Francesco Silvestri
Stefano Bellucci
Storia delle guerre africane
Roma, Carocci 2006
Nel panorama della storiografia italiana, sono rare le opere che trattano temi extra-nazionali o extra-europei. Per questo motivo, va salutata con favore l'uscita di un volume che affronta – a più di 10 anni di distanza dal tuttora insuperato “Il leone e il cacciatore” di Anna Maria Gentili – i problemi dell'Africa.
In questo snello saggio, Stefano Bellucci si concentra in particolare sui conflitti che negli ultimi 15 anni hanno scosso il continente – dalla “guerra globale” in Congo/Zaire a quelle che hanno squassato il Corno d'Africa, dalle guerre civili del Ciad e del Sudan ai massacri a sfondo etnico di Ruanda e Burundi – senza tuttavia ignorare i principali scontri della Storia africana post-coloniale.
Un momento di svolta nella Storia delle relazioni africane, si ha con la fine della Guerra fredda, che sancisce per il continente la chiusura del periodo “post-coloniale” (1960-1989). Il crollo del sistema di potere sovietico ed il venir meno della sua sfera di influenza, si accompagna all'estesa affermazione di politiche liberiste. Anche in Africa, di conseguenza, si assiste all'imporsi degli interessi economici sui principi politico-ideologici, come emerge con assoluta evidenza dall'analisi dei conflitti continentali.
L'autore classifica le guerre che interessano l'Africa dagli anni '60 del XX secolo in tre categorie principali: le guerre di secessione, che conoscono un unico caso di esito favorevole (il trentennale conflitto dell'Eritrea con l'Etiopia, culminato nel riconoscimento dell'indipendenza della prima all'inizio degli anni '90) a fronte di due insuccessi (il tentativo delle province congolesi di Katanga e Kasai e la guerra nel Biafra nigeriano); le guerre di liberazione, quali la lotta dell' Ultramar portoghese per l'indipendenza dalla metropoli nel periodo 1961-1975, e quella dello Zimbabwe contro il regime razzista rhodesiano; infine, le guerre civili, che affondano le proprie radici nella divaricazione, favorita dal colonialismo, tra élite – spesso afferenti ad un particolare clan o ad una specifica etnia – e masse sempre più povere (Ciad, Sudan, Uganda e Ruanda).
In questo periodo, l'atteggiamento del consesso internazionale e delle Superpotenze verso i conflitti africani è ambivalente: se, al contrario di quanto avvenuto in altre parti del mondo, non è mai accaduto che Paesi extra-continentali abbiano fomentato colpi di Stato o agito in via diretta per scatenare guerre, essi hanno contribuito ad esacerbare le crisi e sono co-responsabili delle condizioni di contesto alla loro esplosione.
Diversa è la situazione nei conflitti recenti, figli di quello che l'autore definisce “periodo neoliberista”, in cui l'indebolimento dello Stato nazionale – nonostante la presunta democratizzazione del continente africano – da un lato ha favorito l'imporsi in periferia di potentati locali e “signori della guerra”, dall'altro ha reso intere regioni più permeabili alla penetrazione di interessi economici stranieri. Nell'era globale, il controllo dei Paesi africani da parte di quelli occidentali non è diretto, come avveniva in epoca coloniale, non è indiretto, come nel periodo post-coloniale, ma è diffuso: la politica estera dei governi dei Paesi industrializzati è sensibile agli interessi economici delle imprese nazionali ed alla loro necessità di approvvigionamento di risorse a condizioni favorevoli; dove tali risorse sono concentrate e controllate dallo Stato centrale (Nigeria, Botswana, Gabon), il governo nazionale è l'interlocutore di riferimento per le controparti occidentali, che non hanno interesse a cercare alternative. Viceversa, dove le risorse sono diffuse sul territorio (Congo, Ciad, Sudan), è più produttivo appoggiare le rivendicazioni di gruppi e signori locali, a loro volta motivati a costruirsi una nicchia di autonomia da utilizzare a fini di potere ed arricchimento personale.
È in tale contesto, che si assiste ad un altro elemento di assoluta novità nei conflitti dell'epoca neoliberista, diretta emanazione di una sorta di “privatizzazione” della guerra: il coinvolgimento non di consiglieri militari o eserciti ufficiali stranieri, bensì di corporation private, pronte a offrire dietro compenso ai belligeranti assistenza tecnica, addestramento, ma anche forze di intervento diretto, il tutto camuffato da servizi di sicurezza per i cittadini e le imprese occidentali. Si tratta di eserciti di specialisti, quasi esclusivamente statunitensi, eredi delle ormai obsolete (e fuorilegge) compagnie di mercenari, equipaggiate con i più moderni armamenti ed attive su tutti i teatri bellici di quello che un tempo era definito “terzo mondo”.
Un ulteriore incontestabile merito del saggio di Bellucci è di demolire il luogo comune secondo cui la causa scatenante dei conflitti africani sarebbe una mai risolta questione etnica. Al momento dell'indipendenza africana, le Nazioni Unite impongono come condizione per il riconoscimento dei nuovi Stati il mantenimento dei confini coloniali; ciò comporta un elevato grado di divisione etnica interna ai singoli Paesi, che le élite nazionaliste africane hanno in quel momento interesse ad ignorare. In periodo post-coloniale, in piena contrapposizione ideologica tra capitalismo e comunismo, religione ed etnia sono relegate al ruolo di armi di lotta marginali. Quando, tuttavia, si esce dalla lunga stagione della Guerra fredda e l'ideologia perde pregnanza come strumento di mobilitazione, l'identità etnica diviene per le élite escluse dal potere la leva attraverso cui sovvertire lo status quo . In questa fase, la “etno-politica” si trasforma nello strumento più efficace per indebolire ciò che resta del carattere universalistico dello Stato, generando una situazione favorevole all'imporsi dei signori della guerra ed al loro controllo sulle risorse concentrate in particolari aree o sui traffici che attraversano determinati territori.
Secondo questa chiave di lettura, l'identità etnica non è quindi la causa reale dei conflitti, ma la via più comoda – anche per gli osservatori internazionali – per giustificare come puramente “autoctono” ed inevitabile uno scontro che invece ha spesso origine nelle pesanti ingerenze straniere nelle questioni africane.
Il volume di Bellucci, nonostante la sua stringatezza, assomma quindi numerosi meriti, non ultimo quello di trattare con competenza un tema tanto attuale quanto poco frequentato dalla storiografia italiana. Più difficile da condividere, lo schematismo con cui globalizzazione e dottrina neoliberista – peraltro utilizzati quasi come sinonimi – sono eletti a causa prioritaria se non esclusiva della crisi dello Stato, dell'aumento delle componenti individualistiche ed etnicistiche all'interno della società e, in ultima istanza, delle condizioni di anarchia in cui versano oggi molti Paesi africani. Di qui, l'impressione di una lettura quasi nostalgica del periodo post-coloniale e del sistema bipolare della Guerra fredda che fatica a trovare una reale giustificazione, alla luce delle tragedie conosciute dal continente africano in quegli anni.