Marco Adorni
L'area protoindustriale di Bologna tra età moderna e contemporanea Il presente contributo ha origine dalla tesi di dottorato in Storia e informatica discussa dal sottoscritto in data 30 aprile 2004 (Università di Bologna – XVI ciclo) e consistente nella ricostruzione e nell'analisi degli assetti proprietari, delle tipologie e delle dimensioni produttive di quell'area ch'è stata teatro della straordinaria (e lunga) stagione protoindustriale bolognese. Sul piano spaziale si tratta, perciò, della porzione nord-occidentale dello spazio compreso fra il corso del canale di Reno e le mura cittadine; a livello temporale, del periodo tra la fine del Seicento e gli anni trenta dell'Ottocento.
L'area protoindustriale (base geometrica desunta dal Catasto Pio-gregoriano)[clikka per ingrandire]

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La ricostruzione micro-storica qui proposta è stata condotta sulla base di un approccio che ha utilizzato gli indici e le letture storiografiche relative ai fenomeni economici generali della città nella periodizzazione scelta per un confronto con le emergenze residenziali ed economico-produttive dello spicchio urbano specifico sotto osservazione. Ci riferiamo, in sintesi, a fenomeni quali: deindustrializzazione (crisi del setificio); diversificazione e conversione produttiva, rilancio del settore protoindustriale; stravolgimento dell'assetto proprietario e della struttura sociale tradizionale in seguito all'occupazione francese.
In termini pratici, tale confronto si esplica nella ricostruzione dell'intelaiatura microstorica all'interno di tali fenomeni generali, ovvero nella storia degli effetti (e dell'intensità) che questi fenomeni instaurano a livello della struttura economico-sociale delle vie e degli aggregati proprietari e sociali.
Occorre, anzitutto, partire da una prima osservazione di carattere metodologico. La ricostruzione dei passaggi di proprietà prima della redazione del Catasto urbano (1797) ha presentato una serie notevole di difficoltà: il problema principale risiedeva nel fatto che la distinzione degli stabili mediante numeri venne introdotta a Bologna solo nel 1794 (Fanti 2000, 14). Ma, attraverso l'utilizzo congiunto di alcuni “strumenti indiziari” 1 e il loro reciproco validarsi si è potuto comunque giungere a delineare l'assetto proprietario di ogni singola parcella.
I parametri quantitativi utili a determinare come i singoli proprietari e le relative parcelle abbiano partecipato dei fenomeni della deindustrializzazione, della diversificazione e della conversione produttiva sono stati desunti dalle fonti fiscali sui proprietari di immobili urbani 2 (numero delle ruote idrauliche, dei bacchetti e delle macchine operatrici), seguendo il percorso metodologico già tracciato da Alberto Guenzi.
Per l'enucleazione dei gruppi sociali ci si è basati sul criterio d'interpretare l'assenza, nelle fonti fiscali, del titolo nobiliare o ecclesiastico dall'indicazione del nominativo del proprietario, come segno dell'appartenenza di questi al cosiddetto terzo stato 3. Le prime informazioni desunte dai Campioni e dai Partimenti settecenteschi, sono state poi verificate nel confronto con gli elenchi nobiliari settecenteschi bolognesi 4.
Le analisi sul rilancio del settore protoindustriale, la mutazione intervenuta nelle strutture proprietarie e sociali, nelle tipologie formali di proprietà e nelle modalità di sfruttamento degli spazi urbani in seguito all'avvento napoleonico si sono, invece, potute avvalere dei dati del Catasto urbano (1797) e del Pio-Gregoriano (1831), che ci hanno fornito, oltre alle descrizioni analitiche del patrimonio immobiliare, due precisi parametri quantitativi: il numero di unità immobiliari possedute da ogni proprietario e il rispettivo valore imponibile. Se il valore imponibile (VI) costituisce un parametro naturale 5 delle fonti da cui l'abbiamo tratto, poiché il Catasto urbano e il Catasto Pio-Gregoriano lo riportano direttamente in forma numerica 6, il numero delle unità immobiliari (UI) è il risultato di un'opera di formalizzazione delle descrizioni immobiliari che abbiamo mutuato da Aldino Monti (1985). Si è trattato, in sostanza, di applicare la nozione di unità immobiliare come di ogni parte d'immobile che, nello stato in cui si trova, è di per sé stessa utile a produrre un reddito proprio.
La storiografia non ha sin qui mancato di dimostrare come non si possa discutere di storia economica di Bologna (e, a fortiori , del suo settore serico), senza passare preventivamente per un'indagine del contesto tecnologico, urbanistico e politico-istituzionale cittadino. Alberto Guenzi e Carlo Poni sin dal 1987 sono venuti indagando, in prima istanza, i processi di innovazione e le loro reciproche implicazioni, mostrando come essi influiscano profondamente sull'organizzazione dello spazio economico. Il caso del sistema idraulico artificiale di Bologna tra XII e XIX secolo può, dunque, essere preso come modello di analisi dei rapporti tra innovazioni tecniche e dello spazio urbano.
Secondo un documentato e ampiamente attendibile studio di Ivan Pini del 1987, la sequenza delle innovazioni che hanno costituito la storia del sistema idraulico nel lungo periodo ebbe inizio con la costruzione di due grandi manufatti, ognuno composto da chiusa e canale in muratura, per convogliare in città le acque del fiume Reno e del torrente Savena (fine del XII secolo). Il sistema così delineato mostrò enormi potenzialità energetiche. Lo straordinario elemento innovativo sul piano tecnologico è costituito dall'applicazione della ruota idraulica ai canali, grazie a cui si moltiplicano gl'insediamenti di minuscoli mulini da grano, gualchiere e impianti misti lungo i corsi d'acqua. Per la prima volta, Bologna utilizzava l'acqua come risorsa economica.
Del resto, la costruzione del sistema idraulico e l'avvio di un suo sfruttamento energetico si collocano in un periodo di vivaci trasformazioni sul piano politico-istituzionale ed economico (vedi la sostituzione della Curia del Podestà con un organismo collegiale, il Consiglio degli Anziani e Consoli – Dondarini 2000, 206-208). La costruzione delle succitate opere di derivazione e canalizzazione delle acque di Reno e Savena è, peraltro, da comprendersi entro un quadro composto, per un verso, da alcuni provvedimenti di carattere “liberistico” sul piano della politica economica urbana (vengono stipulati nuovi trattati commerciali con le città limitrofe per l'eliminazione reciproca di dazi), per l'altro dall'adozione di particolari agevolazioni per attrarre in città manodopera altamente qualificata del settore tessile in un'ottica di proiezione internazionale dei prodotti tessili bolognesi.
Altrettanto importante fu la dilatazione dello spazio urbano realizzatasi con la costruzione della terza cerchia di mura (la cosiddetta Circla , terminata in muratura verso il 1380) che si tradusse nell'urbanizzazione di canali e opifici idraulici che, in precedenza estranei ed esterni al contesto dello sviluppo economico (il quale era, e rimarrà, un fenomeno urbano), divennero elementi centrali nell'organizzazione degli spazi produttivi (Guenzi 1993, 11). La città viene attraversata da un processo di specializzazione degli spazi. In un luogo circoscritto le funzioni legate alla macinazione dei cereali (nuovi impianti di molitura del grano, molto più potenti degli altri cinquanta piccoli opifici già sparsi lungo i canali, che richiedono rafforzamenti della pendenza del canale di Reno). Nell'area settentrionale troviamo le ruote delle gualchiere per la follatura della lana; in quella meridionale le ruote dei magli per la lavorazione dei metalli (Guenzi 1981, 30-45; Makkai 1981, 165-181).
Tra il 1256 e '57, vengono liberati 5855 servi della gleba che ancora vivevano (e lavoravano) nei grandi possessi terrieri del contado. L'operazione determina maggiori livelli di produttività (Bocchi 1995, 37-38), maggiore disponibilità di prodotti sui mercati urbani e un flusso di manodopera verso la città.
Attorno alla metà del Trecento si ha l'applicazione della ruota idraulica al mulino da seta, che dà un impulso straordinario alla produttività del setificio. Alla fine del XIV secolo, il sistema urbano dei canali si può dire raggiunga uno stadio maturo, alimentando tra le cinquanta e le sessanta ruote idrauliche e organizzando, attorno a sé, le aree urbane in cui si concentrano le attività produttive, comprese quelle che non utilizzano l'energia idraulica, quali tintorie e concerie.
A causa dell'insufficienza di spazi per la costruzione di nuovi rami dei canali, a due secoli dal suo impianto, il sistema idraulico bolognese aveva ormai espresso tutte le sue potenzialità. La salvezza giunge nel corso del Quattrocento, quando chiavica e cantina trovano il sodalizio che fino allora era stato loro negato dalle case signorili, dando il via a un processo diffuso d'assemblaggio di canali, chiaviche e cantine che determinò un'ulteriore, e straordinaria, fase di sviluppo. Con la possibilità di derivare l'acqua dalle chiaviche, il sistema dei canali venne trasformato in una sorta di organismo idraulico costituito a livello macrostrutturale dalla presenza di tre canali (il canale di Reno, il canale di Savena, il canale Navile) che, inurbando le acque del fiume Reno e del torrente Savena, fornirono la condizione di base per il funzionamento del sistema idraulico bolognese; entro tale ampia maglia macrostrutturale trova poi un suo spazio il sistema microidraulico costituito da piccoli condotti (le chiaviche) in grado di (re-)distribuire capillarmente l'acqua.
L'“organismo” idraulico nell'area urbana (secc. XVI-XIX)

Fonte: Tozzi Fonatana 2001.
Furono insomma forme moderne di organizzazione del lavoro, gestione imprenditoriale del ciclo di produzione, uso innovativo dell'energia idraulica e tecnologia all'avanguardia (si veda soprattutto l'eccellenza acquisita nella tecnica di torcitura della seta 7), a dare ragione della supremazia tessile bolognese.
Per non dire del valore aggiunto garantito dal carattere corporativo del settore tessile, imperniato su un rigido sistema corporativo che prescrive vincoli di vario tipo.
Il gran castello stabile del filatoio

Fonte: Zambonini 1829.
Vi erano, essenzialmente, due settori operanti nel setificio: l'Opera bianca, che poteva impiegare solo sete gregge locali e l'Opera tinta 8, che lavorava le “forestiere”. Il prodotto dell'Opera bianca, le cosiddette “sete reali o nostrali” doveva essere controllato in tutte le fasi del processo produttivo, quindi venne concentrato in città (Poni 1976, 444-497). La produzione era dispersa in case (dove si praticava la tessitura), grosse botteghe artigiane (per l'increspatura) e manifatture; la torcitura svolta negli opifici a meccanizzazione integrale. Lo sviluppo tecnologico aveva, infatti, portato al passaggio dal filatoio lucchese tondo, mosso manualmente e con poche decine di fusi, ai modelli piemontesi, veneti e lombardi mossi da ruote idrauliche e in grado di lavorare migliaia di fili contemporaneamente.
I bozzoli, di cui era vietata l'esportazione, venivano acquistati nel mercato urbano, detto “il Pavaglione”, dai caldierani, in genere bottegai e negozianti, che li facevano trarre nelle proprie caldaie (la trattura essendo assolutamente vietata in campagna) e vendevano poi liberamente o meno (a seconda che fossero, rispettivamente, arbitranti o fatturanti) ai mercanti di veli la seta tratta. La concentrazione in città di tutte le fasi del processo produttivo dei veli assunse l'aspetto di uno straordinario caso di concentrazione verticale urbana della produzione - la concentrazione produttiva dell'Opera bianca, nel 1727, gravitava attorno a 17 ditte mercantili che impiegavano ben 6000 lavoratori, di cui la gran parte di sesso femminile - che diede cospicui redditi almeno fino alla metà del Seicento e si costituì, nel tempo medio, come un fattore positivo permettendo, infatti, efficaci controlli sull'uniformità produttiva.
Il sistema “chiuso” cominciò ad apparire anacronistico verso la seconda metà del Settecento, quando anche il monopolio delle corporazioni cittadine, tra cui quella dell'Arte della seta, viene messo seriamente in discussione dall'offensiva delle manifatture secondarie (tratture, concerie, mulini da seta). Il sistema protezionistico appariva oltremodo indifendibile per la profonda caduta delle esportazioni. Gli scontri politici, le guerre commerciali e la concorrenza erano potenti cause di crisi nel mercato internazionale che naturalmente si riflettevano, in Bologna, con crisi di sottoconsumo o sovrapproduzione (Dal Pane 1999, 259). Gli avvenimenti internazionali – su tutti, gli eventi seguìti alla Rivoluzione francese, che fecero venir meno le commissioni francesi, austriache, russe e svedesi – furono letali per il setificio bolognese a causa della loro coincidenza con una serie eterogenea di cause. Comparvero, infatti, nuovi mulini da seta, spesso integrati con impianti di trattura, in grado di produrre organzini più sottili, robusti e uniformi; la concorrenza di vari paesi - come Francia e Svizzera, dove si era sviluppata un'industria dei veli meno perfetta di quella bolognese che tuttavia riusciva a costi minori - divenne consistente; le rotte della seta greggia preferivano nuovi distretti industriali collinari-rurali (come Rovereto, Bassano e Racconigi), dove la manodopera contadina era a buon mercato, i mercati del nord Europa erano più prossimi e dove, dalla fine del Seicento, erano stati impiantati enormi mulini da seta ad opera di tecnici bolognesi; le politiche mercantilistiche degli stati padani, infine, che vietavano l'esportazione delle sete gregge non trasformate in organzini, non vennero affrontate dall' elite senatoriale bolognese con le opportune misure: si continuò a rifiutare il catasto e l'abrogazione del dazio sui bozzoli, mentre la costruzione dell'azienda tessile creata sul modello della tecnologia piemontese e a capitale misto - pubblico e privato - con conduzione di Bernardo Giovanardi, non acquisiva forza diffusiva.
Così, tra il 1789 e il 1790, si assiste a una netta flessione nell'esportazione dei veli, mentre la ripresa degli anni 1791, 1792 e 1793 non raggiunge comunque i volumi esportati quattro anni prima. È, questa crisi, un forte elemento di rottura nell'equilibrio dell'economia bolognese che traeva alimento dalla complessa maglia delle norme legislative regolanti i rapporti città-campagna e tutta l'arte della seta, dalle prime trasformazioni al prodotto finito.
Il ceto dirigente dei grandi proprietari fondiari tentò di stimolare l'acquisto dei bozzoli concedendo prestiti a mercanti e caldierani, ma la misura provocò ulteriori danni. In seguito, la pubblica autorità sancì, con l'Editto del 5 giugno 1791 e la Provvisione del 1796, la libertà nell'utilizzo della seta, la libertà di trattura in campagna e di estrazione dalla Legazione. In questo modo, si pervenne a far convergere l'interesse dei mercanti, dei proprietari e dei contadini entro una formula liberistica che, pur distruggendo i privilegi cittadini e corporativi, gettava le fondamenta per la formazione di un libero mercato del lavoro.
La costituzione della Repubblica Cisalpina (1797) fece scomparire del tutto il sistema protezionistico, le Arti e, con loro, l'Opera bianca e tinta.
Con la rottura di questi vincoli si apriva la strada all'affermazione della piccola industria libera, ma nel breve periodo la misura non fu sufficiente a dare ossigeno all'economia e lavoro agli indigenti.
Anche a Bologna prende corpo la “questione urbana”, uno dei momenti salienti della crisi che aveva trovato nelle città lo spazio di interazioni esplosive. La stagnazione e la crisi dell'agricoltura tradizionale e delle corporazioni industriali, gli inizi di processi produttivi capitalistici, avevano causato una pauperizzazione senza precedenti che le strutture cittadine non erano in grado né di contenere né di fronteggiare (Sori 1982; Tilly 1984).
Con la convinzione che per risolvere la crisi fosse necessario mettere mano alle proprietà della Chiesa, la soppressione dei beni ecclesiastici fu accompagnata da grandi aspettative. Se lo stato francese afferma il diritto di sottrarre al clero la gestione dell'assistenza e dunque di confiscarne le sostanze onde finanziare le nuove competenze pubbliche è anche perché alle sue spalle monta “un movimento d'opinione che considera l'assistenza ai poveri uno stretto dovere dello Stato” (Gutton 1977, 131).
A Bologna vennero alienate ai privati o al Demanio napoleonico diverse categorie di immobili urbani, non solo ecclesiastici. Le operazioni di alienazione (1798-1803) si svolsero secondo successive ondate di vendite nel quadro di specifiche leggi.
Tra gli edifici pubblici laici sottoposti a soppressione troviamo quelli di proprietà degli organi dello Stato e del Comune 9, delle Arti e del Collegio dei Notari. Tra quelli ecclesiastici gli immobili di proprietà di collegi, conventi, monasteri, compagnie e congregazioni. Naturalmente rientrano tra i patrimoni delle compagnie anche gli ospedali che vennero unificati come tutti gli enti di assistenza. È il caso dell'ospedale Maggiore che, nel 1810, ingloba i patrimoni dell'ospedale Azzolini, S. Biagio, S. Francesco, della Vita, della Morte, Ss. Trinità, nonché quelli dell'Altare della Vita, della Congregazione del Suffragio nella Chiesa della Morte e dello Stato Fioravanti. Furono invece esclusi dalla soppressione gli arcivescovadi, i vescovadi, i seminari, i capitoli cattedrali, i capitoli delle collegiali più insigni, le parrocchie e loro succursali, le suore di carità e le case per l'educazione di femmine. La gran parte degli edifici soppressi era costituita dai conventi maschili e femminili, acquistati prevalentemente dal potere pubblico nell'ottica di una grande operazione di “riciclaggio” (Ravaioli 1982, 104) o riconversione funzionale del centro monumentale urbano. Operazione che, pur se non sempre condotta in modo continuo, permise la parziale realizzazione di quel modello di città in quanto centro di servizi, cui puntava la politica urbanistica napoleonica (Godoli 1980, 1146). I privati ne acquistano solo il 18% e tra gli acquirenti spicca prepotentemente il terzo stato (Monti, 1985, 132 e 135-140).
Nemmeno la soppressione dei beni della Chiesa, tuttavia, produsse gli effetti economico-finanziari attesi. Nella Bologna ottocentesca il quadro economico rimarrà stagnante. I dati relativi all'esportazione di seta grezza e dei prodotti finiti, dal 1806 al 1811, mostrano andamenti contraddittori: lo smercio della seta grezza è addirittura in aumento fino al 1810 (nel 1811 si assiste a una sua lieve flessione), mentre i prodotti finiti diminuiscono, in valore di merce esportata, del 70% ca. nel quinquennio succitato. Il che ci fa concludere che la crisi investì principalmente le manifatture di seta, nonostante i provvedimenti del governo napoleonico, come la diminuzione del dazio e la concessione di prestiti (Dal Pane 1999, 272). Perciò, dal 1806 al 1811, il numero totale degli operai del settore tessile subì una diminuzione del 50% circa.
Durante la Restaurazione, l'industria serica bolognese segnò un processo di decadenza inarrestabile che condusse al completo esaurimento dell'esportazione di veli e tessuti, rimanendo solo l'esportazione dei semilavorati e della materia prima.
La decadenza aveva già dato ampi segni di sé ben prima della fine del XVIII secolo. La storiografia ha collocato alla fine del Seicento il momento iniziale di un processo di deindustrializzazione strutturato in tre fasi, ognuna con caratteristiche peculiari.
La prima fase (1683-1697) è costituita da riduzioni nel numero e nella produttività dei mulini da seta, nonché dalla loro concentrazione nelle mani di pochi proprietari; le cause non vanno ascritte solo a fattori di concorrenza esterni ma anche alla fine dell'età delle trasformazioni urbane e delle innovazioni.
La seconda fase della deindustrializzazione, fortemente influenzata dalla crisi del settore serico, comincia con i primi anni del Settecento e termina all'incirca nel 1788. Cala nettamente, in questa fase, il numero degli edifici idraulici e il numero delle ruote mentre cresce ancora la concentrazione dei mulini da seta.
La terza fase (1788-1798), si presenta con una diminuzione nel numero dei mulini da seta, il crollo della produttività dei filatoi e la diversificazione produttiva.
Ma, pur aggravandosi la crisi del setificio, il settore protoindustriale negli ultimi anni del XVIII secolo si mostra in ripresa: si assiste a un consistente aumento nel numero degli edifici idraulici destinati alla lavorazione dei prodotti agricoli. Ciò che si realizza è una vera e propria riconversione produttiva, il cui elemento determinante fu, senza dubbio, la flessibilità del sistema di distribuzione dell'energia idraulica dell'area delle chiaviche. Le chiaviche possono infatti aprirsi e chiudersi, e le canalizzazioni possono raggiungere aree anche molto distanti dal canale di Reno.
In coerenza con il paesaggio industriale urbano di fine Settecento, che pare mostrare i primi segni della riconversione dell'intera economia cittadina verso la trasformazione dei prodotti agricoli, la riconversione produttiva si può sostanzialmente riassumere nei termini “epocali” di un passaggio dalla lavorazione della seta alla brillatura del riso.
La storia della nostra area protoindustriale, pur profondamente collegata a quella della città, presenta, in alcuni frangenti, un'identità propria, caratterizzata da tratti decisamente singolari.
Lo è, in prima istanza, nella sostanziale assenza di una prima fase di deindustrializzazione, cronologicamente connotata tra la fine del XVII secolo e l'inizio di quello successivo. Tutte le vie della nostra area, ad eccezione di via San Carlo e via Riva Reno, mantengono lo stesso numero di filatoi; anche grazie al significativo apporto di via Riva Reno, Molinella-Fontanina e Pugliole S. Bernardino – per un'eccezionale aumento delle dimensioni e, per le ultime due vie, in virtù d'una forte crescita nel numero degli impianti – il livello della produttività media e totale aumenta considerevolmente. L'apporto delle singole vie al quadro complessivo dell'area e l'assetto sociale dei proprietari di filatoi rimarranno in proporzione invariati, anche quando il numero dei filatoi e la loro concentrazione mostreranno i segni caratteristici della seconda fase della deindustrializzazione. Infatti, nel 1788, con la netta diminuzione nel numero degli impianti e l'aumento del loro indice di concentrazione, anche il distretto industriale viene intaccato dalla congiuntura negativa. Attorno a questi anni, del resto, la borghesia, pur controllando un numero minore di mulini da seta, si conferma ai medesimi e mediocri livelli di fine Seicento. Dei tre maggiori proprietari di mulini da seta, due sono ancora nobili, Giuseppe Zagnoni e Giuseppe Facci Libbi. Il secondo proprietario per numero d'impianti, il borghese Antonio Rizzardi è, dunque, un caso straordinario entro la sua classe sociale.
Quanto all'affermata continuità dello “scacchiere” produttivo ne portiamo prova statistica di per sé evidente nel sottolineare l'esistenza di due veri e propri gruppi di vie, caratterizzati in modo netto da specifiche peculiarità.
Il primo gruppo, costituito da via Riva Reno, Apostoli-Azzo Gardino e Molinella-Fontanina, che mostra un'impressionante superiorità produttiva tessile per tutto il periodo 1683-1788. La percentuale media di apporto al totale dell'area è, infatti, del 91%; il secondo gruppo, costituito da Pugliole San Bernardino, via San Carlo e Borgo Polese, che per tutto il periodo testé accennato si attesta mediamente attorno a una produttività del 9%.
Le dinamiche interne a ogni gruppo non meritano di essere, in questa sede, analizzate. Ci limitiamo, qui, a sottolineare che, a proposito del primo gruppo, un dato straordinario è quello della piccola Molinella-Fontanina, non solo per il fatto di mostrare, a partire dal 1697, una vivacità nel panorama del setificio decisamente sorprendente, ma anche perché si riconverte, tra il 1788 e il 1798, con grande flessibilità, a produzione alternative alla seta nel momento in cui il settore tessile dà ormai segni di un'inevitabile tramonto. Medesima flessibilità mostra anche via Apostoli-Azzo Gardino, che del resto mostra una struttura produttiva tessile molto forte e, anche in questo caso, eccezionale, nella misura in cui la si confronti con quella di via Riva Reno, le cui grandezze immobiliari sono, in un certo modo, la causa naturale della sua superiorità produttiva. Si consideri che, nel 1797, via Riva Reno concentra il 33% delle unità immobiliari di tutta l'area, Molinella-Fontanina solo l'11%, via Apostoli-Azzo Gardino il 13,6%.
Entro il secondo gruppo, si deve far notare come, a partire dal 1697, il livello della produttività di Pugliole San Bernardino, nonostante l'esiguità del suo patrimonio immobiliare – nel 1797 occuperà l'ultimo posto per quantità di unità immobiliari – sia molto più alto di quello di via San Carlo, che pure è tra le vie più grandi per patrimonio immobiliare. Nel 1697, Pugliole San Bernardino mostra una produttività doppia rispetto a quella di via San Carlo; nel 1788, il divario è addirittura in un rapporto di 1/10.
Borgo Polese costituisce un caso di grande atipicità. Non vi troviamo nemmeno un filatoio in tutte le rilevazioni di fine Seicento e in quella del 1788. Eppure, nel 1797, con 8 unità immobiliari finalizzate a “nuove” attività industriali (2 cartiere, 1 mulino da galla, 3 mulini da olio, 2 pile da riso), supera largamente i livelli produttivi di via San Carlo (2) e di Pugliole San Bernardino (1). Vi è dunque la nascita di una nuova attitudine produttiva che, tra l'altro, viene ribadita anche nel 1831, con ben 12 unità immobiliari industriali, tra i cui motivi principali troviamo il raddoppiamento degli impianti per la brillatura del riso e la costruzione di tre nuovi mulini da grano.
Abbiamo, quindi, individuato la fase iniziale (metà del Settecento) e della maturità (tra 1798 e 1800) di un processo di diversificazione produttiva che è stato determinante nel creare prima le basi di una ripresa, ancorché modesta, del settore industriale, poi della riconversione produttiva ottocentesca. Dal 1750 ca. alla fine del XVIII secolo, cominciano a imporsi altre attività produttive, sostanzialmente legate alla trasformazione dei prodotti agricoli, in parallelo alla lavorazione della seta, soprattutto entro lo stesso insieme proprietario: si può infatti dire che diversificazione e polifunzionalità vadano di pari passo e nell'origine e nel tramonto, causato dalla riconversione produttiva. Di particolare rilevanza l'introduzione della brillatura del riso – di cui si hanno i primi segni tra 1782 e 1785 – che, a partire dalla dominazione francese, prenderà gradualmente a dominare gli scenari produttivi.
Gli anni dell'imporsi della diversificazione/polifunzionalità (1798-1800) sono anche quelli dell'affermazione di Matteo Gaspare Leonesi e Felice Brunoni, due esponenti di un ceto medio che sta imponendosi nel panorama della proprietà immobiliare secondo prevalenti destinazioni d'uso. Abbiamo già più volte sottolineato come, tra 1797 e 1831, i maggiori incrementi in termini di unità immobiliari si hanno nel gruppo di destinazioni d'uso composto da scuderie, stalle, rimesse, fienili, granai, lavanderie, orti, prati, botteghe, laboratori, tintorie, macellerie, magazzini e depositi a uso commerciale. Verificando le attitudini d'uso all'interno e fra i gruppi sociali siamo stati in grado di affermare che, nell'arco di 34 anni, i comportamenti delle due classi principali, aristocrazia e borghesia (gli ecclesiastici perdono le loro posizioni a seguito delle soppressioni, gli enti pubblico-laici non sono presenze significative nell'area protoindustriale nemmeno nel 1831) siano antitetici. I primi, tendendo allo sfruttamento industriale a scapito dell'uso puramente residenziale; i secondi, essendo promotori di un'accumulazione immobiliare informata all'identificazione della casa e dei luoghi annessi per attività secondarie come beni rifugio.
Entro le vie più industrializzate (il succitato primo gruppo) il passaggio dalla storica prevalenza degli usi industriali (escludendo, naturalmente, l'ovvia supremazia della categoria residenziale) a quelli tipicamente agricoli, artigianali o commerciali, presenta situazioni di partenza e modificazioni successive piuttosto articolate.
In via Riva Reno, per esempio, questo processo ha già avuto luogo nel 1797. La ragione non è ravvisabile solo nel fatto quantitativo; il dato cioè non è interpretabile nell'ottica di una borghesia di via Riva Reno più “presente” della borghesia di altre vie perché, per esempio, la borghesia di Molinella-Fontanina controlla il 65,5% del valore imponibile; certo, a fronte di quella di via Apostoli-Azzo Gardino (42,4%), per non parlare del gruppo delle vie meno industrializzate (21,5%), il 53,8% di via Riva Reno si costituisce come una posizione di grande rilievo. Con tutta probabilità i soggetti borghesi di via Riva Reno maturano in anticipo quell'atteggiamento mentale della piccolo-media borghesia tendente a concepire l'immobile come bene rifugio. Nel 1831, naturalmente, a una ulteriore crescita del valore imponibile concentrato dalla borghesia (65,6%) si rafforzano le destinazioni agricole e commerciali.
In via Apostoli-Azzo Gardino e Molinella-Fontanina, invece, nel 1797 sono ancora gli usi industriali a essere predominanti. Ma nel 1831 le situazioni sono completamente differenti: se la prima mostra una netta preponderanza verso la destinazione agricola, Molinella-Fontanina vede ancora gli usi industriali prevalere sugli altri. L'atipicità negli usi di questa via è strettamente correlata a un fenomeno altrettanto atipico nella trasformazione della struttura sociale proprietaria. Se nel 1797 la borghesia concentra il 65,5% e l'aristocrazia il 20,4% del valore imponibile, nel 1831 la borghesia scende al 54,5% mentre l'aristocrazia sale al 45,5%. Dunque, la borghesizzazione pare non aver toccato Molinella-Fontanina ed essa è la ragione prima della persistenza ai vertici degli usi industriali (opifici).
Nel secondo gruppo, quelle delle vie meno industrializzate, tra 1797 e 1831 si assiste a una netta affermazione degli usi artigianali-commerciali. Anche in questo caso le modificazioni nell'assetto sociale della proprietà immobiliare paiono manifestamente esserne la causa: a livello di valore imponibile la classe aristocratica passa dal 27,2% al 15% mentre quella borghese dal 21,5% al 61,5%.
Si è parlato, fin qui, di borghesizzazione. Non si poteva descrivere il trionfo della borghesia nella proprietà immobiliare del 1831 che con tale termine. Ma si consideri anche questo. Già nel 1797 la classe borghese dell'area protoindustriale detiene una posizione di superiorità rispetto a quella dell'aristocrazia. È questo, forse, il dato ancor più significativo o comunque che rende ancor più vera l'immagine di un distretto industriale caratterizzato da una propria identità. Nel contesto cittadino, infatti, la proprietà borghese si limita a tallonare quella aristocratica; qui, invece, la borghesia già prevale (sebbene non ancora con gli ampi margini del 1831) sia in termini di unità immobiliari sia di valore imponibile. Quanto, infine, al ruolo delle soppressioni è bene ribadire che la nostra area ribadisce la sua soggettività anche nell'ambito della tipologia formale dei suoi fruitori. Se nell'ambito del centro monumentale i beni soppressi della proprietà ecclesiastica erano andati in larga misura a costituire i patrimoni immobiliari delle nuove istituzioni pubblico-laiche, nel distretto industriale la soppressione va, invece, a vantaggio quasi esclusivo dei privati, pressoché tutti borghesi. Quando anche, come abbiamo tentato di dimostrare, la soppressione non si costituisca come causa determinante la borghesizzazione – fenomeno a parte la cui massima espansione si verifica in un arco di tempo parallelo a quello in cui si concretano le soppressioni (tra il 1803 e il 1810) – purtuttavia essa fu l'origine da cui scaturirono i più cospicui gruppi proprietari esistenti nel 1831.