N. 13 - Febbratio 2007


ISSN 1720-190X





Paolo Soave

Tecnocrazia, sviluppo e colonialismo nel pensiero e nell'opera di Oreste Jacobini

Fra i fondi di particolare interesse storiografico conservati presso l'Archivio storico dell'Eni, a Pomezia, figura quello che offre ampia testimonianza del servizio di lungo corso di Oreste Jacobini, figura notevole di grand commis , studioso e pubblicista che rivestì rilevanti incarichi statali nei primi decenni del '900 1. Nato a Genzano il 2 ottobre 1867, conseguì la laurea in ingegneria civile nel 1891 e fu assunto dalla Società per le strade ferrate meridionali. Proiettato immediatamente nella “vita di cantiere fra masse operaie e personale tecnico di assistenza” 2, il giovane Jacobini scoprì la sua prima ma non unica vocazione, quella per la progettazione della rete ferroviaria, inizialmente applicata all'Italia, poi estesa anche ad altri paesi 3. Nel 1898 fu chiamato alla Direzione lavori e costruzioni Ancona, dove ampliò il campo delle proprie attività all'ambito della produzione di energia idroelettrica, ma fu nel 1915, al Commissariato generale combustibili, che Jacobini prese a confrontarsi con il settore destinato ad alimentare la competizione internazionale più serrata, quella della ricerca e dello sfruttamento del petrolio 4. Acquisite in pochi anni le competenze tecnico-scientifiche necessarie per coniugare, al servizio dello sviluppo economico-sociale del paese, i trasporti con il reperimento delle risorse energetiche, dopo essersi occupato fino al 1920 della Direttissima Bologna-Firenze 5, Jacobini fu inviato a sperimentare sul campo le sue conoscenze tecniche, nel lontano Ecuador.

All'America Latina l'Italia aveva preso a guardare con una certa attenzione a partire dalla seconda metà dell'800, quando essa era divenuta destinazione privilegiata del movimento migratorio nazionale (Vernassa 1996; Ciuffoletti , D egl 'I nnocenti 1978; Guarnieri Calò C arducci 2001, 82-83). Lungo il meno noto versante andino si era spinta nel 1919 la missione affidata al tenente colonnello Benedetto Accorsi, al fine di “assumere dati ed informazioni circa la possibilità di stringere nuove e più intime relazioni di affari con qualcuna delle Repubbliche Sud Americane” 6. Nella sua relazione conclusiva Accorsi scrisse che l'Ecuador era “ricco di minerali di ogni genere”, fra cui l'oro e il petrolio, che, reperibile ad appena otto metri di profondità, sarebbe stato facilmente valorizzabile “qualora gli antiquati mezzi tecnici colà in uso [fossero stati] sostituiti con mezzi moderni”, e si fosse ovviato al mero accaparramento operato da una società americana “per evitarne ad altri lo sfruttamento” (Missione militare commerciale italiana per l'America del Sud 1920, 12-14). In sostanza l'Italia, che vi manteneva quale rappresentanza diplomatica un modesto consolato di secondo rango, avrebbe potuto agevolmente attuare una penetrazione economica in Ecuador 7. Sulla base di questi elementi nel 1920 l'ingegner Leopoldo Parodi Delfino, fondatore della Compagnia Italiana per l'Equatore 8, condusse “un'accurata inchiesta sulle condizioni naturali, economiche e politiche di quella Repubblica” 9. Nell'ambito di tale missione il compito affidato a Jacobini risultò tecnicamente fondamentale. In breve varie squadre di personale “costituite ciascuna di un elemento agricolo, uno industriale, uno minerario, uno tecnico ed uno commerciale, visitarono e percorsero le varie regioni dell'Equatore”, per effettuarne una completa ricognizione. Contestualmente la Compagnia avviò la collaborazione con le autorità locali, per conoscere il funzionamento dell'apparato amministrativo e verificare le esigenze del paese. Il programma delle opere da realizzare che ne scaturì fu, quindi, concordato. In tal modo per Jacobini la Compagnia pose “le fondazioni di un grandioso edificio”, con manifestazioni concrete del suo impegno, ovvero “attuando qualcuno fra i lavori più appariscenti che val[evano] a confermare nel pubblico la sensazione della sua [della Compagnia] effettiva capacità a fare quanto [aveva] detto di saper fare” 10. Nelle sue dettagliate relazioni egli descrisse un paese premoderno, le cui vie di trasporto erano costituite prevalentemente da carrettiere, “per la massima parte in condizioni molto cattive di conservazione”. I “trasporti vi si fa[cevano] a schiena di animale”, con grave limite per lo sviluppo dei commerci. Di fronte a tali condizioni egli sosteneva l'“opportunità di soprassedere” a qualsiasi serio investimento nel settore dei trasporti 11. Passando alla questione petrolifera, Jacobini concentrò le sue osservazioni in una organica relazione del dicembre 1920 12. Lo scenario petrolifero ecuadoriano, in buona misura ancora allo stato potenziale per l'incompletezza delle prospezioni nell'estesa regione orientale amazzonica, la “assoluta mancanza di mezzi adeguati di comunicazione e trasporto e l'estensione grandissima del territorio equatoriano rispetto alla entità demografica del paese stesso”, costringevano le autorità di Quito ad affidarsi a società straniere 13. Per Jacobini l'Ecuador necessitava innanzitutto di strumenti legislativi adeguati in materia petrolifera, che garantissero “un attivo intervento dello Stato in campo minerario”. Nonostante le risorse del sottosuolo fossero state dichiarate demaniali dal vigente Codigo de Minas, nel progetto di legge allo studio delle autorità egli ravvedeva “i caratteri di un provvedimento a difesa di interessi privati, piuttosto che di interessi pubblici statali”. Esso pareva concepito per “sanzionare accaparramenti in corso […] in quanto si preoccupa[va] di salvare i diritti di coloro che avevano sollecitato concessioni, che […] si trovavano ancora in istruttoria” 14. “L'indipendenza tecnica ed industriale in un futuro più o meno prossimo dello Stato Equatoriano nel campo petrolifero [era] – proseguiva Jacobini – praticamente esclusa dal progetto di legge esaminato” perché esso non prevedeva il riscatto degli impianti e l'esercizio diretto delle miniere date in concessione. Inoltre, dato che l'esportazione non veniva disciplinata, esisteva il rischio che l'attività produttiva venisse dirottata in altri paesi, senza alcuna considerazione per le esigenze locali. Anche la durata delle concessioni rimaneva aleatoria, senza alcuna distinzione fra fase di ricerca e successivo sfruttamento. Il principio, cui sembrava improntato il provvedimento, “a maggior capitale maggior concessione”, era del tutto sconveniente per un paese debole come l'Ecuador, che non avrebbe dovuto privarsi degli investimenti certi, realizzabili con capitali minori, economicamente e politicamente meno invasivi di quelli attuati dalle maggiori società petrolifere internazionali. Esso per giunta avrebbe favorito, non limitando l'estensione delle concessioni, fenomeni di accaparramento. La “dottrina petrolifera” di Jacobini, strutturata su una legislazione monopolistica che riservava alle autorità pubbliche anche il controllo delle ricerche, avrebbe perfettamente coniugato gli interessi nazionali ecuadoriani con quelli di un soggetto esterno, non invasivo, come si proponeva di essere la Compagnia, che secondo l'ingegnere avrebbe dovuto investire nel paese andino limitando alea e oneri, beneficiando di particolari esenzioni e suddividendo introiti e costi, relativi alla realizzazione di infrastrutture di utilità sociale, con lo Stato dell'Ecuador, senza dover competere sul terreno del liberismo sfrenato con le più potenti majors petrolifere.

Nel dicembre 1919, la Leonard exploration company di New York aveva richiesto al governo di Quito una concessione su una vasta area dell'Ecuador orientale 15. Jacobini rilevò subito i rischi del caso, anche per il nascente interesse italiano, qualora gli americani avessero strappato il controllo per almeno 50 anni, come richiedevano, di una zona la cui ricchezza petrolifera doveva essere ancora accertata ma tale, per la sua ampiezza, da “costituire un piccolo Stato nel grande Stato”. Jacobini intuiva che qualora la presenza di greggio fosse risultata inapprezzabile, o eccessivi i costi per la sua messa in valore, la risorsa sarebbe stata semplicemente immobilizzata. L'Ecuador, per veder garantito il proprio sviluppo, aveva tutto da guadagnare da prospezioni circoscritte e da una rapida valorizzazione delle risorse accertate. Pertanto occorreva limitare “nel tempo e nello spazio” le concessioni, precedute e condizionate da studi geologici e da prospezioni preliminari con risultati certi 16. Inoltre, la società concessionaria avrebbe dovuto assumersi l'onere di sostenere le spese infrastrutturali relative alla costruzione di strade e servizi per i centri abitati limitrofi ai campi petroliferi, e l'impegno a cedere all'Ecuador la proprietà di impianti e macchinari al termine della concessione per garantire la continuità d'esercizio nell'interesse dello sviluppo locale. A fronte di una suddivisione degli utili dell'attività estrattiva fra i due soggetti, la società concessionaria avrebbe dovuto beneficiare di esenzioni da “qualunque tassa sia governativa che dipartimentale e cantonale per la coltivazione mineraria del sottosuolo e per l'esercizio industriale della azienda petrolifera”. Il decreto parlamentare che approvò il contratto stipulato dal governo ecuadoriano con la Leonard sembrò accogliere le riserve e i suggerimenti che Jacobini aveva formulato. Limitata nell'estensione e nel tempo, la concessione fu condizionata alla rapida individuazione di risorse petrolifere certe, garantì alla società americana le previste esenzioni ma le impose di farsi carico degli oneri relativi alla realizzazione delle necessarie infrastrutture stabilendo una compartecipazione delle autorità locali negli utili, oltre al divieto di esportare il greggio “se non dopo aver completamente soddisfatto prima a tutte le necessità ed il fabbisogno generale nello interno della Repubblica”. Gli stessi prezzi di vendita avrebbero dovuto essere approvati dalle autorità locali. La Leonard, che si impegnava a utilizzare prevalentemente personale locale e a garantire strutture di assistenza e vie di comunicazione, non avrebbe potuto cedere a terzi la concessione e si sarebbe sottoposta per le eventuali controversie all'arbitrato di un organo rappresentativo delle due parti, rinunciando in via preliminare ad adire la via diplomatica. L'ingegnere commentò che tali condizioni, che esulavano “completamente dalle normali contrattazioni minerarie”, avrebbero costituito per il governo locale il “cardine contrattuale per la realizzazione della sua politica di opere pubbliche” 17. Per il momento la minaccia sembrava sventata.

L'interesse minerario italiano per l'Ecuador non si esauriva con il petrolio. Fra il 1920 e il 1921 Jacobini, impegnato anche nel salvataggio dello yatch del presidente Tamayo e nell'edificazione della chiesa dei salesiani 18, affidò ad alcune missioni il compito di accertare la consistenza della presenza aurifera nella regione orientale dell'Ecuador. Seguendo le impervie vie amazzoniche ben note ai padri salesiani, tali missioni dimostrarono quanto difficoltoso sarebbe risultato non solo uno sfruttamento di tipo industriale della risorsa, ma anche la stessa realizzazione del collegamento ferroviario voluto dalle autorità ecuadoriane 19.

L'intensa attività svolta da Jacobini in Ecuador, oltre a procurargli la gratitudine delle massime autorità locali per la preziosa consulenza fornita, riscosse in Italia l'apprezzamento della Direzione generale delle Ferrovie dello Stato, dalle quali egli ancora dipendeva, e del ministero degli Affari Esteri 20. Nell'agosto 1922 egli presentò una relazione conclusiva intitolata “Interessi Italo-Equatoriani”, in cui raccogliendo le sue riflessioni sull'esperienza vissuta nel paese andino prospettò un intervento che, non limitato alla semplice penetrazione economica, intese costituire un'ambiziosa proposta di politica estera con notevoli implicazioni demografiche e coloniali 21.

Il programma predisposto da Jacobini per la Compagnia, approvato dal parlamento ecuadoriano nel 1921, non tralasciava alcun settore: l'apporto dei “nostri capaci agricoltori” avrebbe finalmente reso intensivi e sistematici coltivazioni e allevamenti; nell'edilizia particolarmente diffusa era l'esigenza di sostituire le molte abitazioni in legno e in terra e realizzare infrastrutture per servizi; nel settore minerario, mentre restava potenzialmente sfruttabile l'oro nella regione orientale, la valorizzazione petrolifera costituiva una priorità. Altro ambito bisognoso di un massiccio intervento era quello bancario: la costituzione di un istituto di credito italiano in Ecuador, ipotizzata dal Delfino, avrebbe sostenuto finanziariamente tanto la realizzazione di infrastrutture pubbliche quanto le attività degli italiani disposti ad operare nel paese. Anziché l'ingente prestito richiesto dal governo di Quito per far fronte al debito nazionale ecuadorino, Jacobini auspicava la concessione da parte dell'Italia di crediti destinati a potenziare settori economico-sociali specifici, per mettere il paese nelle condizioni “di crearsi nuove forze produttive che valorizz[assero] maggiormente la ricchezza locale” e rendere ancor più produttivo il concorso della forza lavoro proveniente dall'Italia. Quello complessivamente tratteggiato da Jacobini era, per sua stessa ammissione, “il programma di una lunga serie di anni a avvenire”, che avrebbe richiesto una direzione pubblica da affidarsi ai due Stati, mentre le risorse da utilizzare sarebbero state costituite, a suo giudizio, da capitale pubblico, tecnocrazia e forza lavoro 22. Compito preliminare della Compagnia, coadiuvata dalla costituita Commissione italo-equadoriana, sarebbe stato quello di coordinare con le autorità locali le necessarie riforme legislative, in particolare di carattere fiscale e in tema di monopoli, per rendere possibili i successivi interventi. Jacobini, che auspicava la nascita di una burocrazia tecnica italo-equadoriana “indipendente dalle vicende interne politiche del paese”, chiedeva la mobilitazione dall'Italia di “tutta un'altra schiera di persone che [anda]va dai dirigenti, che [avrebbero dovuto] apport[are] la loro conoscenza scientifica ed intellettuale, agli esecutori materiali delle opere studiate, che [avrebbe potuto] trovare largo campo di vita in quella regione equatoriana, in pro suo e della stessa terra che cordialmente li [avrebbe] ospit[ati] durante le varie e varie decine di anni”. In particolare quella che lui definiva la “parte più eletta” d'Italia, la giovane borghesia tecnocratica di cui lui stesso era stato espressione, avrebbe dovuto riscoprire quello spirito “così generalmente sentito nei paesi anglo-sassoni […] di partire per paesi lontani e sconosciuti, di costituirvisi una larga agiatezza, vittoriosamente lottando con la natura selvaggia e primitiva”, e fungere da battistrada per il vero e proprio flusso migratorio diretto in Ecuador. Questa era la preoccupazione principale di Jacobini, l'elemento che trasformava il suo programma di penetrazione economica in un progetto di “colonizzazione concordata” fra i paesi interessati: l'approdo in Ecuador dei connazionali, se da un lato sarebbe stato favorito dall'“immancabile” affinità latina fra i due popoli, dall'altro avrebbe dovuto essere economicamente certo, diretto verso “terreni acquistati con capitale italiano, o italiano-estero della regione di colonizzazione, e […] sotto la direzione tecnica italiana”, anziché rappresentare, come per troppo tempo era accaduto, la spontanea e disordinata fuoriuscita del surplus di manodopera nazionale 23. L'Ecuador, che come osservava Jacobini dopo il taglio dell'istmo di Panama si era trovato al centro di una competizione internazionale per il controllo delle sue risorse, costituiva, proprio per la sua arretratezza economico-sociale e la sua debolezza politica, il partner ideale per l'Italia, con il quale concordare un piano di penetrazione economico-demografica che contemperasse la salvaguardia “protezionistica” degli interessi nazionali di entrambi i paesi, che dovevano essere salvaguardati dalle rapacità liberistiche di possibili altri attori. Nell'arduo tentativo di convincere le autorità italiane a investire in questo programma, Jacobini suggerì, quali misure preliminari, l'innalzamento del rango della rappresentanza diplomatica e il potenziamento delle linee nazionali di navigazione, perché “avere il primato e l'indipendenza sui traffici marittimi equivale[va] ad avere il primato sui mercati e sul commercio mondiale” 24.

Carenza di risorse disponibili e, in particolare, difetto di determinazione politica, complice la fatale transizione dal sistema politico liberale al regime fascista, imposero il drastico ridimensionamento del programma di intervento in Ecuador, le cui uniche realizzazioni concrete furono la costituzione del Banco italiano de Guayaquil e l'invio di una missione militare italiana, che per anni si occupò della formazione delle forze armate locali. Le considerazioni di Jacobini sulle prospettive di sfruttamento del petrolio ecuadoriano si sarebbero nondimeno rivelate profetiche negli anni successivi alla sua missione in quel paese: la produzione di olio grezzo, pari nel 1927 a 71.000 tonnellate, salì a 242.000 nel 1933 spingendosi fino a 330.000 nel 1946, mentre la Leonard, non più contrastata, ottenne vaste concessioni e non rispettò gli impegni assunti con il governo dell'Ecuador 25.

Dopo l'esperienza andina, Jacobini divenne capo servizio delle costruzioni ferroviarie per il ministero delle Comunicazioni e, successivamente, passò al Servizio costruzioni idroelettriche, dove si occupò dell'elettrificazione della rete ferroviaria e dette l'impulso iniziale alla Associazione elettrotecnica italiana. Nel 1924, anno in cui fu nominato membro del Consiglio superiore dei Lavori pubblici in rappresentanza delle Ferrovie dello Stato, presentò un nuovo programma di emigrazione italiana nella provincia di Manabi, una delle meno popolose dell'Ecuador, prevedendo minuziosamente la realizzazione di ogni sorta di infrastruttura per accogliere i connazionali, dalle abitazioni alle scuole, agli ospedali, con tanto di piano finanziario per la realizzazione 26.

Nel 1925 fu chiamato a occuparsi nuovamente di ricerca petrolifera in Albania, paese che proprio in quel periodo vedeva rafforzarsi la propria dipendenza politica dall'Italia 27. Egli tenne la carica di amministratore generale dell'Azienda nazionale petroli Albania-Aipa, controllata dalle Ferrovie sino al 1942 e successivamente ceduta all'Agip. Sotto la direzione Jacobini, furono individuati i giacimenti di Devoli e Pathos, i primi campi petroliferi italiani all'estero, e avviato il relativo sfruttamento industriale grazie agli investimenti varati dall'Italia a partire dal 1933 28. Nominato nel 1927 membro del Consiglio superiore delle miniere e presidente del Comitato tecnico per i combustibili nazionali, si occupò della realizzazione in Italia dei primi impianti di piroscissione dei residui di olii minerali e avviò, nel 1933, la sperimentazione da laboratorio in Italia e in Germania per migliorare la qualità delle risorse estratte in Albania. Fu sulla base degli incoraggianti risultati ottenuti che egli vide accolta la sua proposta di costruzione di un impianto di raffinazione ed idrogenazione a Bari, con conseguente rafforzamento dei legami economici fra le due sponde adriatiche. Sempre nel 1933 fu chiamato dall'Agip, di cui in seguito sarebbe divenuto vice-presidente, quale consulente tecnico nel campo delle ricerche petrolifere in Italia e all'estero 29. In tale ambito collaborò con la società italo-inglese British oil development-Bod detentrice della concessione per lo sfruttamento petrolifero nel distretto di Mossul. A seguito delle incoraggianti ricerche condotte dai tecnici italiani in Iraq la partecipazione nazionale al capitale della compagnia fu portata al 52% 30. Jacobini si occupò inoltre della riorganizzazione industriale della raffineria Agip di Porto Marghera e di quella della Rosma a Fiume. Nel 1935, già Capo servizio delle Ferrovie dello Stato, egli divenne direttore della costituenda Azienda Nazionale Idrogenazione Combustibili-Anic, nata dalla compartecipazione fra Agip, Aipa e Montecatini. Nel 1939, per incarico del ministero delle Comunicazioni, fu uno dei fondatori della Società anonima Larderello per lo sfruttamento delle risorse naturali della regione Toscana 31. Un regio decreto del 20 ottobre 1939 lo nominò Senatore del Regno, carica che consentì a Jacobini di portare la propria competenza tecnico-industriale all'interno delle commissioni cui prese parte, come quelle dell'economia corporativa e dell'autarchia, dal 1940 al 1943. Nel 1940, sotto la pressione delle esigenze belliche, Jacobini dovette intensificare lo sfruttamento dei campi petroliferi albanesi pur cercando di preservare l'autonomia industriale dell'Anic da quei controlli del regime che rischiavano di comprometterne l'attività 32. Nel 1944 l'Alta corte di Giustizia lo dichiarò decaduto dalla carica di senatore e l'anno seguente lasciò la funzione di direttore generale e di amministratore delegato dell'Anic 33. Ritiratosi dagli incarichi pubblici, continuò gli studi tecnici che lo avevano accompagnato per tutta la sua carriera, con accresciuta passione per la questione petrolifera nazionale, ripropostasi al paese intatta nella sostanza, e nella gravità, l'indomani della fine della seconda guerra mondiale. Nella veste di consulente e di studioso, egli fornì analisi e pareri ai vertici dell'industria petrolifera nazionale sui possibili sviluppi interni ed internazionali del settore.

Partendo dai progetti ferroviari, Jacobini coltivò una rara competenza tecnica, estesa a tutti i campi dello sviluppo economico-industriale, assumendo anche l'inconsueto ruolo di consulente legislatore per paesi stranieri e di promotore di piani di penetrazione economico-demografica 34. I suggerimenti fin troppo entusiastici di questo tecnocrate instancabile e versatile non trovarono, come visto, che modesta attuazione in Ecuador, mentre più incisiva, ma anche più rigorosamente confinata all'ambito tecnico, fu la sua azione in Albania, complice il diretto controllo politico che sull'altra sponda adriatica il regime fascista esercitava.

La vita e l'opera di Oreste Jacobini coincisero con la fase pionieristica dell'industria petrolifera, quella in cui occorreva avere diretta conoscenza di tutte le fasi del ciclo produttivo, dalla ricerca delle fonti al loro reperimento, dalla lavorazione industriale alla valorizzazione commerciale. L'elementare associazione fra energia e trasporti con cui venne inizialmente impostata la questione petrolifera nazionale responsabilizzò l'ente Ferrovie dello Stato, al cui interno fu proprio l'ingegnere a “impersonificare” tale strategica sinergia. Peraltro l'Italia, bisognosa di alimentare il proprio sviluppo interno con approvvigionamenti provenienti da altri paesi, non seppe coniugare tali esigenze con le proprie dinamiche demografico-migratorie nell'alveo di una politica di penetrazione economica unitaria ed organica, non puramente velleitaria. Proprio sul terreno della più vasta competenza tecnica Jacobini riuscì, pur con scarsa consapevolezza dei limiti di intervento del paese, a trovare la possibile sintesi fra sviluppo e azione politica, in cui invece difettò grandemente tanto la classe dirigente nazionale come certa élite economica. Nel ripercorrere la fase pionieristica della politica energetica nazionale, egli lamentò “la mancanza di direttive, l'insufficienza di studi, la esiguità dei mezzi finanziari ed economici” che almeno sino al 1925 avevano penalizzato il reperimento e lo sfruttamento degli idrocarburi presenti nel sottosuolo nazionale, “campo passivo di sfruttamento commerciale” e causa di “questa nostra grave dipendenza dall'estero” 35. Jacobini vide nella costituzione dell'Agip nel 1926 “il vero primo passo dell'invocato risveglio petrolifero italiano”, che grazie ai finanziamenti erogati dallo Stato poté avviare le prospezioni in Italia e nelle colonie. Passando agli investimenti all'estero l'ingegnere, che indicò nel 1935 il fugace momento in cui il paese “aveva praticamente sanato il Patto di S. Remo” procurandosi adeguate risorse energetiche esterne, rivendicò all'Italia la messa in valore degli idrocarburi in Albania, a Mossul e in Romania, auspicando che le conseguenze del secondo conflitto mondiale non imponessero la definitiva perdita dei capitali tecnici e finanziari investiti. Con questa eredità Jacobini passò idealmente il testimone a un altro “petroliere senza petrolio”, più politico e meno tecnocrate, dai più vasti ed evocativi orizzonti, Enrico Mattei, che per dare autonomia energetica al paese sconfitto in guerra sfidò le grandi compagnie petrolifere anglo-americane. Anche dopo il 1945 l'impostazione nazional-protezionistica data da Jacobini al problema energetico nazionale, ineludibile per la condivisa esigenza morale e psicologica di riscatto febbrilmente perseguita con la ricostruzione, si ripropose intatta, come riconobbe implicitamente Mattei decidendo di rilanciare l'Agip, anziché rispettare la consegna di liquidarla. Con evidente continuità di pensiero, partendo dalla medesima premessa, la condizione di vulnerabilità economica e politica dell'Italia, tanto Jacobini quanto Mattei dovettero difendere, in epoche e contesti diversi, il paese dall'invasiva presenza dei colossi petroliferi occidentali e procurare concessioni all'estero, sostenendo l'opportunità di stabilire con i paesi partner forme di collaborazione paritetiche e compartecipate, attente agli interessi nazionali di ambo le parti e sostanzialmente antiliberiste. Entrambi sollecitarono l'appoggio dello Stato quando operarono all'estero, ma difesero la loro autonomia operativa quando essa fu minacciata da controlli pubblici troppo vincolanti. La divergenza più vistosa fra i due fu quella imposta dalla diversità dei tempi in cui operarono: mentre Jacobini propose piani di colonizzazione economico-demografica rispetto ai quali il petrolio, per quanto importante, costituiva solo un elemento, Mattei fece abilmente leva sulla condizione italiana di paese postcoloniale per promuovere le forme di collaborazione internazionale più eversive per gli interessi delle “sette sorelle” (Buccianti 2005). Appare pertanto significativa, ma non sorprendente, la decisione di Mattei di avvalersi della consulenza in materia petrolifera di Jacobini, fino alla scomparsa di quest'ultimo, avvenuta il 4 aprile 1956 36.

 




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Autore Soave Paolo
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