Massimo Chiais
Guerra e propaganda:
tra vecchie strategie e nuovi strumenti della comunicazione Nel vasto contesto delle discipline inerenti le scienze strategiche e lo studio della guerra nelle sue disparate manifestazioni, la gestione della comunicazione e dell'informazione in termini propagandistici rappresenta un elemento di sicuro interesse non solo per quanto attiene alle guerre classiche, ma anche alle cosiddette “nuove guerre”, o alle “guerre asimmetriche”. Particolarmente in merito a queste ultime, ci si trova a considerare quanto proprio gli strumenti della persuasione e della propaganda, attraverso un utilizzo mirato dell'elemento informazione, rappresentino una costante, un punto di contatto tra passato e presente 1. Fatto questo tanto più importante, in quanto proprio questa continuità, attualizzando alcuni aspetti della storia, anche di quella antica, consente di valutare sotto ottiche completamente differenti le componenti propagandistiche e la scelta degli strumenti dei quali ci si serve nella contemporaneità, la loro funzioni, la scelta delle modalità operative. Per il suo carattere dinamico ed imprevedibile, per la creatività che ne costituisce una componente essenziale, per la poliedricità delle sue possibili applicazioni così come per l'infinita gamma delle sue modalità espressive, per la sua natura così intimamente legata alle componenti psicologiche e sociali, e, non ultimo, per la versatilità che deriva da una pressoché totale assenza di regole condivise o codificate, la comunicazione persuasiva risulta infatti un elemento assolutamente atipico, difficilmente classificabile se non in termini generali, al punto da rappresentare per se stesso quasi l'emblema dell'asimmetria per quanto attiene all'uso di strumenti non convenzionali 2. Tali strumenti, pur di fronte al modificarsi delle tecnologie disponibili, tendono tuttavia a mantenere nel tempo caratteristiche, modalità e finalità invariate e, proprio per questo, si trasformano in interessanti “oggetti” di ricerca.
Parlare, dunque, dell'importanza della comunicazione e della sua deriva propagandistica come di un elemento fondamentale nella gestione delle nuove guerre, significa ragionare intorno a numerose e complesse problematiche, tra le quali primeggiano quelle relative all'originalità degli strumenti propagandistici, alle tipologie dei linguaggi, alle risposte date dall'opinione pubblica di fronte a determinate azioni propagandistiche, e specialmente alla ripetitività tanto delle metodologie impiegate quanto proprio dei feed back dei destinatari in tutte le epoche, anche quelle più lontane.
In un tentativo di modellizzazione degli strumenti e dei temi portanti della comunicazione persuasiva, l'attenzione non può che essere rivolta, allora, alla ricerca storica delle manifestazioni propagandistiche del passato ed alla loro collazione con i fatti più recenti, tesa ad individuare gli elementi di contatto per meglio comprendere ed analizzare le attuali strategie di elaborazione del messaggio.
Il primo fattore rilevante di tale ricerca è dato dalla possibilità di individuare alcuni temi portanti della propaganda, riproposti ininterrottamente nel corso della storia. E in questo senso assume un'importanza particolare quello dell'individuazione di un nemico e della sua demonizzazione, in una sorta di “pubblicità comparativa” volta a screditare l'avversario e tesa all'annientamento della sua immagine, con la conseguente proposta di un valido antagonista, che banalmente assume le vesti del mittente del messaggio propagandistico 3. Nella realtà non importa troppo se tale nemico esista veramente e se questo rivesta i caratteri di pericolosità che gli si attribuiscono. Ciò che conta, infatti, è riuscire a costruirne un'immagine artefatta in grado di incidere innanzitutto sulla percezione del pubblico al quale ci si riferisce, al fine di generare reazioni fortemente negative e oppositive, tali da suscitare, giustificare e legittimare un'opposizione anche violenta, collettiva e generalizzata.
Gli esempi in tal senso sono numerosissimi, al punto da costituire il vero tema centrale di ogni operazione propagandistica. Esempi che affondano le loro radici nelle Storie di Erodoto, laddove lo storico, raccontando di come Pisistrato riuscì ad assumere la tirannide, pone in evidenza lo stratagemma di una aggressione simulata tale da convincere gli ateniesi dell'imminente pericolo per se stesso e per la città intera 4. Di natura non diversa gli scritti della propaganda anticristiana dei primi secoli, laddove per Celso è importante descrivere il nemico cristiano come subdolo e corrotto, una sorta di agit-prop perennemente impegnato a tramare contro l'ordine costituito, sobillando le categorie dei più deboli e degli emarginati 5. Cristiani, prima, pagani, poi, vengono caratterizzati negli scritti e nell'iconografia popolare dei loro oppositori alla stregua di esseri animati solo dagli istinti peggiori, e non è certo un caso che entrambe, a seconda dell'epoca e delle fortune, siano stati descritti come brutali assassini, stupratori e infanticidi, dediti a rituali orrendi e a pratiche lascive. La “turpitudine” dell'avversario è motivo ricorrente negli scritti degli apologeti cristiani, specialmente dopo il IV secolo, ma diventa un leit motiv della propaganda inneggiante alla “guerra santa contro gli infedeli” durante le crociate, avvalorando una similitudine tra pagani, islamici e demoni, caratterizzati da una crudeltà senza limiti che li accomuna nell'essere l'immagine stessa del Male assoluto. Lo stesso discorso di Urbano II durante il Concilio di Clermont del 1095, al quale si è soliti attribuire il valore di fondamento della prima crociata e di quelle successive, è un vero esempio di demonizzazione del nemico in funzione propagandistica, volto a suscitare emozioni forti e conseguenti reazioni 6. Cosa determina poi la “grande paura” nella Francia rivoluzionaria, se non il timore di una unione tra il nemico esterno e quei pericolosi “esuli”, forza occulta ma immanente, descritta dal potere politico come pronta a colpire per punire il popolo francese? Al punto da giustificare una politica del terrore, basata proprio sulla necessità di individuare e sopprimere un avversario più ideale che reale, la cui presunta esistenza bastava a legittimare una politica repressiva finalizzata al mantenimento del potere, certo più che allo sbandierato “bene della nazione”. Fino a momenti di vera e propria isteria collettiva, quali quelli dei massacri nelle prigioni della capitale 7.
L'avvento della società di massa e, con questa, dei moderni sistemi di comunicazione, renderà ancor più importanti le strategie di destrutturazione e ricostruzione in negativo dell'immagine dell'avversario, ma in tal senso, sebbene il primo conflitto mondiale rappresenti una palestra per la sperimentazione delle nuove tecniche di diffusione del messaggio propagandistico, ci si rende conto di come i temi forti, i linguaggi e le forme di questo genere di propaganda rimangano invariati. È proprio nell'analisi delle tematiche propagandistiche relative alla demonizzazione del nemico e inerenti il XX secolo e l'inizio del successivo, in rapporto a quelle dei secoli precedenti, che si può definire un modello ricorrente nell'immagine pubblica dell'avversario offerta dagli antagonisti. Il XX secolo, infatti, proprio per la generalizzazione dell'elemento propagandistico e per la sua diffusione sempre più tendente ad uno scenario globale, evidenzia ed amplifica gli espedienti da sempre utilizzati per demonizzare l'avversario e renderlo “odioso” al punto da produrre sentimenti ostili, ma al contempo sottolinea la limitatezza nel campionario delle figure utilizzate. Così, al pari dei “persiani” dediti alla devastazione delle terre conquistate “con il ferro, la rapina e il fuoco” indicati da Urbano II a Clermont come nemici della cristianità, nell'immagine offerta dalla propaganda e da certa faziosa storiografia, ogni esercito “nemico”, a tutt'oggi, ripropone stilemi invariati: che si tratti dei tedeschi invasori nel corso dei due conflitti mondiali, piuttosto che dei sovietici in movimento verso il cuore dell'Europa negli ultimi mesi del conflitto, o degli americani nella risalita dell'Italia dopo lo sbarco in Sicilia; dell'immagine dei vietcong alimentata dagli Usa per accattivarsi l'opinione pubblica occidentale durante il conflitto vietnamita, piuttosto che di quella dei marines americani proposta in Cambogia e Vietnam nello stesso periodo; dell'esercito iracheno in Kuwait nel 1990 e di quello serbo negli anni successivi; dei talebani, di al-Qaeda e dei suoi leaders, e via dicendo. Al modificarsi dell'angolo visuale, al modificarsi del campo di appartenenza di chi trasmette il messaggio e del suo destinatario, cambia l'artefice dei misfatti, che tuttavia restano i medesimi, così come non mutano i giudizi ai quali è chiamato il pubblico al quale ci si rivolge 8.
Da qui lo spunto per evidenziare un ulteriore elemento di identità nelle dinamiche propagandistiche, quello cosiddetto della atrocity propaganda. Perché se è vero che il nemico deve esistere e deve essere enfatizzata la sua alterità, può non essere sufficiente il fatto di rappresentarlo semplicemente come “altro”, diverso, rispetto ad una realtà nota. È essenziale che questa alterità venga rappresentata nella sua accezione più alta e assoluta, laddove la diseguaglianza non si limita ad un fatto esteriore, ma coinvolge l'essenza stessa dell'essere rapportata a criteri altrettanto assoluti come quelli di Bene e Male. Destrutturare il nemico significa allora scomporne le caratteristiche e ricostruirlo nella sua immagine di Male totale, che si estrinseca attraverso comportamenti inumani, inaccettabili, indegni del genere umano e di fronte ai quali non sono possibili né l'accettazione né il disimpegno. Ogni azione del Nemico è improntata al Male assoluto, di cui è personificazione, e a dimostrarlo sono le atrocità commesse, nelle quali l'immagine e la promessa continua di nuove incalcolabili efferatezze altro non sono se non, come nel fenomeno terroristico, “l'evocazione e l'ombra allusiva di una infinita violenza possibile” (Marletti 1979, 187). La storia del Novecento è quanto mai ricca di racconti “truculenti” frutto di una ben controllata attività di atrocity propaganda, aventi per protagonisti, come già nelle epoche passate, i soggetti ritenuti più deboli in tutti i complessi sociali, vale a dire le donne e i più piccoli. Ne sono esempio le manine mozzate del bambino belga durante il primo conflitto 9; oppure la storia dei bambini vietnamiti, ai quali i vietcong avrebbero amputato il braccio sul quale era stata effettuata dai medici statunitensi una vaccinazione; oppure ancora la notizia delle collane fatte, ancora una volta e non a caso, con le dita dei bambini serbi dai croati, o quella relativa ai bimbi gettati in pasto ai leoni dello zoo di Sarajevo dai fondamentalisti islamici (Fracassi 2003). Quanto poi alla violenza sulle donne, al di là della verosimiglianza delle accuse e di una effettiva consuetudine di antica memoria, spesso il racconto sembra andare ben al di là della realtà. Come nell'altro celebre episodio usato dalla propaganda antitedesca durante la Prima guerra mondiale, nel quale i soldati invasori avrebbero occupato un convento di suore, violentandole sui tavoli del refettorio; oppure nelle affermazioni del giornale serbo “Politika”, secondo il quale, nella fase immediatamente precedente il conflitto etnico nella ex-Jugoslavia, gli albanesi “stupravano donne serbe a centinaia” (Fracassi 2003, 117); oppure ancora nella testimonianza di una “pallida ragazza dai capelli castani, per metà croata e per metà musulmana”, della città di Teslic in Bosnia, rapita da irregolari serbo-bosniaci con la madre e una ventina di altre donne e violentate ripetutamente “tre volte al giorno, tutti i giorni per quattro mesi” (Shaker 2003, 372). Torture, uccisioni efferate, mutilazioni e così via riguardano naturalmente anche gli uomini, ma con un'attenzione differente: forse perché, in quanto maschi, vengono pur sempre ritenuti potenziali soldati o forse, più probabilmente, perché la violenza sui più deboli è certo maggiormente in grado di smuovere alla pietà, da un lato, solleticando nascosti aspetti di sadismo e voyeurismo, dall'altro.
Il terzo elemento ricorrente, strettamente connesso alla demonizzazione del nemico e alla atrocity propaganda , e a questi complementare, è dato dalla necessaria immedesimazione del mittente del messaggio propagandistico con l'idea stessa del Bene, logica contrapposizione al Male. La consequenzialità del fatto è evidente, ma più profondi sono spesso i meccanismi sottesi alla ricerca di consenso in questa lotta tra Dio e Satana. Perché molte volte, come nel già citato caso di Pisistrato, oppure per quanto concerne la Francia rivoluzionaria, chi si arroga il diritto di prendere le armi del Bene e combattere il Maligno, non è solo il campione di un ideale positivo, ma anche lo scopritore del complotto, colui che per primo si è accorto del pericolo, lo ha denunciato mettendo così in guardia il suo mondo dalle possibili future calamità e si accolla il compito faticoso di debellare, per tutti, il Nemico di tutti. Cosa poi si nasconda dietro a tanta filantropia non sempre è dato conoscere, e la storia insegna a diffidare di coloro i quali si propongono quali campioni della libertà, della pace, della democrazia. Anche in questo, il Novecento e i primi anni del XXI secolo evidenziano quanto, dietro tali atteggiamenti, si nascondano interessi economici, geo-politici, egemonici che poco si conciliano con un idealismo spesso solo di facciata. Certo assai interessante, ad esempio, è la valutazione dell'intervento nel primo conflitto mondiale da parte degli Usa alla luce delle attività di intelligence britanniche e dell'operato della Commissione Creel, l'attività della quale è ben sintetizzata da Walter Lippmann nel suo celebre saggio sull'opinione pubblica (1995). Attività che, con lo scopo di aizzare “la giusta collera del popolo” americano, si servì della propaganda nera per mutare l'atteggiamento di una nazione certo non bellicista 10 nel nome della salvaguardia di un ideale democratico, quantomeno improbabile nell'Europa dell'epoca 11. Il fatto che gli Usa conquistino una leadership internazionale indiscussa al termine del conflitto a danno del vecchio continente non può sembrare certo casuale. In quest'ottica, sebbene forse poco politically correct, possono certo essere lette numerose analoghe iniziative, quali le Guerre del golfo e la cosiddetta “guerra al terrorismo” 12.
Ulteriore elemento di spicco nella elaborazione e gestione della cosiddetta “comunicazione persuasiva” è dato dall'uso di quelle che March Bloch (1994) definisce col termine di “false notizie” e che la più recente pubblicistica cataloga sotto l'etichetta del news management e del news making.
Anche da questo punto di vista, l'uso di false informazioni, voci tendenziose, notizie ed eventi manipolati ad arte, falsi documenti, non sono certo una novità e la storia del loro utilizzo ha spesso travalicato i secoli. Il caso più celebre è senza dubbio quello delle False Decretali pseudo isidoriane, all'interno delle quali trovò una collocazione d'onore il Constitutum Constantini, il falso documento elaborato presso la curia romana intorno al IX secolo per affermare il diritto papale sullo Stato della Chiesa e la sua supremazia sull'impero 13. Benché la natura del documento sia certo assai differente, non è difficile cogliere le analogie tra questo scritto e i documenti relativi alle armi chimiche irachene usati dal primo ministro britannico Toni Blair e dal presidente degli Stati Uniti per giustificare l'intervento contro Saddam Hussein; oppure l'utilizzo funzionale dei Protocolli dei Savi anziani di Sion , atto di denuncia di una certo poco documentata Internazionale giudaica, con l'obiettivo di affermare il suo potere sul mondo.
Ma al di là dell'uso strumentale di falsi documenti, le caratteristiche del news management sono assai più estese ed evidentemente acquisiscono nel mondo attuale una funzione strategica fondamentale. La creazione di eventi propagandistici mantiene infatti inalterato il suo portato persuasivo e motivazionale, ma la diffusione che questo ottiene oggi attraverso un'informazione globale è in grado di colpire un target di dimensioni altrettanto globale, e in questo senso l'informazione che ne deriva rientra a pieno titolo tra quelle armi di “persuasione di massa” denunciate da Giovanni Paolo II in occasione della prima Guerra del golfo.
La similitudine tra gli eventi propagandistici del passato e quelli presenti è, come nei casi precedenti, assai chiara. I giochi circensi augustei ben poco differiscono, in termini di esaltazione e dimostrazione di potenza, rispetto alle grandi manifestazioni sportive contemporanee: che si tratti delle olimpiadi di Berlino del 1936, di quelle messicane del 1968 o dell'assegnazione “sponsorizzata” da una grande multinazionale di quelli di Atlanta nel 2000, poco importa.
Ciò che conta è invece la pratica, sempre più consolidata, di produrre notizie fittizie o manipolate ad uso dei media e, per ricaduta, dell'opinione pubblica. Un'opinione pubblica che i mezzi di comunicazione di massa hanno reso onnivora di fronte all'informazione, considerata alla stregua di un diritto acquisito, ma alla quale non corrispondono adeguati strumenti dialettici o cognitivi di analisi e di verifica. In altre parole un pubblico che tende a recepire, e percepire, in modo acritico gli innumerevoli messaggi provenienti dai media, trasformandone linguaggi e contenuti in stereotipi e certezze pronte per essere incamerate in un sentire collettivo che, a sua volta, genera consenso. Il connubio che deriva da questa inondazione di informazioni, accanto all'accresciuta domanda di intrattenimento, genera per conseguenza quel fenomeno conosciuto come infotainment , un po' informazione, un po' svago, che si trasforma a sua volta nel regno indiscusso del news making e della propaganda, grigia o nera 14 che sia a seconda delle necessità.
Molte sono le sfumature del news making , e anche in merito a questa pratica la differenza rispetto al passato consiste principalmente nelle diverse modalità di distribuzione e diffusione dovute alla tecnologia. Se evento furono le Crociate ufficiali, certo quella di Pietro l'Eremita venne utilizzata come strumento per la propaganda, al pari delle due crociate dei bambini, che pure raccolsero migliaia di pellegrini convinti che solo la purezza avrebbe potuto trionfare dove le armi avevano fallito. Evento fu il Risorgimento italiano, all'interno del quale però numerosissimi episodi, talvolta romanzati e spettacolarizzati, divennero parte di una retorica nazionalista destinata a produrre effetti e generare miti preso una disomogenea opinione pubblica. Ma, allo stesso modo, veri esempi di “costruzione della notizia” in termini propagandistici sono certamente da considerare le profezie e i “sogni” dei vescovi cristiani dei primi secoli, gli aneddoti connessi alle persecuzioni ed ai martiri dello stesso periodo, alcuni testi quali gli “Atti degli Apostoli”, dall'evidente valenza propagandistica, al pari delle esaltazioni eroiche proposte da Tito Livio, volte all'enfatizzazione di un mos maiorum funzionale alla proposta augustea.
Cambiati i mezzi tecnici, mutato il target da raggiungere, globalizzata l'informazione, oggi il news making si muove attraverso il lavoro delle grandi agenzie internazionali di Pubbliche relazioni, molte delle quali offrono tra i loro servizi, ai governi ed alle aziende, quelli rivolti alla definizione, elaborazione e somministrazione di messaggi persuasivi, tali da modificare la percezione della realtà e degli eventi nell'opinione pubblica di aree particolarmente delicate 15. Pratica consueta diventa dunque, come nel passato, l'elaborazione di messaggi dalle forti valenze emotive, che per tematiche, linguaggio, immagini, “stereotipi condivisi” possano veicolare ideali e percezioni manipolate della realtà, tali da indurre l'opinione pubblica ad assumere comportamenti conformistici e uniformati, garantendo un pieno consenso rispetto all'ideologia proposta. Photo ops 16, filmati preconfezionati, “false notizie” diffuse attraverso i media che, autoreferenziali nel loro rapporto con l'opinione pubblica, ne garantiscono la veridicità: questi sono oggi gli strumenti usati per proporre all'opinione pubblica visioni e immagini di una pseudo realtà, da accettare per vera.
Un significativo esempio viene ancora una volta dalla prima Guerra del golfo, ma molto si è gia scoperto, rimanendo in ambito bellico, a proposito dei conflitti successivi. Tra il 1990 e il 1991 l'agenzia statunitense Hill & Knowlton fu assoldata con un contratto da 11 milioni di dollari dall'associazione Citizens for a Free Kuwait, promossa dall'emiro del Kuwait in esilio, per allestire una campagna internazionale che sensibilizzasse l'opinione pubblica mondiale circa la necessità di un intervento. In questa occasione l'agenzia elaborò numerose azioni comunicative, tra le quali, oltre a veri e propri “kit” per i media destinati a documentare le virtù del Kuwait, un finto filmato che evidenziava la presenza di sacche di resistenza nell'emirato 17, e la storia, diventata famosissima, dei soldati iracheni intenti a strappare i neonati dalle incubatrici negli ospedali kuwaitiani per lasciarli morire sul pavimento. Quest'ultima “falsa notizia”, portata davanti al Congresso da una ragazzina di 15 anni, Nayirah 18, e al Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite da un certo dottor Behbehani 19, fece il giro del mondo e costituì uno degli argomenti usati da ben sei senatori per giustificare la loro adesione all'intervento armato. Come la falsa Donazione di Costantino , un finto documento produsse effetti di portata mondiale e di inaudita gravità.
Questi sono alcuni degli strumenti dei quali si serve la moderna propaganda, nel tentativo, spesso riuscito, di giungere a veri e propri processi di ingegneria storica, volta a trasformare la realtà fattuale in una nuova realtà, manipolata ma più utile ai poteri che se ne servono. Le moderne tecnologie, diffondendo questi messaggi su scala planetaria, riescono altrettanto spesso a far sì che questo scopo venga raggiunto, limitando ogni possibilità di reazione o di visione alternativa, o antagonista, del mondo.