Mara Mologni
I giornali dei Consigli di fabbrica a Bergamo negli anni '70
A Bergamo i periodici dei Consigli di fabbrica (Cdf) nascono insieme ai Consigli stessi, nella seconda metà del 1970. È il periodo di transizione dalle ormai sorpassate Commissioni interne ai nuovi Consigli dei delegati: in alcuni casi il giornale di fabbrica nasce quando il Cdf è già insediato, in altri pochi mesi dopo. Nel caso specifico della Magrini, industria metalmeccanica, il periodico comincia le pubblicazioni per iniziativa di un non meglio specificato gruppo di lavoratori, e solo dal terzo numero diventa organo del Cdf.
È importante sottolineare come questi giornali non siano un puro strumento di propaganda sindacale, di una o di tutte le confederazioni, come avveniva al tempo delle Commissioni interne. I giornalini di fabbrica sono scritti dai lavoratori per i lavoratori, sono l'espressione di organismi gelosi della propria autonomia nei confronti di vertici sindacali, verso i quali non risparmiano critiche anche serrate. Le motivazioni di questa indipendenza vanno ricercate nella struttura stessa dei Consigli: a differenza di quanto accadeva per le Ci., alle elezioni non vengono presentate liste fissate dalle confederazioni, ma si vota su scheda bianca. Votano tutti i lavoratori, e tutti sono ugualmente eleggibili, anche se non iscritti: e infatti entrano a far parte di alcuni Consigli, tra gli altri quello della Philco, anche membri di Lotta continua, dichiaratamente contrari ai metodi di contrattazione dei sindacati confederati.
I giornali dei Consigli di fabbrica nascono con una forte vocazione al commento, piuttosto che alla cronaca degli eventi. Questa scelta viene esplicitata fin da subito, nelle presentazioni che appaiono sui primi numeri delle varie testate, e che costituiscono il manifesto programmatico dei giornali stessi. Scrive “Controinformazione” della Same (n. 1): “INFORMAZIONE non significa solo portare a conoscenza i fatti che accadono dentro e fuori la fabbrica, ma dare un'INTERPRETAZIONE ai fatti stessi”.
Il giornale di fabbrica non è infatti, nelle intenzioni delle redazioni, un semplice organo di informazione, ma è uno strumento fondamentale, organico alla lotta di classe: il primo scopo che attraverso la pubblicazione di questi periodici si intende raggiungere, è la formazione di una coscienza di classe, necessaria ad una lotta efficace:
Tutto questo [il giornalino] lo si farà per fare partecipi e più coscienti i lavoratori su quanto accade nella fabbrica e nella società, formandosi così una coscienza umana e di classe (Sace, n. 1, 1970).
[Il giornalino] deve avere anche e soprattutto carattere formativo poiché oggi più che mai è indispensabile che ci formiamo una sempre maggiore coscienza come lavoratori e sarà senz'altro una formazione di classe, perché nella misura che saremo formati, saremo in grado di dibattere e risolvere i nostri problemi (Dalmine, n. 1).
Il ruolo del giornalino di fabbrica è quindi informativo-formativo : l'informazione, la notizia, il fatto sono sempre mescolati al commento, ad una esplicita visione del mondo che si suppone condivisa dall'insieme dei lavoratori. L'informazione pura esiste, ad esempio nel caso degli accordi tra Cdf e direzione, che vengono spesso pubblicati senza commenti. Bisogna però considerare che nella maggior parte dei casi questi testi, e i giornalini lo spiegano esplicitamente, dovevano servire come base conoscitiva per una successiva discussione in assemblea: semplicemente, in questi casi il commento si verifica al di fuori delle pagine del giornalino.
I giornali dei Cdf, nelle intenzioni delle redazioni e nella pratica delle evidenze testuali, assolvono ben più di una funzione. Abbiamo visto nel paragrafo precedente che il primo e più importante ruolo ad essi assegnato è la formazione di una coscienza di classe, nell'ottica di un cambiamento della società che ribalti gli equilibri di potere a favore delle classi popolari, o meglio lavoratrici. L'intento formativo non si evince solamente dalle presentazioni, ma ritorna di frequente anche nel testo: molti articoli presuppongono un'intenzione educativa nei confronti dei lettori, che possono essere rimproverati o esortati ad agire in un determinato modo.
La seconda funzione svolta da questi giornali è l' informazione vera e propria: le testate di fabbrica riportano infatti notizie che, altrimenti, difficilmente verrebbero a conoscenza dei lavoratori. È il caso ad esempio delle notizie interne, di fabbrica o di reparto, che danno voce a ingiustizie o situazioni generali o particolari che investono aspetti della vita del lavoratore; trovano ampio spazio anche i testi completi di accordi e piattaforme, che fungono da base per il ragionamento e la discussione che avviene in assemblea.
Anche l'intento informativo è dichiarato nelle presentazioni:
Lo scopo prefisso è quello di rendere più coscienti i lavoratori sui problemi aziendali e di carattere politico generale del paese. Problemi aziendali nel senso di informare tutti sul risultato delle richieste o delle vertenze in atto nell'azienda. Avvenimenti politici-sindacali, nel senso di tener informati sugli aspetti sociali e politici che riguardano i lavoratori come ad esempio le riforme (Sace, n. 1, 1970).
Molte volte abbiamo notato che i lavoratori sono scarsamente informati sulle questioni sindacali interne ed esterne che nei vari momenti sono in corso, perciò esso [il giornalino] ha anche una funzione informativa (Magrini, n. 1).
L'informazione fornita da questi giornali però, lo ricordiamo, non è mai neutra; chi scrive non si limita a fornire la cronaca dei fatti senza una precisa chiave di lettura: anche quando il commento manca completamente, ad esempio nel caso in cui i testi degli accordi vengano pubblicati integralmente e senza aggiunte da parte del Cdf, è la cornice stessa in cui il pezzo è inserito, ovvero un giornale nettamente schierato che propone una precisa visione del mondo, a fornire la chiave di lettura. Parte della funzione informativa svolta dai giornali consiste nell'attività di contro-informazione ovvero nel tentativo di fornire una lettura alternativa a quella dei media tradizionali, e della classe dirigente in generale.
Tra le funzioni che i giornali tradizionali e la stampa di fabbrica hanno in comune, abbiamo l'attività di sorveglianza nei confronti del potere . Se la stampa tradizionale è, o dovrebbe essere, il “cane da guardia” che controlla governo e istituzioni, per i giornali dei Cdf il potere risiede soprattutto nella direzione dell'azienda, cioè il padrone. L'attività di controllo che i giornalini di fabbrica operano non si rivolge soltanto contro il “nemico”, il padrone e la classe politica che lo favorisce, ma anche verso gli amici, per esempio i vertici dei sindacati confederati.
TELEGRAMMA. Consiglio Fabbrica “Magrini” riunito 31 agosto 1970 invita consigli generali assumere posizione e respingere provvedimenti governativi gravemente antipopolari. Esprime mozione sfiducia per non pronto intervento. Consiglio Fabbrica Magrini – Bergamo (Magrini, n. 2).
I giornali invitano spesso i lavoratori ad esporre critiche nei confronti dello stesso Consiglio di fabbrica, di cui sono espressamente l'organo: il giornalino
può divenire un efficace strumento di diffusione degli avvenimenti quotidiani della fabbrica, ma anche e soprattutto uno strumento di critica. Infatti nei prossimi numeri inizieremo la pubblicazione di lettere scritte dai lavoratori per muovere critiche al Consiglio di Fabbrica, ai Sindacati ecc. (Fervet, n. 1, 1970).
L'ultima tra le funzioni da noi individuate è la creazione di un sentimento di unità tra i lavoratori, come dimostrano i riferimenti alla necessità di costruire una coscienza della classe lavoratrice e l'uso continuo del noi collettivo.
Questo senso di unità è favorito dai diffusi inviti alla partecipazione che il giornalino trasmette ai lettori; la stessa stesura del giornalino è aperta a chiunque voglia collaborare, come viene spesso ribadito dal testo.
Questa iniziativa [il giornalino], partita da pochi, fallirebbe se rimanesse circoscritta ai soliti che si sono presi l'impegno, per questo è interesse di tutti partecipare, discutere, criticare e collaborare, per far si che questo giornalino diventi sempre migliore attraverso la partecipazione attiva della maggioranza dei lavoratori (Same, n. 1).
Sfogliando i periodici di fabbrica notiamo una scarsa programmazione dei contenuti: seppure esiste una disposizione gerarchica delle notizie, che privilegia le prime pagine per le notizie più importanti, non sempre la vediamo rispettata. Sono infatti numerosi i casi in cui la notizia più importante, a cui viene dedicato lo spazio maggiore, non si trova affatto in prima pagina, come sarebbe logico aspettarsi, ma all'interno del giornale: è il caso, per fare solo un esempio, della “Battaglia unitaria” Fervet che, coerente al nome scelto per la testata, dedica due intere pagine, la 3 e la 4, al “Significato e valore della 2° conferenza unitaria dei metalmeccanici” , mentre preferisce riservare la prima alla riforma tributaria.
Capita anche di trovare sullo stesso numero due articoli relativi allo stesso argomento: non sempre, quando questo accade, i pezzi sono però pubblicati vicini, come logica vorrebbe, per permettere una lettura agevole e organica del giornale. Questo accade, tra gli altri, sulla “Tribuna sindacale unitaria” Sace: il numero 3 anno V pubblica in prima pagina il “Verbale di accordo sull'utilizzo delle 150 ore”, poi il “Verbale d'accordo sulla mensa”, con tanto di menù settimanale, poi ancora una “Comunicazione” sul calcolo delle buste paga, per tornare infine, dopo tre pagine, al primo argomento trattato, con un pezzo di commento intitolato “150 ore diritto allo studio ”.
La scarsa programmazione è evidente anche nelle frequenti promesse di riprendere gli argomenti trattati in un pezzo sui numeri successivi; promesse puntualmente disattese.
Le cause della mancanza di programmazione dei contenuti sono a nostro parere due: innanzi tutto la mancanza di un vero e proprio progetto editoriale. Il forte legame che questi giornali hanno con i fatti contingenti, con le priorità del momento, riducono la continuità e portano al fallimento i tentativi di istituire rubriche fisse. Dall'altro lato i mezzi poveri che le redazioni utilizzano per impaginare, oltre alle competenze limitate degli addetti alla grafica, consentono una bassissima flessibilità: nel costruire la pagina, “incastrare” i pezzi battuti a macchina in colonne facendoci rientrare tutto senza troppi “buchi” è spesso un'esigenza primaria, anche rispetto alla gerarchia dei contenuti.
Non esiste neppure una divisione del giornale in sezioni in base ai contenuti, per mancanza di spazio e per la scarsa programmazione di cui abbiamo parlato. Troviamo invece, di tanto in tanto e non su tutte le testate, delle rubriche intitolate “Notizie brevi” (“Il giornale del Cdf Philco”), “Notizie di fabbrica e di reparto” (“Battaglia unitaria” Fervet), “Notizie interne” (“Unità sindacale” Magrini), che raccolgono spunti e indicazioni varie, troppo brevi perché venga loro dedicato un intero articolo. Anche queste rubriche non sono comunque fisse, non appaiono cioè su tutti i numeri della stessa testata.
La stampa dei Consigli di fabbrica nasce e si sviluppa in condizioni particolari, sfuggendo così ad alcuni degli aspetti che tradizionalmente caratterizzano la pratica di produzione e costruzione delle notizie: ciò si riflette inevitabilmente sulla forma, sullo stile e sul lessico utilizzati da chi scrive.
Gli autori, coloro che componevano la redazione, non erano giornalisti professionisti: è anzi probabile che avessero pochissima o nessuna esperienza delle pratiche redazionali che abitualmente determinano la routine di una pubblicazione, influenzandone modi e contenuti, e che la loro padronanza della parola scritta fosse limitata, a causa della scarsa scolarizzazione o, comunque, di un percorso scolastico che, per le figure professionali che gli autori ricoprivano, operai o impiegati che fossero, doveva comprensibilmente privilegiare un'istruzione di tipo tecnico.
Seppure sappiamo che, in ogni redazione, alcune persone più istruite della media svolgevano la funzione del “correttore di bozze”, è evidente anche dalla quantità di errori sintattici, e perfino ortografici, presenti nelle pubblicazioni analizzate, come la base culturale degli autori, il loro rapporto con la scrittura, non possa non influenzare stile e contenuto dei giornalini.
La redazione non strutturata, la mancanza di un direttore, il non professionismo, fanno venire meno le comune pratiche redazionali, che in un giornale determinano un livellamento di stile e di lessico, per costruire un prodotto comune. La scarsa familiarità con la lingua scritta rende più difficile, anche se certo non impossibile, attuare strategie stilistiche consapevoli.
È però vero che, se non un'uniformità sostanziale, almeno una base comune in termini di linguaggio e stile esiste tra i vari giornalini: è la base che nasce dall'attività politica condivisa, dal lessico utilizzato in assemblee e discussioni, da probabili letture (giornali ma non solo) che costituiscono il background del lavoratore impegnato nella lotta politica e sindacale
I mezzi tecnici poveri utilizzati per la confezione del giornale, quasi sempre macchina da scrivere e ciclostile, non lasciano poi grande spazio alla creatività, riducendo la significatività delle scelte grafiche adottate a livello di impaginazione, carattere, titolatura.
Come per ogni quotidiano la funzione del giornale di fabbrica, nelle intenzioni di chi scrive, termina nel momento in cui viene letto: questi periodici non sono fatti per essere conservati, come dimostra anche la loro scarsa presenza negli archivi storici degli stessi sindacati; spesso mancano date e riferimenti temporali precisi, la numerazione non è rigorosa, salta alcuni numeri o è completamente scardinata, anche più volte, come nel caso della “Colata” Italsider.
Non sono nemmeno giornali concepiti per essere “invitanti”, per compiacere ed attirare il lettore: i titoli a volte mancano, o non sono in buona evidenza, gli articoli sono lunghi e non pensati per essere scorsi da una lettura veloce, la grafica è spesso austera. Salvo alcuni articoli scritti in tono più leggero e ironico, spesso sono solo immagini e vignette, quando sono presenti, a spezzare la rigidità del testo.
Le testate dei giornalini di fabbrica sono povere di informazioni: contengono il nome del giornale, spesso scritto in caratteri semplici e formali (Sace, Magrini e altri, Fig. 1), in alcuni casi con una certa creatività, comprendendo anche disegni (Fervet, Fig. 2) o integrazioni tra titolo e immagine, come nel caso della “Colata” Italsider (Fig. 3), in cui il nome della testata, in corsivo, esce da uno stampo di fusione.

Fig. 1

Fig. 2

Fig. 3
I titoli sono spesso scelti con riferimento all'unità sindacale (“Tribuna sindacale unitaria” della Sace, “Unità sindacale” alla Magrini, “Battaglia unitaria” alla Fervet, “Impegno unitario” alla Dalmine); due giornali si ispirano al tipo di produzione che la fabbrica effettua (“La colata” Italsider, “Il televisore” Philco); infine la Same sceglie di concentrarsi sulla funzione della pubblicazione (“Controinformazione”). La Philco che negli anni '70 ha avuto, in tempi diversi, tre giornali differenti, pubblica anche un dialettale “I grop de la Pilco” (I nodi della Philco) e un poco espressivo “Il giornale del Consiglio di Fabbrica Philco”.
Accanto al titolo appare solitamente un sottotitolo, che individua il giornale come organo del Consiglio di fabbrica: “Mensile del Consiglio di Fabbrica Dalmine di Dalmine” (“Il siderurgico” Dalmine); “Notiziario del Consiglio di Fabbrica SACE” (“Tribuna sindacale unitaria” Sace).
Altre redazioni nel sottotitolo preferiscono focalizzare l'attenzione sulla collettività dei lavoratori, spesso sottolineata dal termine unità , o da suoi derivati: “Giornale unitario dei lavoratori della Magrini di Bergamo e Stezzano” (“Unità sindacale” Magrini); “Giornale unitario dei lavoratori dell'Italsider di Lovere” (“La colata” Italsider).
Accanto a titolo e sottotitolo possiamo trovare numero e anno di pubblicazione, oltre alla data: non sempre però sono presenti tutte e tre queste specificazioni, ed in alcuni casi non se ne trova nemmeno una.
I quotidiani tradizionali presentano generalmente due tipi di formato: il formato standard (circa 40x55 cm) e il formato tabloid (circa 30x45 cm). Ciascuno di essi conferisce alla testata, attraverso le scelte grafiche e di impaginazione che implicherà, determinati effetti di senso. Le caratteristiche tecniche dei mezzi utilizzati per produrre i giornalini di fabbrica non permettono di operare scelte consapevoli, che favoriscano o indirizzino in qualche modo la lettura. Il ciclostile, che tutte le redazioni (Dalmine esclusa) usano per la stampa, prevede un formato standard di 66x44 cm: i fogli, stampati fronte e retro, sono poi ripiegati a formare 4 pagine di 33x22 cm. Quando i fogli sono più di uno, vengono inseriti l'uno dentro l'altro senza alcun tipo di rilegatura (Fig. 4). Capita anche, meno di frequente, che i fogli 33x22 cm siano stampati singolarmente e poi rilegati con una graffetta sull'angolo (Fig. 5).
Queste scelte, se di scelte si può parlare, avvicinano molto l'aspetto grafico della pubblicazione a quello del volantino, medium non per nulla molto familiare alle redazioni. Le ridotte dimensioni della pagina non permettono di giocare con la spazialità, rendendo il giornale rigido e monotono, soprattutto quando fotografie e vignette sono assenti.
Unica eccezione è la Dalmine, che può permettersi di stampare il proprio organo presso un istituto grafico: la scelta ricade su un unico foglio di formato 66x32,2 cm stampato fronte e retro, ripiegato in tre come un depliant a formare 6 pagine 22x32,2 cm: il risultato è un giornale comodo e funzionale, che si legge agevolmente senza fogli “volanti” (Figg. 6 e 7). Questo formato, inoltre, comporta anche un risparmio in fase di stampa, permettendo di utilizzare un unico foglio.

Fig. 4
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Fig. 5
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Fig. 6
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Fig. 7
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Tra i giornali dei Consigli di fabbrica lo schema d'impaginazione prevalente è quello a libro , che presuppone una divisione della pagina in moduli disposti in verticale.
La ristrettezza dello spazio a disposizione permette di dividere la pagina in un massimo di due colonne (Fig. 8), per conservare un minimo di leggibilità: il testo veniva infatti battuto a macchina su un'unica colonna, che veniva poi ritagliata e composta sulla pagina nel modo voluto. Il risultato è un'impaginazione almeno all'apparenza ordinata, e una buona facilità di lettura grazie a colonne non troppo lunghe né troppo brevi; la divisione in colonne conferisce poi al foglio l'aspetto di un “vero” giornale.

Fig. 8: impaginazione su due colonne
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I problemi sorgono quando un articolo non termina in una sola pagina, ma prosegue in quella successiva, magari insieme ad altri. Dati i metodi di impaginazione artigianali, non sempre il proseguimento di un pezzo lo si trova dove sarebbe più logico, ossia in alto a sinistra della pagina successiva, ma anche in riquadri in altre zone della pagina, o addirittura pagine dopo. Quasi sempre in questi casi il giornalino segnala lo spostamento con frecce e diciture come “segue”, “segue in ultima pagina”, “continua da pag. 6”. Se la cosa avviene con troppa frequenza, la confusione aumenta a tal punto da compromettere la lettura.
Quando su una stessa pagina compaiono articoli diversi, questi vengono divisi tra loro da sottili linee nere tracciate a mano; le stesse linee vengono utilizzate, quando il testo è disposto su due colonne, per dividerle l'una dall'altra e facilitare la lettura.
Piuttosto diffusa è anche l'impaginazione che noi definiamo a volantino (Fig. 9): le colonne scompaiono, il testo è disposto sulla pagina intera. Questo stile di impaginazione è adottato sistematicamente da “Controinformazione” della Same e dal “Giornale del Consiglio di Fabbrica Philco”, e utilizzato sporadicamente da quasi tutti i giornalini.
La pagina risulta qui particolarmente monotona e poco invitante, specialmente quando l'impaginazione a volantino è associata a pezzi particolarmente lunghi, non ravvivati da fotografie o vignette.
Ancora una volta si distingue per accuratezza l'“Impegno unitario” della Dalmine, che dispone le pagine su due o tre colonne ai margini allineati e ben netti, a differenza di quelli degli altri giornalini. Il risultato è un aspetto ordinato, armonico e funzionale alla lettura.

Fig. 9: impaginazione “a volantino”
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Anche qui le scelte relative al tipo di caratteri di stampa utilizzati per comporre i giornalini di fabbrica non sono affatto libere e studiate, ma sono nella quasi totalità dei casi (ancora un volta con l'eccezione della Dalmine) dettate da necessità oggettive implicate dai mezzi tecnici utilizzati, cioè dalla macchina da scrivere (Fig. 10 da “La colata”).
L'“Impegno unitario” Dalmine, l'unico che compie una effettiva scelta, utilizza invece un carattere privo di grazie, che conferisce al testo un aspetto chiaro e ordinato e un'ottima leggibilità (Fig. 11).

Fig. 10
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Fig. 11
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A parte il vero e proprio tipo di carattere, anche la macchina da scrivere concede la possibilità variare stile, producendo differenti risultati. La variazione principale rispetto allo standard è l'uso del maiuscolo, con diversi effetti di senso a seconda del contesto o della frequenza con cui viene usato. La “Tribuna sindacale unitaria” della Sace, ad esempio, scrive non solo interi articoli, ma numeri completi scritti interamente in maiuscolo (ad esempio numero 7, anno VI, maggio 1975): in questo caso la scelta è probabilmente dettata dalla maggiore chiarezza e leggibilità che attraverso il maiuscolo si ottiene (Fig. 12).
Più spesso, troviamo scritto in lettere maiuscole un articolo intero: sempre sulla “Tribuna sindacale unitaria”, ad esempio, la “Presentazione” che appare sulla prima pagina del primo numero (Fig. 13). In questo caso l'effetto prodotto è una maggiore visibilità del pezzo, che non per nulla è il più importante in quanto propone al lettore la linea editoriale del giornale, nello spazio della pagina.

Fig. 12
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Fig. 13
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Il maiuscolo viene utilizzato spesso per dare enfasi ad una parte del discorso, anche perché una macchina da scrivere non dispone del grassetto, che ha la stessa funzione. Quasi sempre sono gli slogan o gli inviti all'azione rivolti direttamente ai lavoratori ad apparire in maiuscolo: anche questa è una soluzione grafica tipica del volantino, a cui spesso le
redazioni fanno riferimento come modello. Più di rado, le lettere maiuscole vengono usate per stabilire un distacco netto tra due parti del testo. Per enfatizzare parti del testo, al posto o insieme al maiuscolo, è molto frequente anche la sottolineatura, spesso utilizzata soprattutto negli articoli tecnici per mettere in evidenza numeri, dati e cifre.
Interessante anche l'uso della svastica che il Comitato di lotta Philco fa nel fumetto “Sturm und Drang” (1975): serve a scrivere “Bosch” (Fig. 14), come sui muri delle città, nello stesso periodo, sostituiva la x di Nixon (Eco, Violi, 1976).
Infine, l'uso del colore: se praticamente tutti i giornali di fabbrica escono in bianco e nero, bisogna segnalare il numero unico “Philco in lotta” (Fig. 15), edito dal Comitato permanente di lotta durante l'occupazione della fabbrica, che sceglie invece il rosso per il testo dell'articolo, almeno nelle pagine esterne, mentre le fotografie restano in bianco e nero. La scelta si riconduce alla connotazione che il colore rosso assume a livello politico.

Fig. 14
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Fig. 15
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Scrivono Violi e Lorusso:
Un discorso a sé meritano i titoli. Le caratteristiche che li differenziano sono molte: il carattere, la quantità, la posizione, oltre naturalmente alla funzione discorsiva. Di particolare rilievo è il rapporto tra titolo e articolo – un rapporto che è prima di tutto sintattico (come si posiziona il titolo rispetto all'articolo?), ma anche semantico ( cosa dice il titolo dell'articolo?) e pragmatico (che funzione comunicativa deve avere, per il lettore, quel titolo, in quella pagina?).
Occorre innanzitutto premettere che sui giornali dei Consigli di fabbrica, a differenza di quelli tradizionali, i titoli non sempre sono presenti. Questo accade, ad esempio, nel caso dei numeri monotematici, dedicati ad un unico argomento, come l'edizione dell'“Unità sindacale” Magrini uscita nell'ottobre 1973. Spesso in questi casi la funzione del titolo la fa una breve introduzione discorsiva, il cui carattere tipografico non si discosta per dimensioni o caratteristiche da quello del resto dell'articolo.
Nel giornale della Magrini che abbiamo citato, ad esempio:
Il C.d.F. ritiene sottoporre ai lavoratori con il presente documento le linee principali sulle quali intende muoversi per l'applicazione dell'Inquadramento Unico, e per consentire ai lavoratori di presentarsi alle assemblee già preparati a sostenere il dibattito (“Unità sindacale”, Magrini, ottobre 1973).
Sono poi completamente assenti, tranne rarissime eccezioni, i sottotitoli.
Nella maggior parte dei casi il titolo è comunque però presente, quasi sempre al di sopra dell'articolo, secondo l'uso tradizionale. Solo in un caso, sul numero 5 dell'“Unità sindacale” Magrini (marzo 1971), il titolo è posizionato esattamente al centro del foglio (Fig. 16): questa scelta rende la pagina più vivace e dà grande risalto al messaggio lanciato dal titolo, che è poi uno slogan, come sottolinea il punto esclamativo: La salute del lavoratore va costantemente salvaguardata!

Fig. 16
In merito alla scelta del carattere, i titoli sui giornali di fabbrica sono quasi sempre scritti in stampato maiuscolo. A volte ci si limita ad usare il carattere stampato della macchina da scrivere (Fig. 17), ma più spesso, soprattutto dove lo spazio lo consente, si preferiscono titoli più grandi, scritti con il normografo (Fig. 18), i trasferibili o a mano (Fig. 19). In un giornale come questo, che non può permettersi troppe variazioni grafiche, la grandezza del titolo è una delle poche cose che possono mettere in evidenza un articolo rispetto ad un altro.

Fig. 17 Da “Unità sindacale” Magrini

Fig. 18 Da “La colata” Italsider

Fig. 19 Da “Tribuna sindacale unitaria” Sace
La maggior parte dei titoli, come d'altra parte accade nei giornali tradizionali, è composta da una frase nominale e paratattica. Raramente si cerca di essere incisivi, di colpire e incuriosire il lettore per invogliarlo a leggere l'intero pezzo: Notizie sui problemi aziendali (“La colata” Italsider); Considerazioni sulla lotta per le riforme (“Battaglia unitaria” Fervet); Risposta ufficio paghe (“Tribuna sindacale unitaria” Sace).
Questi titoli descrivono asetticamente il contenuto dell'articolo. Asetticità e impersonalità del titolo sono accentuati dall'uso massiccio, nei titoli stessi, di parole come “riflessioni su”, “valutazioni su”, “considerazioni su”, “notizie di o su”. Spariscono anche le parti della frase non indispensabili alla comprensione: articoli, congiunzioni, preposizioni, Ipotesi di accordi trattativa tra direzione e Consiglio di Fabbrica sull'ordine del giorno (“Tribuna sindacale unitaria” Sace); Ipotesi applicazione accordo inquadramento unico (“La colata” Italsider).
Accanto a questi titoli a bassissima informatività, ne troviamo altri di tipo più interpretativo , che forniscono subito una lettura esplicitamente partigiana dell'articolo a cui si riferiscono: Gli straordinari servono ai padroni della F.E.R.V.E.T. (“Battaglia unitaria” Fervet). La magistratura al servizio dei padroni (“Impegno unitario” Dalmine).
Infine, con buona frequenza appaiono titoli che sono slogan, o che potrebbero esserlo, come suggerisce l'uso di punti esclamativi, verbi alla forma imperativa, parole d'ordine : . La salute non si paga – La nocività si elimina (“Tribuna sindacale unitaria” Sace); Rafforziamo le nostre strutture per rafforzare la nostra unità (“La colata” Italsider).
Come tutte le caratteristiche grafiche che abbiamo finora analizzato, anche l'apparato iconografico dei giornalini dei Consigli di fabbrica risente dei limiti imposti dai mezzi tecnici utilizzati per la stampa: vista la resa scarsissima in termini non solo estetici, ma anche di leggibilità, che una fotografia riprodotta al ciclostile ha sul foglio stampato, le redazioni utilizzano pochissimo questo tipo di illustrazione, a cui finiscono per preferire le vignette.
Quando vengono inserite nella pagina, le fotografie sono solitamente “immagini-simbolo” , che conferiscono una valorizzazione mitica al soggetto rappresentato: nella maggior parte dei casi, lavoratori in manifestazione con bandiere e striscioni. Le immagini-simbolo hanno una funzione interpretativa e mitizzante, come spiegano Violi e Lorusso:
esse offrono la chiave di lettura con cui leggere la notizia e questa chiave di lettura rimanda a un repertorio “storico” e paradigmatico nella memoria, uno sfondo in cui persone e cose diventano simboli di qualcosa d'altro.
È questo il caso, ad esempio, delle immagini che appaiono sul numero di “Controinformazione” Same del febbraio 1976: la ragazza in prima pagina con una bandiera, che supponiamo essere rossa, appoggiata sulla spalla (Fig. 20), e ancora di più, nelle pagine interne, i lavoratori che incrociano le braccia (Fig. 21). Queste immagini, affiancate all'articolo “Crisi e contratti”, rappresentano chiaramente l'atteggiamento fermo che, a parere della redazione, i lavoratori dovrebbero tenere.

Fig. 20
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Fig. 21
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Accanto alle immagini-simbolo, troviamo le “immagini-documento”, che svolgono soprattutto un'azione di testimonianza, sono illustrative rispetto al contenuto dell'articolo, forniscono una prova del fatto narrato: fotografie di questo tipo appaiono sul primo numero della “Colata” Italsider, che ad un pezzo sul processo unitario che stanno intraprendendo le confederazioni sindacali accosta le immagini del “XV Congresso nazionale della Fiom” (Fig. 22), e della “III assemblea organizzativa Fim Cisl” .

Fig. 22
Decisamente più adatte alle possibilità del giornalino di fabbrica, e per questo spesso preferite, sono le vignette o le strisce a fumetti, che solo in rari casi sono disegnate da componenti della redazione: più spesso sono ritagliate e applicate direttamente sulla pagina, magari cambiando il contenuto delle nuvolette per adattarlo agli articoli (ad esempio la vignetta “modificata” di Chiappori, apparsa sul numero speciale dedicato dalla “Tribuna sindacale unitaria” Sace ai Decreti Delegati, Fig. 23).
Le vignette hanno su questi giornali una funzione che è prevalentemente “ludico-decorativa”, spezzano cioè la monotonia della pagina, sia a livello grafico che di registro, rendendo più piacevole e meno pesante la lettura. Non sempre infatti sono legate, per contenuto e significato, al testo a cui sono accompagnate. Altre volte, come nel caso della vignetta su Almirante (Fig. 24) apparsa su “La colata” Italsider numero 2 (agosto 1974), forniscono un'interpretazione che il testo, a parole, non dà direttamente: sotto le “Quattro misure urgenti per isolare i fascisti”, il segretario del Movimento Sociale salta felice dopo una serie di esplosioni gridando Arrivano i miei!

Fig. 23

Fig. 24
Un discorso a parte vale per le due storie a fumetti che il Comitato di Lotta Philco pubblica durante i giorni dell'occupazione del 1975. La funzione è qui decisamente “argomentativo-polemica”: in “Philco, la storia” si ripercorre la cronaca delle vicende che hanno portato ai licenziamenti, ironizzando sulla Confindustria, sulle varie proprietà che si sono succedute, su alcune figure interne alla fabbrica (Fig. 25); in “Sturm und Drang”, mettendo in atto una soluzione già proposta del quotidiano “Lotta Continua”, che reinterpretava storie a fumetti di personaggi popolari in chiave anticapitalistica, si propongono le vicende delle “Sturmtruppen” disegnate da Bonvi in versione satirica: gli ufficiali nazisti sono i padroni della Philco, che al tempo era stata acquistata dalla tedesca Bosch (Fig. 26).

Fig. 25
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Fig. 26
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Per visualizzare meglio la distribuzione dei contenuti sulle pagine dei giornali di fabbrica, pensiamo possano essere utili a chi legge le due serie di istogrammi che presentiamo qui: la prima analizza la presenza di un singolo tema sulle varie testate; la seconda rappresenta la distribuzione degli argomenti per ogni giornale.
Abbiamo assegnato un punto per ogni articolo. Non sempre un articolo si occupa di un solo tema: per semplicità, abbiamo conteggiato solo quello prevalente. Quando il pezzo occupa più di una pagina, abbiamo contato un punto per ogni pagina (un articolo di quattro pagine sul Cdf assegna quattro punti al tema “Cdf e sindacato”). Al termine del conteggio abbiamo trasformato i dati in valori percentuale, per poterli meglio raffrontare tra loro. I temi scelti sono:
Giornalino: articoli autoreferenziali, relativi alla testata stessa. Presentazioni, programmi, inviti alla partecipazione.
Cdf e sindacato: articoli che si occupano delle strutture di rappresentanza. Statuti dei Cdf, scopi e funzioni dei vari organismi, resoconti dei congressi delle Confederazioni.
Contrattazione: piattaforme, rivendicazioni, accordi tra Cdf e direzione aziendale; a livello di fabbrica, di gruppo, di categoria.
Problemi interni: questioni interne al singolo stabilimento o reparto. Tensioni tra operai e impiegati, critiche ai capireparto, malfunzionamenti della mensa, ecc.
Altre fabbriche: la situazione sindacale, le iniziative e le lotte di altri lavoratori.
Politica interna: le riforme, l'atteggiamento del governo nei confronti delle lotte operaie, la strategia della tensione, ecc.
Politica estera.
Lettere inviate al giornale da lavoratori esterni alla redazione.
Informazione di servizio: articoli che si occupano di questioni di utilità pratica per i lavoratori: la dichiarazione dei redditi, la lettura della busta paga ecc.
Ambiente e salute in fabbrica: lotta per l'eliminazione della nocività e dei rischi in ambiente di lavoro.
Scioperi e manifestazioni: cronaca delle iniziative di lotta.
Antifascismo.
Corsi “150 ore” per il recupero dell'obbligo scolastico.
Dalla lettura dei grafici una cosa risulta immediatamente evidente: la funzione che i giornalini di fabbrica assolvono in prevalenza è quella del notiziario sindacale. Aggregando infatti i dati relativi alla copertura di notizie su accordi o vertenze in atto (Contrattazione), con la percentuale di pezzi che illustrano le strutture sindacali o le attività del Consiglio
(Cdf e sindacato), per molti giornali il risultato ottenuto supera abbondantemente il 50 per cento.
Queste due tematiche aggregate sono trattate dal 68,8 % degli articoli del “Giornale del Cdf Philco”, dal 68,3% di quelli della “Colata” Italsider, dal 64% di quelli dell'“Unità sindacale” Magrini. All'interno di questa macrocategoria è però necessario fare alcune distinzioni: soltanto “Il siderurgico” e l'“Impegno unitario” della Dalmine si occupano
egualmente di contrattazione e di strutture sindacali (entrambe 30,8% per “Il siderurgico”, 10,4% la Contrattazione e 14,4% Cdf e sindacato per l'“Impegno unitario”), mentre la maggior parte delle testate dedica una maggiore attenzione a uno solo di questi aspetti.
Prediligono i temi vertenziali la “Tribuna sindacale unitaria” Sace (46,1%), “Controinformazione” Same (47,8%), “La parola ai Consigli” Fervet (60%), l'“Unità sindacale” Magrini (44,5%), il “Consiglio di Fabbrica Philco” (26,4%). Più attenti agli organi di rappresentanza dei lavoratori, dentro la fabbrica o a livello più alto, sono la “Battaglia unitaria” Fervet (34,6%), “Il televisore” Philco (45,6%), “La colata” Italsider (41,6 %).
Un solo giornale si sottrae a questa logica di distribuzione degli argomenti trattati: “I grop de la Pilco” Philco non dedica infatti, sulle pagine dei suoi tre numeri, nemmeno una riga alle strutture e solo il 14,6% degli articoli alla contrattazione. La maggior parte dei pezzi tratta invece delle questioni interne alla fabbrica, soprattutto a livello di conflitto con la direzione o con i capi reparto, raggiungendo il 61,5%: nessun altro giornale sfiora nemmeno da lontano questa percentuale nella categoria Problemi interni (la seconda testata a dedicare spazio a questo tema è l'“Impegno unitario” Dalmine, che raggiunge però solo il 14,6%). La giustificazione va ricercata nella forte conflittualità interna alla fabbrica, che sfocia anche in episodi di violenza fisica, non lasciando alcun margine al confronto sereno e a possibilità di accordo.
Le nostre testate si occupano poi di tutti i temi che il movimento dei lavoratori individua come centrali nelle rivendicazioni di quegli anni: il problema delle riforme, la lotta alla nocività sul posto di lavoro, l'antifascismo, le “150 ore”. A parte le questioni sindacali, ogni testata individua una sua vocazione specifica occupandosi più spesso di un argomento, soprattutto rispetto agli altri giornalini. La “Tribuna sindacale unitaria”, ad esempio, dedica interi numeri all'informazione di servizio, illustrando ai lettori come si legge una busta paga o si compila la dichiarazione dei redditi; “Controinformazione” della Same preferisce riservare ampio spazio a lettere e contributi esterni, che infatti appaiono quasi su ogni numero a nostra disposizione; la “Battaglia unitaria” Fervet è attenta ai problemi e alle lotte portate avanti da lavoratori di altri stabilimenti. L'“Impegno unitario” Dalmine merita invece un discorso più complesso, che entri nel merito della qualità degli articoli, oltre che della quantità. Guardando le tabelle, sembra infatti che la sua vocazione sia soprattutto antifascista (18,8% dei pezzi): in realtà, a parte un intero numero dedicato alla Resistenza (numero 15, aprile 1976), troviamo un solo pezzo relativo a questo argomento. Nonostante le percentuali, assegneremo all'“Impegno
unitario” una vocazione politica. Se è vero infatti che altri giornali si occupano di politica interna in misura anche largamente maggiore (“Il televisore”, la “Battaglia unitaria”), lo fanno ponendo l'attenzione sul problema delle riforme sociali, al centro delle battaglie delle confederazioni all'inizio degli anni ‘70. Si discosta invece dallo scontro tra sindacati e governo l'“Impegno unitario”, che preferisce occuparsi di temi che nessun'altra testata andrà a trattare: la strategia della tensione, la magistratura schierata con i padroni. Anche le questioni di politica nazionale sono trattate dall'organo del Cdf Dalmine in modo molto più attento rispetto agli altri giornali. Solo tre testate si occupano infatti di questo tema: la “Tribuna sindacale unitaria” Sace (0,7%), “La colata” Italsider (2%), e infine l'“Impegno unitario” (6,2%). Mentre i primi due trattano solo la questione del Vietnam, quest'ultimo allarga le sue analisi alla Spagna franchista, al Cile e all'America Latina.
Veniamo infine ad analizzare la presenza di lettere e interventi esterni che, secondo le intenzioni sancite dalle presentazioni e i continui inviti alla partecipazione, dovrebbero essere uno degli elementi fondamentali per la buona riuscita di un giornalino di fabbrica. In realtà, non tutti i giornalini accolgono scritti provenienti da lavoratori che non appartengono al Consiglio di fabbrica: la percentuale è infatti nulla per “La colata” Italsider, “I grop de la Pilco” e “Il televisore” Philco, “Il siderurgico” e l'“Impegno unitario” Dalmine, “La parola ai Consigli”
Fervet. Sono solo lo 0,7% sulla “Tribuna sindacale unitaria” Sace e l'1,1% su “Il Cdf della Philco”.
Non possiamo quindi accordare ai giornali dei Consigli di fabbrica il successo nel coinvolgere un largo numero di lavoratori, trasformandosi in uno spazio aperto di dibattito: questa funzione infatti viene assunta con sufficiente continuità solo dall'“Unità sindacale” Magrini, dalla “Battaglia unitaria” Fervet e, come abbiamo visto, dalla “Controinformazione” Same.
Al termine del nostro studio, vogliamo sottolineare come l'esperienza dei giornali dei Consigli di fabbrica risulti comunque, con tutti i limiti che sicuramente sottende, significativa a livello sia storico che comunicativo. Alle redazioni vanno sicuramente riconosciute la capacità e la costanza di aver portato avanti per un decennio un'attività che, a parte le dichiarazioni talvolta velleitarie, doveva sicuramente costare impegno e fatica: i giornali di fabbrica sono infatti, a nostro parere, una forma coraggiosa di espressione, coraggiosa soprattutto per i loro autori che, nel confrontarsi con la scrittura, avrebbero potuto essere bloccati da un sentimento di inadeguatezza o dalla paura del giudizio.
A differenza del volantino inoltre richiedevano una continuità editoriale, una periodicità che, seppur non sempre rispettata appieno, nella quasi totalità dei casi da noi presi in considerazione può essere considerata più che buona, se si tiene conto delle condizioni “non professionali” in cui il giornalino veniva concepito e prodotto.
Sicuramente questa esperienza non può essere scissa dal contesto in cui nasce, dall'esplosione che i mezzi di comunicazione, soprattutto quelli che si occupano di informazione alternativa, incontrano durante tutti gli anni '70. La voglia di comunicare ad un largo pubblico, di opporsi al sistema dell'informazione tradizionale, ha portato alla nascita di organi di stampa indipendenti e autogestiti, lo stesso fermento da cui prenderanno il via, tra le altre cose, radio e televisioni libere, rivoluzionando completamente il panorama dell'informazione in Italia.
In tutte queste esperienze, e in primo luogo sui giornali di fabbrica, centrale resta la voglia di confrontarsi: gli inviti al dibattito e alla partecipazione ricorrono numerosi su tutte le testate. Il fatto che questi appelli non sempre venissero raccolti va sicuramente considerato, ma senza dimenticare la novità insita nella volontà iniziale, nell'impostazione ideologica e programmatica su cui i nostri giornalini costruiscono le loro basi.
Alla partecipazione, intesa come unico strumento possibile per un vero cambiamento nella struttura della società, si affianca inevitabilmente un desiderio di autonomia, di distanza e perfino di diffidenza nei confronti non solo dei partiti e della politica istituzionale, ma anche dei vertici di quel sindacato di cui i Consigli di fabbrica sono i rappresentanti sul campo. Abbiamo visto come non manchino sulle pagine di queste pubblicazioni, a fianco delle campagne per il tesseramento alla Flm e ai resoconti di congressi delle confederazioni, critiche anche molto severe verso i sindacalisti di professione, accusati di non saper parlare agli operai, e soprattutto di non voler attuare la volontà dei lavoratori, ad esempio in relazione al fallimento del processo unitario.
Non esistono dati precisi, e nemmeno di massima, sul numero dei lettori e sul giudizio che questi davano dei periodici da noi studiati: affidandoci però alle testimonianze orali, dobbiamo concedere ad essi il successo di tirature notevoli e di un buon numero di lettori, almeno per quanto riguarda gli argomenti più strettamente sindacali.
Quello che però a noi qui interessa, è valutare l'esperienza dei giornali dei Consigli di fabbrica da un punto di vista comunicativo. In questo senso, non pensiamo sia giusto considerare un limite né la povertà di mezzi tecnici, che sicuramente limita l'aspetto grafico ma non pregiudica la leggibilità, né gli errori ortografici e sintattici, per altro diffusissimi.
Quando l'errore si inserisce in un registro parlato-informale, che illustri con chiarezza la tesi proposta dall'articolo, pur senza curarsi della correttezza verbale, a nostro parere lo scopo comunicativo risulta pienamente raggiunto: il codice dell'emittente coincide infatti in questo caso con quello del destinatario, fatto fondamentale per una felice decodifica del messaggio.
Pienamente riusciti sembrano anche gli esperimenti tentati da alcune testate. Pensiamo, ad esempio, alle cronache a fumetti pubblicate dal Comitato di lotta della Philco che, attraverso un linguaggio popolare e leggero, riescono a raccontare la storia della crisi occupazionale che ha investito la fabbrica nel 1975, senza risparmiare invettive e critiche. Lo stesso discorso vale per la scrittura brillante, il tentativo cioè di trattare con leggerezza ed ironia argomenti altrimenti difficili o noiosi: pensiamo all'“Impegno unitario” Dalmine, che nel pezzo intitolato La salvaguardia della salute critica gli impiegati che non aderiscono al blocco degli straordinari descrivendo le malattie che possono derivarne, tra le altre “culo piatto e consumo della lingua” . È probabilmente questa la strada vincente per raggiungere il maggior numero di lettori: magari l'articolo verrà letto solo perché è divertente, ma il messaggio passerà lo stesso.
Il limite più grosso che i nostri giornali presentano risiede, invece, nel tentativo di utilizzare un linguaggio burocratico stereotipato: se a parere degli autori di questi articoli il testo guadagna in questo modo autorevolezza e prestigio, fallisce però nell'intento fondamentale, pregiudicando la riuscita della ricezione del messaggio e, quasi sicuramente, disincentivando il ricevente a continuare la lettura.
Concludendo, ci sembra importante mettere in evidenza il fatto che le redazioni non si limitano a dare una valutazione della stampa e dell'informazione ufficiale, che considerano asservita al potere e quindi un nemico, nell'ottica dello scontro di classe, ma scelgono di intervenire in prima persona. Senza voler mitizzare un'esperienza di cui abbiamo riconosciuto i difetti, pensiamo che, almeno nell'ambiente ristretto della fabbrica, le redazioni siano riuscite a costruire nella pratica una comunicazione orizzontale, prodotta dai lavoratori per i lavoratori.
Appendice. I consigli di fabbrica della Dalmine