Roberto Parisini
Ilaria Pavan
Il podestà ebreo
La storia di Renzo Ravenna tra fascismo e leggi razziali
Laterza, Roma-Bari, 2006La biografia storica è un genere molto complesso la cui principale difficoltà risiede, detto molto all'ingrosso, nell'intrecciare due piani fondamentali: da una parte, l'interpretazione dei percorsi e delle percezioni soggettive, legati alle personali vicende, con cui il personaggio attraversa gli eventi di cui è in qualche modo protagonista; dall'altra la ricostruzione storica, esterna ( oggettiva rispetto al personaggio ma certo non a chi scrive), delle cause e degli effetti, delle molteplici spinte che definiscono il contesto in cui il Nostro si muove e da cui viene condizionato.
La complessità cresce ancor di più poi, se la vicenda del personaggio in questione assume notevole rilevanza sia come testimonianza di una delle più tristi, drammatiche temperie del secolo appena trascorso, piena di dolorosi influssi personali e collettivi ancora sul nostro presente; sia come ricostruzione di un pezzo della nostra storia per tanti versi in attesa di essere più approfonditamente studiato, come è quello che va dalla fine degli anni Venti al secondo conflitto mondiale.
Mi sono dunque avviato alla lettura di questo libro su Renzo Ravenna con la consapevolezza della doppia necessità richiesta alla sua autrice di combinare una certa sensibile affinità nell'approccio alla storia personale del podestà ebreo , con lo scavo ampio e profondo, in buona misura originale, di una mole considerevole dei più diversi documenti, allo scopo di delineare un contesto – che in questo caso è, per esplicita scelta dello stesso podestà, in primo luogo quello locale – fortemente segnato dalla contraddittoria modernizzazione che il fascismo impose al nostro paese. In questo contesto infatti, Ferrara non è stata centro minore nella geografia politica ed economica del regime: per tanti versi gli affari e il corpo sociale della città estense riflettono fedelmente gli elementi essenziali del fondamentale tessuto padano.

Nello stesso modo, essa è al centro di una serie di interventi dal centro che le attribuiscono una certa esemplarietà per la sua vicenda urbanistica e amministrativa, negli anni in cui tante, analoghe città medie andavano abbozzando i termini del loro futuro sviluppo.
Dico subito che la prima necessità mi è sembrata abbondantemente soddisfatta. Grande attenzione e indubbia finezza emergono nella valutazione delle vicende più attinenti alla persona, alla sua sensibilità e a quella del suo entourage . Convincente, ad esempio, appare la ricostruzione di un'adesione al fascismo filtrata, più che attraverso un'entusiastica consapevolezza politica, da una vicenda generazionale e dalla suggestione di alcune frequentazioni personali.
Tuttavia, se lo sforzo principale della Pavan è stato certamente quello di scandagliare il complesso, mai univoco rapporto identitario tra ebrei e fascismo, un po' vaga è rimasta, a supporto di questo sforzo, la ricostruzione adeguatamente articolata del contesto posto intorno al percorso biografico dell'avvocato Renzo Ravenna. Questo nonostante il rapporto tra fascismo ed ebrei a Ferrara (e non solo qui) sia solidamente inquadrabile all'interno della più ampia questione che coinvolge il nesso fascismo-ceti medi-èlites urbane e rurali. All'interno di questi e di quelle si trovava infatti perfettamente integrata la maggior parte della comunità ebraica locale. Accanto a un bel paragrafo dedicato a consenso e cultura in cui viene attentamente descritta la grande adesione della comunità al progetto – portato avanti con energia dal fascismo e direttamente rivolto ad omogeneizzare i ceti medi – di stretta connessione tra identità sociale e glorie cittadine (progetto di cui il podestà ebreo è originale e immaginoso promotore), in realtà non molto ci viene detto sulla conformazione delle èlites locali, della sostanza dell'ineludibile rapporto città-campagna, dei maggiori centri del potere economico, di quel ceto avvocatizio sempre strettamente legato alla dominante proprietà fondiaria il cui profilo è centrale in tante di queste medie città padane, e a cui venti anni fa Gabriele Turi aveva già dedicato alcuni significativi ma troppo rapidi cenni. In sintesi è un po' latitante quel “tessuto del quotidiano e [del]le ramificazioni della sconfinata rete di rapporti di cui il podestà Ravenna si trovava ad essere parte tutt'altro che secondaria” (p. 53).
E ancora. Gli anni Trenta sono quelli dell'edificazione dello Stato corporativo e dirigista la cui azione in provincia non manca di innescare importanti ricadute in primo luogo sul piano del governo urbano e delle trasformazioni ad esso connesse. Qual è perciò il ruolo del podestà (fino al 1938, e in seguito come legale dei possidenti espropriati) in vicende rilevanti ed esemplari come lo sventramento risanatore di parte del centro cittadino o l'edificazione pressoché dal nulla di un'intera zona industriale? Chi e cosa rappresenta? Non basta il forte legame con Balbo a definire l'indubbio ruolo di mediatore che Ravenna ebbe tra il drastico ampliarsi delle necessità urbane e urbanistiche, “la difesa degli interessi di classe e un'apertura alle esigenze propagandistiche a più livelli del regime fascista” (p. 49). Notevoli questioni mi pare che susciti la necessità di mantenere gli equilibri su cui classicamente poggiava il potere edificato dal ras ferrarese, e al contempo governare lo sviluppo che il regime comunque sollecitava con i propri interventi in questa come in numerose altre città italiane.
La grande scarsità di studi di riferimento e le buste dei vari archivi lasciano in proposito ampi lati oscuri; le nuove fonti di cui l'autrice si sapeva armata (e di cui dà diligentemente conto) lasciavano sperare un utile e più avanzato confronto.
Invece, l'impressione finale è che il dialogo tra le nuove fonti private (l'archivio personale di Ravenna) e quelle pubbliche (i ricchi fondi dell'archivio di Stato di Ferrara o di quello storico comunale) non sia stato sufficientemente articolato. Valutare l'efficacia dell'azione amministrativa sostanzialmente sulla base delle relazioni stese dallo stesso podestà o dei soli bilanci preventivi appare forse un po' limitato, così come elencare un po' alla rinfusa tutta una serie di provvedimenti infrastrutturali ed edilizi, con poca attenzione alla corretta collocazione cronologica, ad una adeguata contestualizzazione delle questioni urbanistiche e all'intrecciarsi delle cause e degli effetti da queste messi in campo (carenze abitative, politica degli sventramenti, zona industriale, ecc…), lascia talora l'impressione che il giudizio storico si appiattisca un po' sulla visione interna degli eventi, ossia su quella, inevitabilmente parziale, che lo stesso protagonista aveva del loro operato. Lo stesso penso possa dirsi delle valutazioni offerte sull'attività di assistenza pubblica, svolta negli anni effettivamente drammatici del dopo grande crisi economica, senza aver filtrato ad esempio i freddi dati del bollettino statistico comunale con le problematiche relazioni dei funzionari dell'Ente comunale di assistenza.
In conclusione mi verrebbe da dire un libro certamente ricco sul podestà ebreo di Ferrara Renzo Ravenna ma, vista la centralità dell'elemento locale in questa biografia, un libro stranamente povero sulla Ferrara di Renzo Ravenna.