N. 12 - Novembre 2006

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[Aut. Trib. Bologna n. 7163 del 3/10/2001]

ISSN 1720-190X





Dario Petrosino

Michele Nani
Ai confini della nazione
Stampa e razzismo nell'Italia di fine Ottocento

Roma, Carocci 2006


Che cosa hanno in comune un africano, un meridionale e un ebreo? Posta in questi termini, la domanda sembrerebbe l' incipit di una barzelletta intinta nel più vieto e becero umorismo di gusto razzista. A ben vedere, però, sintetizza anche in modo efficace uno dei nodi tematici posti dall'ultimo lavoro di Michele Nani. Ai confini della nazione analizza infatti come il processo di definizione dell'identità nazionale italiana passi attraverso una particolare definizione dell'alterità che vede nell'Africa, nel sud Italia e nell'ebraismo tre fra i suoi principali elementi di differenza: è in questo modo che le alterità, appunto, contribuiscono alla nazionalizzazione e ne sono a loro volta un portato.


E così, dietro il luogo comune degli “italiani brava gente” si nasconde in realtà un intenso lavoro di costruzione dell'identità degli italiani che per la propria definizione si serve della contrapposizione a identità “altre”, che non solo vengono definite per marcare la loro esclusione dalla comunità, ma sono utili anche a rafforzare l'identità nazionale.


Questo fenomeno, che per le sue caratteristiche configura il caso italiano, analogo a quello di altri paesi occidentali tra Ottocento e Novecento, è studiato da Nani attraverso il “mondo di carta” della Torino tardo-ottocentesca. La città di Lombroso, Ferrero, Mosca, Morselli, che vide fiorire in particolare modo il positivismo italiano, si rivela infatti, con le sue pubblicazioni a stampa, un ottimo punto di osservazione per le dinamiche di definizione della nazione italiana e delle alterità attraverso la costituzione di stereotipi, modellati su base scientifica, ma anche sulla formazione di quel senso comune che rende gli stereotipi verità inconfutabili. Attraverso la stampa si definiscono gli stereotipi dell'africano, del meridionale e dell'ebreo, di cui dicevamo, utili a meglio definire l'identità degli italiani, entro la quale essi non saranno mai assimilabili.


In questa analisi è fondamentale il passaggio che porta dalla definizione dell'alterità al razzismo in senso stretto. Pur senza dimenticare che vi è una differenza tra tipizzazione e stereotipo (e che non tutti gli stereotipi sono razzisti), vi è un momento in cui la definizione dell'altro diventa il perno di una politica e di un pensiero razzista. Ed è questo il punto che Nani intende focalizzare, sulla scia di una riflessione che ha attraversato per intero la sua formazione di studi, fin dalla tesi di laurea, attraverso esperienze come quella del Seminario per la storia del razzismo italiano, svoltosi negli anni Novanta presso l'Università di Bologna. Proprio attraverso quell'esperienza, e dal dibattito portato avanti da Alberto Burgio e Luciano Casali, Nani ha modo di sottolineare la “diffidente accoglienza” riservata in Italia agli studi sul razzismo, che non sono ancora riusciti a trovare uno spazio adeguato nel panorama della storiografia italiana.


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