Saverio Battente
Alfredo Rocco e la questione femminile in Italia “Il problema femminile”, era senza dubbio uno dei “dei più gravi” del momento, tuttavia, in “una società democratica [...] scarsa di fede e di ideali” veniva affrontato con “superficialismo”, in ossequio al “culto dell'incompetenza [...] religione delle democrazie”. Così Alfredo Rocco (1938, 59-66) in una conferenza tenuta nella Sede del Circolo femminile di cultura di Roma, il 5 gennaio 1914, si avvicinava al tema della nascente questione femminile, iniziatasi a sentire anche in Italia alla vigilia della Grande guerra, una volta avviato a conclusione il decollo dell'economia in età giolittiana 1. Del resto, già dall'ultimo scorcio dell'Ottocento sembrava essersi sviluppata anche nel paese una embrionale consapevolezza, sebbene ancora timida, eterogenea e confusa delle problematiche legate all'universo femminile 2.
Il giurista napoletano, appena entrato a far parte delle fila del movimento nazionalista italiano, quindi, sembrava dare rilevanza alla questione femminile, confrontandovisi direttamente. Rocco ricordava, non senza una certa inclinazione ironica, come secondo una parte dell'opinione pubblica italiana, di cui facevano parte i “più benevoli”, il “movimento femminile” partisse “soprattutto dalle classi più colte [...] elegante passatempo di alcune signore, troppo poco assorbite dalle cure familiari”, mentre altri, equiparandolo alle “frenesie delle suffragette inglesi”, erano propensi a “scorgervi un caso di follia collettiva” (Rocco 1938). Sullo sfondo rimanevano, invece, “i politicanti [...] ancora” intenti a meditarvi su, riservandosi di “decidere” una volta certi che “il movimento” fosse stato in grado di creare “masse elettorali a loro favorevoli” 3. Così si spiegava, a suo giudizio, “il dissimulato antisuffragettismo dei socialisti [...] dovuto al timore che le nuove falangi elettorali” potessero andare a “rinforzare le file dei cattolici” (Rocco 1938). Già dal primo scorcio del nuovo secolo, infatti, sull'onda lunga emotiva delle rivendicazioni avviatesi nel corso dell'Ottocento, sotto la spinta del paragone con gli altri contesti internazionali, anche in Italia la questione del suffragio femminile, all'interno di un più ampio dibattito sulla riforma del sistema di voto, aveva iniziato ad interessare le principali forze politiche del paese. Nel 1904 Mirabelli, deputato dell'estrema sinistra aveva presentato una proposta di legge per il voto femminile, seguita da un gran numero di iniziative nell'opinione pubblica di intonazione femminista, dando vita alle Società Pro suffragio, in cui si distinsero i nomi della Mozzoni, della Montessori, della Benetti, della Taverna e della Labriola ancora non passata a posizioni nazionaliste ( Pieroni Bortolotti 1974) 4. La proposta Mirabelli, di cui nel 1907 si era fatto portavoce Luzzatti, con il sostegno di radicali e repubblicani con Chiesa, Barzilai e Colajanni (sebbene in precedenza questi fosse contrario), a fronte di una sostanziale indecisione socialista sul momento con Costa, e della perplessità giolittiana per timore dell'influenza della cultura cattolica, risultò respinta.
Non a caso proprio in quel periodo Rocco si avvicinava alla politica con la sua adesione al radicalismo, acquisendo, probabilmente, una sensibilità per i temi propri della modernità, come appunto la questione femminile, che, poi, avrebbe tentato di impostare in chiave completamente diversa dalle fila nazionaliste. Del resto, sempre in questo periodo, anche all'interno del socialismo le posizioni circa la questione femminile in generale e, circa il voto delle donne in particolare, erano assai sfumate ed articolate, destinate a scomporsi e ricomporsi nel corso degli anni. Un ruolo importante, comunque, lo ebbe la Kuliscioff nel tentare di aggregare il consenso necessario interno al socialismo per le battaglie e le rivendicazioni femminili. Salvemini, Treves, Bissolati, lo stesso Turati sebbene non senza incertezze e ripensamenti di motivo politico, finirono per sostenere formalmente la causa del femminismo, per quanto non senza divisioni e scontri intestini, come la mozione Gallini sul voto amministrativo testimoniava ( Kuliscioff 1910c, 82; 1910a, 113; 1910b, 130; Salvemini 1910, 65) . Tra la guerra di Libia e la Grande guerra, comunque, il femminismo trovò nell'ambiguità circa la questione nazionale e la pace un proprio limite interno di cui la posizione stessa in merito della Kuliscioff era emblematica, capace di rallentare e arrestare la lotta per le proprie rivendicazioni (Pieroni Bortolotti 1974). Quando poi a guerra finita si tornò a interrogarsi circa l'opportunità del suffragio femminile per voce della commissione presieduta da Gasparotto, passando per la mozione socialista del 1914, la situazione era sensibilmente mutata: accanto allo scetticismo cattolico di Monti Guarnieri e di Meda, nonostante il parere favorevole di una parte del mondo liberale come Sonnino e Nitti testimoniavano, di fronte al tatticismo di un socialismo ormai su posizioni ideologicamente intransigenti, la radicalizzazione dello scontro politico era orami troppo accesa (Vivarelli 1990-1991). Nella decisione di rinviare alla prossima legislazione l'esercizio del diritto di voto per “spiritualmente preparare il mondo femminile italiano alla battaglia elettorale” stava il senso di un procastinarsi sine die di tale diritto per la svolta autoritaria imposta dalla marcia su Roma ( Pieroni Bortolotti 1978) 5.
Nitti, tuttavia, aveva parlato dell'importanza del voto femminile come di un elemento di novità specie se riferito alle contadine del meridione assai più in grado delle nobil donne settentrionali di esprimere giudizi politici assennati e utili per la nazione e per la “mirabile razza italica” di cui erano la più pura espressione, imponendo “un elemento nuovo di luce di forza” 6. Più che di una ideologia liberal democratica sembrava di sentire l'eco della retorica corradiniana o del Preziosi della Vita italiana. Era la stessa ambiguità che in ambito economico avrebbe potuto permettere a Rocco di piegare l'economia nazionale ai fini propri della sua visione del nazionalismo economico. Parimenti Monti Guarnieri aveva precisato come “lo scopo della vita della donna fosse il matrimonio” e per questo eventualmente il diritto di voto andasse eventualmente esercitato non prima dei trent'anni, una volta raggiunta la condizione di donna sposata, così capace di essere guidata dal marito nelle scelte elettorali 7. Non a caso lo stesso Meda aveva ritenuto il voto femminile come un possibile “moltiplicatore per due” di quello maschile. Anche in questo caso emergeva la vicinanza con certe posizioni nazionaliste centrate sull'importanza della famiglia e di un ruolo definito da attribuire in tal senso in chiave nazionale alla donna.
Alla vigilia della guerra, quindi, lungi dal disenteressarsene o dal liquidarlo in chiave meramente reazionaria, al contrario, secondo il neo esponente del nazionalismo italiano, il movimento femminile meritava tutta “la più seria attenzione degli studiosi di cose politiche” (Rocco 1938) 8. Questo perché, sia quando assumeva i toni più pacati di “rivendicazioni sociali od economiche” come in Francia ed in Italia, sia quando, al contrario, prendeva forme violente ed “isteriche” come nel caso inglese, in esso vi era la “manifestazione più cruda” e “più sincera” del femminismo medesimo, quale “portato necessario e fatale delle condizioni odierne della società e della civiltà” (Rocco 1938). Riprova ne era, appunto, che le sue forme più acute fossero proprio in Inghilterra e Francia, paesi in cui la “civiltà europea” aveva raggiunto “il culmine della parabola”. Questo spingeva Rocco a manifestare rispetto per ciò che “Mistress Pankhurst e le sue seguaci” facevano, lungi dall'essere, al di là del “ridicolo di taluni atteggiamenti”, un semplice caso “di follia isterica collettiva”, bensì “una grande idea, vera o falsa” che fosse (Rocco 1938, 60) 9. Solo le grandi idee, infatti, erano in grado di infiammare un così alto numero di persone, a suo parere. Implicitamente in queste parole vi era anche l'elogio per il compito futuro riservato al pensiero nazionalista, da far assurgere a grande ideologia. Questo, comunque, sul momento gli permetteva di tracciare un nesso di collegamento con il nucleo di cultura di cui anche il femminismo era emanazione e coerente espressione ossia “le grandi correnti di pensiero che” avevano “dominato” e ancora dominavano in “Europa, specialmente nell'Europa occidentale” (Rocco 1938, 60). Indirettamente era il riconoscimento ed al tempo la presa di consapevolezza dell'importanza della questione femminile anche in Italia, per quanto ancora solo in nuce, non riducibile, comunque, ad un episodio momentaneo, dotato al contrario di una propria tradizione, saldamente ancorata ai principali filoni di pensiero politico. Proprio per questo Rocco sentiva il bisogno di offrirne una lettura in chiave nazionalista, antitetica ed antagonista rispetto all'impostazione fornitane dal socialismo e dal liberalismo. In questo, peraltro, il giurista napoletano riconfermava come la propria visione del nazionalismo fosse tutt'altro che una semplicistica e rozza chiusura in chiave reazionaria, quanto piuttosto un'apertura verso la modernità da basi conservatrici, sebbene autoritarie. Di nuovo si trattava anche nel caso del montante femminismo di opporsi al pensiero liberale e socialista, contrapponendovi una visone dottrinaria politico ideologica del nazionalismo, tramite cui sottrarre loro consensi e massa di manovra.
Per fare questo, tuttavia, era necessario avere un quadro sufficientemente chiaro della questione femminile come si era venuta realizzando nei paesi occidentali, in generale, ed in particolare anche in Italia negli ultimi decenni. Pur sorvolando alcuni passaggi essenziali e semplificandone alcuni aspetti, infatti, proprio da lì prendeva le mosse Rocco. Per certi versi era lo stesso schema usato per confutare liberalismo e socialismo, ricostruendone sinteticamente il pensiero, prima di passare ad esporre la dottrina nazionalista.
Del resto in quel periodo il solo Croce aveva dimostrato di prendere coscienza della nascita di una questione femminile, per quanto poi ricondotta entro certi termini, in linea con il suo pensiero, affermando che “con l'Arcadia cessò la letteratura femminile, monacale e ascetica del seicento, e le donne si volsero anche loro alle scienze e ai dibattiti sul benessere sociale, sulla politica e sull'economia” in una catena immaginaria che univa “le Agnesi, le Ardinghelli, le Barbapiccole, le faustine Pignatelli” con “le donne delle cospirazioni e delle repubbliche [...] tra le quali Eleonora de Fonseca Pimentel”, passando per l'Ottocento così che le “dileggiate pastorelle di arcadia” finirono per essere “veramente le progenitrici delle madri e delle spose dei patrioti del Risorgimento” (Croce 1931, 171). Evidente era l'impostazione che il Croce riservava alla questione femminile all'interno della storia italiana, in chiave patriottica inserita in seno al contesto della sua visione dell'Italia liberale. Era il riconoscimento dell'utilità della lotta per l'istruzione femminile in cui “spose e madri” dovevano “nel santuario della famiglia” esercitare “la loro influenza” fino a farne arrivare l'eco nella società (Carutti 1843). Era una visione sostanzialmente moderata, quando non conservatrice, accanto a cui comunque resisteva un'impostazione più radicale e progressista, fatta propria anche dal Risorgimento nazionale, che riservava alla donna il ruolo, indirettamente politico e sociale, oltre che culturale, di contribuire all'interno delle mura domestiche alla formazione degli uomini nuovi a cui affidare le sorti della nazione italiana nel suo risveglio (Pieroni Bortolotti 1962). Era il caso di Maria Drago o di Adelaide Cairoli e persino della madre e della nonna “un peu jacobine” del Cavour, fino ad arrivare ad Anita Garibaldi o Teresa Confalonieri ( Prolo 1937; Cairoli Bono 1912) 10. Peraltro, si trattava di una visione, in parte, derivata dalla tradizione giacobina, propagandata dalle armate francesi, quella centrata sull'importanza della donna come vettore della formazione dei cittadini del domani, e quindi necessitante anch'essa di una propria istruzione patriottica. Tuttavia, nonostante questo, Napoleone non aveva istituito il monopolio delle scuole femminili, relegando tale suggestione, sorta sulla scia del fermento illuminista, per paradosso agli istituti religiosi 11. Rimaneva, quindi, sullo sfondo, uno snodo essenziale che portava a far divergere nella teoria prima che nella prassi l'impostazione da dare alla questione femminile tra cosmopolitismo e questione nazionale, tra razionalismo illuminista e romanticismo, tra libertà e uguaglianza, risolto in Italia in modo moderato e conservatore, quando non reazionario, almeno fino alla fine dell'Ottocento. Nello stesso Pisacane (1956), del resto, tali dicotomie erano sottotraccia ben identificabili, quando affermava che le donne pur portate, a suo parere, più a ruoli di sarta e di crestaia, dovendo conciliare i doveri materni con quelli civili erano però “indipendenti e libere [...] al pari degli uomini con uguali diritti” (215).
Del resto già nel 1905 Enrico Corradini aveva ricordato come, a suo parere, le donne dovessero “restare immobili e mute” di fronte “alle necessità della rivoluzione”, prendendo ad esempio quella francese, ma facilmente estendibile all'idea di rivoluzione nazionale da completare in Italia 12. La missione femminile, infatti, era quella di “amare e di generare non tanto per sé quanto per la nazione”. Sarebbero così state non solo semplici “madri, sorelle, mogli” dei loro figli, fratelli e mariti, ma dell'intera “nazione” (Corradini 1980, 89). Netta emergeva la vocazione antifemminista che avrebbe portato Corradini a polemizzare aspramente in seguito a più riprese con il movimento per i diritti della donna, da lui inquadrato, al contrario, nel solco di un preciso filone della tradizione risorgimentale in chiave conservatrice, quando non reazionaria, da lui interpretato in chiave nazionale.
Una impostazione patriottica, quindi, al contrario che lo stesso Rocco intendeva fare sua, ma in modo originale e radicalizzato così come aveva fatto nell'alveo delle scienze nazionali, differenziandosi e prendendo le distanze dalla tradizione liberale italiana (Cardini 1993; Battente 2005).
Secondo Rocco, infatti, per comprendere il “movimento femminista” nella sua vera essenza, era necessario “inquadrarlo in quella grande corrente d'idee [...] affermatasi nel sec. XVIII” ed arrivato a trionfare nel XIX, dominando “tutto il pensiero politico contemporaneo” ossia “la concezione individualistica della società e dello Stato” (Rocco 1938, 60). Il giurista coglieva l'occasione per stigmatizzare in maniera preventiva le differenze e le divergenze di fondo esistenti tra l'individualismo, a suo dire, base tanto del liberalismo quanto del socialismo ed il nazionalismo, così come da lui ripensato in modo originale (Rocco 1938; Ungari 1963a). Per certi versi, emergeva il vero motivo, o comunque prioritario, dietro l'interesse del futuro ministro fascista per la questione femminile, strumentale, appunto, ad offrire lo spunto per ribadire ulteriormente agli inizi del 1914 i pilastri intorno a cui nella primavera dello stesso anno, dal congresso di Milano dell'Ani, avrebbe tentato di decantare il nazionalismo italiano, come unica risposta possibile italiana, a suo giudizio, alla sfide della modernità (Gaeta 1965; Cardini 1993). L'individualismo, infatti, già “trionfante nella disprezzata società medioevale” rimasto “schiacciato dall'opera di organizzazione nazionale compiuta nei grandi Stati “europei durante” i secoli XIV e XV, trovò nuovo impulso nella “filosofia del diritto naturale” affermandosi in “campo politico con la Rivoluzione francese” (Rocco 1938, 60). Non a caso, secondo Rocco (60-61), proprio la Francia e l'Inghilterra erano state la culla in cui aveva visto la propria genesi il movimento femminista in Europa, e come per il liberalismo si era fatto largo anche in Italia. L'individualismo, infatti, secondo il giurista, dopo aver rivendicato “all'individuo una sfera di libertà di fronte allo Stato” in nome della “preesistenza dell'individuo” medesimo “allo Stato” stesso in virtù della sua “inalienabile libertà”, era poi passato ad esigerne il controllo dando vita “nel campo dell'organizzazione statale” al “costituzionalismo”, per passare addirittura, non pago di “libertà e controllo”, a pretendere “la supremazia dell'individuo sullo Stato”, ossia la “concezione democratica” in cui lo “Stato non” era che “il popolo organizzato”, con il compito di tutelarne gli interessi e da cui essere governato, finendo per essere al “servizio” ed in “mano” agli individui viventi, secondo il dogma “della sovranità popolare”. Dietro una parvenza “sociale”, quindi, si celava la volontà di “polverizzare” lo Stato nella mani degli individui e dei loro egoismi. Altra, invece, secondo Rocco, era la “concezione giusta e veramente sociale dello Stato” ossia quella di rappresentare l'intera nazione “entità immanente e perpetua” capace di comprendere gli individui che sono, sono stati e saranno. Netta emergeva la concezione organica ancorata intorno al binomio Stato-nazione di derivazione germanica intorno a cui, appunto, Rocco intendeva partire per ridefinire il nazionalismo italiano. Spostandosi dal piano politico a quello economico, poi, l'individualismo era passato dal liberalismo al socialismo, basato “sul determinismo economico”, impostato secondo una concezione materialistica e per questo “essenzialmente individualistica” ed egoistica, a cui di nuovo, implicitamente Rocco intendeva contrapporre la propria versione di economia nazionale ancorata ad una concezione organica dello Stato (Rocco 1938; Battente 2005a).
Sul momento, tuttavia, era sulla questione femminile che Rocco tornava a spostare la propria attenzione. Proprio al determinismo economico del socialismo individualistico Rocco imputava “il sacrificio degli interessi perpetui della nazione a quelli contingenti degli individui” minando “le basi della società”, che indirettamente correlata alla questione femminile così come si andava strutturando nel resto d'Europa, e come temeva potesse accadere anche in Italia, si traduceva in “limitazione volontaria delle nascite e [...] spopolamento” in campo demografico, in “abbandono dei campi e [...] rinuncia alla cultura intensiva” e al latifondo in ambito economico, in una “negazione dei valori ideali” ed “esaltazione dei beni economici e materiali” in ambito morale. Tale, appunto “era il clima sociale e morale” in cui era sorto “il movimento femminista”, come era, per altro, a suo parere, “giusto e naturale e logico” che sorgesse (Rocco 1938, 62). Rocco, quindi, mostrava di comprendere, almeno in parte la liceità della nascita della questione femminile. Ciò che contestava, al contrario, era la natura e le finalità che tale movimento aveva preso nel resto d'Europa e temeva potesse prendere anche in Italia.
Fin dagli inizi dell'Ottocento, infatti, i primi fermenti della questione femminile avevano assunto toni ben diversificati. Lo stesso Mazzini, pur avendo presente il problema, al punto da dichiarare che avrebbe esaminato “attentamente e cautamente [...] la condizione sempre negletta della donna”, tuttavia, non andava oltre a generici richiami di intonazione patriottica in cui inserire lo spirito femminile, foriero a suo dire di una ventata di novità lontano dal calcolo machiavellico dei moderati 13. Sebbene con motivazioni sensibilmente diverse, anche Tommaseo aveva ritenuto utile l'estensione del voto alle donne, ma proprio come baluardo contro le novità. L'attenzione di Rocco per la questione femminile, per tanto, prendeva le mosse e si ricollegava al dibattito in merito, così come si era venuto strutturando nel corso del Risorgimento. Già negli ambienti del liberalismo più conservatore e del clericalismo, infatti, le rivendicazioni dell'universo femminile erano state definite come il frutto di un bieco interesse egoistico (Pieroni Bortolotti 1962). La questione femminile, infatti, con maggiore o minore sensibilità e apertura da parte di conservatori, moderati e democratici, finiva comunque per essere relegata all'interno dell'universo familiare, sebbene con un ruolo sociale più o meno sfumato. Mentre nel resto d'Europa si stava avviando un lento ma progressivo cambiamento intorno alle rivendicazioni femminili, al contrario in Italia la situazione era molto più statica con significative eccezioni nel settentrione del paese, dove almeno il problema dell'istruzione iniziava a muovere i primi passi. Con il decollo economico avviatosi anche in Italia a cavallo tra Ottocento e Novecento e l'ingresso in modo più sensibile delle donne nel mondo del lavoro, anche la questione dell'emancipazione femminile aveva avuto un nuovo impulso ( Zamagni 1990) . In particolare accanto ad una impostazione pionieristica e per certi versi elitaria che aveva contrassegnato nel corso delle vicende risorgimentali i temi propri legati all'universo femminile in Italia, in gran parte indirettamente collegata alle avanguardie più illuminate della classe dirigente, interna alle varie borghesie e patriziati locali, con l'incedere del socialismo si apriva una nuova stagione di rivendicazioni anche per il femminismo ( Pieroni Bortolotti 1974; 1978) . Dalla Mozzoni il testimone per certi versi sembrava passare alla Kuliscioff, in estrema sintesi ( Garin 1962; Pieroni Bortolotti 1963) . Agli inizi del secolo accanto ad una dimensione borghese della questione femminile orientata ora in chiave moderata ora radicale, quindi, si andava affacciando una nuova tendenza di matrice socialista, tra continuità ed innovazione con la passata tradizione risorgimentale mazziniana e repubblicana, potenzialmente capace di far breccia all'interno dei ceti medio piccoli della stessa borghesia al femminile ( Pieroni Bortolotti 1963) . Figure come quelle della Altobelli, della Montessori, della stessa Mozzoni fino alla Kulischioff risultavano emblematiche del percorso in essere ( Pieroni Bortolotti 1963; Bianciardi 2002; Pillitteri 1986; Kuliscioff, 1981; Babini 2000) . Tuttavia anche all'interno del socialismo italiano rimanevano una serie di differenze sensibili in merito all'atteggiamento da assumere riguardo alla donna, come la diatriba intorno all'estensione del suffragio femminile stava a testimoniare ( Ciuffoletti, Degl ' Innocenti, Sabbatucci 1992) . Vi era, infatti, una profonda distanza di vedute tra chi auspicava una piena emancipazione della donna, e chi invece si limitava ad assecondarne una più limitata all'interno di una dimensione di classe dominata comunque ancora dalla figura maschile, come la questione dei salari ben evidenziava, le cui radici risalivano a monte dell'impianto ideologico e strategico del socialismo, interno alla stessa divisone tra riformisti e rivoluzionari. Di fondo, infatti, rimaneva una radicata strutturazione sociale rurale interna al socialismo, difficile da rimuovere, in cui la questione femminile all'interno delle classi proletarie trovava le stesse difficoltà ad emergere, sebbene per motivi dissimili, che tra i ceti più agiati ( Ciuffoletti, Degl ' Innocenti, Sabbatucci 1992; Pieroni Bortolotti 1974) . Nello stesso periodo, al contrario, si andava strutturando una ripresa della concezione della figura e del ruolo della donna, in chiave moderata e conservatrice, come alternativa al modello proposto in modo ambiguo da una parte del socialismo ( Banti 1996; Meriggi, Schiera 1993) .
Proprio a quella tradizione conservatrice di estrazione ottocentesca sembrava volersi richiamare anche Alfredo Rocco.
Il giurista napoletano, infatti, ricollegandosi agli studi di una parte della sociologia e della filosofia positivista del tempo, imputava alla “concezione egoistica ed individualistica della vita” la profonda alterazione dei “rapporti tra i sessi” ( Rocco 1938, 62; Friedrich 1989; Mastellone 2002; Abbagnano 1998; Cesareo 2001) . Oltre al rapporto numerico ad essere cambiato, secondo il giurista, erano i “rapporti sociali” che “il costume aveva creato e davano alla donna una sua caratteristica e privilegiata posizione nella famiglia e nella società” arrivando a mutarne “la disposizione d'animo” stessa e “tutta la psicologia femminile” nelle “sue relazioni sociali con l'uomo” (Rocco 1938, 62). Emergeva la precisa volontà di ricollegarsi con tutta una retorica di estrazione ottocentesca, strutturatasi, in chiave moderata, quando non conservatrice e reazionaria, tesa a perpetrare la subalternità della figura femminile nella sfera privata come in quella pubblica. Era il recupero di una corrente di pensiero e d'opinione d'estrazione liberale e clericale in cui la donna era relegata in modo gerarchico all'interno della sfera privata in ambito familiare. Con Rocco, tuttavia, la medesima retorica assumeva una connotazione in parte nuova ed originale. Mentre in seno al socialismo il movimento femminista, sebbene non senza contraddizioni interne e difficoltà, stava muovendo i suoi primi passi, lo stesso Rocco riconosceva una sua dignità e legittimità pubblica alla questione femminile, facendola uscire dal cono d'ombra della sfera meramente privata, inserendola, tuttavia, in una logica sensibilmente diversa, se non antitetica, come quella nazionalista.
Secondo il giurista, infatti, “l'ossessione del benessere materiale” portava la responsabilità “nei grandi paesi dell'Europa occidentale”, specie tra “le classi elevate”, della “diffusione delle pratiche maltusiane” come “la limitazione volontaria delle nascite” (Rocco 1938, 62). Rocco proseguiva precisando come questo non fosse legato ad una diminuzione del numero dei matrimoni, se non “nelle classi elevate della popolazione” anche in questo caso, ma piuttosto della “fecondità dei matrimoni”. Mostrando di cogliere in anticipo certe tendenze legate allo sviluppo della società del benessere di massa, infatti, il giurista napoletano stigmatizzava con rammarico come, dal suo punto di vista, “le brighe e le responsabilità di una lunga figliolanza” spaventassero a tal punto “gli sposi” da far sì che in Francia ed in Inghilterra fossero sempre più rare le famiglie con più di due figli. Evidentemente, in contrasto, rimaneva la situazione italiana di un paese ancora rurale alle soglie del decollo industriale, in cui il numero e la prolificità erano elemento di vanto e di forza, specie se ricondotto alla retorica nazionalista, e indirettamente ad una linea di politica economica in cui il numero era riferito come sinonimo di esubero di domanda di forza lavoro base di una strategia centrata sui bassi salari. Rocco mostrava, comunque, di avere una marcata sensibilità per i cambiamenti sociali indotti dalla modernità, sebbene piegandone il senso in un'ottica di parte quale quella nazionalista, allorché si soffermava sull'aumento delle aspettative medie di vita, dovuto “alla diffusione del benessere economico ed anche ai progressi dell'igiene” (Rocco 1938, 63). Da qui poi faceva derivare lo sbilanciamento in atto tra i due sessi nel loro rapporto numerico a vantaggio delle donne come testimoniava l'esempio inglese, a suo giudizio, facendo divenire il “matrimonio” un “problema sempre più difficile [...] fin che dura il sistema monogamico, addirittura irrisolvibile”, come gli aveva fatto notare un suo “carissimo amico [...] insigne cultore di statistica”. Il riferimento con ogni probabilità era a C. Gini, da cui avrebbe attinto in termini statistico sociologici anche per strutturare la sua critica del pensiero economico socialista (Rocco 1938, 63; Battente 2005a.; Gini 1912; Mortara 1912). Dietro le affermazioni di Rocco non vi era ovviamente un invito all'abbandono dell'etica cristiana, ma, al contrario un suo rafforzamento attraverso l'istituto della famiglia, quale mattone fondante della società italiana, così come strutturatasi e tramandatasi nei secoli, ed al tempo punto di partenza anche di una auspicabile rivoluzione nazionale in cui, appunto, la donna doveva avere un suo ruolo essenziale, che esulava dal mero aspetto della sfera privata, almeno nelle intenzioni del giurista napoletano. Proprio lì, infatti, Rocco intendeva ancorare la sua visione del pensiero nazionalista alla questione femminile in un'ottica nazionale. La cosa più grave, infatti, a dire del giurista, era “la crisi dei rapporti sociali e morali tra i due sessi” legata al diffondersi “dell'egoismo individualistico”. Di nuovo emergeva una precisa volontà di contrapporre il nazionalismo quale elemento tramite cui affrontare le stesse sfide della modernità, sebbene dandone risposte diverse rispetto ai paradigmi predisposti da liberalismo e socialismo, senza tuttavia rinnegare completamente il contesto di riferimento del capitalismo. Rocco si abbandonava a sostegno di questa impostazione all'esaltazione della virilità immutata dell'uomo italico a confronto di quello degli altri paesi, in cui “la funzione assegnata” dalla natura di “perpetuazione della specie” era sentita in modo “sempre più grave” oramai “insopportabile al raffinato egoismo dei civilissimi uomini del XIX e del XX secolo” (Rocco 1938, 64). Al di là della retorica, indirettamente era il riconoscimento dell'arretratezza dell'Italia, sebbene, non come enfatizzazione di una conservazione di un passato arcaico idilliaco, ma come punto di partenza per una controllata modernizzazione del paese, in cui continuità e progresso fossero dominate dall'alto, grazie all'autorità indiscussa dello Stato. In tal senso la famiglia, elemento da preservare e difendere, era senza dubbio, per Rocco un elemento essenziale. Per certi versi, quindi, indirettamente, risaltava un altro elemento che avvicinava il nazionalismo alla cultura cattolica, pur senza farne necessariamente una nuova versione del clerico moderatismo (Ganapini 1970; Webster 1964; Rainero 2003). Rocco cercava di affrontare la questione in termini paternalistici, affermando che l'uomo viveva sempre più come un peso la funzione che la natura aveva lui assegnato per la “perpetuazione della specie” a causa del “raffinato egoismo” delle moderne civiltà (Rocco 1938, 64). Di conseguenza era l'intero ambiente familiare ad essere avvelenato da questa impostazione mentale corrodendo “le basi stesse della famiglia e dell'istituto matrimoniale”, sacrificato alla ricerca affannosa del “benessere individuale” e della felicità. La responsabilità ricadeva, tuttavia, secondo Rocco, sugli uomini, che percepivano la donna e la famiglia come un peso inutile, un ostacolo verso la propria meta, per cui, ricorrendo ad una consolidata retorica, per paradosso ampiamente maschilista, la famiglia ed il matrimonio non erano più “fusione di anime” ma scontro di interessi tra due individui tesi a sopraffarsi reciprocamente. Per l'uomo, infatti, Rocco continuava (64), la famiglia non era un ambiente idilliaco di riposo e amore, ma un “peso morto” frutto di un momento di “incoscienza”, rinfacciando questo stato di cose quotidianamente a moglie e figli, ponendoli “in una posizione dolorosa e umiliante”. Le donne, per tanto, erano costrette a difendersi con “tutte le sottili armi femminili”, arrivando a cercare fuori dal matrimonio “i mezzi e la ragione della vita”. Da cui appunto “la donna concorrente dell'uomo nel campo economico”, dove, peraltro, la donna è di nuovo costretta a subire “la brutalità maschile”, dato che quel peso “che vuole evitare nella famiglia” gli ricasca “sulle spalle sotto forma di concorrenza nel lavoro [...] giuste vendette del meccanismo sociale” (64). Rocco, sebbene con una faziosità di parte evidente, dimostrava di cogliere con obiettività certi meccanismi di cambiamento in corso all'interno della società anche in Italia, connessi con la modernità. Di fronte all'incedere di una questione femminile sull'agenda politica, Rocco comprendeva l'importanza di non lasciarla appannaggio esclusivo del socialismo, ed al tempo stesso, l'impossibilità di mantenere inalterati gli equilibri ereditati dal passato, sebbene utilizzandoli come possibile piattaforma di partenza per imbrigliare nell'alveo della nazione e della sua modernizzazione guidata dall'alto anche l'elemento femminile. Era di nuovo l'egoismo individualistico, infatti, il responsabile della degenerazione di una giusta causa. Di fronte all'egoismo maschile, le donne “per contagio psichico” avevano ritenuto di poter pretendere lo stesso in termini materiali da cui appunto “il femminismo”. Di fronte ad un problema di giustizia “la questione morale diviene questione sociale e politica” . Rocco riconosceva che le “rivendicazioni femministe” erano “giuste e sacrosante” ma nell'alveo di una società individualistica ed egoistica il cui fine fosse “il benessere materiale”, tanto in ambito sociale che economico e politico, come l'uguaglianza civile reclamata dalle donne testimoniava. Parimenti nell'alveo di una cultura democratica, appendice del benessere materiale, era lecito il richiedere lo sfruttamento dello Stato per i propri fini non solo da parte degli individui di sesso maschile ma anche da parte di quelli di sesso femminile.
Malgrado tutto, tuttavia, Rocco ( 1938, 65) “pur riconoscendo la giustizia delle rivendicazioni femminili” dichiarava di non essere “femminista, dato che questa “giustizia” era del tutto “relativa” da “ammettersi solo se si ammette il principio individualistico che domina le moderne democrazie”.
Ma questo era solo il preludio per la decadenza delle razze, a cui il femminismo stava contribuendo pesantemente, ribadiva Rocco, attingendo di nuovo alla retorica nazionalistica corradiniana.
Rimedio unico era, secondo il giurista napoletano, il nazionalismo italiano che aveva avviato una “fiera battaglia” contro “l'egoismo individualistico, tanto più pericoloso” perché mascherato sotto le forme “falsamente altruistiche della democrazia e del socialismo” ( Rocco 1938, 65) .
Il nazionalismo, tuttavia, non combatteva solo il femminismo, cosa che sarebbe stata ingiusta, ma riconduceva l'opposizione al femminismo, nell'alveo della lotta all'intero individualismo, padre tanto del liberalismo quanto del socialismo. Peraltro, Rocco proseguiva, in Italia per fortuna non ve ne era bisogno, dato che il movimento femminile, a differenza che altrove, era solo agli inizi, dato che le “nostre donne” malgrado “l'egoismo maschile” continuavano a fare il loro dovere per la razza e la nazione, all'interno della famiglia. Come si vede, dunque, una concezione conservatrice, che tuttavia non mancava di riconoscere gli eccessi esistenti, promettendosi, sebbene dall'alto ed in modo guidato, una certa emancipazione femminile, che faceva del nazionalismo, anche relativamente alla questione femminile, un elemento di parziale e moderata modernità, sebbene autoritaria e gerarchica, e non un gretto richiamo ad un passato reazionario, almeno nelle intenzioni di Rocco. Vinto l'egoismo individualistico maschile, infatti, anche quello femminile, secondo il giurista, sarebbe venuto meno. Nella concezione nazionalistica, infatti, il fine ultimo era il benessere della nazione cioè della “razza italiana”, per cui gli individui si dovevano sacrificare, posponendo anche il loro “benessere individuale” se necessario. La donna, come l'uomo, dovevano, quindi, ritornare a tutelare il mantenimento della specie, dato che nel numero era la sua forza. Tornava la retorica nazionalistica, comunque legata ad una precisa impostazione economica basata sui bassi salari. La donna doveva essere aiutata ad uscire dall'errore in cui l'egoismo maschile l'aveva fatta cadere e doveva essere restituita alla sua grande missione da cui derivava “rispetto [...] omaggio [...] venerazione” in qualità di “moglie, madre, formatrice spirituale delle generazioni future”, funzioni che valevano, notava con ironia, “qualche cosa di più che un impiego pubblico o quel suffragio politico concesso oggi all'ultimo degli analfabeti” ( Rocco 1938, 66) . Rocco si ricollegava a quella tradizione risorgimentale in cui le donne avevano avuto un peso sensibile nel diffondere certi valori patriottici all'interno delle famiglie, sebbene adesso non in chiave liberale e democratica progressista, ma autoritaria. Era lo stesso salto che passava tra la sua militanza radicale e quella nazionalista, in cui il medesimo bagaglio tecnico culturale veniva sganciato da una impostazione democratica per essere piegato o restituito ad una impostazione conservatrice. Era il modello della donna aristocratico-borghese forgiatosi nel corso dell'Ottocento, in cui la figura femminile all'interno delle mura domestiche tramandava nei figli i principi morali ed i valori di attaccamento alla patria, sebbene, poi, eterogeneamente coniugati nell'alveo dello posizioni politiche risorgimentali (Pieroni Bortolotti 1962). Non, quindi, la piena negazione di ogni ruolo e dignità per la donna, non un mero mantenimento di una condizione di subalternità priva di ogni responsabilità, foss'anche nella sfera privata, propria di una concezione arcaica da antico regime che per certi versi contraddistingueva l'Italia elitaria tra Settecento e Ottocento, ma, piuttosto, recuperando le proprie radici radicali, Rocco proponeva una posizione più sfumata. La donna, infatti, doveva elevare le qualità morali della famiglia, e per questo una certa educazione era pertinente, e al tempo, condurne l'economia domestica. In questo la posizione di Rocco si avvicinava a quella, sebbene con sensibili sfumature tra di loro, di mazziniani, cattolici e liberali. Tuttavia proprio dalle frange più progressiste della borghesia e dell'aristocrazia ottocentesca era sorta la spinta per un ulteriore salto di qualità nelle rivendicazioni femminili, inaccettabile per Rocco. Allo stesso tempo anche in seno alle classi sociali più basse, nonostante l'iniziale presa di coscienza di una questione femminile, le diversificazioni e le resistenze di un impianto maschilista erano assai dure da essere abbattute.
Dopo l'esperienza pionieristica ottocentesca della Mozzoni, infatti, la questione femminile aveva finito per investire il socialismo italiano. Ma si trattava di un percorso e di un fenomeno tutt'altro che lineare e omogeneo. Accanto all'imitazione del suffragettismo anglosassone, la cui presa era maggiore tra la componente più progressista dei ceti medio alti della borghesia nazionale, infatti, esisteva tutta una variegata ed eterogenea scala di posizioni interne al socialismo ( Pieroni Bortolotti 1963; 1974) . Il problema era quello di amalgamare ed omologare alla lotta di classe alcune delle rivendicazioni femminili, di “carattere borghese”. Questo per certi versi rendeva più permeabile, se non lo anticipava, in seno ad una parte del movimento femminista, quella tendenza a spostarsi su posizioni conservatrici, con intonazioni nazionalistiche, proprio dell'intero corpo dei ceti medi a partire dalla guerra di Libia ( Degl ' Innocenti 1976) . Sullo sfondo rimanevano le questioni del mondo del lavoro ed in particolare del pubblico impiego dove le donne avevano timidamente iniziato ad affacciarsi, quella dell'educazione e dell'estensione del suffragio elettorale, su cui il socialismo nel suo insieme non ebbe una posizione sostanzialmente unitaria. Le lotte portate avanti dalla Mozzoni, dalla Labriola (sebbene fino ad un certo punto), dalla Kuliscioff, della Altobelli o dalla Montessori, solo per fare degli esempi, quindi incontrarono numerose resistenze, non solo come era ovvio fuori dal movimento socialista, ma anche al suo interno, per motivi di natura politica, ma anche sociale (Pieroni Bortolotti 1974). Quest'ultime, in particolare, furono sensibili in occasione della battaglia per la legge sul lavoro delle donne, dove la matrice classista era potenzialmente ben riconoscibile, ma dove, tuttavia, non mancarono resistenze e dubbi proprio per la strutturazione gerarchica e maschilista di un movimento socialista legato al mondo rurale delle campagne più che alle fabbriche. Tuttavia, questo non significava sminuire o ridimensionare il peso del socialismo nelle rivendicazioni femminili, dove, anche per motivi politici, ad esempio, la rinuncia momentanea al suffragismo rese possibile il raggiungimento parziale di alcuni obbiettivi strategici nel campo dei diritti per le donne.
Il femminismo sorto in ambienti repubblicani, anarchici e radicali si riproponeva, infatti, l'emancipazione della donna, come l'azione della Mozzoni, della Montesori o della prima Altobelli testimoniavano. Sensibili erano state le influenze del pensiero sansimoniano e foureriano. Progressivamente, tuttavia, accanto a questa connotazione di tipo “borghese” si era affiancata una concezione della questione femminile legata ai temi del lavoro con l'avvicinamento al socialismo. Parimenti, sensibile si faceva anche la diffusione di un movimento femminile di impostazione e di orientamento cattolico. Del resto già dal 1907, anno del I Congresso nazionale delle donne italiane, svoltosi a Roma, si era avvertita una sensibile svolta conservatrice in seno al movimento, di cui erano testimonianza l'azione propagandistica svolta dalle principesse Letizia ed Elena, che ne avevano presieduto i lavori, e dalla regina madre Margherita impegnata in ricevimenti per le delegate. Un modo di concepire la questione femminile, quindi, a cui lo stesso Rocco intendeva richiamarsi, sebbene, come ricordato, non come mera chiusura reazionaria, ma come elemento inserito nella costruzione organica dello Stato autoritario. Tale congresso, infatti, non a caso, fu definito “femminile” e non “femminista” 14. Del resto in seno al socialismo si ebbe una divisone, come detto, di natura prima politica e poi, forse, anche sociale, circa le posizioni da assumere nei confronti delle rivendicazioni correlate con la questione femminile. Mentre da un lato, infatti, si facevano proprie una serie di rivendicazione sui temi propri del lavoro, al contrario, relativamente al tema del suffragio, il partito tese a non raggiungere e di conseguenza a non perseguire una posizione unitaria convinta e condivisa. Da un lato i riformisti come Salvemini (dopo una iniziale posizione contraria), Treves e la Kuliscioff a favore del voto, dall'altro la componente massimalista più ostile, con in mezzo il “tatticismo” turatiano più realistico sul piano politico. La guerra di Libia, comunque, aveva segnato una svolta conservatrice anche in seno al movimento delle donne, come lo slittamento su posizioni autoritarie e nazionaliste della Labriola stava a testimoniare. Il tema del pacifismo internazionale, da sempre legato alla questione femminile, si andava affievolendo in una parte del movimento. Mentre, infatti, prima l'Africa evocava nelle coscienze femminili solo “l'orrore” per “le stolte e disastrose imprese italiane” senza nessun desiderio di rivincita o di civilizzazione, adesso la retorica nazionalista iniziava a fare breccia 15. Allo stesso tempo il socialismo riteneva troppo debole il movimento femminile in Italia per poter arrivare subito a conquiste significative come quella del voto o sull'educazione, lasciando lettera morta il proclama della Zetkin lanciato a Copenhagen per una giornata della donna, proprio perché ritenuta troppo borghese ancora la questione femminile e contraria agli interessi di classe 16. Parimenti, del resto, la guerra di Libia aveva incrinato il legame tra femministe e socialismo, proprio per la mutata sensibilità nei confronti della guerra. Così mentre i toni nazionalistici iniziavano a far breccia nel movimento femminile, come tra i ceti medi, anche in seno ad una parte del socialismo femminile si andava avviando uno spostamento su posizioni “nazionali”, come i nomi della Sarfatti della Terruzzi, della Perotti Bornaghi testimoniavano, conclusosi dopo lo scoppio della Grande guerra. Parimenti la Pro suffragio aveva preso posizione a favore del governo in chiave nazionale con la Sacchi, la Barzilai e la Slataper 17. Il socialismo, fermo sulla sua linea pacifista, quindi, al suo interno riprese grazie alla Kuliscioff una maggiore sensibilità verso i temi della donna, sebbene senza successo, aprendo la strada al passaggio di testimone avvenuto nel primo dopoguerra nei confronti del Partito comunista circa i temi del femminismo ( Pieroni Bortolotti 1978; Spriano 1967). Rocco, quindi, si inseriva da un lato attingendo ad una sensibilità affinata nel corso dei suoi primi trascorsi tra le fila radicali, dall'altro ad una tradizione orientata in chiave conservatrice preesistente al nazionalismo circa la questione femminile, di cui la corona si era in parte fatta emblema.
Non a caso Rocco concludeva ricordando il ruolo che grandi donne del passato avevano avuto per le loro nazioni, come gli esempi di “Bianca di Castiglia.. Elisabetta d'Inghilterra [...] Maria Teresa e Caterina II” nella società e nello Stato, posto che a dire di Rocco “a nessuna suffragetta dell'avvenire” sarebbe stato “riservato”.
Del resto in questo periodo erano state proprio le “gentildonne di pura razza italica” a rappresentare un elemento di diversità rispetto alla questione femminile, mostrando apertamente la loro tendenza antisocialista, antifemminista ed antidemocratica. Si trattava, in generale, di esponenti della ricca proprietà terriera aristocratico-borghese, di cui erano esempio la Capponi, la Ginori Lisci, la Avila Peruzzi ( Frullini 1930; Pieroni Bortolotti 1978) . Era il risveglio in ambito femminile di quello stesso spirito reazionario e conservatore che aveva animato, specie in provincia, una parte del nazionalismo italiano, con chiare intonazioni antimoderniste e clericali ( Battente 2005b) . Peraltro non casualmente la Mozzoni aveva indicato ne “la corte, il clero, la nobiltà” i principali ostacoli in Italia sulla via dell'emancipazione della donna. Parimenti, sempre in questo periodo, si andava configurando il passaggio, come detto, verso posizioni nazionaliste di esponenti femminili provenienti dal mondo socialista, quali Teresa Labriola e Margherita Sarfatti, il cui conservatorismo non si poneva come mera reazione e negazione della modernità, ma piuttosto una subordinazione delle istanze femminili a quelle della nazione, e a quelle della nazione fascista, dopo la marcia su Roma 18.
Rocco, quindi, nel momento in cui si accingeva ad affrontare la questione femminile, partiva da una serie di posizioni già consolidate nel tentativo di darne un'interpretazione originale, moderatamente aperta verso la modernità, o almeno non meramente reazionaria, ma subordinata alle esigenze politiche, sociali ed economiche della sua visione di Stato nazione.
Accanto all'impostazione conservatrice più che nazionalista del pensiero femminista, infatti, esisteva un secondo filone di matrice futurista, in cui la donna finiva per essere oggetto, strumento tramite cui tentare di rompere convenzioni e morali di cui l'età giolittiana era in parte la sintesi ( Gentile 1980) . Mafarka il futurista racchiudeva bene il pensiero del movimento di Marinetti circa la questione femminile, in quanto la concessione dei diritti rivendicati dalle donne avrebbe stoppato “i disordini augurati dai futuristi” determinando “un eccesso d'ordine”, mentre compito della donna era la procreazione in quanto “all'umanità” dovevano “eroi”, che lo portava a concludere esortando “dateglieli” 19.
Nel 1913, invece il movimento nazionalista aveva promosso dalle colonne de “L'idea nazionale” un'inchiesta sulla percezione e sullo stato di salute del movimento stesso, a cui emblematicamente avevano risposto solo cinque donne, i cui commenti vennero chiosati come “favorevoli in massima” sebbene con “qualche riserva e qualche ardito mot d'esprit” ( Salucci 1913) . Paola Baroncelli auspicava un rinvigorimento della “coscienza nazionale” pur guardando con sospetto alla forma partito politico; Lydia Borelli “adorava” la patria in modo sentimentale; Amalia Guglielminetti si dichiarava, invece, a favore “della moda di Parigi”; Flavia Steno, l'unica con alle spalle una militanza femminista e liberale, si poneva come “conservatrice, neutrale, triplicista e malthusiana”; infine una certa Teresah invitava a tener conto di tutti i valori “senza distinzione di partito”. Come si vede generiche affermazioni, da cui si poteva ricavare una medesima estrazione sociale di matrice aristocratico borghese. Era stata la guerra di Libia, comunque, a porsi come anticamera di una adesione di una parte dell'universo femminile al credo nazionalista, realizzatosi su più ampia scala per le esigenze della prima guerra mondiale e piegato poi a fini politici dal fascismo, come l'esperienza personale della Rizzioli Majer ben testimoniava, da crocerossina su una nave ospedale durante la campagna coloniale di Tripoli a fondatrice di uno dei fasci di combattimento femminili, fino ad esserne segretaria nazionale ( Ascoli 1979) . La figura stessa della Labriola, del resto, era passata dal socialismo delle origini ad una adesione al pensiero ideologico dell'idea di Stato nazione in chiave organica, in cui inserire la questione stessa femminile ( Labriola 1919; 1918) . In seno al nazionalismo, del resto, l'unico che fino a quel momento si era in parte occupato della questione femminile era stato Scipio Sighele per cui era vangelo la parola di Nietzsche, ossia che “la donna” era un “enigma la cui soluzione” si chiamava “maternità [...] vero patriottismo delle donne” ( Sighele 1910, VIII; 1913, 13; 1898) .
Peraltro, immediatamente dopo la Grande guerra il nazionalismo aveva avviato quella sorta di irreggimentazione delle donne e dei bambini, poi ripresa dal fascismo, così come le camice azzurre inizialmente avevano fatto concorrenza alle camice nere, come l'esempio della sfilata di fronte al monumento del Milite ignoto fatta dall'Organizzazione femminile nazionalista il 21 aprile 1922 con “i piccoli italiani e le piccole italiane” in divisa bianco e azzurra, testimoniava 20.
Tuttavia, Rocco andava oltre questi aspetti propagandistici ripartendo da una visione già presente in seno alla tradizione nazionale italiana di matrice cristiana relativa alla tutela dei diritti, là dove intendeva, pur ripartendo dalla sua visione organica e gerarchica di stato nazione, tutelare i problemi legati alle esigenze della madre e del fanciullo, sottovalutati dal socialismo. In questo stava la sua volontà di presentare il nazionalismo come una possibile via verso la modernità anche per la questione femminile, sebbene in modo gerarchico e autoritario, come la legiferazione del codice Rocco stesso stava a testimoniare, in cui le linee antindividualistiche di matrice francese maurrassiana si saldavano con la tradizione partenopea dell'antico giurisdizionalismo in modo tale che “la famiglia legale, prima cellula della nazione” si faceva “istituto sociale e politico” ( Ungari 1970, 178-179; 1963b) .
Dopo la marcia su Roma, una volta salito al ruolo di ministro Guardasigilli, alla vigilia della rivoluzione nazionale con la stesura delle leggi fascistissime, Rocco tentò di proseguire con coerenza nei confronti della questione femminile, in continuità con il pensiero che aveva manifestato agli inizi del 1914, immediatamente dopo la sua adesione al nazionalismo. Del resto già nel giugno del 1919 era stata fondata l'Unione nazionale politica fra le donne italiane, come emanazione dell'organizzazione femminile del fascio nazionale, staccatosi dal Consiglio delle donne, per poter adire ad una “politica patriottica”, in chiave antisocialista ed antisindacale, a favore del nazionalismo italiano “per la scelta di uomini ligi alla causa nazionale ed al bene della patria” 21. Tale scissione seguiva quella dell'Unione donne cattolica, diretta da Maddalena Patrizi, decisa a sostegno dell'azione politica del Ppi, dato che il Consiglio veniva ritenuto un insieme di associazioni dai fini politici difficilmente controllabili e compatibili con la morale cristiana (Pieroni Bortolotti 1978). I nazionalisti, inoltre, con Federzoni erano stati tra i pochi a mostrare perplessità circa l'opportunità di estendere il suffragio alle donne sempre nel corso del 1919. Non a caso lo stesso Federzoni insieme a Vittorio Cian si erano prodigati per una rilettura nazionalista delle vicende risorgimentali dal punto di vista femminile (Gaeta 1965). Riemergeva la stessa matrice che aveva preso come punto di partenza Rocco, solo che, come per il resto del movimento nazionalista ciò che per una parte dei suoi esponenti era un mero richiamo alla conservazione, per il giurista napoletano era parte di una modernizzazione possibile gestita dall'alto in modo organico ed autoritario. Inoltre era emblematico l'invito di tali associazioni a concorrere alla selezioni di uomini per guidare la nazione. Accanto a tale associazione, sempre in ambito nazionalista, sorse anche la “Lega patriottica fra le donne italiane contro il lusso”, con venature antisocialiste e antidemocratiche oltre che, per certi versi, anche razziste ed antisemite, come quando si precisava che da parte cattolica la richiesta del voto alle donne aveva un significato “di difesa [...] parata doverosa contro un pericolo, [...] risposta dell'ordine conservatore all'ordine semito-massonico-rivoluzionario” 22. Con la legge Acerbo sul voto, che prevedeva un limitato accesso anche alle donne alla vita politica, limitatamente alle donne alfabete e per le elezioni amministrative, in pratica si ebbe la sconfitta del suffragismo e il prevalere di quella impostazione conservatrice propria di una corrente importante del nazionalismo, fatta propria dal regime, ma, al tempo, anche l'avvio di quel limitato e guidato riformismo, a cui lo stesso Rocco si era richiamato nella sua visione della questione femminile ( Aquarone 1978; Castronovo, De Felice, Scoppola 1995) . Del resto l'“Idea nazionale” aveva polemizzato con chiari intenti reazionari contro ogni cambiamento di costume nel rapporto tra i sessi, come la lotta contro il divorzio e le unioni di fatto testimoniava 23. Peculiare, inoltre, la vicinanza con certe posizioni del mondo cattolico, da cui tuttavia, si prendeva le distanze per timore di essere scavalcati numericamente proprio dal prevalere di un clericalismo capace di fagocitare il nazionalismo e non viceversa. In tale contesto Rocco si limitò ad impostare in ambito giuridico la riforma dei codici, anche per quel che riguardava la famiglia e, quindi, indirettamente la figura della donna. Sebbene in chiave autoritaria e moderata la posizione del giurista anche per la questione femminile aveva avuto una impostazione aperta ai risvolti della modernità, sebbene interpretata in modo del tutto peculiare secondo i principi propri del nazionalismo, e non una mera reazione conservatrice. Al contrario come per l'insieme dell'ideologia nazionalista, anche in tal caso, all'interno del regime finì per prevalere una impostazione più retriva, sebbene non come completa negazione di ogni istanza di segno contrario.
Così a prevalere fu il mito retorico della donna legata al focolare di casa, il mito della fertilità, di un fascismo rurale, che tuttavia non mancò di legiferare sulla questione femminile come nel caso dell'istituzione dell'Opera nazionale per la maternità e l'infanzia del 1925, ripartendo dalla legislazione in materia del 1923, con la legge del 1929 sul celibato, o con la giornata nazionale della madre e del fanciullo del 1933, o sempre nello stesso anno la legge sull'assunzione femminile nel pubblico impiego, tanto per fare alcuni esempi ( Ascoli 1979; Cederna 1989) .
Rocco, in qualità di ministro di Grazia e Giustizia, non tornò più ad occuparsi direttamente della questione femminile. Tuttavia la posizione che aveva preso in proposito nel corso del 1914 rimase ferma, inserita in un preciso progetto di rivoluzione nazionale, che tentò di realizzare, come risposta a suo parere possibile nei confronti delle sfide della modernizzazione, sebbene non con completo successo. Restava il paradosso di una storia delle donne che continuava ad essere scritta e a dover passare per le mani degli uomini.