Chiara Giorgi
Lo Stato in Europa negli anni Trenta
Democrazie e totalitarismi
Convegno di studi, Roma, 26 e 27 ottobre 2006 Il 26 e 27 ottobre si è svolto a Roma presso la Biblioteca del Senato della Repubblica il convegno dal titolo Lo Stato in Europa negli anni Trenta. Democrazie e totalitarismi promosso dall'Università degli studi di Roma “La Sapienza” (Scuola speciale per archivisti e bibliotecari, Dipartimento di scienze del libro e del documento) e dalla Società per gli studi di storia delle istituzioni.
Lo scopo del convegno è stato fotografare il sistema istituzionale dei principali paesi europei che nel periodo compreso tra le due guerre hanno vissuto importanti trasformazioni, nell'intento di rintracciarne elementi comuni e differenze. L'approccio comparativo ha infatti interessato la I sessione dedicata a Politica e istituzioni in Europa tra le due guerre nel corso della quale sono intervenuti Michael Stolleis (Internationales Max-Planck Forschungskolleg für vergleichende Rechtsgeschichte, Frankfurt) con una corposa relazione sulla Repubblica di Weimar e il passaggio alla costruzione dello Stato nazista, Nico Randeraad (Universiteit Maastricht, Olanda) con un intervento volto a comparare le politiche pubbliche dei regimi totalitari e Sebastian Martìn (Universidad de Huelva, Spagna) con un paper sulla transizione dalla legalità repubblicana alla dittatura franchista. In particolare Martìn ha inteso esplorare la morfologia dello Stato nella Spagna degli anni Trenta, caratterizzata da opposti modelli statali, antagonisti tra di loro. Si tratta del modello politico presente nella Costituzione spagnola del 9 dicembre 1931 e di quello inscritto nella dittatura militare e plebiscitaria successiva. Il primo fu improntato ai principi della democratizzazione e della socializzazione giuridica e, nato da una forte rottura con il passato, contraddistinse il nuovo sistema democratico incentrato sulla separazione tra Chiesa e Stato, sull'universalismo dei diritti, sull'intervento statale nella produzione economica, sulla distribuzione della proprietà agraria, sulle garanzie giurisdizionali della Costituzione, sull'autonomia politica delle regioni. Di contro quello istituzionalizzato nel 1939 segnò la regressione della vita civile e politica spagnola alla monarchia cattolica, tradizionale, centralista e militare del secolo precedente.
Particolarmente significativa è stata poi la relazione di Guido Melis (Università “La Sapienza”), che nel delineare il profilo delle istituzioni italiane degli anni Trenta, ha di fatto posto le premesse per gli interventi successivi dedicati al fascismo italiano.
La domanda da cui Melis è partito è stata quella relativa a quanto siano state fasciste le istituzioni fasciste, a quanto cioè sono stati trasformati in senso fascista la costituzione, le magistrature, l'apparato dello Stato, le burocrazie dei ministeri, gli enti pubblici e gli enti locali e a quanto sono stati modificati il rapporto centro-periferia e i meccanismi di selezione e reclutamento della classe dirigente. I terreni di verifica individuati come fondamentali per rispondere a questi quesiti sono stati tre: lo stato della legislazione, l'assetto e il funzionamento del sistema istituzionale e la composizione del personale delle istituzioni.
Per ciò che attiene alla legislazione, Melis ha ricordato come sia stata cospicua, ambiziosa e incisiva l'iniziativa legislativa del fascismo (si pensi ai grandi testi unici degli anni Trenta con cui il regime mise mano ad una sistemazione di ampi settori di materie che andavano dal pubblico impiego, alla pubblica sicurezza, alla previdenza al sistema bancario, al trasporto, ai beni culturali, alla scuola). Una iniziativa legislativa caratterizzata inoltre da un nuovo rapporto tra strumenti normativi e interessi coinvolti nella regolazione pubblica, e dalla funzione creatrice di diritto svolta dalle élite tecnocratiche di settore. Pur tuttavia, ha sottolineato Melis, nell'intento di mostrare le rotture ma anche le continuità presenti nel passaggio dallo Stato liberale allo Stato fascista, gran parte del quadro normativo restò fondato sui principi cardine della tradizione giuridica precedente. Restò infatti in vigore soprattutto il corpus normativo accumulatosi nel corso dell'esperienza dello Stato unitario. In questo senso aldilà della propaganda rivoluzionaria fascista, è dato riscontrare una continuità con il passato in vari ambiti del sistema istituzionale nazionale.
Quest'ultimo può infatti dirsi binario, ha rilevato Melis, ossia composto da istituzioni che già c'erano (corona, senato, camera, esercito, enti pubblici economico-finanziari, consiglio di Stato, governo e struttura dei ministeri) e da altre nuove (Gran consiglio del fascismo, partito, milizia nazionale, enti pubblici politici e sociali, figura del duce). Infine sulla composizione e la cultura del personale Melis ha messo in luce l'intreccio presente durante il ventennio tra le élites amministrative tradizionali, che si rafforzarono e potere godere della protezione del fascismo stesso e le nuove élites del regime, molto diverse dalle prime, connotate da un forte legame con la politica (del partito soprattutto) e da una versatilità dei loro membri (la stessa che ne permetteva la presenza in più settori). Dunque alla domanda relativa a quanto furono fasciste le istituzioni fasciste, Melis ha risposto invitando ad andare oltre i dati inerenti alla tessera del partito, alla divisa indossata e alla retorica dei discorsi ufficiali del regime, e invitando a studiare da vicino le istituzioni nel loro concreto funzionamento, su un terreno cioè carico di ambiguità e contraddizioni sul quale soltanto si può misurare il tasso di politicizzazione.
Nella II sessione dedicata a Il fascismo italiano: l'organizzazione dello Stato, Francesco Soddu (Università di Sassari) ha preso in esame il funzionamento del Parlamento italiano nelle due legislature che coprono l'arco temporale 1929-1939, quando esso assunse una funzione diversa rispetto al passato, ossia di collaborazione con il governo (funzione che secondo Calamandrei sarebbe stato più corretto definire di sottomissione). Osservando con sguardo ravvicinato l'attività della macchina parlamentare nel suo quotidiano assolvimento dei compiti legislativi e di controllo, Soddu ha potuto ricavare la considerazione più generale secondo cui il Parlamento non subì del tutto passivamente lo spostamento in capo all'esecutivo della funzione normativa. Viceversa esso, tentando di avere un ruolo più attivo ed incisivo, cercò di incidere in vari casi sui disegni di legge governativi o con emendamenti e integrazioni o con voti, raccomandazioni auspici per un ulteriore intervento dello stesso governo più organico di quanto non fosse quello prodotto dai decreti di urgenza. Giovanna Tosatti (Università della Tuscia) ha ricostruito l'attività del ministero dell'Interno, in particolare quella relativa alle politiche repressive che sotto la direzione di Arturo Bocchini si fecero sempre più incisive. Tosatti ha sottolineato come nel corso degli anni Trenta la preoccupazione più assidua riguardò il sistema informativo sia sul territorio nazionale sia all'estero. Al fine di rafforzare l'azione repressiva in Italia vennero coinvolti vari organismi (oltre alle strutture di Polizia), quali l'Ufficio stampa del capo del governo, il Pnf, la Mvsn, la Segreteria particolare del duce sino ad alcune componenti della società civile. Si tese così a costruire una fitta rete di controllo in patria come all'estero dove vennero attivate le rappresentanze consolari chiamate ad individuare e classificare le diverse categorie di avversarsi del regime distinte secondo la loro pericolosità.
Alessio Gagliardi (Università di Torino) si è poi occupato dei quattro ministeri economici presenti in Italia durante il periodo fascista: il ministero delle Corporazioni, il ministero dell'Agricoltura e foreste, il ministero per gli Scambi e valute e il ministero delle Finanze, soffermandosi sulle loro strutture organizzative, sulle dirigenze politiche e amministrative e sul ruolo da esse svolto nella politica economica italiana. Egli ha rilevato come ai tratti di irrazionalità organizzativa e frammentazione che li connotarono si affiancarono una serie di interventi innovativi dai quali scaturirono soluzioni particolarmente originali, distanti da quella rigidità e centralizzazione tipiche del tradizionale assetto amministrativo nazionale. In particolare all'interno del ministero delle Corporazioni e di quello per gli scambi e valute si delineò un nuovo rapporto tra la politica e l'amministrazione e una nuova interazione tra pubblico e privato destinata a restare oltre il fascismo. La relazione si è infine soffermato sul ruolo dei ministeri nella politica economica italiana, sottolineando il loro ruolo di controllo e direzione sugli enti pubblici economici in crescita nel periodo compreso tra le due guerre. L'intervento di Chiara Giorgi (Università di Bologna) ha inteso approfondire lo studio di questo ambito specifico dell'amministrazione, ossia quello degli enti economico-finanziari, cosiddetti enti di Beneduce.
Se le premesse al modello dell'ente pubblico si posero nei primi anni del Novecento (con l'istituzione dell'Ina nel 1912), fu tuttavia l'età fascista a segnare il periodo cruciale nella loro storia. Sotto il fascismo si riscontrò infatti il “fiorire” di oltre 350 enti pubblici, che investirono i settori più svariati (dalla assistenza, alla cultura allo sport alla propaganda). Gli enti si connotarono sempre più quali organi ausiliari o sostitutivi dello Stato in attività tradizionalmente riservate alla pubblica amministrazione, grazie ai quali venne riducendosi la distanza tra il pubblico e il privato e attraverso cui si consolidò un processo di penetrazione dello Stato in aree prima inibite alla sua regolazione.
Durante il ventennio le cosiddette amministrazioni parallele crebbero in importanza e in funzioni, allargando la formula organizzativa dell'ente pubblico economico-finanziario, ed estendendosi a settori strategici. Tuttavia, ha sottolineato Giorgi, se negli enti economico-finanziari, prevalse una logica di gestione di stampo imprenditoriale, connessa alla guida di un gruppo dirigente dalle grandi competenze tecniche e relativamente autonomo dalla politica, negli altri enti si affermò l'influenza delle politiche del regime, nonché la diretta ingerenza di personale ad esse legato.
Antonella Meniconi (Università La Sapienza) ha indagato il sistema della giustizia delineando i momenti salienti della sua riorganizzazione autoritaria a partire dagli anni Venti (riforma Oviglio del 1923) sino agli anni Quaranta (nel 1941 fu emanato ad opera di Dino Grandi il nuovo ordinamento giudiziario). Meniconi si è così soffermata sulle tre fasi di questa riorganizzazione: nella prima fase si procedette ad una epurazione politica degli elementi sgraditi al regime all'interno del corpo giudiziario, all'unificazione delle Corti di cassazione, ad una semplificazione del disegno organizzativo, alla sostituzione del Consiglio superiore elettivo con la nomina regia; successivamente nel corso degli anni Trenta si procedette alla separazione della carriera di pretore da quella di giudice, alla trasformazione delle Corti d'assise, alla istituzione del Tribunale dei minorenni. A partire dal 1941 il nuovo ordinamento giudiziario sottopose completamente la magistrature al potere esecutivo, accentuando quella dipendenza della magistratura dal potere politico già presente in età liberale.
Federico Lucarini (Università del Molise) ha trattato la questione degli enti locali mostrando come la fascistizzazione (a partire dalla riforma podestarile), sopprimendo le libertà politiche dei comuni e delle province, non ne abbia però soppressa la personalità giuridica autonoma di diritto pubblico. Molto interessanti i cenni al personale e alle sue “culture” e le riflessioni di Lucarini sul nesso tra la politica fascista e le politiche locali.
Infine nell'ultima sessione dedicata alle istituzioni culturali fasciste, sono stati affrontati i vari ambiti del mondo della cultura. Francesco Verrastro (Università “La Sapienza”) ha esposto i risultati di una ricerca ancora inedita e ricca di nuove acquisizioni sul carattere della legislazione riguardante la tutela delle cose d'arte e del paesaggio nel periodo fascista. Rispondendo alla domanda relativa al livello di influenza che il progetto totalitario del regime ebbe sull'elaborazione dei principi giuridici, degli strumenti amministrativi e delle strutture burocratiche preposte alla tutela del patrimonio culturale e del paesaggio, Verrastro ha ripercorso la vicenda della legge Bottai del 1939 e in generale ha tracciato la storia amministrativa delle strutture istituzionali preposte a gestire questo ambito (in particolar modo gli uffici periferici sviluppatisi secondo il modello delle soprintendenze). Attraverso un lungo excursus storico partito dagli inizi del secolo, Verrastro ha individuato i caratteri peculiari della riorganizzazione operata da Bottai, tesa a ripristinare l'impianto dei governi giolittiani (valorizzando la presenza sul territorio degli uffici e optando per una capillare distribuzione delle soprintendenze) e ha in questo modo messo in luce gli elementi di continuità tra quanto venne realizzato sotto il regime e l'assetto precedente.
Patrizia Ferrara (ministero per i Beni e le attività culturali, Direzione generale degli archivi) ha “scavato” nell'ambito dell'organizzazione della propaganda in relazione alla quale – ha osservato – il regime non ereditò una vera propria struttura amministrativa da fascistizzare. Fu soprattutto negli anni Trenta che venne potenziato l'apparato propagandistico con la costituzione di un ministero ad hoc e con l'utilizzo, accanto alla stampa, della radio e del cinema da cui il fascismo non poteva più prescindere ai fini della diffusione di massa dei propri modelli culturali. Nacque così il ministero Stampa e propaganda (poi ministero della Cultura popolare), preposto a gestire e controllare i numerosi settori dell'informazione, della cultura e dello spettacolo.
Anche l'ambito accademico venne investito da importanti cambiamenti, attentamente ricostruiti nella relazione di Giuseppina Fois (Università di Sassari).
E infatti nella legislazione sull'università si succedettero quattro momenti cruciali: la riforma Gentile del 1923, il testo unico del 1933, la “controriforma” De Vecchi del 1935, il decreto del 4 giugno 1938 e la Carta della Scuola del 1939 facenti capo all'iniziativa di Bottai. Tre furono dunque i progetti che investirono l'università, i quali se non si realizzarono compiutamente, tuttavia lasciarono profonde tracce negli ordinamenti destinati a restare nel dopoguerra. Vi furono dunque, come per altri ambiti, importanti elementi di continuità rispetto all'età liberale, e al contempo una discontinuità, soprattutto tra il progetto di Gentile e quello di Bottai: si passò da una università di élite ad una di massa; si esasperò la centralizzazione e si affermò la politicizzazione dell'università.
Ma l'organizzazione del consenso non poteva prescindere da una forte impegno del regime nell'ambito degli istituti culturali. Si procedette dunque alla creazione di nuovi organismi (Istituto nazionale fascista di cultura, Accademia d'Italia, Istituto di studi romani), e al contempo alla fascistizzazione di altri già esistenti. Come ha illustrato Albertina Vittoria (Università di Sassari) il processo di costruzione totalitaria della società e dello Stato passò anche per l'irrigidimento di misure atte al controllo totale delle istituzioni culturali (sottomissione al Pnf di istituti culturali, revisione degli statuti di tutte le accademie, gli enti culturali e scientifici). Non fu esente da analoghe dinamiche di fascistizzazione l'editoria (la censura divenne preventiva e venne sottoposta, a partire dalle leggi razziali, ai controlli della commissione per la bonifica libraria). Infine la relazione di Dora Marucco (Università di Torino) si è soffermata sugli orientamenti delle scienze sociali durante il ventennio e, in modo specifico su quelli della statistica, ripercorrendo la storia dell'Istat ma soprattutto analizzando il contributo dato durante il fascismo dagli statistici italiani, al fine di indagare e approfondire il complesso rapporto creatosi tra il fascismo e la scienza dei numeri.
Dunque se l'intento del convegno è stato di indagare a fondo le caratteristiche dello Stato in Europa nel corso degli anni Trenta, proprio l'osservazione diretta dei vari ambiti del sistema istituzionale fascista ha permesso di ricavare dati preziosi a questo fine, mettendoli a confronto con altre realtà europee e osservando analogie e differenze di imprescindibile rilievo storico.