Amedeo Lepore
Alla ricerca del Mezzogiorno perduto
Lineamenti di una storia recente La “questione meridionale” (e, per l'effetto, la storia del Mezzogiorno) nell'ultimo periodo del XX secolo è stata negata e abiurata, fino ad arrivare a preconizzarne la definitiva scomparsa, a sostenere provocatoriamente perfino la necessità di “abolire il Mezzogiorno”. Secondo Gianfranco Viesti (2003), infatti, si era determinata una spaccatura netta tra il meridione e gli italiani e l'unico modo per superarla era l'abolizione del Sud: “Eliminare cioè lo stereotipo che consente di non guardare mai che cosa sta davvero succedendo nelle regioni del Sud e nei tanti diversi territori che le compongono, nel bene e nel male, e di spiegare sempre tutto, semplicemente adducendo il motivo che il Mezzogiorno è il ‘ Mezzogiorno', cioè altro rispetto all'Italia. Abolire il Mezzogiorno non significa certo abolire i problemi dell'Italia, dalla povertà alla criminalità, dal cattivo stato delle infrastrutture urbane alla disoccupazione, né evitare di notare che questi sono più intensi al Sud. Significa tornare a usare il termine ‘ Mezzogiorno' per designare un territorio, un punto cardinale, una cultura, una parte del paese con non poche diversità dal resto, con i suoi vizi e le sue virtù, non come un problema in sé. […] Abolire il Mezzogiorno significa che occorre discutere non delle politiche straordinarie per il Sud ma delle politiche ordinarie per l'Italia ” 1. Il concetto è stato ulteriormente chiarito, con una descrizione sintetica: “ Abolire il Mezzogiorno significa, insomma, privare la politica nazionale così come le comunità locali del Sud di un grande alibi: quello dell'eternità del problema meridionale; e quindi […] della ragionevolezza degli interventi di sempre, di un po' di incentivi, di un po' di assistenza. […] È del tutto illusorio pensare di far crescere davvero il Sud, e di conseguenza l'intero paese, con qualche politica speciale ‘per il Mezzogiorno' . L'unica strada, complessa, difficile e pericolosa è quella di rivedere a fondo l'insieme delle politiche economiche dell'Italia dell'euro, e le modalità di una loro riorganizzazione fra centro e periferia. Altro che ‘ Mezzogiorno'” (Viesti 2003, XVI).
Tuttavia, questo orientamento, che affondava le radici nelle correnti revisionistiche legate all'esperienza della rivista “Meridiana” 2 e che ha dominato incontrastato lo scenario del dibattito sul Mezzogiorno fino agli ultimi anni, non è stato in grado di fornire una soluzione al problema, a cominciare dalle “politiche ordinarie” di carattere nazionale: infatti, con l'avvio del nuovo millennio è tornato man mano, ma inequivocabilmente, d'attualità il tema del mancato “decollo” dei territori meridionali e del ritardo complessivo del Sud rispetto al resto del paese. Inoltre, l'opera di revisione condotta dall'orientamento storiografico preponderante, in assenza di contraddittori, si è sviluppata senza limiti, fino a rasentare paradossalmente, in alcune delle sue espressioni estreme, una sorta di “leghismo” del Sud, che, oltre a negare l'esistenza di una qualsiasi “questione”, ha esaltato la diversità “antropologica” delle popolazioni del Mezzogiorno e la bontà assoluta delle sue tradizioni originali, ha consacrato l'identità meridionale (Alcaro 1999), facendone risalire le sorti magnifiche e progressive al Medioevo e sostenendo la possibilità di uno sviluppo “endogeno”, tutto fondato sulle risorse locali, sul turismo, sull'ambiente e sull'agricoltura 3. Una visione che si ritrova, nei suoi termini generali, nell'elaborazione del “pensiero meridiano” di Franco Cassano (1996), attraverso la riformulazione dell'immagine che il Sud aveva di sé: non più una periferia arretrata, ma un nuovo centro motore, che promana da un'identità atavica, ricca e molteplice, autenticamente mediterranea. Come è stato precisato: “Il pensiero meridiano è l'idea che il Sud abbia non solo da imparare dal Nord, dai Paesi cosiddetti sviluppati, ma abbia anche qualcosa da insegnare e quindi il suo destino non sia quello di scomparire per diventare Nord, per diventare come il resto del mondo. C'è una voce nel Sud che è importante che venga tutelata ed è una voce che può anche essere critica nei riguardi di alcuni dei limiti del nostro modo di vivere, così condizionato dalla centralità del Nord-Ovest del mondo. Io credo che il Sud debba essere capace di imitare, ma anche di saper rivendicare una misura critica nei riguardi di un mondo che ha costruito sull'ossessione del profitto e della velocità i suoi parametri essenziali” (Cassano 2002).
Volendo andare più indietro nel tempo, all'inizio degli anni settanta del Novecento per l'esattezza, va posta in risalto l'opera – particolarmente in voga in quel periodo, tanto da far diventare i loro volumi “di tendenza” – di due autori come Edmondo M. Capecelatro e Antonio Carlo (1972; 1973), che ha rappresentato, in qualche modo, un vero e proprio prodromo della successiva attività revisionistica in campo storiografico. Questi autori criticavano le interpretazioni tradizionali della storia meridionale, mettendo in discussione la tesi di un Sud “sottosviluppato” perché atavicamente arretrato, semifeudale, ancora pre-capitalistico. Attraverso un'analisi socio-economica del Mezzogiorno pre-unitario, Capecelatro e Carlo sostenevano che il divario Nord-Sud, al momento dell'Unità, non esistesse (o, comunque, non fosse determinante) e che la dialettica sviluppo-sottosviluppo si fosse instaurata nell'ambito di uno spazio economico unitario, quindi ad unificazione compiuta 4. A questa impostazione, che pareva condurre ad una rivalutazione delle condizioni del Mezzogiorno durante il regime borbonico, si sono collegate anche ricerche più recenti (Petrusewicz 1998).
La pubblicazione della raccolta di scritti di Giuseppe Galasso nel 2005 rappresenta forse il momento più significativo di turning point di tutta questa vicenda, quando, cioè, è ripresa una vera dialettica di posizioni – assente per quasi un quindicennio dal panorama del dibattito storiografico, politico ed economico – e il Mezzogiorno ha cominciato di nuovo ad essere interpretato come un “problema aperto” a livello nazionale 5. Egli stesso ha ricordato come, ancora nel 2000, quando si descriveva un Sud problematico, lo stupore e l'incomprensione erano senso comune: “La sorpresa nacque per la mia rappresentazione di un Mezzogiorno ancora coinvolto in pieno, e in tutto il suo complesso, in una condizione di grave deficienza di sviluppo moderno, che manteneva vivo nella sua eloquente portata il dualismo italiano nella struttura economica e sociale del paese. La convinzione comune era, invece, che il Mezzogiorno avesse realizzato sviluppi recenti tali da doverlo ormai considerare sulla strada di un sostanziale pareggiamento alle condizioni della restante Italia. Per tale convinzione la ‘ questione meridionale' appariva ormai obsoleta sia come realtà di fatto che come criterio di analisi e di giudizio ”. Secondo questa ricostruzione di Galasso (2005, 8), nella “convinzione comune” si inseguivano due Mezzogiorni: “Da un lato, dunque, un Mezzogiorno animato da ritmi di crescita superiori a quelli di altre parti dell'Italia; dall'altro, un Mezzogiorno al di fuori della ‘ questione' . Tutta una corrente di studi confortava queste valutazioni della politica e dell'economia. Si era cominciato dagli anni '80 a parlare della necessità di considerare il Mezzogiorno senza il meridionalismo: che significava, al tempo stesso, considerare l'ottica della famosa ‘ questione' inappropriata alla realtà meridionale non solo dell'oggi, bensì anche del passato. Quale dualismo italiano? Si giungeva a negare, senza mezzi termini, l'importanza del divario, attestato da tutti gli indicatori statistici, fra l'Alta e la Bassa Italia. Quale Mezzogiorno? Bisognava scomporre il Mezzogiorno in parti e settori che, costituendone la vera essenza, vanificavano ogni fondatezza, anche storica, della ‘ categoria Mezzogiorno' (così, con poca eleganza e proprietà semantica, si denominava la nozione di Mezzogiorno) ” 6.
In questo clima, “parlare di Mezzogiorno, questione meridionale, meridionalismo, dualismo e divario italiano come elementi significativi e attuali della realtà del Belpaese, e come un massiccio problema perdurante nell'agenda dell'economia e della politica italiana, rappresentava esporsi irrimediabilmente ai sorrisi di sufficienza di coloro che vedevano già in corso un'era nuova di conoscenza e di sviluppo della realtà italiana e meridionale, per cui veniva a mancare alla discussa e negata ‘categoria Mezzogiorno' il fondamento preteso dal ‘vecchio meridionalismo', dalla ‘vecchia politica', dalla ‘vecchia storiografia', e così via dicendo”(Galasso 2005, 9). Da ultimo, Galasso osservava che: “È difficile valutare il danno prodotto da queste convinzioni sia sul piano culturale che sul piano politico. Il mio habitus di storico mi porta sempre a chiedermi la ragione di una tale impertinenza di analisi, giudizi, prospettive […]. Mi porta a credere che ragioni, in questo caso, di certo non mancano; e che, volendo molto sinteticamente indicarle, le si possa agevolmente ravvisare sia nel progressivo deterioramento della spinta meridionalistica che caratterizzò l'Italia per un buon ventennio dopo la fine della guerra nel 1945, sia nella profonda crisi dell'intero sistema politico italiano tra la fine degli anni '80 e gli anni '90 del '900: con un nesso, quindi, fra vicende meridionali e vicende nazionali rispondente alla loro notoria, reciproca relazione” (Galasso 2005, 9) .
Un'altra significativa posizione di “resistenza” argomentata al revisionismo imperante, nel corso dell'ultimo decennio del Novecento, è rappresentata da Luciano Cafagna, che, dopo aver pubblicato un volume fondamentale al fine del consolidamento delle tesi “dualistiche” (1989), è tornato sull'argomento con la pubblicazione, sotto forma di pamphlet , di un lavoro sul contrasto tra Nord e Sud (1994). Cafagna si discosta dall'impostazione tradizionale su un punto essenziale di analisi, ritenendo “un luogo comune” la valutazione secondo cui il Mezzogiorno sia stato “una sorta di soggiogata colonia di sfruttamento, sulle cui sofferenze il Nord avrebbe costruito la propria fortuna” (Cafagna 1994, 7). Tuttavia, il suo rifiuto dell'idea di un Sud senza più problemi è netto, la sua riflessione cruda e impietosa: “Si poteva pensare […] che la ricchezza dinamica del Nord avrebbe potuto presto travasarsi nel Sud e aiutarlo a compiere il percorso che essa aveva conosciuto, sia pure con ritardo. Il travaso avrebbe potuto aver luogo attraverso l'intermediazione dello Stato, oppure (o anche) per diretta azione dell'investimento di capitali formatisi nel Nord, più o meno incoraggiati dallo Stato stesso. Ora noi sappiamo che travaso di capitali (o, meglio, di danaro) ce ne è stato, indiretto e diretto; ma che il Sud, su quella strada di crescita autonoma dello stesso tipo, non ci si è messo. Ha conosciuto un suo proprio sviluppo, ma in forme inabili ad autoriprodursi economicamente e, per ulteriore disgrazia, largamente associate a un dilagare di fenomeni malavitosi. […] Ma non è ancora tutto. Lo Stato, che avrebbe dovuto dirigere e sorvegliare lo svolgimento di un armonico processo di integrazione fra Nord e Sud, si è rivelato non solo incapace di questo, ma ha finito con l'essere coinvolto in quella rapina a mano armata, spesso dandole una mano. Nel migliore dei casi si è lasciato mettere in angolo paralizzato dall'impotenza” (Cafagna 1994, 8-10). Si tratta di parole del 1994, dalle quali non erano tratte conseguenze di rassegnazione e chiusura (“da questo a concludere però che sia giunto ora il momento di fare a pezzi l'unità d'Italia ce ne corre” – Cafagna 1994, 10), bensì l'idea che “il Mezzogiorno non può essere abbandonato”, ma “deve trovare soprattutto la via per fare da sé”: “Questo, con paradosso solo apparente, è l'unico modo per ottenere un fecondo aiuto dall'esterno – un esterno che potrebbe anche non essere solo l'Italia-nazione…” (Cafagna 1994, 13).
Questo studioso, infine, ha compiuto anche una valutazione complessiva del revisionismo, che egli definisce “nazio-meridionale”, attraverso un ragionamento di grande interesse per l'equilibrio, ma anche per la schietta ironia di cui è pervaso. Partendo dalla constatazione del fatto che questa corrente storiografica ha mostrato una progressiva “insofferenza linguistica” verso i termini consueti di “meridionalismo” e “dualismo”, fino a negare lo stesso concetto di “Mezzogiorno”, Cafagna è arrivato a supporre che “non troveremo più parole nel vocabolario e, al riguardo, potremo esprimerci solo con gesti, come Harpo Marx”; ma, soprattutto, ha riferito la “storiella” di un giornalista che “capitato in un paese della Sicilia, in mezzo alla folla di un funerale numeroso, chiese a una donna piangente, chi fosse il morto” e la donna “alzando appena il viso dal fazzoletto, gli rispose, a sua volta, chiedendo: ‘ Perché, morti ci furono?' ” ( Cafagna 1994, 81) . La relazione con il revisionismo è immediata, infatti: “A leggere certi scritti sembra che, per un qualche malinteso orgoglio, non ci siano mai stati e non ci siano ‘ morti' nel presente e neanche nel passato della storia economica e sociale del Mezzogiorno” ( Cafagna 1994, 81-82) .
Eppure, è lo stesso Cafagna a sostenere che vale la pena di “cercare di individuare e distinguere quali siano le tesi veramente significative e le evidenze di ricerca di questa ‘nouvelle vague' e sceverare quel che può apparire, invece, solo una curiosa e controproducente operazione retorica” ( Cafagna 1994, 82) . Infatti, nelle tre componenti fondamentali della revisione storiografica – la negazione di ogni “staticità della storia dell'area meridionale”, affermando, al contrario, “uno specifico dinamismo di quella storia”; la contestazione della “significatività di una considerazione aggregativa dell'area ‘ Mezzogiorno' , come tale”, a cui è stata contrapposta la rilevanza dell'articolazione dei territori regionali e locali; la proclamazione “dell'avvenuta modernizzazione delle regioni meridionali”, contro la stretta logica degli indicatori economici di crescita – vi sono elementi in grado di favorire una migliore e più approfondita comprensione della realtà meridionale, che “il mero schema della arretratezza appiattirebbe nel buio” (Cafagna 1994, 82-83). Tuttavia, Cafagna conclude, affermando chiaramente che “nelle enunciazioni più estreme, queste posizioni di revisione lasciano adito al sospetto, da un lato, di una forzatura retorica dovuta a una sorta di orgoglio seminazionalistico, un nazio-meridionalismo, e, dall'altro, forse, all'influenza di un ambiguo ‘ relativismo culturale' che è venuto accampandosi negli ultimi anni fra le rovine della crisi delle ideologie” ( Cafagna 1994, 84) . Da queste valutazioni, di oltre un decennio fa (Cafagna) e più recenti (Galasso), si può ripartire, per esaminare più da vicino le vicende del dibattito sul Mezzogiorno, l'evoluzione e lo stato dell'arte di una materia che non si presta a semplificazioni.