Giulia Quaggio
Spagna 1936-2006 tra “pacificazione” franchista e riconciliazione democratica
VI Convegno internazionale di “Spagna Contemporanea” Alessandria-Novi Ligure, 23-25 Novembre Il sesto convegno internazionale della rivista italiana “Spagna contemporanea”, con la collaborazione dell'Istituto di studi storici Gaetano Salvemini, ha riportato all'attenzione del dibattito storiografico la questione della riconciliazione tra le dos Españas negli anni della Transizione alla democrazia.
L'oggetto dei lavori, la penisola iberica tra “pacificazione” franchista e riconciliazione democratica, emerge con insistenza in Spagna all'indomani del settantesimo anniversario dello scoppio della Guerra civile. Molteplici sono le polemiche sollevate, spesso dal carattere più politico che storiografico.
La memoria di un conflitto, che Paul Preston definisce “epitaffio letterario paragonabile solo alla seconda guerra mondiale”, genera al passar del tempo nuovi interrogativi che lo storico non può esimersi dall'affrontare. In primo luogo è di primaria importanza, come il convegno ha ben sottolineato, riflettere sulle differenti interpretazioni della guerra fratricida nel corso del tempo in rapporto a quelli che furono i protagonisti delle fasi di superamento di quella drammatica lacerazione.
Per tali ragioni il gruppo di storici italiani, che si raccoglie attorno alla rivista “Spagna Contemporanea”, ha deciso in questa occasione di mettere in secondo piano cause e dinamiche del conflitto, per sviluppare, invece, una fruttuosa riflessione sulle molteplici conseguenze che il conflitto ebbe nel lungo dopoguerra spagnolo e in particolare in un paese, che dopo la morte del Caudillo nel 1975, riscoprì le istituzioni democratiche.
Nel corso delle tre giornate di convegno, si è affrontato, pertanto, il difficile rapporto tra la categoria di “pacificazione” e gli attori sociali che ne divennero protagonisti ed interpreti. Le gerarchie ecclesiastiche, il bunker franchista, l'opposizione comunista e socialista, il mondo dei sindacati e dei mass-media: tutti questi soggetti furono promotori di una particolare interpretazione di riconciliazione, che non fu esente dalla tentazione del silenzio e del oblio, come da rancori mai del tutto sopiti. Al riguardo Alfonso Botti, direttore della rivista “Spagna Contemporanea”, ha ricordato: “Cose è la Spagna riconciliata? Come viene trattata una carneficina avvenuta più di settant'anni fa? Il problema della riconciliazione è un'ipotesi di lavoro del tutto aperta”.
In relazione a questo terreno di indagine, emergono i rischi della contrapposizione tra storia e memoria, minacciata dalle insidie sempre in agguato degli usi pubblici della storia. L'attualità politica, la gestione pubblica della memoria nel governo Zapatero, accanto all'attuale progetto di ley de memoria , come un filo rosso, hanno ripercorso tutti gli interventi, che, nel rapportare il passato al presente, in molteplici occasioni hanno più volte sottolineato l'imperativo di non confondere la storia con le necessità psicologiche ed identitarie della memoria collettiva e del ricordo.
Un ricordo di cui le nuove generazioni si sono fatte portatrici e che, in quanto hijos e hija de los vencedores y vencidos , rappresentano le vere protagoniste del processo di pacificazione.
Di seguito riporto, per motivi di spazio in modo piuttosto schematico, i contributi dei relatori al convegno. L'intento è quello di porre in evidenza gli spunti più proficui e nel contempo dibattuti, per sottolineare al lettore quali siano le zone oscure e alla ricerca di nuovi contribuiti all'interno della storiografia internazionale. Per una trattazione più ampia delle singole relazioni, rinvio agli atti del convegno che verranno curati dall'Istituto Salvemini.
A Gabriele Ranzato, docente all'Università degli studi di Pisa, è toccato l'onore di aprire i lavori del convegno. Con il recente volume, Il passato di bronzo. L'eredità della Guerra Civile nella Spagna democratica, Ranzato ha prospettato una visione critica in merito alle persistenze della Guerra civile nell'attualità spagnola.
L'ispanista constata che nella penisola iberica la richiesta di memoria, a seguito del pacto del silencio, risulta sempre più massiccia. In realtà, la corale necessità di trattamento degli aspetti più oscuri del passato è stata compensata fin dalla prima Transizione dal mondo dei media, in particolare dalla stampa quotidiana, dalla letteratura e dal cinema, dove il conflitto civile e in minor misura la dittatura franchista hanno ricevuto ampia copertura. L'attuale richiesta di memoria per Ranzato diviene “paradosso”, se rapportata al profluvio di parole utilizzate per riflettere sull'argomento.
A conferma di ciò, Ranzato riporta l'opinione di Santos Juliá 1 secondo la quale, in contrapposizione a tutti gli analisti che parlano di una “congiura del silenzio” sull'argomento, la Guerra civile rappresenta “l'evento della storia spagnola con più tonnellate di libri pubblicati e di convegni ad essi dedicati dalle più diverse amministrazioni e istituzioni culturali”.
Nel 1996, ha ricordato Ranzato, è stata la volta del testo di Paloma Aguilar, Memoria y olvido de la guerra civil española, opera che affronta in profondità la questione delle evoluzioni della memoria spagnola in età contemporanea. Accanto alla ricerca accademica, nello stesso periodo, anche in letteratura e cinema, affiora con insistenza la questione passato. Si pensi al testo di Cercas Soldati di Salamina (2002) o Io, Franco di Manuel Vázquez Moltalbán (2003). Per Ranzato, pertanto, l'attuale richiesta di memoria in Spagna costituisce in realtà una chiara volontà di “giustizia”.
Ciò è in particolare evidente nel recente progetto di legge sulla memoria storica 2, dove nell'articolo 2 si riconosce il “diritto alla riparazione della memoria personale e familiare”. Con tale espressione la legge implica la volontà di “risarcimento” e di “giustizia”. Se per memoria, ha sottolineato Ranzato, si rivendica giustizia, tale richiesta è inevitabilmente destinata a rimanere inappagata, rispetto al profluvio di ricordi.
“All'origine – spiega Ranzato – c'è una profonda ingiustizia: l'assoluta impunità del regime franchista. Ciò è innegabile. Una parte della società spagnola, i vinti, hanno pagato per decenni, mentre i vincitori hanno imposto una quarantennale dittatura”.
Ad opinione dello storico tale profonda ingiustizia può essere parzialmente sanata attraverso la ley de memoria historica , anche se la misura legislativa è diretta a risarcire ciò che ad oggi è ancora possibile risarcire. In merito appare interessante la sezione del progetto di legge che sancisce l'eliminazione dalle città spagnole di simboli, statue, effigie, atti ad esaltare la passata dittatura 3. Per Ranzato, chi sostiene la necessità di mantenere al loro posto i “luoghi della memoria” del franchismo, in quanto si tratta di “testimonianze del passato”, è portatore di una visione da “museo delle cere”. Inoltre, lo studioso ha sottolineato come, accanto ai simboli della vittoria franchista, il regime abbia determinato nella Spagna contemporanea dei guasti di maggior durata. Per circa quarant'anni, infatti, la dittatura si è fatta portatrice di una visione manichea della Guerra civile: da un lato c'erano i “buoni”, dall'altro i “rossi cattivi”, senza alcuna possibilità di confronto e riflessione su cause ed origini socio-politiche del conflitto.
Non è possibile, ad avviso di Ranzato, condividere la visione edulcorata di Pérez Díaz 4 sui cambiamenti nella cosiddetta società civile che resero possibile la Transizione alla democrazia. Secondo Pérez Díaz, al contrario, già a partire dell'ultimo franchismo si fece strada una visione più chiaroscurata del conflitto: la guerra acquisì tra gli spagnoli l'aura della tragicità e inevitabilità, inoltre venne a galla il desiderio di porre a tacere una volta per tutte l'inquietante saga della guerra fratricida. Nel processo di democratizzazione, pertanto, per Pérez Díaz ebbero un ruolo centrale i cittadini più che i politici.
Per Ranzato, al contrario, l'irrigidimento di visioni manichee del conflitto ha impedito una reale riconciliazione. A dominare è stata la massima del pasar pagina, più che un'effettiva pacificazione. “Domina un senso generale di spaesamento – spiega Ranzato – molti spagnoli respingono con sdegno l'idea del pasar pagina, che viene confuso con la ley de punto final argentina”. Per lo studioso, se non si interrompe la visione dicotomica del conflitto anche nell'attualità, non si potrà mai ottenere reale giustizia. A riprova di ciò, Ranzato ha sottolineato come la ley de memoria riconosca che a subire violenza durante la guerra furono anche molti nazionalisti 5.
Di qui si solleva la spinosa questione delle responsabilità nel conflitto. Sono tutte da attribuire alle formazioni politiche della destra? Ranzato a tale interrogativo risponde, ricordando che sì la cospirazione militare, come evidenzia Aróstegui, ha avuto un peso fondamentale, ma che un consistente appoggio al Movimiento scaturì dalle classi cattoliche, come una parte delle responsabilità ricadde anche sul settore repubblicano.
In particolare, l'ispanista denuncia l'impossibilità spagnola, dopo quarant'anni di dittatura e silenzio post-franchista, di prendere le distanze dalla Seconda Repubblica, che in modo erroneo viene concepita come fronte della democrazia tout court . “La necessità di valorizzare l'attuale sistema democratico – ha concluso Ranzato – che è il bene più prezioso, può essere garantita solo dalla consapevolezza che entrambi i fronti in lotta erano assolutamente antitetici al sistema politico attuale. La Repubblica era democratica? Il problema non è giudicare gli uomini di allora. Non è possibile una banale rivisitazione, occorre un equilibrio e il giudizio varrà sempre per noi, non per gli uomini di quel tempo”.
A prendere parola, per la seconda relazione della giornata di Alessandria, è stato Alfonso Botti (Università di Urbino). Lo storico ha esordito ricordando come la questione della riconciliazione in Spagna sia un'ipotesi di lavoro ancora aperta a nuovi contributi di ricerca.
“Le colpe della guerra e della dittatura non appartengono ai figli – ha evidenziato Botti – a noi la questione deve interessare esclusivamente dal punto di vista storiografico, senza ricadere nelle tentazioni della politica”. Anche Botti si è soffermato sulle riflessioni di Pérez Díaz in merito alla Transizione e all'emergere negli stessi anni di una “società civile” spagnola, consapevole della democrazia e dei valori necessari per portarne avanti i principi.
La Spagna, a detta di Botti, è un paese che oggi funziona, dove il conflitto rimane esclusivamente politico. Tuttavia ciò che risalta è proprio la capacità della Guerra civile e delle sue narrazioni di perpetrarsi e, pur nel supermento della stessa, di rimanere ancora in vita.
Nella storiografia, secondo lo studioso, non esistono ancora risposte sufficientemente chiare in merito. Negli anni della dittatura la guerra restò una presenza incombente, sempre pronta ad eventuali usi pubblici, per controllare i vinti.
Sono recenti gli studi che tematizzano come la memoria della guerra favorì la dittatura franchista. In particolare, Botti ha ricordato la questione dei lavori forzati imposti ai vinti nell'immediato dopoguerra e la giustificazione di matrice cattolica che venne data dal regime. Si trattava di un sistema di redención de penas 6: un duro lavoro, secondo la lettura nazionalcattolica del franchismo, poteva redimere dalla “colpa” di aver aderito alla Repubblica e permetteva di inserirsi nel nuovo ordine di Franco. Nonostante ciò, i figli dei vincitori, ad opinione di Botti, avviarono un profondo processo di autocritica, che ha contribuito alla riconciliazione, pur nelle forme oggi sotto accusa della Transizione.
Una riconciliazione, che per Botti si è riassunta ancora una volta nella volontà di far rientrare i vinti nel carro dei vincitori, anche se in un panorama storico ed internazionale profondamente mutato. “La cultura politica democratica in Spagna – ha evidenziato Botti – è stata elaborata da quelli che in gioventù erano stati fascisti. Ha predominato in seguito un'ipotesi comprensiva. Senza che vi sia mai stato alcun recupero della tradizione liberale”.
Il vero punto di svolta nel lungo percorso verso la pacificazione delle dos Españas è rappresentato dai giovani del '56, come ha sottolineato Botti. Il cambio generazionale è stato fondamentale per avviare un processo di democratizzazione. In quegli stessi anni, mentre le agitazioni studentesche a Madrid prendevano sempre più piede, Semprún parlava di “noi, figli dei vincitori e dei vinti”, indicando con tale espressione una generazione con forte coscienza del passato e che, come tale, rivendicava un futuro diverso, privo di obsolete spaccature sociali.
Già nei gruppi giovanili dell'esilio, ha ricordato Botti, vi è l'idea di una colpa collettiva nel conflitto civile e si inizia a propugnare l'esigenza della riconciliazione. Se nel 1956 il Partito comunista è ancora ai margini della vita politica del paese, con il discorso della “riconciliazione” torna in gioco e si proietta più avanti di tutte le altre formazioni politiche. Tuttavia, quella che Botti ha definito la “retorica” della riconciliazione acquista spessore differente, se applicata alla realtà sociale della Spagna dell'epoca. A riprova, lo storico riporta il testo Conversaciones a Madrid di Pániker (1970), dove sono raccolte con delle interviste le posizioni più significative nella Spagna della fine degli anni '60. La parola o il concetto di “riconciliazione” non verrà mai utilizzato.
“Serve ancora una riconciliazione in Spagna?”, ha affermato in modo provocatorio Botti. “La riconciliazione deve essere soprattutto storiografica, si deve sfatare in tutti i modi la visione manichea della guerra e raffreddare il conflitto degli anni '30”. A conclusione, lo storico ha riportato alcune considerazioni sul progetto di ley de memoria historica , evidenziando il paradosso della normativa per il quale non è possibile indicare i nomi dei repressori. Al contrario rimane ancora aperto l'interrogativo circa l'effetto che tale legge ha nei confronti dell'opinione pubblica e soprattutto dei giovani.
La sessione pomeridiana si è aperta con l'intervento di Marco Puppini (Università di Trieste) relativo all'evoluzione dell'immagine delle Brigate Internazionali dalla fine della Guerra civile agli anni Ottanta. Il caso delle Brigate si intreccia con gli usi pubblici della storia, la memoria e la storiografia.
Il punto di partenza della riflessione di Puppini è costituito dalla dichiarazione di Negrín, presidente dell'ultimo governo della Repubblica, che, durante la Guerra civile, aveva promesso di conferire la nazionalità spagnola alle Brigate Internazionali. Nonostante le molteplici iniziative, non venne fatto nulla in merito, per molto tempo. E ancora negli anni '80 in piena Transizione, come ha ricordato Puppini nel suo lungo excursus , la questione non venne affrontata, nonostante in Castiglia sia stato realizzato proprio in quegli anni il primo centro di documentazione sulle Brigadas .
Nel '86, in occasione del cinquantesimo anniversario della Guerra civile, il Partido socialista obrero español (Psoe) con Felipe González, ribadirono attraverso dichiarazioni ufficiali la necessità di allontanare il conflitto dal presente della Spagna. Il vero momento di inflessione, come ha ricordato Puppini, è rappresentato dal 1996, quando venne conferita la nazionalità spagnola a 370 ex-Brigatisti, anche se non vi fu partecipazione alcuna dei vertici del Partido popular (Pp) alla cerimonia di consegna. Tale assenza ha generato un ampio dibattito sulla memoria e le rappresentazioni che si sono succedute nel tempo delle Brigate Internazionali, come su di un'eventuale continuità tra franchismo e Pp. Per i franchisti, come ha ben sottolineato Puppini, i Brigatisti erano “criminali, assoldati dall'oro di Mosca”, di contro ad una memoria popolare e clandestina dei volontari internazionali che si è mantenuta nel tempo ed ha acquisito il carattere dell'epopea e del mito. Con l'apertura negli anni '90 degli archivi in Russia, ha ricordato Puppini, è stato possibile far luce su aspetti poco chiari della vicenda delle Brigadas e scalfire la rappresentazione monolitica che le ha caratterizzate.
Marco Carrubba (Università di Pisa) ha riportato l'attenzione del dibattito sul rapporto tra Guerra civile, volontarismo nel fascismo italiano e memoria, così come è venuta ad evolvere nel tempo. Il paradosso, come ha rilevato Carrubba, nasce dalla constatazione che di tale pagina della storia italiana è stato scritto ben poco, nonostante nel corso dei tre anni di guerra vennero inviati 80.000 soldati italiani, in buona parte provenienti dalla Milizia. Il primo studio complessivo sull'esperienza italiana in Spagna risale all'opera di John Coverdale della metà degli anni Settanta e solo negli anni Novanta l'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'esercito editò una monografia sulla partecipazione italiana alla Guerra civile spagnola. Carrubba ha sottolineato come, per stendere le cronache della Guerra civile, vennero assoldate dal regime le penne più importanti del giornalismo italiano dell'epoca: Sandro Sandri della “Stampa”, Luigi Barzini del “Popolo d'Italia”, Guido Piovene del “Corriere della Sera” e il giovane Indro Montanelli.
L'immagine del conflitto, che trapela dalle cronache di guerra, è interamente monopolizzata dalla vittoria delle truppe italiane e dalle operazioni belliche e si concentra ben poco sulle vicende politiche del franchismo. Nell'immediato dopoguerra vennero pubblicati diversi volumi celebrativi del conflitto 7, dove – spiega Carrubba – gli atti dei singoli legionari assumono carattere leggendario e simbolico del sacrificio fascista per allontanare la barbarie bolscevica. La Ctv, inoltre, in tutte le memorialistiche viene rappresentata come erede della tradizione volontaristica italiana ed esempio di coraggio e valore per tutto il popolo. “La guerra in quegli anni – ha ricordato Carrubba – è ricca di richiami alla religione in una mescolanza di sacro e profano, teso a caricare di valore la scelta di coloro che combatterono in Spagna”.
In particolare, come esempio della rappresentazione che danno gli ex-combattenti del conflitto, Carrubba ha analizzato le memorie di Renzo Lodoli e Davide Lajolo. Dopo la seconda guerra mondiale gli studi sulla presenza italiana nella guerra di Spagna furono piuttosto ridotti. Tale scarsità verrà compensata da pubblicazioni, per lo più di case editrici romane, che, eliminano la componente fascista dello scontro, per riagganciarlo alla tradizione dell'esercito italiano.
Jorge Torre Santos (Università di Brescia) ha analizzato la riconciliazione spagnola dal punto di vista dei sindacati e delle trasformazioni che avvengono al loro interno. Nell'intervento lo storico ha ricostruito le proposte e pratiche messe in atto dai soggetti sindacali democratici durante il franchismo per ricomporre le divisioni causate dalla Guerra civile, riflettendo in particolare sulle frattura esistente tra gli stessi repubblicani alla fine del conflitto.
Una parte significativa dell'intervento di Jorge Santos ha approfondito le conseguenze in ambito sindacale della politica di reconciliaci ón nacional del Partido comunista de España (Pce), che trovava proprio nel movimento delle Commissioni Operaie il terreno più fertile per il suo sviluppo, agevolando la partecipazione di comunisti assieme a gruppi di cattolici (Hoac e Joc), socialisti non vincolati al Psoe e perfino di alcuni falangisti dissidenti.
Negli anni successivi le commissioni operaie, sempre più controllate dal Pce, sarebbero diventate un soggetto fondamentale nell'opposizione al regime, sulla base di un'azione sindacale molto pragmatica.
Ad opinione dello storico, tale situazione contrasta con quella dei soggetti sindacali storici (Ugt, Cnt e la nazionalista basca Ela-Stv). La debolezza di questi sindacati, ricorda Santos, era parallela alla ricerca di un'unità di azione nella quale il vero e proprio collante era l'anticomunismo. La chiusura verso i comunisti contrastava con l'apertura dei socialisti verso settori monarchici e di alcuni settori della Cnt (i cosiddetti cincopuntistas ) verso il sindacalismo del regime.
Il superamento della divisione tra comunisti e socialisti sarebbe avvenuto soltanto nella fase finale del franchismo, a seguito di cambiamenti nella dirigenza e nell'impostazione dell'Ugt e del Psoe che avrebbero reso possibile l'avvio del decollo del socialismo spagnolo nel paese. La creazione della Coordinadora de organizaziones sindicales (Cos), nel 1976, ha ricordato in conclusione Santos, rappresenta idealmente il “superamento” dei rancori che avevano diviso in ambito sindacale socialisti e comunisti durante quasi quarant'anni.
Ad aprire il secondo giorno di lavori a Novi Ligure è stata Carme Molinero dell'Universitat Autónoma de Barcellona. La professoressa ha aperto la propria comunicazione, evidenziando quanto il concetto di riconciliazione e la denuncia della stessa suppongano una grande tergiversazione storica, in particolare rispetto alle differenti letture della legge di amnistia del 1977. Risale al giugno del 1956 la dichiarazione di riconciliazione del Pce, un documento lungo ed assai denso che consente differenti letture.
Il documento venne approvato dai vertici rinnovati del Partito comunista, con alla testa Santiago Carrillo, una volta constatato che nulla, nemmeno dall'esterno avrebbe potuto mettere in pericolo la dittatura franchista. L'unica possibilità per l'opposizione al regime, ha ricordato Carme Molinero, poteva venire dall'interno del paese. Al 1 aprile del 1956 risale anche il manifesto degli studenti, che a sua volta invoca la pacificazione. “La maggior parte dei documenti comunisti del '56 – ha sottolineato Molinero – come già ha sostenuto Morán 8, sono anticipati negli anni precedenti. Risale al 1955, una dichiarazione della Pasionaria a favore della riconciliazione”.
La storica ha, tuttavia, ricordato come i testi prodotti in clandestinità debbano essere letti ed interpretati con attenzione, andando oltre alla lettera dei contenuti. Nel 1960 il Pce avvia la sua nuova politica di ricostituzione dell'antifranchismo: l'obiettivo è eliminare in ogni modo le divisioni all'interno della lotta al regime, per accumulare forze in modo da abbattere la dittatura. “La situazione spagnola degli anni '80 non è assolutamente anticipabile negli anni '60, anche se la politica di reconciliación nacional divenne fondamentale nel creare nuove solidarietà nella lotta all'antifranchismo” ha ricordato la storica di Barcellona.
Il Pce, attraverso la politica di riconciliazione, incrementò la sua presenza ed influenza sociale nel paese: proprio per la debolezza delle altre forze politiche e l'attrattiva di tale politica, molti confluirono nel Pce, anche tra coloro che non si riconoscevano tradizionalmente nel partito. Per Carmen Molinero, inoltre, nell'ottica della riconciliazione diviene fondamentale sottolineare come la paura, la violenza, sempre presente anche poco prima della morte di Franco, influirono nelle percezioni di quello che viene definito il franchismo sociologico. La stessa ley de amnistia del 1977, ha evidenziato la Molinero, venne promossa all'interno dell'antifranchismo con la volontà di eliminare la precedente penalizzazione politica ed evitare che la legittimità della democrazia fosse messa in questione nel Paese Basco. Analizzare gli interventi politici a favore dell'approvazione della legge, diviene interessante. All'epoca del dibattito della misura legislativa, secondo la Molinero, non vi fu effettiva preoccupazione rispetto ai risarcimenti alle vittime del franchismo, anzi la legge venne concepita come necessario momento di rottura. A prevalere fu il desiderio di avviare delle istituzioni nuove e democratiche.
“La politica di borrón y cuenta nueva venne assunta come reale nella volontà di riconciliazione – ha evidenziato la Molinero – il problema del trattamento del passato e della desmemoria non bisogna farlo risalire agli anni'70, bensì è connesso a quello che accadde in Spagna con le politiche degli anni'80 e '90”. Per la storica, pertanto, l'espressione pacto del olvido ha esclusivamente valore politico, in alcun modo può essere considerata storica, i veri nodi in relazione alle politiche della memoria debbono essere fatti risalire all'epoca socialista di González.
Pere Ysás (Universitat Autónoma de Barcellona) ha, di contro, introdotto una lunga riflessione sul rapporto tra la politica di riconciliazione e la classe franchista negli anni Settanta. Sia negli ultimi anni della dittatura, sia nella Transizione il concetto di pacificazione venne applicato dal regime in modo equivoco.
A differenza delle strategie politiche del Pce, che fecero negli anni'50 della riconciliazione una sorta di cavallo di battaglia, i franchisti, secondo Ysás, non vollero mai la riconciliazione con i vinti. A dimostrazione lo storico ha riportato alcune dichiarazioni del Consejo del Movimiento e di Carrero Blanco che risalgono al 1971, poco dopo il processo di Burgos 9. I vertici franchisti non demordono e vogliono a tutti i costi difendere il regime, la cui legittimità origina proprio dalla vittoria nazionalista nella Guerra civile. “Non esistevano all'epoca per i franchisti altre opzioni accettabili – ha spiegato Ysás – Carrero Blanco non ha possibilità eccentriche”. Nel corso della riunione dei 40 consiglieri del movimento del 1971 la vera preoccupazione è per la crescita dei settori antifranchisti e, di conseguenza, si alzano molteplici voci di critica nei confronti di un governo, che a loro avviso, è troppo blando nell'affrontare la minaccia dei “nemici del regime che hanno ormai perso la paura”.
All'interno dei vertici franchisti, tuttavia, come ha spiegato Ysás, iniziano a manifestarsi delle divergenze. Per una parte consistente le soluzioni al futuro risiedono nel passato: la vittoria nazionalista rappresenta la dimensione più importante, mentre la dissidenza cattolica costituisce un
problema da affrontare con metodi ben precisi. “Almeno fino al dicembre del 1973 – ha dichiarato Ysás – l'immobilismo della cupola franchista è totale. La loro percezione, ancora una volta, è quella di essere i ‘martiri' della situazione”.
Negli stessi anni Pío Cabanillas affermerà che la vittoria nazionalista è di tutto il popolo spagnolo e pertanto i trattamenti energici nei confronti dei dissidenti non dovevano essere mal visti. A partire dal '74 si fanno strada nel franchismo timide aperture di stampo riconciliatorio, con riferimenti ai figli dei vincitori, che intendono la convivenza in modo assai differente che i padri. Nonostante ciò, fino alla morte di Franco, come ha ribadito Ysás, le attitudini franchiste sono del tutto contrarie alla democratizzazione. Solo alla morte del dittatore si aprirà un processo di riforma impossibile da detenere, in uno scenario caratterizzato dall'incertezza.
Accanto alla dimensione politica, con l'intervento di Marco Cipolloni (Università di Modena e Reggio Emilia) si è affrontato il versante culturale, per analizzare con quali modalità nel cinema della dittatura venga rappresentato il vinto e quale sia la simbologia della pacificazione.
In alcun modo per Cipolloni si può parlare nel cinema di intento riconciliatorio del franchismo. Nelle trame cinematografiche compare il tema delle generazioni e dei figli, tuttavia, ad opinione di Cipolloni, la volontà di pacificazione è sempre qualcosa che scaturisce dall'alto verso il basso, in direzione di quella che lo storico definisce la “terza Spagna”, ovvero la gran parte della popolazione spagnola che subì dall'alto i contenuti della dittatura.
“La terza Spagna – ha sottolineato Cipolloni – è il prodotto della dittatura, come destinatario dell'astuzia della bestia, che produce discorsi solo vagamente pacificatori”. I film che il franchismo dedica alla Guerra civile non sono molti: la tematica viene affrontata in modo implicito e attraverso molteplici censure. Cipolloni ha ricordato come nell'immediato post-guerra vengano prodotte esclusivamente opere in cui vi è un'esplicita celebrazione della vittoria, come nel documentario Via Crucis. La metafora cristiana compare in modo massiccio, con una logica che è sostanzialmente processuale nei confronti dei vinti. La riconciliazione nelle opere cinematografiche di questa prima fase della dittatura arriva esclusivamente nella morte. Cipolloni al riguardo ha parlato di pace dei morti: il vincitore appare come un essere magnanimo che “perdona” i vinti. Il cristianesimo nella simbologia si sposa con il militarismo e la pacificazione diviene forma di inclusione del vinto dall'alto.
È del 1937 il documentario Nosotros somos así , prodotto dal sindacato anarchico Confederación nacional del trabajo (Cnt), che attraverso le vicende di alcuni bambini, descrive il percorso di riconciliazione di un intero quartiere con il padre di uno dei ragazzi, che aveva fornito informazioni sui bombardamenti ai nemici. L'uomo viene perdonato più che scagionato e la riconciliazione in sostanza diviene l'ammissione del “traditore” in carcere, evitandogli la pena di morte. Il rapporto tra le dos Españas, ha spiegato Cipolloni, rimane nella simbologia cinematografica senza flessioni, i nemici possono tendersi la mano solo nella morte. “Con gli anni '50 e '60 si avvia una seconda fase nella cinematografia – ricorda Cipolloni – che potremmo definire di clemenza, così come la intende Seneca”. A riprova lo studioso ha ricordato il film Franco ese hombre 10, un documentario sulla figura del dittatore che nel 1964 il Caudillo volle fosse realizzato in occasione dei veinticinco años de paz . La pace rappresenta la celebrazione dell'ordine imposto dai vincitori che, secondo la lettura del regime, rese possibile lo sviluppo economico del paese. Con la fine del franchismo vi fu un vero boom di titoli cinematografici sul passato, dettati dalle richieste di una società in piena Transizione. Ad opinione di Cipolloni, tuttavia, non si può parlare di riconciliazione, la rappresentazione è ancora dicotomica e se la letteratura ha perdonato la storia, in Soldati di Salamina , Miralles, il vecchio repubblicano che ha combattuto tutte le guerre, si riconcilia più con sé stesso che con il nemico.
Anche per Fabrizio Cossalter (Università Complutense di Madrid) nella produzione letteraria della Transizione non si può parlare di un reale discorso di riconciliazione, né di effettivo riconoscimento dell'alterità del nemico. Al contrario di Ranzato, che si riferisce ad una rappresentazione letteraria spesso stereotipata del passato, Cossalter 11 ritiene che la dimensione simbolica della memoria, che soggiace ai romanzi della Transizione, non possa essere ridotta in un'unica categoria.
Nell'attualità, ricorda Cossalter, la Guerra civile sta vivendo un'esistenza “postuma” tipicamente post-moderna. “Il flusso dei discorsi che la attraversa, continuo e disgregato, ricorrente e disperso, produce infatti un'esibizione delle spoglie del passato nella quale le grandi metanarrazioni non offrono più alcuna legittimazione” spiega Cossalter. In particolare, il romanzo di Ignacio Martínez de Pisón, Enterrar a los muertos (2005) , secondo l'autore, rappresenta un momento di rottura con le rappresentazioni conservatrici del passato e con il pensiero ufficiale del centro sinistra. “La scena letteraria della Guerra Civile diventa una sorta di arena freudiana, che si fa portavoce del grande trauma della società spagnola – ha dichiarato Cossalter – la memoria si fa post-moderna e, con le parole di Todorov, il ricordare diviene una necessità”.
Guido Franzinetti (Università degli studi del Piemonte Orientale Avogadro) ha riportato ai presenti la propria diretta esperienza di come negli anni '80 venne accolta la Transizione alla democrazia spagnola nei paesi dell'Est Europa, quando già si intravedevano i primi segnali dell'imminente crollo del comunismo. “Ero a Varsavia nel 1981 quando arrivò la notizia del fallito golpe – ha evocato Franzinetti, aggiungendo quanto le Transizioni sud-europee debbano nell'attualità essere riconsiderate – tuttavia la notizia arrivò molto attenuata e non colpì l'attenzione della Polonia, che si accingeva ad affrontare profonde trasformazioni. I processi di mutamento dell'Est Europa, come in Spagna, vennero guidati dallo Stato, solo in Albania c'è stata una reale rottura con l'amministrazione del passato”.
Dopo queste riflessioni circa una possibile dimensione comparativa nei processi di transizione, Andrea Miccichè (Università degli studi Catania) si è interrogato sulle peculiarità del processo di pacificazione in Euskadi, se di pacificazione in questo contesto si può parlare.
Miccichè, attraverso un'articolata sintesi delle peculiarità assunte dalla Guerra civile in quelle province, ha messo in evidenza come la contrapposizione tra il fronte franchista e quello repubblicano abbia diviso in maniera netta la società basca, nonostante le rivendicazioni nazionaliste fossero preesistenti.
Il regime successivo, ha ricordato Miccichè, avrebbe mantenuto in vita queste divisioni soffocando l'identità basca e, dalla fine degli anni '60, socializzando nella popolazione locale la durissima politica repressiva contro l'Eta. In altri termini, il relatore ha sostenuto la tesi secondo cui l'auge del nazionalismo basco degli anni '70 e la profonda “baschizzazione” di quella società sarebbero stati il portato delle particolari forme assunte dal franchismo in quel contesto.
Si assiste, secondo Miccichè, alla graduale identificazione degli ideali di democrazia con le rivendicazioni di autogoverno e con i simboli e gli obiettivi del nazionalismo. Per tutte queste ragioni il processo di Transizione alla democrazia nei Paesi Baschi è peculiare rispetto alle vicende avvenute nel resto della Spagna. “La Transizione basca è caratterizzata da una rottura netta col passato, da un profondo rifiuto del regime precedente ma anche da una crescente idiosincrasia per l'identità spagnola” ha evidenziato Micicchè.
Il carattere violento e tormentato della democratizzazione basca rappresenta un altro elemento determinante del processo: il saldo di vittime dovuto all'attivismo dell'Eta ed alle discutibili operazioni delle forze dell'ordine. Queste vicende, ad opinione del relatore, avrebbero complicato un panorama politico scosso dal rifiuto della Costituzione da parte di due terzi dell'elettorato basco e dalla strenua opposizione della sinistra abertzale , riunitasi in Harri Batasuna, rispetto alle modalità in cui si stava svolgendo il processo di democratizzazione. Su tali basi, la violenza e l'accettazione dell'autonomismo, si sarebbe definita una nuova drammatica frattura, una divisione che ancora oggi condiziona la vicenda politica basca.
A conclusione della giornata del convegno, Claudio Venza (Università degli studi di Trieste) ha presentato i polemici contenuti del manifesto Combate por la historia 12, che vuole essere un documento contro la riconciliazione. Il manifesto è stato redatto e firmato da alcuni storici di Barcellona nel 1999, come critica al testo di Santos Juliá, Víctimas de la Guerra Civil (1999), e ai contenuti del corso sulla Guerra civile, tenutosi lo stesso anno nel Museo di Catalogna. Venza ha spiegato gli obiettivi del manifesto, che dichiara: “L'amnesia, patteggiata da sindacati e da partiti politici dell'opposizione democratica negli ultimi anni del franchismo, fu un aspetto in più della Transizione […] Ciò impose un deliberato e necessario oblio di tutta la storia antecedente al 1978”.
Nel manifesto, come ha spiegato Venza, si critica la volontà della Transizione di riscrivere una nuova “storia ufficiale”, che elimina senza dubbio alcuno tutti i riferimenti alla lotte di classe nella Guerra civile e concepisce il conflitto esclusivamente come un episodio della storia borghese. Secondo i firmatari del manifesto la memoria storica è ancora oggi un campo di battaglia di classe, mentre la nuova “storia ufficiale” che, a loro avviso, è quella dei Casanova, Juliá, Solé e Villaroya dimentica gli aspetti più conflittuali. La visione prospettata dal manifesto è di conseguenza fortemente antiborghese. “Nel manifesto si recupera la prospettiva di una storia militante — ha ricordato Venza — nella storia non potrà esserci mai completa obiettività, tanto meno nella storiografia ufficiale, che lascia in silenzio una parte consistente della società”.
L'ultima sezione del convegno, prima di entrare nel merito del dibattito, è stata dedicata ad approfondire attraverso due interventi, la relazione tra mondo ecclesiastico e pacificazione in Spagna.
Manuel Hortiz Heras (Università Castilla-La Mancha) ha ricordato come nella storiografia spagnola vi sia necessità di approfondire gli studi sulla Chiesa, in relazione al ruolo che le gerarchie ecclesiastiche detennero nel mantenimento del regime franchista.
Rispetto alle trasformazioni che avvennero nella Chiesa degli anni'60, con l'allontanamento dai vertici della dittatura, Heras ha ricordato come non sia assolutamente vero che tutta la Chiesa fosse antifranchista. “In quegli anni si può parlare di tante Chiese diverse – ha spiegato Heras – è sicuro che una maggior parte dei cattolici s'indirizza a favore del cambio e della pacificazione, anche se fu sempre presente una possibilità moderata e soprattutto possibilista. Lo stesso Tarancón, pur essendo esponente del Concilio, non criticò mai Franco”. Heras ha riportato un dossier del Fuesa, che dimostra come una parte consistente delle gerarchie ecclesistiche non disdegnasse in alcun modo il passato franchista.
La volontà di riconciliazione della Chiesa nell'arco temporale che va dal 1965 al 1975 non è univoca, e come ha dimostrato Heras, rappresenta una categoria strettamente connessa ad una Chiesa che in quegli anni è multipolare e con relazioni di potere fortemente gerarchizzate rispetto al Vaticano.
Mireno Berrettini (Università Cattolica Sacro Cuore di Milano), focalizzandosi sulla figura del cardinale Tarancón, ha analizzato la dimensione della riconciliazione nelle pastorali dell'ecclesiastico prima e dopo il Concilio Vaticano II.
Il Tarancón pre-conciliare, ricorda Berrettini, nel 1949 definisce la democrazia come il nuovo “totalitarismo”. Il cardinale, tuttavia, cercò sempre di creare un rapporto diretto con quella che è stata definita la “terza Spagna”, attraverso la continua invocazione al rosario e alla preghiera, in particolare nei confronti dei vinti.
Secondo Berrettini le condanne di Tarancón non hanno mai dimensione classista: i mali in Spagna derivano da virus esterni, come l'anticlericalismo e l'illuminismo. Nel 1954, con la pastorale Cruzada del amor, per la prima volta Tarancón utilizzerà il termine Guerra civile e parlerà della necessità di iniziare un nuovo corso senza amarezza alcuna. “Per Tarancón – ha evidenziato Berrettini – la riconciliazione si basava su di una necessaria dimenticanza del passato”.
I lavori conclusivi del convegno si sono concentrati su un ampio dibattito, a volte dai toni accesi, rispetto alla controversa relazione tra storia e memoria, dove le insidie del revisionismo sono sempre presenti 13.
Per Manuel Hortiz Heras non è corretto parlare di memoria storica ma è più opportuno riferirsi ad una “memoria sociale”. All'interno della quale, come indirettamente traspare nelle diverse relazioni, la questione generazionale rimane aperta. I figli dei vinti e dei vincitori, assieme ai loro nipoti, rappresentano i nuovi agenti nell'evoluzione della memoria collettiva spagnola e in relazione a tale oggetto, si evidenzia sempre più il ruolo sociale dello storico.
Il grande dibattito si concentra sul progetto di ley de memoria historica , che tra gli stessi ispanisti solleva più perplessità, come di recente la stessa Amnesty Internacional 14 ha dimostrato. Il bilancio storiografico della riconciliazione durante la Transizione, inoltre, non può prescindere, come è emerso in più occasioni, dall'approfondire il concetto di “terza Spagna”. Come ha sottolineato Marco Cipolloni: “La categoria di Terza Spagna è destinata ad essere accolta dagli storici. Nella Spagna degli anni '30, come nel post-guerra, c'era chi non aderì né ad un fronte, né all'altro”.
La riconciliazione e pacificazione verso la democrazia implicò indirettamente anche questa ampia porzione di spagnoli, che spesso si schierò più per circostanza che per ideale, dando un consenso del tutto passivo ma che ebbe profonda influenza nei processi di trasformazione del paese.