Raffaella Biscioni
Forze armate e Beni culturali
La dimensione militare nella tutela e conservazione del patrimonio
XXII Convegno del Centro universitario di Studi e ricerche storico-militari Ravenna, 5-7 dicembre 2006 Il 5-7 dicembre 2006 si è svolto il XXII convegno di studi del Centro interuniversitario di studi e ricerche storico-militari. Organizzato presso il Dipartimento di Storie e Metodi per la conservazione dei Beni culturali dell'Università degli studi di Bologna, sede di Ravenna, il convegno era dedicato al tema Forze armate e Beni culturali. La dimensione militare nella tutela e conservazione del patrimonio .
Le tre dense giornate di studio hanno messo a fuoco il rapporto fra Forze armate e Beni culturali attraverso l'analisi delle diverse forme in cui esso si è venuto a concretizzare negli ultimi centocinquanta anni di vita dello stato italiano, affrontando la questione non solo in sede storiografica, ma mettendo a confronto studiosi di storia militare, storici dell'arte, della società, della politica, del diritto, nonché i responsabili di alcuni dei più importanti uffici storici militari, ed alcuni curatori di musei e professionisti della conservazione, con una varietà di approcci quindi capace di rendere conto della complessità di tale relazione.
Il convegno ha articolato il tema del rapporto fra militari e Beni culturali in una serie di questioni diverse ma strettamente correlate: la prima, e forse la più evidente, è quella che deriva dal fatto che le Forze armate in Italia, dopo l'Unità, per una serie di ragioni specifiche della nostra storia recente, si sono trovate a possedere e quindi gestire una non trascurabile porzione del patrimonio architettonico, monumentale, artistico del nostro paese. La relazione del generale Giuseppe Coppola era dedicata proprio al tema Palazzi storici e amministrazione della Difesa ; il generale ha delineato un quadro delle tipologie e della quantità di tali beni che servono oggi a svolgere le funzioni istituzionali del ministero della Difesa; edifici in continua evoluzione, non solo da un punto di vista qualitativo ma anche quantitativo, e in molti casi di estremo valore storico-artistico, basti pensare al palazzo Ducale di Modena, sede dell'Accademia militare, alla reggia di Caserta o all'arsenale di Torino, lasciando intravedere quali complesse situazioni possano venirsi a crearsi nella gestione di tali beni fra le Forze armate e gli enti territoriali che accolgono nel proprio territorio tali monumenti.
La seconda concerne l'opera distruttrice della guerra, che, come insegna anche la storia più recente, non risparmia certo il patrimonio artistico, e porta con sé tutta una serie di problemi legati alla gestione e alla protezione del Beni culturali durante e dopo il conflitto, coinvolgendo sia i corpi militari, sia le istituzioni civili dello stato.
Naturalmente, il problema delle distruzioni subite dal patrimonio culturale, oggi ancora attuale e di grande drammaticità, non può prescindere dal tema dell'evoluzione del diritto internazionale, che dalla seconda metà dell'Ottocento ad oggi ha avuto un intenso sviluppo.
Quest'ultimo aspetto in particolare, richiamato da diversi relatori, è stato specificamente al centro delle relazioni di Edoardo Greppi e Francesco Francioni, giuristi di fama internazionale, impegnati ai massimi livelli nell'Unesco per la protezione dei Beni culturali in teatri bellici. Attraverso i loro interventi, con un excursus storico sugli strumenti legislativi internazionali, è stata delineata l'evoluzione del concetto stesso di bene culturale, che durante l'ultimo secolo passa dalla denominazione di patrimonio artistico, a quella di cultural property , di bene culturale, utilizzata per la prima volta a livello internazionale all'interno della Convenzione Aja del 1954, per passare poi a quello che in inglese si definisce cultural heritage e che potrebbe tradursi in “eredità culturale” con un evidente spostamento quindi dall'accezione materiale del bene al concetto culturale e immateriale di eredità.
Allo stesso tempo, l'atto di distruzione del patrimonio culturale subisce un'evoluzione, da crimine di guerra, definito in questi termini nel 1907 nella seconda Conferenza della pace all'Aja, diventa prima crimine contro l'umanità fino a toccare il concetto di genocidio culturale, in cui l'attacco al bene culturale in tempo di guerra, se concepito come atto discriminatorio, viene collegato al crimine di persecuzione perché rende l'atto inumano e quindi assimilabile al crimine persecutorio.
Questo problema infatti, riaffermatosi in tutta la sua drammaticità in occasione delle guerre balcaniche, pone l'attenzione sulla volontà di distruggere un popolo in quanto tale anche attraverso la distruzione del suo patrimonio culturale, e dimostra come quest'ultimo sia stato gradualmente integrato dalla dottrina giuridica nella dimensione fisica e biologica della persona.
Spostando il discorso su un piano storico è però necessario non dimenticare il peso dell'opinione pubblica borghese come elemento che influenza nel tempo e nella forma il diritto bellico internazionale e gli usi e i costumi della guerra stessa.
Da questo punto di vista appare significativo che proprio durante la grande guerra, in cui si verificarono già consistenti danni al patrimonio artistico e in cui si assistette a un forte sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa, fosse in vigore per la prima volta una convenzione internazionale, la seconda Conferenza della pace all'Aja del 1907, che sanciva in maniera esplicita il divieto di distruggere durante gli eventi bellici edifici storici, rendendoli per la prima volta veri e propri crimini di guerra. Il tema dei bombardamenti al patrimonio artistico era infatti particolarmente efficace in termini di propaganda bellica, il ricorso alla fotografia, alla stampa illustrata e al cinema fu talmente massiccio da parte delle nazioni in guerra per mobilitare le coscienze in particolar modo delle popolazioni neutrali, da far divenire i Beni culturali ad un tempo “oggetto” e “strumento di guerra”.
Di contro a questo aspetto distruttivo, sta però anche il fatto che i militari hanno anche contribuito, nel corso della storia, a creare Beni culturali. La dimensione militare, come recita il sottotitolo del convegno, è ben presente in tutta un'opera di costruzione di una nuova monumentalità nell'Italia unita, che costituisce uno degli aspetti più interessanti non solo del Risorgimento, ma anche del periodo successivo alla prima guerra mondiale, e poi del periodo post-resistenziale.
Tutta la seconda sessione del convegno, mercoledì mattina, è stata dedicata a questo tema, a partire dalla relazione di Roberto Balzani, sulle “sacre memorie” risorgimentali, fino alla attualità più stretta nella densa e meditata riflessione che Donatella Biagi Maino, concludendo la sessione mattutina, ha dedicato al tema Guardare la guerra. Cultura visuale e nuovi media . Nella relazione di Balzani l'analisi della costruzione del mito risorgimentale e delle sue guerre si è estesa fino alla disanima, estremamente interessante, del modo in cui la memoria dei protagonisti, delle battaglie, dei fatti d'arme penetra in maniera pervasiva e significativa, nel periodo postunitario, fino a territori apparentemente marginali e assai poco indagati, ma rivelatori, mostrando ad esempio l'uso “politico” di riferimenti alle guerre risorgimentali nell'odonomastica o la gerarchizzazione evidente dei protagonisti politici e militari del risorgimento nei nomi attribuiti alle navi da battaglia del Regno d'Italia. La stessa dialettica fra “guerra regia” e “guerra garibaldina” è stata ripercorsa da Eva Cecchinato attraverso le lapidi e i monumenti riferiti al Risorgimento, così come su un piano analogo si è situata la convincente ricostruzione che Ersilia Alessandrone Perona ha dedicato alle vicende dei monumenti dedicati nel secondo dopoguerra alla guerra regolare e alla guerra partigiana, mentre Lisa Bregantin ha analizzato la ricchissima produzione di monumenti ai caduti dopo la prima guerra mondiale, evidenziando gli interessanti problemi interpretativi che propone, ad una indagine sistematica, una monumentalità così capillarmente diffusa sul territorio.
Nella sessione pomeridiana Adolfo Mignemi ha ripreso retrospettivamente in sede storica un tema oggi attualissimo, ovvero il comportamento dei militari italiani in contesti bellici fuori dal territorio nazionale. Gianluca Fiocco e Raffaella Biscioni hanno trattato, da diverse angolazioni, il tema (complesso per l'intreccio di aspetti politici, culturali, militari, propagandistici) dei bombardamenti delle città d'arte italiane durante le due guerre mondiali, mentre il generale Luciano Luciani ha offerto un quadro dettagliato della attività della guardia di Finanza per la tutela dei Beni culturali nel secondo dopoguerra: dal nucleo della GdF che affiancò Siviero nell'opera di recupero dei beni artistici sottratti durante la guerra, fino alla attività corrente tuttora dispiegata in settori chiave per la tutela dei Beni culturali, come la lotta al contrabbando o il controllo degli scavi archeologici clandestini.
Il problema del rapporto fra Beni culturali e le attività di conservazione e valorizzazione è stato al centro dell'ultima giornata. Anche in questo caso l'arco coperto si è presentato estremamente ampio: dalla questione degli archivi e dei musei militari, trattata da Euro Rossi e Camillo Zadra, alle problematiche della conservazione, svolte da Salvatore Lorusso che le ha affrontate da un punto di vista propriamente tecnico scientifico, fino alla dimensione conservativa in un ambito di istituzioni decentrate, in questo caso per quanto riguarda una soprintendenza, quella di Ravenna, Ferrara, Forlì Cesena e Rimini, che può essere presa come caso emblematico per la sua importanza, oltre che naturalmente per l'interesse che ha rivestito in questa specifica sede.
Il problema degli archivi militari tocca aspetti diversi, solo in parte interni alle Forze armate, che in generale influiscono direttamente sulla disciplina della storia militare e sul rapporto fra esercito e società; conservazione e accessibilità delle memorie militari sono oramai considerati aspetti importanti nell'ottica del necessario rinnovamento dell'istituzione militare in seguito ai nuovi ordinamenti recentemente entrati in vigore.
Il cambiamento che negli ultimi decenni ha investito gli uffici storici di forza armata, a partire dal decreto Spadolini del 1 giugno 1990 che concerneva la regolamentazione dei documenti custoditi negli archivi degli uffici storici sancendo la possibilità per il più largo pubblico di accedere agli archivi militari, è stato profondo. Gli uffici storici, da struttura di supporto documentario e informativo interno, hanno progressivamente assunto la responsabilità culturale di istituti di conservazione, aggiungendo alle loro tradizionali funzioni quelle della divulgazione e valorizzazione dei Beni culturali di cui sono ricchissimi.
Le sfide che questa nuova identità ha portato sono rese ancora più difficili dall'organizzazione interna dell'esercito, dalle divisioni che fino ad oggi hanno caratterizzato sul piano operativo e culturale gli uffici storici (L'Ufficio storico dello Stato maggiore dell'esercito, l'Ufficio storico dello Stato maggiore della marina, l'Ufficio storico dello Stato maggiore dell'aeronautica, alle dipendenze del ministero della Difesa, l'Ufficio storico dell'Arma dei carabinieri alle dipendenze del vice comandante dell'Arma, l'Ufficio storico della Guardia di finanza), i quali, nonostante condividano finalità e obiettivi, si trovano ad avere articolazioni interne diverse e disomogenee. Proprio la riflessione su queste considerazioni ha portato alla creazione dell'Ufficio storico dello Stato maggiore della Difesa, presentato ufficialmente per la prima volta al pubblico degli studiosi durante le giornate del convegno, che essendo un ufficio interforza, composto da tutti gli uffici storici d'armata, si presenta proprio come una risposta a tali problemi di disomogeneità e frammentarietà di azione.
Anche il quadro legislativo di riferimento per gli archivi militari, il Codice Urbani del 2004, non aiuta ad uniformare le attività di tali soggetti. Il colonnello Euro Rossi, nuovo responsabile dell'Ufficio storico dello Stato maggiore della Difesa, ha lamentato alcuni vuoti normativi rispetto ad operazioni di grande importanza per la vita di un archivio, come quelle di versamento e scarto e alle commissioni di vigilanza, deputate alla sorveglianza della tenuta di archivi correnti e di deposito che non sono obbligatorie per gli archivi militari, ma influiscono direttamente sulla quantità e qualità della documentazione raccolta e conservata.
I problemi che possono nascere da una tale situazione sono facilmente intuibili, e durante il dibattito Giorgio Rochat, chiamato a presiedere una sessione del convegno, ha portato un esempio interessante che riguarda i documenti prodotti dalle Forze armate e dal ministero della Difesa dopo il 1945: ad oggi non si conosce la quantità di documentazione versata dai corpi di armata agli uffici storici, mentre quella prodotta dal ministero della Difesa, che a norma di legge non versa agli uffici storici (che sono soltanto di forza di Armata), ma all'Archivio centrale dello Stato AcS, non è mai stata versata. Lo studioso quindi che intendesse studiare la politica nazionale di difesa dopo il 1945 dovrebbe far riferimento agli atti parlamentari, alle fonti Nato e agli archivi statunitensi, ma non alle fonti prodotte da tale ministero.
Un altro aspetto centrale nella discussione dell'ultima giornata è stato quello relativo agli spazi destinati all'accoglienza dei ricercatori e al personale impiegato; Giorgio Rochat, ha richiamato l'attenzione, dopo aver riconosciuto i passi avanti fatti dall'amministrazione militare italiana su questo piano, sui problemi che ancora esistono, ricordando per esempio quale quadro sconsolato si ricaverebbe da una semplice comparazione col caso francese, che nonostante sia simile per organizzazione di ministeri e uffici militari, ha una gestione unitaria dei propri archivi storici,
I tre servizi storici delle forze d'armata francesi infatti sono riuniti nella sede del castello di Vincennes e, insieme al servizio storico della Gendarmerie e a un Centre d'etude d'historie de la defense, sono alle dipendenze dirette del Primo ministro; il solo Service historique de l'Armee de terre dispone di più di 130 dipendenti fra ricercatori e archivisti.
Il tema della formazione del personale, presente in tutte le relazioni dell'ultima giornata, è di particolare importanza per il mondo degli archivi militari ed ha un risvolto immediato sulla qualità della ricerca della disciplina. Sono stati evidenziati esempi di archivi smembrati dalla loro formazione originaria e riordinati seguendo criteri molto discutibili, cioè per materia e non in base al soggetto produttore delle carte, e non in linea con i principi della teoria archivistica, che fonda la propria scientificità proprio sul metodo storico e sul rispetto del vincolo archivistico .
Anche il discorso sulla dimensione museale introdotto da Camillo Zadra, direttore di una delle istituzioni che maggiormente si sono distinte su questo terreno, sia pure a partire da una realtà locale e decentrata come il Museo della guerra di Rovereto, ha posto l'accento sulla nuova sfida culturale che il museo militare si trova ad affrontare oggi, sottolineando come non sia più possibile proporre il modello pedagogico di “museo per educare” ma sia di vitale importanza agganciare l'istituzione museale a solide basi di ricerca scientifica, in cui non è più “il cimelio” ad essere protagonista, ma l'esperienza di guerra di una nazione raccontata attraverso percorsi didattici e visivi che possano rendere conto dell'impatto dei conflitti sui civili, su modello dell'inglese Imperial War Museum,
Quest'ultimo aspetto risulta essere di estremo interesse proprio in relazione alla disciplina di storia militare, non a caso Nicola Labanca, durante i saluti a nome del Centro interuniversitario di studi e ricerche storico-militari ha voluto sottolineare con forza la necessità di considerare la storia militare come disciplina che non si occupa solo degli aspetti “tecnici” delle Forze armate, ma che al contrario ne studia il rapporto in relazione alla società civile.
Luigi Tomassini, in sede di conclusioni dei lavori, ha parlato a questo proposito del rapporto fra società civile e mondo militare come “chiave interpretativa del convegno”, come elemento unificante fra le varie tematiche affrontate e i vari approcci disciplinari e come strumento euristico per capire i passaggi e i processi di evoluzione storica all'interno dei nodi problematici evidenziati.
La scelta stessa della periodizzazione, cioè dalla seconda metà dell'Ottocento fino ai giorni nostri, appare determinata non solo dalla constatazione che la storia delle Forze armate italiane è formalmente circoscritta a questo periodo, ma anche dal fatto che proprio intorno alla metà dell'Ottocento i rapporti fra sfera militare e sfera civile conoscono una evoluzione decisiva su questo terreno. Da un lato all'interno dell'opinione pubblica, comincia a prendere forma il concetto di Beni culturali così come noi oggi lo intendiamo, cioè un patrimonio connotato non più solo per il suo valore estetico e formale, ma in quanto portatore di particolari valenze di cultura e civiltà legate alla formazione sociale che le ha prodotte, e quindi adatto a costituire la base per un nuova dimensione identitaria, in cui il patrimonio artistico diventa espressione dell'identità nazionale.
Negli stessi anni anche le concezioni legate al fenomeno bellico subiscono una forte trasformazione. Sulla scorta anche in questo caso di una forte pressione dell'opinione pubblica, che spinge in direzione di una regolamentazione del conflitto e verso le prime convenzioni internazionali, si giunge ad una ridefinizione dei limiti della guerra, nella quale cominciano a trovare sempre maggiore spazio anche regolamentazioni e misure di tutela relative a quelli che oggi chiamiamo Beni culturali. Tuttavia, questa spinta alla delimitazione del conflitto è largamente controbilanciata dalla tendenza delle guerre contemporanee a coinvolgere direttamente porzioni sempre più importanti della sfera “civile”, a cui fa riscontro peraltro la progressiva penetrazione di elementi importanti della società civile, delle sue culture, dei suoi modelli, all'interno della dimensione militare.
In questa ottica, la tutela dei Beni culturali diventa, oltre che un terreno concreto di scontro durante i conflitti armati, anche un luogo simbolico di confronto fra due sfere, quella civile e quella militare, che si intrecciano in un complesso gioco di reciproca legittimazione-delegittimazione.
Da qui l'interesse di un approccio multilaterale, come quello tentato in questo convegno. Esso ha permesso infatti di esaminare le molteplici sfaccettature di un rapporto complesso e mutevole, lungo un processo storico in cui i due termini in questione, i Beni culturali e i conflitti armati, conoscono trasformazioni profonde, che occorre però ricostruire attentamente per valutare meglio le forme in cui i problemi relativi alla tutela dei beni e delle identità culturali si propongono ai nostri giorni.