la richiesta di una leadership internazionale che interpretasse ed unificasse tutte queste istanze nella lotta per l'indipendenza. Pertanto, fra le prime iniziative assunte dall'India vi fu nel 1947 la promozione di una conferenza delle nazioni asiatiche. Inoltre, data l'egemonia del sistema bipolare, l'India si trovò a scegliere se rassegnarsi a costituire una semplice appendice di una delle due superpotenze o sforzarsi di plasmare autonomamente il proprio ruolo internazionale secondo le proprie visioni. Da questa scelta scaturì il non allineamento indiano. Contestualmente, all'interno del paese, che al tempo dipendeva ancora dalle importazioni di generi alimentari, venne avviato il processo di sviluppo. Si trattò di un processo, ha ricordato l'amb. Dogra, perseguito secondo una duplice strategia: dare impulso tanto al settore privato quanto a quello pubblico. L'amb. Dogra ha ricordato come l'attuale impetuoso sviluppo, avviatosi negli anni '90, abbia alterato, più radicalmente che in passato, il profilo del paese. In un certo senso l'avvenimento che ha fatto scoprire al mondo la nuova India è stato il noto Millennium Bug , che vide entrare in scena gli ingegneri informatici indiani, i quali rassicurarono il mondo intero che il primo giorno del 2000 i computer avrebbero regolarmente funzionato. Da allora è nato il mito tecnologico di Bangalore ed anche quello dello sviluppo indiano. L'amb. Dogra ha poi ricordato come già prima di tale sviluppo l'India guardasse all'Italia con interesse per i suoi prodotti di alta qualità. La classe dei nuovi abbienti indiani è in particolare molto sensibile all'eleganza e al pregio del made in Italy . L'India di oggi, ha precisato l'amb. Dogra, è un paese che ha saputo recuperare l'iniziale ritardo ponendosi alla testa della rivoluzione informatica e tecnologica tuttora in corso. Per questa ragione oggi il paese è una risorsa ed un riferimento per tutto il mondo. Infine egli ha invitato a non trascurare un ulteriore fattore di cambiamento: l'India è un paese “giovane”, con 550 milioni di individui al di sotto dei 25 anni di età. Anche questa è una risorsa straordinaria che sta trasformando l'India nel laboratorio del mondo e che garantisce un approccio decisamente aperto ed amichevole all'approfondimento delle relazioni e della cooperazione con gli altri paesi.
Nell'ultimo intervento della prima giornata di lavori il prof. Matteo Pizzigallo, Ordinario di Storia delle Relazioni Internazionali dell'Università Federico II di Napoli, ha ripercorso i rapporti politico-diplomatici italo-indiani a partire dal ‘900. Il prof. Pizzigallo ha parlato, a tal proposito, di una “diplomazia dell'amicizia” fra Italia ed India che, contrariamente a qualche giudizio affrettato, non è così recente né può ricondursi esclusivamente alle ultime visite condotte da personalità politiche, affondando più profondamente le proprie radici nella storia dei due paesi. Il primo significativo incontro politico italo-indiano citato dal prof. Pizzigallo è stato quello della visita che Gandhi fece in Italia esattamente 75 anni fa recandosi da Mussolini a Villa Torlonia. Egli si presentò “vestito da Gandhi” con al seguito l'inseparabile capretta, al punto da indurre il Duce a dire “Questo ometto e la sua capra riescono a scuotere da soli l'Impero Britannico. Gandhi è un santo, un genio, che utilizza in politica un'arma sinora sconosciuta: la bontà”. Il Mahatma era reduce da tante memorabili battaglie non violente di disobbedienza civile e si stava adoperando per introdurre nelle relazioni internazionali un nuovo fondamento etico destinato a riscuotere popolarità anche presso gli ambienti cattolici. Le relazioni italo-indiane proseguirono fra le due guerre anche per l'interesse del fascismo, ha ricordato il prof. Pizzigallo, per il nazionalismo indiano, che avrebbe potuto essere strumentalizzato in funzione antibritannica. Più interessanti appaiono i rapporti fra i due paesi nel secondo dopoguerra. L'Italia fu tra i primi paesi a riconoscere l'indipendenza indiana, anche se il neutralismo professato da Nehru creò qualche difficoltà ai governi di Roma, che avevano assunto una precisa collocazione internazionale. Nel 1955 Nehru si recò per la prima volta in Italia ed appare significativo come al termine della visita le delegazioni di Italia ed India si trovassero in difficoltà nel dover trovare un sinonimo accettabile al termine “neutralismo” da utilizzare nel comunicato finale del loro incontro. Era naturalmente l'Italia a trovarsi in imbarazzo, temendo difficoltà nei rapporti con il potente ed “occhiuto” alleato americano, che scrutava con preoccupazione i movimenti terzomondistici di Nehru, Gandhi, Tito e Nasser. C'era il rischio di offrire una sponda alle correnti neoatlantiche, ovvero a quella sinistra sociale e cattolica animata da personaggi quali Mattei, Gronchi e La Pira. Negli anni successivi, grazie anche alla presenza al governo italiano di coalizioni meno appiattite sull'impostazione filo-atlantica, le relazioni italo-indiane poterono proseguire più liberamente. Negli anni '80 vi fu il viaggio del ministro degli Esteri Colombo in India, cui seguì nel 1998 quello del Presidente della Repubblica Scalfaro. Lo stato attuale dei rapporti italo-indiani, ha concluso il prof. Pizzigallo, vede intensificarsi la cooperazione scientifica ma anche la convergenza di valori politici, dato il comune impegno a difesa della pace e della stabilità nel delicato settore dell'Estremo Oriente, secondo il dettato universalistico della Carta delle Nazioni Unite.
La prof.ssa Valeria Fiorani Piacentini, ordinario di Storia ed Istituzioni del mondo musulmano dell'Università Cattolica di Milano, ha aperto con il suo intervento la seconda giornata dei lavori dell'incontro Italo-Indiano. La prof.ssa Fiorani Piacentini ha evidenziato come nel corso degli ultimi anni l'India sia stata positivamente segnata dal ritorno alla normalità nella vita civile e politica, grazie all'attenuazione dei fenomeni più violenti. In particolare la debolezza del potere centrale ha favorito nel corso degli ultimi anni un progressivo decentramento dei poteri a carattere federalistico. Proprio tale processo ha dato impulso ad un più razionale sviluppo economico periferico, con una condivisa attenzione per la lotta contro la povertà. In politica estera sono invece rimasti invariati l'opzione nucleare e il non allineamento. Il superamento della fase più acuta dei conflitti religiosi, coincisa con i massacri di Bombay del 1993 e del 1995, e l'imporsi di una linea laicizzante, contribuirono alla normalizzazione sociale perseguita dal BJP – Bharatya Janata Party , Partito del Popolo Indiano. Il 14 febbraio 1998 tuttavia il fattore Islam riemerse prepotentemente nella vita politica e sociale indiana, attraverso una serie di sanguinosi attentati a matrice fondamentalista. Gli avvenimenti del 1998 furono soprattutto l'espressione di una nuova militanza estremistica legata ai musulmani in passato emigrati nel golfo Persico e tornati in patria con il retaggio dei conflitti di quella regione. Altre espressioni fondamentalistiche provenivano invece dall'Afghanistan e dal movimento talebano, che trovava proprio nell'India un fermo antagonista regionale. L'orientamento laicista del paese, pur tra tali minacce, si preservò in quei difficili anni, grazie anche alla stabilità garantita dalla guida di Wajpayee, uomo della destra indiana. Proprio in quegli anni furono poste le basi per l'avvio del processo di sviluppo con l'apertura ai capitali stranieri. Il ministro degli Esteri Singh coltivò il rapporto con gli Stati Uniti ed avviò una nuova politica di buon vicinato con il Pakistan che produsse nel 1999 una dichiarazione congiunta indo-pakistana, “alba” di una nuova era nei rapporti fra i due paesi. Alla base della svolta vi fu il comune interesse per la stabilizzazione della regione, cui sembrò per un momento potesse essere sacrificata ogni annosa disputa. Nel complesso, ha ricordato la prof.ssa Fiorani Piacentini, il primo cinquantennio di indipendenza indiana è stato segnato da una indubbia tenuta del sistema democratico, pur permanendo conflitti etnici e sacche di povertà. A partire dal 1991 al corso democratico si è sovrapposta la via della modernità che pare destinata a ridurre gli stessi dislivelli interni all'India. Alla base di questo processo, che trae rafforzamento anche dal consolidamento federalista e dall'affermazione di una emergente borghesia moderna, si colloca il sistema partitico indiano, caratterizzato dal bipolarismo fra Bjp e il partito del Congresso. Le scelte operate dall'India sullo scenario internazionale nel corso degli ultimi anni, con gli accordi stipulati con Stati Uniti e Cina, oltre alla ricerca di un accesso alle risorse energetiche del Medio Oriente, rappresentano, a giudizio della prof. Valeria Fiorani Piacentini, il tentativo di garantire le basi per un ulteriore consolidamento interno e per un approfondimento del processo di modernizzazione. L'avvento al potere in Pakistan di Musharraf nell'ottobre 1999 ha rischiato di perturbare nuovamente i rapporti e gli equilibri regionali, soprattutto a seguito della decisione pakistana di puntare al nucleare. La vera svolta è stata, in realtà, quella dell'11 settembre 2001, con il Pakistan pronto ad affiancarsi strategicamente agli Stati Uniti. A distanza di alcuni anni, tuttavia, proprio il carattere regionale e transnazionale del fondamentalismo che si irradia dall'Afghanistan ha contribuito a riavvicinare India e Pakistan, che si sentono entrambi minacciati. L'India, in particolare, ha cercato di fornire sostegno diplomatico al governo Karzai insediatosi a Kabul, temendo che anche l'Afghanistan potesse divenire un failed State , senza peraltro spingersi ad un impegno che avrebbe potuto insospettire il Pakistan e creare ulteriori indesiderate tensioni. Fra la fine del 2005 e gli inizi del 2006 il confronto indo-pakistano, ha osservato la prof.ssa Fiorani Piacentini, è stato ripreso dai ministeri degli Esteri dei due paesi sempre su base strategica, estesa, oltre che all'originario campo della sicurezza, a quello energetico, con il progetto di una pipeline del gas fra Iran, India e Pakistan. Gli alterni rapporti indo-pakistani, ha concluso la prof.ssa Fiorani Piacentini, si sono negli ultimi tempi arricchiti di una ulteriore complessa variabile, rappresentata dalla Cina. Stipulando intese con Pechino, oltre che con Washington, l'India sembra aver acquisito vantaggi e consolidato la leadership regionale proprio nei confronti del Pakistan.
Il dott. Cristiano Marini, dell'Università La Sapienza di Roma, ha svolto una relazione, preparata in collaborazione con il prof. Antonio Golini, su Percorsi di popolazione: opportunità e sfide per lo sviluppo. Scenari per il XXI secolo . Egli, anche con l'apporto di grafici e tabelle, ha illustrato come l'attuale processo di trasformazione demografica internazionale sia caratterizzato da un sempre più efficace controllo sulle morti precoci e sulle nascite indesiderate. Le ricadute economiche e politiche dei fenomeni demografici sui singoli paesi e, conseguentemente, sull'intero sistema internazionale, possono essere adeguatamente valutate ricorrendo al concetto di “finestra demografica”, ovvero quella congiuntura demografica particolarmente favorevole in cui, per un determinato periodo di tempo più o meno lungo, si riduce il valore del rapporto fra la componente improduttiva della popolazione di un paese (gli under 14 e gli over 60) e quella della popolazione produttiva. In altri termini la “finestra demografica” costituisce, ha spiegato il dott. Marini, la fase di passaggio da un contesto socio-economico caratterizzato da popolazione prevalentemente giovane e da scarso sviluppo economico a un contesto con popolazione più anziana ed elevata crescita economica. Ad esempio il Niger rappresenta attualmente il caso di un paese “giovane” e poco sviluppato, alle soglie della cosiddetta “finestra demografica”; la Cina è nel pieno della transizione fra le due condizioni estreme e l'Italia può essere considerata al termine di tale trasformazione, avendo ormai una popolazione prevalentemente anziana e uno sviluppo economico consolidato. I differenti momenti in cui si manifesta e la variabile durata della “finestra demografica” per ciascun paese favoriscono fenomeni di pressione demografica differenziale e di competizione internazionale. Riguardo ai movimenti migratori, è prevedibile che il flusso di popolazione in direzione Sud-Nord permanga anche nei prossimi anni, anche per l'ammodernamento delle attività agricole destinato a creare un ulteriore surplus di forza lavoro nel Sud del pianeta e per l'accresciuta istruzione femminile. Il dott. Marini ha poi posto il problema, ormai strutturale ed incontenibile, delle migrazioni internazionali, con la chiusura delle frontiere. La tendenza in corso, tanto quella legata al trattato di Schengen quanto quella adottata dalle Nazioni Unite, è favorevole ad un approccio multilaterale del problema, che tenda a favorire una migrazione di tipo temporaneo, che non accentui i problemi di compatibilità in seno alle società di destinazione, né impoverisca definitivamente di forza lavoro giovane quelle di partenza. Una politica migratoria generale dovrebbe necessariamente intervenire a sostegno di uno sviluppo più bilanciato nei paesi poveri e allo stesso tempo incidere sui fenomeni demografici, sia quelli di decremento nei paesi più sviluppati, sia quelli di eccessivo incremento nei paesi più arretrati. Riguardo al tema generale della globalizzazione, il dott. Marini ha posto in luce come si sia nel tempo passati da una “prima globalizzazione”, quella che, protrattasi sino agli inizi del XX secolo, favoriva la mobilità delle persone ma preservava attitudini protezionistiche in ambito commerciale, ad una “seconda globalizzazione”, ancor oggi perdurante, che si connota soprattutto per l'assunzione di politiche migratorie restrittive e per un regresso della liberalizzazione economico-commerciale, dovuta essenzialmente all'ascesa internazionale di nuovi grandi attori, Stati, o aggregati. Coniugando gli elementi dell'analisi proposta, quali dimensione regionale, sovranità politica e andamento economico-demografico, il dott. Marini ha concluso sostenendo che solo quattro potenze sembrano in grado, in prospettiva, di gestire le conseguenze del processo di globalizzazione: Usa, Cina, India e Russia, mentre l'Unione Europea appare carente proprio sul piano della sovranità politica.
Nel suo intervento il gen. Fabio Mini, già capo di Stato maggiore delle forze Nato del Sud Europa, ha illustrato le principali implicazioni politico-strategiche dell'ascesa internazionale dell'India quale nuova grande potenza. Questo paese, ha precisato il gen. Mini, rappresenta già oggi una grande realtà, come dimostra anche il suo particolare approccio alla collaborazione internazionale nell'ambito scientifico-tecnologico. L'India sta allacciando in molti settori d'avanguardia partnership di altissimo livello, forte di una notevole disponibilità di risorse umane di cui naturalmente può beneficiare l'intero Occidente. Pertanto il gen. Mini si è detto fiducioso riguardo alla possibilità, considerata anche da altri relatori, di una intensificazione della collaborazione con l'Italia e dei risultati che essa potrà dare. La cooperazione nella sicurezza presenta, secondo il gen. Mini, anche alcune difficoltà. Si possono ottenere senza dubbio buoni risultati unendo gli sforzi nei campi della normativa sull'immigrazione, nella lotta contro i terroristi e non, ideologicamente e in maniera vaga come è stato fino ad oggi, contro un generico terrorismo. Est ed Ovest devono coalizzarsi per smantellare strutture terroristiche ben precise. Allo stato attuale infatti il gen. Mini lamenta il fatto che la collaborazione in questo campo non vada oltre un rapporto bilaterale certamente positivo, ma poco concreto. Si tratta di una mancanza non imputabile all'India o all'Italia, ma piuttosto alle carenze dell'Europa. L'Italia ha dato un contributo significativo, ma è pur sempre un piccolo paese se rapportato allo scenario globale. Pertanto nessuno può sostituire il ruolo che spetterebbe all'Europa. Riguardo alla distinzione fra piccoli e grandi paesi, il gen. Mini ha illustrato un concetto cinese, quello di “nazione gigante” e dei suoi effetti nel contesto internazionale, “ gigantic country effect ”. Un paese di grandi dimensioni come Stati Uniti, India o Cina, non può obbedire alle stesse leggi che regolano la vita di un paese di dimensioni medio-piccole. Per anni l'Occidente si è adoperato per spingere cinesi ed indiani ad uscire dalla condizione di sottosviluppo, ma solo adesso sono evidenti le conseguenze che 2 miliardi e mezzo di individui, complessivamente la popolazione dei due giganti asiatici, possono avere sullo scenario internazionale, a partire dal consumo delle risorse disponibili. Pertanto quando pensiamo di misurarci con realtà quali India e Cina, ha osservato il gen. Mini, dobbiamo necessariamente farlo in termini di gigantismo, ovvero, nel nostro caso, attraverso l'Europa. Purtroppo il processo di integrazione continentale ha finora privilegiato l'unione economica tralasciando altri aspetti, come quello sociale, quello politico e appunto quello della sicurezza, in cui potremmo fornire un notevole contributo nella definizione di un nuovo ordine internazionale. L'Europa non ha un esercito unico, né riesce a porsi come interlocutore unitario neppure in seno all'Alleanza Atlantica, dove le decisioni vengono assunte all'unanimità, e talvolta il criterio principe della salvaguardia della coesione interna viene messo in discussione dalle riserve, dai cavilli tecnici, che vengono sollevati e che finiscono per limitare l'azione della Nato. Riguardo ai rapporti con India e Cina, ha osservato il gen. Mini, si avverte la mancanza di unità europea proprio nell'ambito della sicurezza. Al momento possiamo solo prendere atto del legittimo diritto di questi due paesi di far parte a pieno titolo del sistema internazionale. Quanto all'Italia, il gen. Mini ha ricordato come nel corso degli ultimi 15 anni il paese si sia impegnato molto nel campo della politica di sicurezza, intesa soprattutto come proiezione degli interessi nazionali, sostenendo interventi che si distinguono da quelli degli altri attori internazionali. Quello italiano è in effetti un approccio diverso all'impegno in campo internazionale, a partire dalla dignità che noi italiani siamo disposti a riconoscere agli interlocutori con cui ci troviamo ad operare. Inizialmente ci poniamo nei loro riguardi riconoscendoli quali interlocutori privilegiati, per riservarci in una fase successiva di distinguere fra antagonisti o addirittura criminali o terroristi. Ritornando al concetto di gigantismo, il gen. Mini ha illustrato le quattro condizioni che consentono ad un paese di rilevanti dimensioni di avere un ruolo dominante: 1) un approccio internazionale fondamentalmente pacifista, che non crei tensioni indesiderate; 2) un apparato di difesa credibile con efficace funzione di deterrenza; 3) un'economia di mercato. L'esempio cinese, ha ricordato il gen. Mini, è in tal senso significativo, trattandosi di un paese la cui realtà anche urbana, infrastrutturale, cambia radicalmente nell'arco di sei mesi. La popolazione ha inoltre compreso che attraverso il sacrificio può arricchirsi e migliorare considerevolmente il proprio status, secondo una concezione che i paesi occidentali sembrano aver invece perso; 4) l'apertura internazionale, ovvero la capacità di guardare agli altri attori come potenziali interlocutori e non come minacce. L'Italia, secondo il gen. Mini, può fornire un notevole contributo nel rafforzamento delle collaborazioni internazionali con questi giganti, ma non può operare senza l'Europa. Il gen. Mini ha concluso il suo intervento citando il Segretario generale della Nato, che all'atto del suo insediamento affermò che in seno all'Alleanza atlantica non era più opportuno continuare a distinguere fra “chi cucina e chi lava i piatti”. In ogni alleanza, in sostanza, c'è la tendenza a distinguere secondo i ruoli i vari partner, ma appare sempre più evidente che i paesi giganti, in tutti i continenti, non sono più disposti a “lavare i piatti”.
Nel suo intervento, l'ambasciatore italiano in India, Antonio Armellini, riallacciandosi a quanto sostenuto dal gen. Mini, ha precisato che in India a soffrire è soprattutto l'immagine globale dell'Europa. Nella percezione geopolitica indiana, ha infatti precisato l'amb. Armellini, sono ben presenti soprattutto i grandi interlocutori, quali ad esempio gli Stati Uniti e la Russia , mentre l'Europa è una sorta di “ectoplasma”. Più nitidamente sono percepiti in India i principali paesi europei, come la Gran Bretagna , la Francia e in parte la Germania. Dell 'improprio bilateralismo fra India ed Unione Europea e della complessiva debolezza dell'Europa soffrono in India, soprattutto, gli altri partner unitari, fra i quali anche l'Italia. L'amb. Armellini ritiene che sia necessario, nell'ambito dei rapporti italo-indiani, superare alcuni stereotipi tuttora esistenti. In particolare in Italia l'immagine indiana oscilla fra l' ashram e l'orrore della miseria dei vicoli di Calcutta, mentre Bangalore rappresenta soprattutto un mito di cui non si ha un'esatta percezione. D'altra parte gli indiani, pensando all'Italia, immaginano ancora prevalentemente la gastronomia, le due e le quattro ruote che hanno favorito la motorizzazione. In effetti, ha ricordato l'amb. Armellini, negli anni '50 e '60 l'Italia manteneva un forte presenza industriale in India, con gruppi quali Ansaldo, Fiat, Innocenti, Snam, Pirelli, Eni, Ceat, che hanno accompagnato la prima industrializzazione indiana. Questa immagine positiva del nostro paese si è nel tempo dissolta lasciando nell'immaginario indiano spazio ai noti stereotipi. L'India odierna, ha precisato l'amb. Armellini, non è quella della nostalgia dell' ashram , né quella delle miserie di Calcutta. È, oltre a questo, un paese in grande crescita politica ed economica, alle prese da dieci anni con un processo di sviluppo interno che ne ha fatto, secondo una definizione dell'amb. Armellini, una grande “potenza potenziale”, in quanto non la si può ancora ritenere una potenza compiuta, ma soprattutto una notevole opportunità ed una promessa. Soprattutto nell'elaborazione della politica asiatica italiana, occorre tener conto di alcuni punti fermi: India, Cina e Giappone. In India è necessario consolidare la presenza italiana, in Cina colmare alcuni svantaggi comparativi, e in Giappone sostenere, attraverso una holding operation , quei rapporti che hanno già una loro comprovata solidità. L'India può pertanto rappresentare per l'Italia il terreno delle opportunità e delle responsabilità. Occorre partire dall'ormai incontrovertibile solidità democratica del paese, che ha smentito la previsione formulata da Churchill negli anni ‘40, in base alla quale quel paese non avrebbe retto alle spinte disgregatrici interne. Una delle caratteristiche più interessanti del sistema costituzionale indiano, ha evidenziato l'amb. Armellini, è proprio la grande flessibilità che ha permesso di assorbire tali spinte disgregatrici, superando la contrapposizione fra Nord e Sud particolarmente grave negli anni '60 e portare l'Unione a comprendere 27 membri, senza che i vari localismi divenissero ragioni di frattura. L'Unione Indiana è oggi altamente condivisa, mentre nel 1947 rappresentava soprattutto una scommessa. Tale solidità è certo il frutto di un processo democratico che, pur molto distinguendosi da quelli occidentali, ha consentito l'articolarsi delle volontà politiche e quindi una forte condivisione statuale. Una delle peculiarità sociali con cui occorre confrontarsi per meglio comprendere la realtà indiana è quella del sistema delle caste, fattore di stabilità ma anche di fortissime discriminazioni, che dopo l'indipendenza è andato addirittura rafforzandosi, ed ha esplicato la funzione di catalizzatore di consenso politico. In India è la casta il gruppo di pressione più forte anche in sede politica, pertanto non si è prodotta una mobilità interna di tipo verticale in seno alla società, determinandosi piuttosto una sorta di paralisi. Per gli indiani invece il sistema delle caste è un elemento di forte stabilità sociale, nonché uno strumento di consolidamento della democrazia locale. L'India odierna, oltre ad essere un paese coeso, alimenta anche una forte autorappresentazione del proprio ruolo internazionale, sospinta da una crescita economica poderosa, oscillante fra l'8 e il 10% annuo, un ritmo paragonabile per tassi a quello della Cina anche se diverso per valori assoluti. Uno dei quesiti irrisolti del modello indiano, ha sostenuto l'amb. Armellini, è se una crescita di tale portata possa nel tempo favorire una più equa redistribuzione della ricchezza interna, come sostengono i liberalizzatori, o meno. Allo stato attuale, tale effetto non si è ancora prodotto. La classe media indiana, paragonabile per consumi a quella occidentale, comprende fra gli 80 e i 100 milioni di soggetti e cresce del 10% annuo. Le stime indiane inseriscono in questa categoria ben 300 milioni di individui, ma in realtà prendono in considerazione anche soggetti il cui tenore di vita è piuttosto paragonabile a quello della classe media italiana degli anni '50. C'è poi una fascia intermedia di circa 500-600 milioni di persone legata all'economia rurale, che include anche 200-300 milioni di soggetti che vivono nella povertà. Questa composizione sociale, ha commentato l'amb. Armellini, non sta evolvendo come certi economisti sostengono. È significativo che i 500-600 milioni di indiani che operano nell'agricoltura incidano sul prodotto nazionale lordo nella stessa misura del milione e mezzo di soggetti che opera nell'information technology . In altre parole, ha osservato l'amb. Armellini, la sfida per lo sviluppo indiano è quella di rendere economicamente produttivi i 600 milioni di individui che operano nelle campagne, come trasferirli ad attività più produttive al momento assenti, anche perché l'India, nel corso degli ultimi 20 anni, ha sottovalutato il settore manifatturiero. Forse una strategia potrebbe essere in futuro proprio quella di ridare attenzione ad un settore intermedio, quello industriale e manifatturiero, in un sistema economico che privilegia le tecnologie più avanzate e l'agricoltura. Rispetto alla Cina, l'India presenta per l'imprenditore italiano potenziale investitore, minori rischi per la maggiore tutela dei marchi e delle proprietà intellettuali che deriva dal modello anglosassone, inoltre offre un vantaggio comparativo in termini di costi, con una manodopera ancora largamente inutilizzata, una struttura sociale solida e un mercato capace di assorbire molti prodotti. L'amb. Armellini ha osservato che da circa 2 anni, a partire dalla visita del Presidente Ciampi, si segnala un nuovo interesse da parte degli imprenditori italiani per l'India e la percezione che quello indiano è un mercato dove non si commercia ma si investe. In effetti non è immaginabile una presenza stabile nel mercato indiano se non si è disposti ad investire nel paese, e, purtroppo, gli operatori italiani sono in tal senso i meno competitivi, così come modesti sono gli investimenti indiani in Italia. Il governo Singh, d'altra parte, ha avviato dal 1991 un processo di liberalizzazione che ha fra le sue priorità l'agricoltura, le infrastrutture e il sociale. In ambito agricolo l'India ha compiuto straordinari progressi, al punto che le carestie non sono più temute e il paese si è trasformato in esportatore di prodotti agricoli. Resta intatta la gravità del sistema distributivo interno, dato che l'ammontare complessivo dei prodotti che non vengono distribuiti è pari all'intera produzione agricola italiana. L'Italia può quindi inserirsi nell'ambito agroalimentare con riconosciute competenze per favorire la modernizzazione di questo settore e contrastare quelle povertà e carenze alimentari derivanti dall'inadeguata distribuzione. Altra priorità indiana è quella di adeguare le infrastrutture alle esigenze del processo di sviluppo, che altrimenti potrebbe venire strozzato. L'India, alle prese con un grande dinamismo, difetta, ha ricordato l'amb. Armellini, di vie di trasporto moderne ed efficienti. Il problema della distribuzione interna si pone, naturalmente, anche per le attività industriali. Il cosiddetto “quadrilatero d'oro”, un sistema autostradale per collegare Calcutta, Madras, Bombay e Delhi, è ancora ben lontano dall'essere completato. Negli ultimi anni è invece esploso il traffico aereo grazie all'ingresso nel mercato indiano di molte compagnie low cost . Anche l'India soffre, come molte democrazie, della lentezza e delle difficoltà con cui si da seguito ai grandi progetti. Al contrario in Cina non è necessario chiedere permessi agli organi periferici per poter realizzare opere. Le potenzialità che l'Italia può cogliere in India nei vari settori sono notevolissime: con adeguati investimenti è possibile raddoppiare, nell'arco di un paio di anni, gli attuali 4 miliardi e mezzo di dollari di interscambio fra i due paesi. I primi settori in cui l'Italia dovrebbe rafforzare la cooperazione sono proprio quelli dell'agroalimentare e delle infrastrutture, seguiti dal made in Italy . Quello indiano è certamente un mercato difficile, con molta burocrazia e un certo grado di corruzione, ma nel quale sono già entrati vari paesi, pertanto può farlo anche l'Italia. Le iniziali difficoltà sono state affrontate, e superate, da tutti. Sul piano della collaborazione scientifica, l'Italia deve impegnarsi molto in India perché allo stato attuale si segnalano solo alcune iniziative minori. Occorre dare all'offerta formativa italiana, in particolare a quella universitaria che già sconta rispetto a quella inglese l' handicap linguistico, maggiore organicità. Gran parte degli indiani vanno a studiare all'estero, prevalentemente negli Stati Uniti, in Inghilterra, Australia e Canada. Nel complesso, l'India, paese alle prese con grandi cambiamenti ma anche con persistenti contraddizioni, presenta una capacità unica di “proiettare il futuro nel presente”. Ad esempio le stime della CIA indicano che nel 2050 quella indiana sarà la terza economia al mondo, ma nella percezione collettiva per l'India il 2050 è come se fosse già giunto. La percezione delle proprie possibilità trova alimento in India anche nella forte volontà di crescita, un po' come, ha ricordato l'amb. Armellini, nell'Italia degli anni '50, che usciva da una grave crisi e si aveva la sensazione di poter raggiungere traguardi poi solo in parte ottenuti. Questa forte autorappresentazione si esprime in politica estera con il già citato non allineamento. In tal senso l'amb. Armellini ha precisato che sarebbe un errore considerare l'India, dopo il recente accordo di collaborazione nucleare, un alleato degli Stati Uniti. Con l'Italia, l'India ha un rapporto di empatia che risale a ben prima dell'indipendenza: l'amb. Armellini ha infatti ricordato l'influenza di Mazzini, Garibaldi e Cavour nella formazione di Gandhi, e, del resto, in Italia esiste probabilmente l'unico partito politico che, con stupore degli stessi indiani, si dichiari “gandhiano”. L'amb. Armellini ha concluso il suo intervento osservando che se negli ultimi tempi è andato crescendo l'interesse italiano per l'India, allo stesso tempo l'Italia non deve commettere l'errore di ritenere che l'India, anche in virtù della percezione del proprio ruolo internazionale, possa attendere quelle offerte di collaborazione economica e scientifica che per il nostro paese rappresentano un'opportunità assolutamente da non perdere.
Il dott. Alok Agarwal, direttore generale per il Regno Unito del Gruppo Tas-Nch, ha illustrato nel suo intervento, avvalendosi anche della proiezione di schemi e grafici, il processo che ha condotto all'insediamento ed alla affermazione in India di una società di servizi informatici, quale la Tas del Gruppo Nch, all'interno della quale operano anche ingegneri indiani, oggi considerati l'avanguardia mondiale nel campo dello sviluppo della tecnologia informatica. Il gruppo Nch, con sede a Bologna ed uffici in Spagna, Regno Unito ed India, è leader italiano nel settore software e sono moltissimi gli istituti di credito che si avvalgono dei servizi offerti da tale società. In pratica tutte le operazioni bancarie avvengono attraverso il supporto software della Nch. L'apertura della sede in India, in particolare, è stata imposta dalle grandi potenzialità offerte dal mercato dei servizi di quel paese, quali disponibilità di personale qualificato e costi più contenuti, contrariamente a quanto avviene in Europa. Era quindi necessario essere presenti all'interno di un'economia così dinamica per poter offrire i servizi della Nch.
Il dott. Jacob Rose, Chief Representative North India della Camera di commercio indiana per l'Italia e direttore della Italtec consulting Pvt Ltd di New Delhi, con una lunga esperienza personale di studio e di lavoro in Italia, ha illustrato nell'intervento conclusivo del Convegno, anche con l'ausilio di un filmato, gli aspetti più significativi del tumultuoso processo di crescita economica che sta caratterizzando l'India. Pur non mancando di cogliere le immancabili contraddizioni del cambiamento in corso, rappresentate da persistenti dislivelli nel tenore di vita e da sacche di povertà ancora diffuse, il dott. Rose ha evidenziato le straordinarie potenzialità che un paese come l'India può offrire ai propri partner nell'ambito della cooperazione economica e scientifica.