Maurizio Degl'Innocenti
L'“ora dei socialisti” e la lezione di Budapest
Gli eventi della destalinizzazione e dei fatti d'Ungheria 1 avvennero in una fase di riflessione e di rilancio del socialismo europeo, nella linea tracciata dalla Dichiarazione di Francoforte del 1951 ma anche come risposta alla crescita del “terzo mondo”, di cui la Conferenza socialista asiatica a Bombay dal 1 al 10 novembre 1956 fu puntuale testimonianza. Per la prima volta il movimento socialista occidentale si mostrò in grado di riprendere l'iniziativa nei confronti del comunismo, anche sul piano della battaglia delle idee. Di Julius Braunthal circolò il saggio Ideological co-existence of Socialism and communism. Leninism re-examined , che nel 1956 fu prontamente tradotto in italiano per Opere nuove con introduzione di Alessando Schiavi con il titolo L'antitesi ideologica tra socialismo e comunismo: riesame del leninismo . “Esprit”, la rivista fondata da Emmanuel Mounier, e diretta da Albert Béguin e Jean-Marie Domenach, dedicò il numero del maggio 1956 alla questione socialista: partecipandovi con lo scritto Democratie à l'echelle humaine , G.D.H. Cole sosteneva che il socialismo era innanzitutto “un modo di vita, prima di essere un sistema economico o politico”. La Spd stava lentamente, ma irresistibilmente avvicinandosi a Bad Godesberg (1959): al congresso di Berlino del 1954 essa si era già proclamata “partito di tutto il popolo”, marcando una crescente insofferenza verso il dogmatismo ideologico. Insomma, si faceva strada la convinzione che la socialdemocrazia potesse conquistare la maggioranza solo se fosse riuscita a superare il vincolo operaista. Dall'opposizione, il Labour Party era impegnato a rinnovarsi interrogandosi se la Nazione fosse in declino e se ne candidava alla guida all'insegna della modernizzazione. Nel corso del 1956 uscirono in pochi mesi saggi importanti a configurare una sorta di “New Socialism”: Hugh Gaitskell, Socialism and Nationalization , Fabian tract; Twentieth Century Socialism , Union's Penguin; Jhon Strachey, Contemporary Capitalism ; C.A.R. Crosland, The Future od Socialism ; i tre articoli di Arthur Lewis sulla politica economica socialista in “Socialist Commentary”, giugno e dicembre 1955, settembre 1956. Rispetto al passato, il concetto di Socialismo trovò sempre maggiori connessioni con quelli di persona e di individuo, di libertà, di democrazia rappresentativa, di nazione, di pacifico ordine internazionale, di welfare state, di sviluppo programmato e di gestione razionale delle risorse, specialmente energetiche, di democrazia economica e autogestionaria. La prospettiva della pianificazione/programmazione democratica, sottoposta al controllo parlamentare, e l'espansione del welfare state (massima negli anni '60) sembrarono correttivi decisivi al capitalismo, sempre avversato per gli aspetti degenerativi in senso monopolistico e dunque distorsivi del mercato, di pura rendita (e dunque parassitaria) e di prevaricazione sugli strati più deboli della popolazione, ma non più inteso come ostacolo strutturale allo sviluppo, fino a prefigurare scenari inediti di economia mista. La citazione di Keynes e di Schumpeter si affiancò con maggiore frequenza a quella di Marx. In un'epoca di espansione industriale, il presupposto classista era ancora rigorosamente ribadito, ma sempre più i partiti socialdemocratici e laburisti occidentali facevano riferimento al popolo e alla nazione, proponendosi di assumerne la guida attraverso le libere elezioni. Semmai, nuovi problemi di “democrazia industriale”, compresa l'autogestione, sembravano proporsi (Andrè Plilip, La démocratie industrielle , 1955). I saggi di Hans Kelsen divennero noti, e in particolare lo fu The communist theory of law (1955), tradotto in italiano nel 1956 per le Edizioni Comunità, dove si mostrava come lo Stato fosse un'istituzione necessaria alla vita sociale, anche in un'organizzazione socialista: la sopravvivenza del diritto civile in relazione al principio “a ciascuno secondo il proprio lavoro” sembrava sancire così l'“autonomia dello Stato”, aprendo nuove prospettive anche ai socialisti. Ad esempio, su “Critica sociale” Michele Giua traeva motivo per avvalorare la via italiana al socialismo nell'ambito del pieno rispetto e attuazione della Carta costituzionale ( Stato e socialismo , 5 novembre 1956). Si intaccava anche un altro tabù: l'unità della classe salariata nel presupposto di un'intrinseca omogeneità sociale, prospettandone la differenziazione (Lucien Laurat, Problèmes actuels du socialisme , Paris, 1955). Infine, non può trascurarsi un versante di sinistra, che dalla riconosciuta crisi del comunismo burocratico e poliziesco, vale a dire dello stalinismo, piegava verso una cultura antisistema, ora nel rilancio del leninismo, ora nella proposta del terzomondismo rivoluzionario e antioccidentale, ora nell'agitazione libertaria e antiautoritaria.
Rispetto a questo quadro in movimento, gli esiti del XX Congresso del Pcus prima, e i fatti di Poznam e di Budapest dopo, svolsero un ruolo di accelerazione e di chiarificazione. Nel dibattito all'interno del movimento socialista tra gli uni e gli altri il rapporto fu di continuità, più che di rottura. Del XX Congresso, infatti, si apprezzarono le novità, ma si colsero prontamente anche le contraddizioni, le omissioni, la sopravvenienza di mentalità e comportamenti tradizionali sotto le vesti dell'unanimismo: “At the twentieth congress of the Soviet Communist Party – scriveva ‘Socialist Commentary' – Stalin's pupils and closest collaborators came, not to bury, but to curse him. Some did it by comparing the high morality of ‘collective leadership' with the base “rule of the individual”. Khrushchev, going further than Mikoyan, described his former leader and the architect of contemporary Soviet Russia as a murderous Tyrant who in the time of his greatest glory cared for nothing and for nobody, but gave full rein to his sadistic impulses and his boundless lust for power over people. The 1500 delegates, many of who took part in the last congress under Stalin as recently as October 1952, this time, as then, gave their enthusiastic approval to whatever was said from tribune. The hatred of the dead leader which exuded from all the speeches was the sensation of this congress. But one feature of Stalinism has remained, and there was no sign that the collective dictators of Soviet Russia contemplate changing it. Everything which was done at this congress (which represented to the world as the unanimous will of the Russian people. Nobody criticized Khrushchev, the party or the government. Nobody put in even one word in defence of the dead leader, who for so long was venerated by these very same people as a god-like creature. Khrushchev, who ha everything his own way, modestly placed himself as only one among the 15 or 20 top leaders who dare now supposed to form a collective dictatorship. It may be remembered that after Lenin's death in 1924 Stalin also started on his path to the heights from the modest position as ‘a loyal pupil of Lenin'. Only time will show whether those round Khrushchev will be able to curb the very obvious inclination of their general secretary to became, as his predecessor did, ‘more equal than the others'” ( Khrushchev's Russia , in “Socialist commentary ”, april 1956, 10).
Si riconobbe come particolarmente significativa l'ammissione della via democratica per mezzo dell'elezione e del parlamentarismo ai fini della conquista del potere e della costruzione del socialismo (Mikoian), con ciò rovesciando la posizione leninista che riduceva il parlamentarismo a propaganda. Ma da qui si partiva per contrastare la pratica dei fronti unici o popolari adottata dai comunisti in Occidente con la motivazione che l'unità della classe operaia fosse condizione imprescindibile per la conquista del potere. In proposito il segretario del Partito socialista svizzero, Jules Humbert-Droz, riteneva improbabile che dopo le esperienze fatte dai partiti socialisti dell'Est Europa alla fine della seconda guerra mondiale “cette tactique de désagrégation et de destruction du mouvement socialiste” avesse ancora qualche probabilità di successo, arrivando addirittura ad auspicare la liquidazione dei partiti comunisti (“ils sont restés staliniens”) per superare definitivamente le divisioni determinate per ordine di Mosca nel 1920-1921. Nella denuncia dello stalinismo Droz coglieva limiti non superati nel ricorso a “méthodes staliniennes” e nella acritica riproposizione della tesi ufficiale della realizzazione del socialismo in Russia, senza neppure avvertire che ciò avrebbe allora imposto una riflessione sulla sua compatibilità con tanti crimini e degenerazioni. Per Droz la nazionalizzazione poteva condurre al socialismo, anzi ne era una delle condizioni, e tuttavia non era ancora il socialismo: era piuttosto capitalismo di Stato (in rapporto al quale andava letta la politica imperialista russa). In quanto ai rapporti tra socialisti e comunisti, Droz ne tracciava la discriminante (“ieri come oggi”) sul principio della democrazia e sulla concezione del socialismo e del Partito ( Le tournant de la politque russe , in “Socialisme”, Bruxelles, n. 17, septembre 1956, 439-460).
Considerato il XX congresso del Pcus solo un primo passo, sia pure importante, per liquidare “il passato terrorista”, l'attenzione del socialismo occidentale si spostava ad esaminare gli effetti della destalinizzazione nei paesi dell'Est europeo, dove ad eccezione della Jugoslavia i regimi comunisti non si erano istallati spontaneamente ma solo per la presenza dell'Armata rossa, e che venivano assimilati a Stati satelliti o a vere e proprie colonie per via del sistema delle compagnie miste con larga partecipazione russa, la sopravvalutazione artificiale del potere di acquisto del rublo, gli accordi commerciali iniqui, la composizione dei governi dettata o autorizzata da Mosca. Si osservava che essendo ossequenti a Mosca, non avrebbero potuto che adattarsi ai diversi orientamenti di questa, dall'epurazione titoista del 1948-50 alla contro-epurazione antistaliniana dopo il 1953, ma non al punto da delegittimare i “governi fantoccio”. In ciò, scriveva Raymond Rifflet sulla rivista belga “Socialisme”, era la ragione della crescente difficoltà a tenere sotto controllo la base del partito e l'opinione pubblica. Il caso polacco era ritenuto emblematico: Gomulka, antico segretario generale del Partito operaio polacco, emarginato il 2 settembre 1948 dopo la condanna di Tito in quanto supposto difensore di “una via polacca al socialismo”, era ora potuto apparire l'incarnazione possibile dell'opposizione all'influenza russa e alla dittatura burocratica, ma i limiti consentiti a tale “via” erano stati rigorosamente ribaditi nell'intervento di Bulganin (presidente del Consiglio sovietico) a Varsavia il 22 luglio 1956 con la condanna dei “tentativi di indebolire i legami internazionali del campo socialista sotto la bandiera di pretese particolarità nazionali e la stigmatizzazione di ogni forma di “dubbia estensione della democrazia” ( La déstalinisation , 1956, 461-479).
In Italia la situazione era più complicata che negli altri paesi europei. Il Partito comunista, il maggiore di tutto l'Occidente, era un partito di massa, era stato protagonista di primo piano negli atti fondativi dello Stato repubblicano ed egemonizzava largamente la sinistra italiana. Esistevano poi due partiti socialisti, di cui l'uno, il Psi, era all'opposizione con il Pci a cui del resto era storicamente legato da una stretta alleanza, e l'altro, il Psdi, era invece collocato nell'area governativa nell'ambito del centrismo imperniato sull'alleanza con la Dc. Per il Psi il primo commento di Nenni al XX congresso del Pcus fu positivo (“manifestazione di forza creatrice”), per la indicazione della coesistenza pacifica e per l'auspicio di una maggiore articolazione dello Stato e della collegialità nella gestione del potere, anche se rimarcò che i temi erano piovuti dall'alto (ma “si sentivano già nell'aria”) e la tesi della molteplicità delle vie al socialismo non aveva sollecitato una più generale riflessione sulla scissione storica tra socialisti e comunisti. Nell'articolo Luci e ombre del Congresso di Mosca del numero di marzo di “Mondoperaio”, Nenni pose con maggiore nettezza il rapporto imprescindibile tra socialismo e democrazia, e del comunismo criticò il continuismo (anche del Pci italiano), la pretesa del “ritorno a Lenin”, la concezione del Partito/Stato, e del Partito/Stato guida in particolare, fino a attaccare la teoria e la prassi del centralismo democratico. Inoltre, sostenne che la modifica delle condizioni interne e internazionali della lotta politica consentivano, anzi imponevano la centralità del rapporto tra maggioranza e minoranza, presupponendone così un valore intrinseco rispetto alla funzionalità democratica dell'intero sistema politico-rappresentativo, del quale la via parlamentare basata sul rigoroso rispetto del consenso della maggioranza era il riferimento decisivo e imprescindibile. Non a caso Togliatti rispose proprio sul punto della legittimità del potere rivendicando senza incertezza alcuna la superiorità della “struttura politica democratica fondata sui soviet” rispetto a qualsiasi istituto rappresentativo “di tipo occidentale”, così come con voluta ambiguità ammonì a non confondere la “via italiana” con quella “parlamentare”, che al più ammetteva come una “delle possibilità di sviluppo”, purché non prescindesse dalla “spinta della masse”, che dunque indicava come il fattore decisivo. È vero che dopo avere polemizzato contro lo “schematismo comunista”, Nenni volle farlo anche contro l'“opportunismo riformista” per delineare infine una (assai schematica) terza via “non già centrista, ma basata sul principio marxista […], il solo valido, della conquista dei poteri pubblici per trasformarli da strumenti di oppressione in strumenti di liberazione, sotto la direzione politica della classe operaia assunta a funzione di classe dirigente”, ma ciò che più contava ne fu la netta presa di distanza dal Pci. Nella storia del socialismo italiano Nenni ebbe il merito storico di accelerare la svolta autonomistica, con coraggio personale e utilizzando il suo carisma all'interno del partito, anche con evidenti forzature nei confronti di un apparato attestato, invece, su posizioni prevalentemente “unitarie” nel presupposto che “il socialismo” fosse diventato ormai un sistema mondiale, e comunque diffidente, se non addirittura ostile nei confronti della socialdemocrazia occidentale.
Per la prima volta, e in modo esplicito, nel Psi si auspicò apertamente la modifica dei rapporti di forza con il Pci a sostegno della prospettiva di una svolta politica a sinistra, altrimenti difficilmente realizzabile. Lelio Basso ne parlò in termini di “alternativa democratica”. Il problema del riequilibrio dei rapporti di forza, correlato all'autonomia socialista, sarebbe stato anche in seguito un tema ricorrente, talvolta preminente. Per Nenni intanto passava attraverso l'ipotesi della riaggregazione e della conseguente ricollocazione politica delle forze socialiste. Il positivo esito delle elezioni amministrative del maggio 1956 sembrava incoraggiare tale prospettiva, tanto che il 25 agosto 1956 lo stesso Nenni si procurò a Pralognan un incontro con Giuseppe Saragat, leader indiscusso del Psdi e vicepresidente del Consiglio dei ministri. L'evento ispirò anche un editoriale de “Le Monde”. Per un momento la riunificazione socialista diventò attuale, anche per i buoni uffici interposti dall'Internazionale socialista, e la Sfio e il Parti socialiste del Belgio in particolare nell'attesa di un rilancio dell'europeismo socialista. “Critica sociale” titolò L'ora dei socialisti .
Gli avvenimenti in Ungheria furono dunque letti alla luce della tematica sopra indicata, segnando una divaricazione piena, irriducibile e definitiva tra comunisti e socialisti. Pur con qualche distinguo e qualche iniziale incertezza, i primi si allinearono pienamente sulle posizioni russe sostenendo la tesi del “putsch controrivoluzionario”. In campo comunista si avvertiva che in giuoco erano la tenuta stessa del sistema su scala internazionale, specialmente dopo le ultime tentazioni neutraliste del Governo di Imre Nagy, e della leadership di gruppi dirigenti formatisi e affermatisi in epoca staliniana. I secondi furono concordi nell'attribuire ai “fatti di Ungheria” un fondamento popolare e nazionale, escludendone la natura reazionaria e eterodiretta, condannarono la brutale repressione attuata dai russi, e polemizzarono duramente con la copertura ideologico-politica data dai partiti comunisti a Mosca, ancorché non potesse essere ancora noto lo zelo di molti leader di questi nell'invocare l'atto repressivo. Prese forma, insomma, la denuncia dello “stalinismo senza Stalin”, su cui tutto il fronte della sinistra non comunista andò interrogandosi: da Benjamin Goriely su “Esprit” ( Un stalinisme sans Staline , in “Esprit”, n. 12, décembre 1956, 827-837) a Claude Lefort su “Socialisme ou barbarie” ( Totalitarisme sans Staline , in “Socialisme ou barbarie”, vol. IV, n. 19, juillet-septembre 1956, 1 s.). Intorno alla rinnovata contrapposizione tra dispotismo comunista sovietico e del “mondo libero” caratterizzatosi nella tutela dei diritti personali e di gruppo i socialisti tessevano inediti rapporti con gli ambienti cattolici di sinistra. In un editoriale del 15 novembre 1956 ( Les flammes de Budapest , n. 12, décembre 1956, 769-78) “Esprit” si interrogava “sur la sclérose du monde de l'Est et sur la dégradation en despotisme d'une revolution”, affermando che non era la rivincita contro il socialismo, ma piuttosto contro il determinismo economico. E interpretava la rivolta ungherese come ribellione contro “le despotisme de la théorie, qui aboutit fatalement au système policier”. La rivista si chiedeva perché in una fase di destanilizzazione il mondo sovietico si fosse mostrato impotente a rispondere diversamente che con il massacro, concludendo che le origini del male stavano nei principi stessi della società comunista. Le conclusioni erano un auspicio: l'insurrezione era vinta, ma non la rivoluzione, “la vraie, celle qui montait du fond des coeurs ouvriers, paysan, des coeurs des écrivants”. E Pierre Emmanuel esaltava il “relativo”, tipico del mondo libero, contro il “tutto” o l'“unico”, caratteristico del comunismo: “Remercions Dieu de vivre dans cette partie du monde où la politique est le domaine du relatif. Aucune liberté n'est possible, aux progrès, en dehors de ce domaine. Quant à ceux qui s'accrocheraient à quelque chimère au-delà de la chimère, et croiraient encore, après tant de trahisons, d'incohérences et de mascarades, que le communisme est Tout, que ses hommes savent ce qu'ils sont et que sa vérité est unique au monde, n'ont-ils pas déjà, seuls avec la nuit, confié à la terre le grand secret qui les oppresse: vents, les feuilles et les ondes ont communiqué à l'univers, et qu'ils seront peut-etre les derniers à entendre, bien qu'ils se le répètent tous les Jours” ( Les oreilles du Roi Midas , in “ Esprit”, n. 12 , décembre 1956, 779-785).
“Esprit” va ricordata anche per lo spazio concesso alle posizioni di Francois Fejto ( Premières lecon d'une Révolution , 793-809), la cui autorevole testimonianza rimase a lungo un classico riferimento nella valutazione della democrazia popolare. Fejto era personaggio già assai noto per avere scritto l' Histoire des Démocraties Populaires (collection “Esprit”, Edition du Seuil 1952), pubblicato verso la fine del 1952, prima cioè della morte di Stalin, dove aveva criticato il mito della superiorità assoluta dell'Urss, dell'uomo sovietico, della cultura e della tecnica sovietica, ed aveva salutato positivamente il risvegliarsi del sentimento nazionale. Il testo pubblicato da “Esprit”, rivisto il 21 novembre, traeva occasione dalla conferenza tenuta ai membri del “congrès Esprit” tra il 3 e il 4 novembre, proprio quando le truppe sovietiche dettero l'assalto decisivo agli insorti. Nel numero di dicembre di “Revue socialiste”, già di Benoit Malon e di Albert Thomas, Fejto tornò sulle cause economiche dell'“insurrezione nazionale ungherese”, anticipando un brano tratto da La tragédie hongroise , in corso di stampa per Horay.
Fejto accreditò la natura popolare e rivoluzionaria (e non contro-rivoluzionaria) dell'insurrezione, che proprio per questo avrebbe avuto anche un aspetto “caotico”. In polemica con Roger Garaudy, secondo il quale Francia, Inghilterra e Stati uniti opprimevano gli altri popoli mentre “l'URSS liberava i suoi vicini”, sostenne che gli stalinisti avevano dimenticato o soppresso il “fatto nazionale”, in contrasto con “les maitres du marxisme, Lenine compris”; e rimproverò a Jean-Paul Sartre di essere rimasto vittima della propaganda comunista che non ammetteva nemici a sinistra, perché, pur riconoscendo il carattere rivoluzionario della insurrezione ungherese, ne presupponeva l'impronta dell'“esprit de droite”. Per Fejto la rivoluzione ungherese aveva rivelato invece che non c'era solo un comunismo, ma almeno due : l'uno burocratico, parassitario, d'apparato e di privilegiati, e l'altro di intellettuali rivoluzionari, della classe operaia rivoluzionaria, “aspirant à la vérité autant qu'au bien etre matériel”. Quest'ultimo sarebbe stato il comunismo di Gomulka e di Nagy, mentre espressione del primo sarebbe stato il comunismo di Rakosi, sotto il quale 476 leaders comunisti di sinistra e nazionali, socialdemocratici e sindacalisti avevano perduto la vita sotto Rakosi, dal 1945 al 1955. In quanto al pericolo della controrivoluzione, Fejto affermava che se fosse esistito, sarebbe stato pur sempre affare interno nazionale, e mai avrebbe giustificato un'aggressione esterna.
E tuttavia ammetteva che nella seconda fase dell'insurrezione avevano giocato un ruolo “certi emigrati, legittimisti, vecchi proprietari terrieri sedicenti cattolici ma di fatto “reazionari neri”, che si erano raccolti intorno al cardinale Mindszenty. Sosteneva anche che Nagy non era stato all'altezza del compito, commettendo due errori: di non avere precisato il tipo di neutralità richiesta per l'Ungheria, né la volontà di ammettere la ricostituzione dei partiti limitatamente a quelli partecipi alla resistenza del 1945, vietando così quella del Partito cristiano esistente prima del 1945. La “lezione” dai fatti d'Ungheria era che la democrazia si affermava combattendo contro i suoi nemici, e non poteva nascere sotto “protezione” delle armate straniere; pretendendo di difendere “la rivoluzione”, in realtà l'Urss aveva attentato alla causa di democratici, socialisti e comunisti nazionali; i generali e gli emissari di Stalin avevano imposto nei paesi dell'Europa orientale un regime antipopolare, antinazionale, antiproletario, antiscientifico, antintellettuale e amorale, cosicché alla Santa Alleanza della controrivoluzione, del fascismo, del capitalismo bancario e dei grandi trust si era affiancata la Santa alleanza degli apparati burocratici forgiati da Stalin, diretti dal Cremlino, e costituenti “une immense entreprise mondiale“. Insomma, ai “veri comunisti, i socialisti e i democratici” non sarebbe rimasto che combattere su due fronti.
La denuncia del comunismo burocratico in quanto generatore di una nuova “classe” espropriatrice e oppressiva nei confronti della classe operaia ebbe una lettura di destra ed una di sinistra. Di questa può considerarsi significativa la presa di posizione di “Socialisme ou barbarie”, la rivista trimestrale diretta da G. Rousseau, che si proponeva come “organe de critique et d'orientation révolutionnaire”. Sulle sue pagine Lefort sostenne che il XX congresso aveva inaugurato una nuova fase (“évènement révolutionnaire”) che aveva determinato una trasformazione totale del funzionamento della burocrazia in quanto classe, interessando con ciò l'efficacia della pianificazione, il ruolo del partito totalitario, i rapporti tra Stato e società, fino a esprimere una condizione conflittuale interna per il meccanismo “di exploitation” fondato sul capitalismo di Stato. Osservò con acume che il Regime si pretendeva intatto una volta sbarazzatosi della ingombrante personalità di Stalin: il mito voleva che ci fosse perfetta corrispondenza fra il sistema economico e sociale e la direzione politica. Ma ora l'immagine dell'“armonia” socialista era caduta, il sistema diventava oggetto di analisi, il “monopolio della verità” edificato da Stalin era rotto definitivamente: dopo il XX congresso si ricusava il totalitarismo a favore della direzione collettiva, si ammetteva implicitamente che la politica dell'Urss potesse essere discussa, così come le procedure di sottomissione degli oppositori. E poiché lo stalinismo costituiva un universo meccanicamente regolato, ideologico e sociale al tempo stesso, la critica non avrebbe potuto soffermarsi solo su un settore isolato, ma avrebbe dovuto prendere atto che la dittatura “terrorista” del Partito non era solamente il segno della mancanza di maturità della nuova classe poiché rispondeva anche ad un suo modo di dominio nella società. Era la denuncia dell'apparato burocratico e dei suoi specifici interessi o privilegi. Perspicaci erano anche le notazioni di Lefort sulla dissimulazione e sull'“automistificazione” comunista: nei comportamenti del gruppo dirigente egli coglieva il permanere del “culto della personalità”, sia pure “all'inverso”, rendendo Stalin colpevole di ogni colpa; e in quelli del militante la predisposizione a addomesticare la sollecitazione brutale dell'evento e a dominare la conseguente vertigine facendo come se niente fosse passato (“les yeux détournés obstinément de la fosse stalinienne”).
Più complicata era la lettura degli effetti della destalinizzazione sulle “democrazie popolari”. Ovviamente si registravano tutti gli aspetti di “liberalizzazione” impliciti nella riabilitazione degli oppositori condannati o emarginati, alla amnistia dei prigionieri politici, alla concessione di più ampi spazi di agibilità alle associazioni degli scrittori, alla revisione dei processi (anche se a Praga si rifiutava la riabilitazione di Slansky, condannato come agente di Tito), ma se ne evidenziavano anche le contraddizioni laddove si pretendeva che gli atti suddetti si accompagnassero pregiudizialmente alla professione di fedeltà al regime, vale a dire che il nuovo preteso o concesso si conciliasse con i segnali della continuità, cioè con il riconoscimento della stabilità del partito e del sistema di alleanze internazionali. Si prevedeva comunque che se il blocco sovietico fosse rimasto sostanzialmente intatto, sarebbe stato tuttavia costretto a sostituire la precedente “unità” staliniana con una “certa diversità”, resa ancora più opportuna dalla presenza della Jugoslavia e della Cina, cosicché all'interno del blocco sarebbe stato difficile prevedere con sicurezza l'evoluzione delle relazioni concrete da paese a paese. Poca importanza si dava al presunto rinnovamento della rappresentanza parlamentare (dove erano presenti anche diversi partiti, per lo più fantomatici, con il compito di integrare nel regime strati di contadini e di piccoli borghesi), perché “i vecchi parlamenti e i vecchi partiti” non godevano di autonomia alcuna. Proprio il caso polacco era ritenuto emblematico: “On permet a certains éléments d'aller assez loin dans la critique du régime. Et pourtant celui-ci intègre cette critique, essaie de la tourner à son profit, referme le cercle du totalitarisme ” (H. Bell, La destalinisation dans les democraties populaires , in “Socialisme ou barbarie”, vol. IV, n. 19 , juillet-septembre 1956, 141-143).
Il precipitare dei fatti d'Ungheria indussero la rivista a tornare sull'argomento nel volume IV, n. 20, décembre 1956-février 1957, quasi tutto dedicato a Le Révolution en Pologne et en Hongrie . Anche se si proclamava innanzitutto la volontà di comprendere dissipando “le brouillard de la propagande dont on se sert de tous les cotes pour dissimuler la réalité sur la révolution hongroise”, la valenza era per lo più interna al dibattito in atto nella sinistra francese, specialmente dopo l'affare di Suez. La strumentalizzazione sopra denunciata infatti era imputata tanto al cinismo demagogico della stampa borghese (che dopo i massacri in Indovina, ora si sarebbe fatta paladina degli operai dei paesi dell'Est) quanto allo falso scandalismo di Guy Mollet (che avrebbe proclamato l'autodeterminazione dei popoli nel momento stesso nel quale inviava truppe in Egitto), nonché al presunto doppiogiochismo di Force Ouvrière e della Cftc (che avrebbero rifiutato ogni azione contro la guerra d'Algeria), e all'uso puro e semplice della menzogna come pratica regolarmente adottata dalla comunista “Humanité” per coprire le responsabilità sovietiche ( Questiones aux militants du PCF , in “Socialisme ou barbarie”, vol. IV, n. 20, décembre 1956-février 1957, 66-84). Per “Socialisme ou barbarie”, dopo la crisi polacca la rivoluzione ungherese aveva reso esplicita la “crise terribile du régime bureaucratique”, perché come la borghesia così la burocrazia si mostrava incapace di avere una qualsiasi politica coerente e soprattutto attraverso la pianificazione economica (dall'alto) si sarebbe trasformata in “une classe exploiteuse” a danno del proletariato. La conclusione: le parole d'ordine democratiche e nazionali che avevano contrassegnato gli avvenimenti di Ungheria andavano lette come rivendicazioni “democratiche” contro la macchina dello Stato totalitario (D. Mothé, L'insurrection hongroise , in “Socialisme ou barbarie”, n. 20, 85-133); la “rivoluzione” ungherese aveva un autentico carattere proletario e socialista contro la burocrazia “exploiteuse” e il regime comunista che semplicemente l'aveva sostituita al padronato privato; la nazionalizzazione e la pianificazione niente avrebbero modificato di ciò, ed anzi avrebbero contribuito a originare la “dittatura totalitaria”. Di conseguenza, “la rivoluzione proletaria” contro la burocrazia stava cominciando, e per la prima volta dopo la rivoluzione spagnola del 1936, la classe operaia aveva creato di nuovo in Ungheria i “suoi organismi autonomi di massa” (Pierre Chaulieu, La révolution prolétarienne contre la bureaucratie , in “Socialisme ou barbarie”, n. 20, 134-171).
“Il riconciliarsi con la verità”, dalla quale sotto il comunismo staliniano la sinistra si era allontanata, fu forse la “lezione di Budapest” più importante. Al riguardo una testimonianza particolarmente pregnante venne da Ignazio Silone, per il quale fu “il rifiuto della menzogna totalitaria”. In tale senso egli si espresse da Parigi il 7 dicembre 1956 in pagine di grande efficacia poi pubblicate in Uscita di sicurezza (Ignazio Silone, Romanzi e saggi , 2 tomo, Milano Mondadori 1999, 895 s.): “Gli intellettuali comunisti ribelli di Polonia e d'Ungheria non hanno avuto, dai loro riveriti maestri spirituali dell'Occidente, quella solidarietà pubblica e senza incertezze da essi invocata. Tutto quello che Francois Fejto ci aveva già raccontato e che nelle ultime settimane ci hanno direttamente confermato alcuni amici a proposito della rapida evoluzione ideologica degli intellettuali comunisti, non ci lascia il minimo dubbio. Si tratta, del resto, di un fenomeno che accompagna tutte le vere rivoluzioni […] Budapest ha vissuto in due settimane ‘Febbraio' ‘Ottobre' ‘Luglio'. Durante queste terribili settimane il mondo ha assistito stupefatto alla ripetizione generale di tutte le idee rivoluzionarie, persino le più viete, da quelle di Blanqui a quelle di Sorel”. Silone riportava le dichiarazioni del drammaturgo ungherese comunista Jiulius Hay improntate ad una scelta di verità (“ero troppo stanco per rimanere disonesto”). “Ai comunisti e sedicenti progressisti occidentali – diceva Hay – evidentemente (la verità) costa uno sforzo minore. Nei nostri paesi la disonestà è più comoda”. Silone si faceva fustigatore delle omissioni e delle titubanze degli intellettuali europei di sinistra. Di Sartre diceva: “Mi domando con chi precisamente si senta impegnato Sartre, dato che egli si atteggia a maestro dell' engagement . Con il suo biasimo a Krusciov per aver divulgato al XX congresso ‘verità intempestive' nel suo famoso Rapporto segreto, Sartre ci aveva rivelato un talento del tutto inaspettato degno di un Polonio. Egli vorrebbe che al popolo si dicesse la verità col contagocce? Ha tanto a cuore l'ordine pubblico? Vorrebbe redigere una nuova edizione del Principe ad uso dei nuovi tiranni? Non capisco più, lo confesso, l'antiriformismo di Sartre allorché afferma che il popolo non può tollerare la verità se non dopo che il suo livello di vita sia stato elevato. Crede dunque, come gli antichi filosofi idealisti, all'indipendenza della vita economica dal resto della realtà umana? Ma anche l'economia ha bisogno di verità, almeno quanto l'insegnamento della filosofia”. In Sartre, insomma, Silone vedeva la figura del “grande semplificatore” (“i grandi semplificatori portano alla dittatura”), che avvalorava la seguente “mostruosa mistificazione”: lo scrittore era per il progresso, che si identificava con la classe operaia, che si identificava con il partito comunista, che si identificava con la Russia sovietica e con le repubbliche popolari, che si identificavano con la Storia.
Agli “amici progressisti” Silone chiedeva dove fosse la “fiducia assoluta in Stalin e nella sua dittatura” per anni propugnata a beneficio di chiunque, e rimproverava loro di rendere dichiarazioni “imbarazzate e confuse” a nascondere l'origine del disinganno (“l'ambiguità si ritrova, più o meno, in tutto il restante tritume ideologico “progressista”): “Come tollerare ancora gli equivoci della loro ideologia? Ritengo che nel momento attuale una discussione approfondita di questa rappresenti una necessità di igiene mentale che interessa tutti. […] La peggiore tirannia è quella delle parole. Per apprendere di nuovo e seriamente a pensare con lealtà bisognerebbe cominciare a rimettere un po' d'ordine nel nostro linguaggio specialmente politico. Non sarà facile, credetemi”. Tra “gli inganni grossolani più frequenti” Silone elencava i concetti del “campo della pace” (“infantile visione del mondo”), dal momento che gli Stati, compresi quelli comunisti, non erano alieni dalla guerra; di armata “rossa”, che invece era solo “russa” dal momento che i soviet erano scomparsi nel 1920; di “società senza classi”, a giustificazione del partito unico e della mancanza della stampa di opposizione.
Silone respingeva sdegnosamente il linguaggio di Roger Garaudy, che, anche a proposito di Budapest, parlava di “spirito del vecchio mondo”, di “piante velenose seminate dai regimi del passato”, ma anche i distinguo di “Tito Togliatti Gomulka”, se non altro per il ripiegamento successivo, al momento che “nessun comunista, senza romperla con la teoria e con la prassi dell'ideologia totalitaria, può discutere la legittimità del partito unico. L'intero ‘sistema' grava, con tutto il suo peso faraonico, su questo sostegno. Le assurde teorie dell'ortodossia spontanea e dell'unanimità volontaria in ogni paese socialista sono le colonne d'Ercole che nessun comunista, di nessun gruppo, osa varcare: al di là c'è il rischio e la perdizione, ‘Hic sunt leones'. Chi osa oltrepassare quella frontiera e consentire all'esigenza di una pluralità di correnti politiche, di un dibattito e di libere scelte per la migliore soluzione dei problemi della nuova società, non è più comunista”. In quanto alla critica del presente nel richiamo alla purezza e alla autenticità delle origini, Silone osservava che se i distacchi sono sempre difficili e se anche l'eretico nel momento della rottura con l'ortodossia tende a rivendicare la sua personale fedeltà, la nostalgia del ritorno alle origini, allora la presunta “riforma democratica del comunismo era un'esca, il ritorno alle origini un vano sogno”. Silone si lanciava quindi in un attacco a Togliatti, perché prima di essere staliniano era stato bukariano, ma anche “uno degli strumenti più docili del terrore moscovita, il complice dei Rakosi e dei Gero nei misfatti più gravi a Mosca e in Spagna, corresponsabile della liquidazione di Bela Kun, di Remmele e del Comitato comunista polacco”: fece, insomma, “tutto il possibile per farsi perdonare da Stalin il precedente bukarinismo e vi riuscì brillantemente”, sacrificando “le tentazioni dell'eresia” alle “necessità della carriera”, con uno zelo talvolta risultato eccessivo perfino allo stesso Politburo. E ne fece un ritratto durissimo: “sa essere cinico crudele spietato, particolarmente contro gli intellettuali che non si lasciano addomesticare”; “la sua intelligenza gli serve soprattutto per escogitare alibi nei momenti pericolosi delle svolte della politica russa. In questa materia ha dimostrato una capacità eccezionale, riuscendo, unico dell'apparato del Komintern, a salvarsi da numerosi naufragi”. Cosicché a suo dire non c'era da stupirsi se “nei confronti degli insorti ungheresi, Togliatti è stato di una volgarità e di un'insolenza che la lingua italiana non aveva più conosciute dalla caduta del fascismo”. Le conclusioni di Silone erano chiare: se la destalinizzazione rispondeva ad un bisogno urgente della società russa, non era stata cioè inventata ma piuttosto subita dalla direzione collegiale, allora bisognava ”riconciliarsi con la verità e stabilire un rapporto diretto con essa, rinunziando, una volta per sempre, agli intermediari”: “forse è questo, dopo la lezione ungherese, il dovere più importante degli intellettuali, detti di sinistra”, almeno di quelli che non intendessero separare la loro attività da “un sentimento di responsabilità sociale”.
Le Carte Silone conservate presso la Fondazione di studi storici “Filippo Turati” consentono di accertare come per parte sua Silone cercasse di rimanere fedele a tale proponimento, attraverso l'agitazione promossa sulla rivista “Tempo presente”, fondata con Nicola Chiaromonte proprio nel 1956; la presidenza dell'Associazione per la libertà della cultura, di cui fu il vero animatore; l'attività pubblicistica (per un esempio: Equivoci da chiarire , in “Critica sociale”, 20 dicembre 1956); e infine il costante sostegno solidale a intellettuali e profughi ungheresi, che continuò anche negli anni successivi. Grazie alla ospitalità offerta da Silone Roma diventò per i profughi ungheresi un importante crocevia. I rapporti di Silone divennero intensi con l'Hungarian Writers' Association Abroad, che aveva sede a Londra. Del Comitato direttivo facevano parte Pàl Ignotus (presidente), Làszlò Cs Szabò, Gyorgy Faludy, Béla Horvàth, Imre Kovàcs, Gyorgy Pàlòczi-Horvath, Zoltàn Szabò. In una lettera del 5 maggio 1957 da Londra Ignotus ringraziava Silone per l'ospitalità concessa, e per quanto aveva fatto “pour aider les réfugiés hongrois”. In occasione del secondo anniversario della rivoluzione ungherese, la suddetta associazione promosse un congresso annuale con una seduta inaugurale organizzata dall'Unione degli Scrittori per la Verità, e invitò tra gli ospiti d'onore proprio Silone in segno di riconoscenza per quanto aveva fatto “pour la cause d'une Hongrie progressiste” (Londra, 6 ottobre 1958). Manifestazioni di riconoscenza Silone ebbe dai Szaijko e da Zoltan Rakosi. Insieme a Gustav Herling, interlocutore privilegiato (e ospite a Roma) di Silone fu Fejto. Ancora in data 8 aprile 1957, Fejto scriveva da Neuilly/Seine: “de la part de mes compatriotes écrivains qui, comme vous le savez sans doute, publieront à Londres, à partir du mois de mai, leur ‘Gazette Littéraire', avec le poète Geroges Faludy. Ils m'ont chargé de vous demander de les autoriser à publier en feulleton, la traduction de votre dernier roman; et dans ce cas vous prient de vouloir bien m'envoyer un exemplaire ” . Fejto aggiungeva anche che le notizie da Budapest erano cattive: “On aurait fait subir des graves tortures à Jules Hay et à Zoltan Zelk ” . A Mihail Scholokhov, che sulla “Liternaturnaia Gazeta” aveva polemizzato con gli scrittori occidentali per avere condannato l'intervento sovietico, Silone si dichiarò pronto a pubblicare eventuali notizie o informazioni che fossero state taciute all'opinione pubblica occidentale, in cambio di un suo analogo impegno in Russia, e in proposito gli preannunciò l'invio di “un important ouvrage de l'ecrivain hongrois Francois Fejto, qui va bientot imparaitre a Paris avec une presentation de Jean Paul Sartre”, nonché di un libro bianco. Ancora nella primavera del 1967 Emil Csonka, redattore della sezione ungherese della radio Europa Libera a Monaco, chiedeva a Silone l'autorizzazione di pubblicare in ungherese su “Uj Europa” il passo sopra citato da “Uscita di sicurezza”, che stava uscendo in Germania. Tra le iniziative di sostegno concreto ai profughi era da segnalare il canale attivato da Silone presso la Croce rossa italiana, di cui era presidente il prof. on. Mario Longhena, almeno fino al 14 giugno 1957 quando l'assistenza fu trasferita all'Amministrazione aiuti internazionali. Ancora di Silone fu la proposta ad alcuni quotidiani italiani (“Avanti”, “Messaggero”, “Giornale d'Italia”, “Il Paese”, “Il Popolo”, “Il Tempo, “La Giustizia”, “Momento”, “La Voce repubblicana”) di adottare in Italia la soluzione praticata in Svizzera, dove alcuni quotidiani si erano impegnati a pubblicare a proprie spese un bisettimanale in lingua ungherese, da distribuirsi gratuitamente, con lo scopo di informare “obiettivamente” su quanto accadesse in Ungheria. Nella circostanza il “Tagblatt” di Zurigo allegava ad ogni copia del giornale anche un “Supplemento grammaticale ungherese-francese”: si chiamava “Svaicj Magyar Diradò” (Notiziario ungherese svizzero), e uscì a Zurigo dal 10 dicembre 1956.
Notevole era il prestigio di Silone nell'ambito culturale europeo: il suo impegno per la libertà della cultura e nella denuncia delle “colpe” del comunismo sovietico e non, ne accreditarono l'immagine militante. Non a caso, nel settembre 1956 il segretario del Psdi, Matteo Matteotti gli offrì la direzione dell'organo di partito, “La Giustizia”. In una lettera del 18 settembre 1956 Silone dette anche il consenso di massima, ma subordinato alla possibilità del disimpegno dal Movimento internazionale per la libertà della cultura, nonché all'approvazione da parte della Direzione del Psdi di un linea editoriale “di larga apertura socialista”, così da prefigurare “un giornale del partito socialista unificato sia nel tono sia nella scelta delle informazioni”, con largo spazio alla documentazione e al commento politico interno e internazionale, rinunciando di contro alla cronaca nera e allo sport. Assai diversa era invece la considerazione tra i comunisti e i loro alleati più stretti, presso i quali Silone rappresentava, appunto, uno dei campioni della deprecata cultura democratica filooccidentale, e per giunta ex-comunista, se non anticomunista. Quando Silone si complimentò con l'on. Mario Melloni, direttore di “Paese sera”, per la posizione assunta dal giornale nella ammissione della presenza “di popolo e socialisti tra gli insorti” di Budapest, questi con un lettera del 1 novembre 1956 dichiarò di non meritare tali espressioni di compiacimento, anzi le respinse senz'altro sostenendo di essere stato frainteso poiché il giornale aveva voluto dire che “popolo e socialisti” stavano da tutte e due le parti, per cui occorreva arrivare ad una soluzione pacifica (“mettere fine a un tragico spaventevole equivoco, da cancellare e da superare in un concorde proposito di edificazione socialista”), ma che mai avrebbe potuto sostenere, come invece faceva l'Associazione per la libertà della cultura di cui era a capo Silone, la “sollevazione” di Budapest come rivolta contro tiranni e oppressori. Per Melloni, la colpa insopportabile di Silone era di auspicare in Ungheria il ritorno alla democrazia occidentale, mentre egli sperava “ardentemente che all'Ungheria fosse risparmiato questo assetto, che avrebbe finito fatalmente per risolversi, dopo quanto era accaduto ieri e stava accadendo proprio in questi giorni, in un vero e proprio trionfo della reazione borghese”.
Analogie con le posizioni assunte da “Tempo presente” possono individuarsi sulle pagine di “Ragionamenti”, la rivista di Luciano Amodio, Sergio Caprifoglio, Franco Fortini, Armanda Guiducci, Roberto Guiducci, corrispondente della francese “Arguments” di Roland Barthes, Edgar Morin, Colette Audry, Jean Duvignaud. In un importante articolo redazionale, quasi un manifesto, ispirato da Guiducci, si sosteneva: “a Budapest un filo si è rotto irrimediabilmente, un mondo è andato in pezzi, la storia del socialismo si è spaccata a metà. Chi non accetta questo, non accetta la realtà dell'Ungheria: crede ancora che la storia del socialismo sia una storia interrompibile dello Spirito marxista: non vuol vedere la terrestrità e dell'ideologia e dell'uomo che la pratica: non ha il coraggio morale e politico di capire che per l'operaio comunista ungherese morto in battaglia contro il comunismo la propria morte come operaio coincide con la morte del comunismo. Il marxismo ha così toccato il fondo”. “Ragionamenti” sosteneva che anche quando si fosse ammesso, ma non concesso, che fosse esistito un “terrore bianco”, non si sarebbe potuto evitare l'interrogativo su chi avesse educato il popolo, ora impegnato a impiccare i suoi persecutori: tutt'altro che “avanguardia della classe operaia”, i Rakosi, i Geroe, i Farkas avevano costituito piuttosto un “gruppo di esecutori ciechi”, cosicché “nell'Ungheria comunista non c'erano né avanguardia della classe operaia, né guida direzionale marxista, né democrazia popolare”. E se “la tragedia dell'Ungheria” non autorizzava a porre in dubbio la correttezza della tesi marxista dell'abolizione della proprietà privata, da cui dipendeva lo sfruttamento dell'uomo, se ne doveva tuttavia ammettere la validità non perché fine a se stessa, ma in quanto premessa all'affermazione della libertà: “l'uomo socialista non è soltanto il complesso dei suoi rapporti di produzione, esige i rapporti sociali e politici pieni ed autentici, e perciò la democrazia socialista del potere”. Riecheggiando i temi presenti nelle riviste della sinistra europea non comunista sulla formazione in Ungheria (così come in Urss e nei paesi satelliti) di “una nuova proprietà privata del potere sociale”, “Ragionamenti” concludeva che il XX congresso aveva sì decretato “la morte biologica del perno del sistema, dell'incarnazione mitica dell'alienazione burocratica e dello scientismo autocratico”, ma i dirigenti sopravvissuti in Urss non avevano voluto o non erano stati in grado percorrere la nuova strada fino in fondo, “peccando insieme di eccesso di audacia e di avidità” (“correvano ai ripari”) e infine inaugurando con Poznan un “nuovo paternalismo” che non prevedeva l'emancipazione. Insomma, essi si erano ancora riproposti come “insostituibili e indispensabili demiurghi della storia socialista”. In quanto all'insurrezione di Budapest, di cui trovava “pochi paragoni nella storia” (“ricorda la Comune di Parigi”), “Ragionamenti” ne dava una rappresentazione al tempo stesso tragica ed eroica, le cui vittime erano innanzitutto gli operai, che non volevano ripristinare il capitalismo e chiedevano piuttosto “un radicale mutamento della sovrastrutturazione giuridica e statuale”, mentre “i dirigenti comunisti non potevano riaccettare un paese che metteva i capi irresponsabili e autocratici in istrada, che chiedeva un socialismo senza crismi e riconoscimento ufficiale, che voleva ricominciare da capo piuttosto che continuare nell'errore”. L'esito tragico degli avvenimenti, tuttavia, offriva indicazioni importanti a tutti, ma soprattutto ai socialisti europei, perché entravano in crisi la concezione di guida di uno Stato socialista rispetto ad altri, e di un partito nei confronti di altri partiti o movimenti in cui si incarnava l'attività delle classi oppresse; il criterio di potenza, di autorità, di direzione personalistica e di casta; la stratificazione derivante da una falsa politica delle alleanze, dove all'unità si premetteva la subordinazione, anziché un rapporto organico e paritetico al di fuori di dipendenze esterne alla classe. Condannando sia dell'intervento sovietico in Ungheria sia di quello anglo-francese a Suez i socialisti avrebbero potuto perseguire il compito ambizioso di superare “lo schema della guerra fredda”, cioè la logica dei due blocchi contrapposti, creando così il vero e proprio “presupposto dell'unità organica del mondo” e al tempo stesso delle “vie nazionali al socialismo ( I fatti d'Ungheria , novembre 1956, 1 s.).
L'auspicio di Silone rivolto agli intellettuali, in particolare “impegnati” e di sinistra, perché assumessero in proprio il compito della “riconciliazione con la verità”, ebbe riscontri significativi ma tutto sommato politicamente limitati. Ciò pone il problema dell'agire intellettuale, quale storicamente si è determinato nella storia italiana (e europea) del secondo dopoguerra, che ovviamente non può essere trattato in questa sede. Intellettuali di sinistra dichiararono solidarietà agli insorti ungheresi: da Alberto Moravia, a Walter Binni, Giansiro Ferrata, Alfonso Gatto, Carlo Ragghianti, Venturi, Eugenio Montale. Inviarono un messaggio di solidarietà a scrittori e studenti ungheresi Carlo Antoni, Arangio Ruiz, Nicola Chiaromonte, Giorgio Levi della Vida, Ernesto Rossi, Luigi Salvatorelli, Ignazio Silone, Lionello Venturi, Elio Vittorini, Umberto Zanotti-Bianco. Gruppi, in verità piuttosto esili, di militanti comunisti si scissero dal Pci, e successivamente aderirono al Psi: il più noto di essi faceva capo a Antonio Giolitti, e ne facevano parte anche Furio Diaz e Luciano Cafagna. Si avvicinarono al Psi Fabrizio Onori, direttore di “Tempi moderni”, oltre al gruppo di “Ragionamenti”. Vi aderirono l'Usi di Carlo Andreoni, Magnani, Lucio Libertini, Vera Lombardi, e Unità popolare di Calamandrei e Codignola. Per un momento la luna di miele del Pci con gli intellettuali italiani sembrò vacillare, ma non avvenne la frana. Dopo una prima fase di sbandamento, o almeno di difficoltà, il Partito riprese in mano la situazione, e talvolta lo fece anche in modo duro. Di Vittorio assunse una posizione difforme da quella del Partito, ma poi, dopo l'incontro dei sindacalisti comunisti con Luigi Longo, il suo distinguo si esaurì rapidamente. Significativa fu anche la lettera scritta di Melloni a Ignazio Silone, già ricordata. In proposito tornerà utile esaminare se infine i socialisti italiani fornissero una sponda culturalmente limpida e politicamente significativa.
Le prime informazioni e dunque valutazioni sugli avvenimenti ungheresi vennero dal corrispondente dell'“Avanti!” Luigi Fossati, lo stesso che a metà febbraio aveva seguito i lavori XX congresso del Pcus. A Budapest c'era anche il segretario del Psdi, Matteo Matteotti, che vi rimase bloccato per alcuni giorni, prima di poter fare ritorno in Italia. Nei resoconti di Fossati si avvalorava chiaramente la tesi della natura popolare e proletaria della “rivolta” (di intellettuali, studenti e operai). Senza incertezze Nenni considerò l'intervento sovietico “un atto di incoscienza e di provocazione”, e nei Diari commentò: “L'internazionalismo diviene colonialismo. È spaventoso”, aggiungendo che l'intervento sovietico avrebbe scavato “un abisso” tra Psi e Pci. Il direttore dell'“Avanti!”, Tullio Vecchietti, si impegnò a contrapporre la “soluzione polacca” che, dopo i fatti di Poznan aveva portato all'insediamento di Gomulka, alla “rivolta” ungherese, non tanto per i protagonisti: operai nel primo caso, e, a parte alcuni elementi “controrivoluzionari”, studenti, intellettuali e lavoratori che “chiedevano più libertà” nel secondo; quanto per i comportamenti delle élites politiche. Per Vecchietti, infatti, Gomulka era riuscito “ad avviarsi verso una nuova fase dell'edificazione socialista, che (avrebbe) dovuto essere nella democrazia, nella libertà, nella indipendenza, pur nel quadro della solidarietà socialista”; in Ungheria, invece, l'irremovibile immobilismo del gruppo dirigente aveva portato alla guerra civile (“Avanti!”, 25 ottobre 1956). Nei giorni seguenti i socialisti italiani continuarono a oscillare tra la difesa della “democrazia popolare” che sarebbe stata tradita dal gruppo dirigente stalinista (e poi anche dall'intervento dell'Urss), e la condanna del “sistema” sovietico. Il 26 ottobre, con l'articolo Il coraggio della verità , l'“Avanti!” volle polemizzare con la stampa occidentale e borghese (“reazionaria”) per il suo presunto intento di mettere “sotto accusa tutto il socialismo”, ma rinnovò ancora il riconoscimento ai “rivoltosi” di battersi contro il vecchio gruppo stalinista per “una vera democrazia popolare”, e dunque per “elementari esigenze di giustizia, di libertà e di vita”. Basso si richiamò al “socialismo nella libertà”, per condannare quella che a lui sembrava una pericolosa sottovalutazione del processo di destalinizzazione (“Avanti!”, 27 ottobre 1956). Il 28 ottobre, Nenni ammonì che il movimento operaio non aveva mai vissuto una tragedia paragonabile a quella ungherese, dove si era imposto “uno stalinismo d'importazione” e quindi più odioso ed estraneo; e ad effetto, riecheggiando formule antiche della tradizione socialista, concluse con la parola d'ordine: “Giù le mani della repressione. Giù le mani dell'intervento sovietico” ( L'insegnamento di una tragedia ). Ma la posizione più dirompente fu quella assunta da Riccardo Lombardi, che sostenne la tesi della ricerca di una “superiore unità” tra i lavoratori, ammettendo che a tale processo potessero partecipare anche i comunisti, dove lo scandalo stava tutto nell'aggettivo “superiore” e nell'apparente concessione (la non esclusione) ai comunisti. Infatti, nel linguaggio retorico della sinistra, per “unitario” si intendeva per l'appunto il legame (organico) tra tutte le forze politiche della sinistra rappresentative della classe operaia (per definizione considerata unita), e quindi non si metteva in discussione che del culto e della gestione di tale bene e valore il Pci costituisse parte essenziale e protagonista, perché la più cospicua numericamente, la più organizzata e la più coesa ideologicamente. Ora Lombardi, pur non escludendo a priori la partecipazione dei comunisti e anzi auspicandola, ammetteva tuttavia che il processo “unitario” dei lavoratori si potesse fare per iniziativa non comunista, cioè dei socialisti, e per giunta che così operando o, per meglio dire, solo così operando si sarebbe potuto raggiungere un livello politicamente e culturalmente “superiore”. Lombardi apparve subito il campione dell'autonomia socialista, e a sinistra diventò oggetto di dure polemiche, anche personali, come se fosse un provocatore. Probabilmente la virulenza degli attacchi contro Lombardi, nascondevano un altro obiettivo: la condotta, se non ancora la laedership, di Nenni, ormai avvertita come troppo spregiudicatamente autonomista. Al congresso nazionale del Psdi alla fine di ottobre, intervenendo dopo la relazione del segretario Matteo Matteotti, che aveva ribadito la netta contrapposizione tra stalinismo/leninismo e socialismo, Saragat esaltò il socialismo democratico nel cui ambito tornò a collocare la prospettiva stessa dell'unificazione socialista, ma ne ammise la crescente difficoltà imputandone la colpa all'“apparato burocratico” del Psi ( L'intervento di Saragat , in “La Giustizia”, 29 e 30 ottobre 1956).
Il precipitare della crisi di Suez, con il conseguente intervento militare anglo-francese, introdusse nel dibattito in corso nella sinistra un elemento aggiuntivo, ma anche per certi aspetti fuorviante. Il 1° novembre la Direzione del Psi prese formalmente posizione sia contro l'intervento anglo-francese in Egitto, sia contro quello russo in Ungheria, in polemica con il Pci e con il Pcus. Ciò, confessò Nenni, non fu facile. Poi giunse la notizia dei carri armati a Budapest, e della formazione del governo di Janos Kadar, subito definito “fantoccio”: gli accenti antisovietici si fecero più forti, e la posizione di Nenni apparì consolidata nella tesi del “tradimento dell'internazionalismo operaio”, ribadita da Nenni in una dichiarazione all'Ansa del 5 novembre, insieme alla richiesta del ritiro delle truppe sovietiche, e del rispetto della “neutralità dell'Ungheria” (“se questa fosse la volontà del suo popolo”).
Il momento politicamente più significativo fu il discorso tenuto da Nenni alla Camera dei deputati il 6 novembre 1956, pubblicato dal Partito sotto forma di manifestino con il titolo La pace deve essere salvata (SETI Roma 1956). Nenni poneva in stretta connessione i fatti di Ungheria e la crisi di Suez (“due problemi che oggi tengono in ansia ed in allarme l'opinione pubblica italiana europea e mondiale”) in quanto entrambe violazioni del principio dell'autodecisione dei popoli. Nel ricordare la condanna “senza reticenze” dell'intervento sovietico “nella forma in cui si è manifestato nella prima e nell'ultima fase, ancora più drammatica, della sommossa ungherese” Nenni si appellava alla fedeltà “ad un principio al quale i socialisti non sono mai venuti meno in nessuna circostanza, in nessuna occasione, al quale, spero, non verranno mai meno: il diritto dei popoli alla loro indipendenza nazionale e alla autodecisione del loro destino”; nonché al principio dell'internazionalismo proletario in quanto “grande forza morale e politica” in grado di riconoscere ed esaltare la solidarietà dei popoli e dei lavoratori, ignorando “la ragione di Stato, ignorando gli interessi di potenza degli Stati” (nella fattispecie: “anche di uno Stato rivoluzionario come quello sovietico”). “Ha origine – continuava Nenni – da questa concezione dell'internazionalismo proletario la nostra solidarietà con la sommossa ungherese del 23 ottobre che fu essenzialmente di operai e di studenti, figli di operai e di contadini, i quali intendevano difendere le conquiste socialiste nel solo modo in cui ciò era ormai possibile abbattendo le sovrastrutture di un sistema politico degenerato in forme di regime poliziesco e di burocratizzazione della economia”. Nenni faceva anche qualche concessione al Pci: “È vero che al movimento popolare ungherese si era mescolato molto contrabbando reazionario”; e addirittura: “È vero che episodi crudeli di terrore bianco si sono mescolati ad episodi eroici”. Ma la sostanza politica del suo discorso era tutta nel ribadire il contenuto autenticamente popolare della rivolta: “io credo che reca ingiuria alla gioventù degli atenei ungheresi chi crede che le forze operaie, le forze popolari, l'avanguardia intellettuale non sarebbero state in condizioni di venire a capo dei residui del passato, non li avrebbero spazzati via senza il concorso di armi straniere che a quelle forze reazionarie hanno se mai dato una bandiera invece di soffocarne la possibilità di sviluppo”. La richiesta all'Unione sovietica era dunque di ritirare le truppe in Ungheria: “Allo stato delle cose, l'Unione sovietica non potrebbe restare in Ungheria che in funzione di gendarme e noi italiani la invitiamo a non farlo, la invitiamo a ritirarsi dall'Ungheria, a non tentare di puntellare con le sue armi, che sono le armi che sconfissero il nazismo, un governo fantoccio che non rappresenta né gli operai né gli ungheresi”. Così facendo, cioè “restituita alla sua piena indipendenza” l'Ungheria sarebbe stata finalmente restituita “al socialismo nella democrazia e nella libertà”.
Nell'“altra tragedia europea”, connessa alla crisi di Suez, Nenni adottava un'analoga intransigenza nel condannare l'impulso imperialistico, a cui non concedeva neppure l'attenuante della lotta alla dittatura di Nasser addotta dal “governo socialdemocratico francese”. A suo dire, imposta la tregua delle operazioni militari, doveva cessare anche l'occupazione del canale di Suez per aprire alla trattativa diplomatica. Ma Nenni poneva anche il problema dell'ordine internazionale, a cui l'Onu non sembrava in grado di fornire risposte adeguate perché troppo condizionata dalla “malattia dei rinvii, delle astratte proclamazioni di principio”: da almeno tre anni discuteva invano del ritiro delle “truppe straniere”, di quelle americane, inglesi e francesi, come di quelle sovietiche dai paesi del blocco di Varsavia mentre restavano precarie le situazioni arabo-israeliane, in Indovina e a Formosa, e non risolte neppure le questioni dell'unificazione della Corea, e della Germania, cosicché “le decisioni sempre rinviate ad un indeterminato domani, in una situazione di instabilità” favorivano l'insorgere e il moltiplicarsi di “casi tragici come quello dell'intervento sovietico in Ungheria o dello sbarco anglo-francese in Egitto”. Nenni era impegnato a rappresentare il Psi come il partito della distensione, ma accomunando nella medesima condanna in nome della indipendenza dei popoli tanto l'interventismo russo nei paesi dell'Est europeo, quanto il neocolonialismo europeo, di fatto prendeva distanza definitiva dal blocco sovietico (e comunista), i cui comportamenti poneva sullo stesso piano del secondo, tradizionalmente aborrito. Non è chi non veda la distanza con le posizioni di qualche anno prima, all'interno del Movimento dei partigiani della pace. Lo strappo con i comunisti era netto, e probabilmente definitivo (“per la prima volta, dopo parecchi anni, un motivo profondo di disaccordo è intervenuto tra noi e i compagni comunisti”). “A Budapest un filo si è rotto irrimediabilmente, un mondo è andato in pezzi, la storia del socialismo si è spaccata a metà”, così commentava “Ragionamenti”. E in merito alle ripercussioni della condanna socialista dell'intervento dei carri armati russi a Budapest, “Il dibattito politico”, a cui collaboravano Chiarante e Lucio Magri, commentava: “La presa di posizione del partito socialista italiano sulle vicende dell'Ungheria costituisce certamente, fra tutte le ripercussioni prodotte nel nostro paese dai drammatici e clamorosi avvenimenti di questo tormentato autunno 1956, il fatto di maggior rilevanza e novità politica”. Per questa rivista, anzi, “il settore interessato all'operazione dell'unificazione socialista”, destinato a accentuare nel prossimo futuro una progressiva e sostanziale distinzione tra Psi e Pci, era diventato “il punto nevralgico della situazione italiana” ( Nenni e l'Ungheria , 16 novembre 1956, 3).
Nei Diari Nenni ammetteva che probabilmente il tono del discorso alla Camera era spiaciuto a “molti compagni”, che si lasciavano influenzare dalla “compattezza apparente e dal cinismo dei comunisti” (Nenni, Tempo di guerra fredda . Diari 1943-1956, Sugarco Milano 1981, 760). Favorevole fu il commento de “La Giustizia”, organo del Psdi, anche se rilevò come il sempre più accentuato distacco di Nenni dal Pci non avesse ancora investito “il problema dei rapporti ideologici tra i due Partiti”. Ma Saragat scrisse all'indomani un editoriale per “la Giustizia” nel quale dalla crisi di Budapest e di Suez ricavava piuttosto motivazione per auspicare una più ferrea saldatura “fra tutte le potenze libere dell'Occidente”, e ricollocava la stessa prospettiva di unificazione con il Psi “nel quadro della nuova situazione che si era venuta creando con la terrificante rivelazione della selvaggia volontà egemonica dell'Unione sovietica” ( Budapest e Suez , in “La Giustizia”, 7 novembre 1956). Era una posizione divaricante rispetto alle sollecitazioni neutraliste, e comunque di superamento dei blocchi in chiave distensiva, di Nenni. In un colloquio di qualche giorno successivo col presidente Gronchi sulle crescenti difficoltà del processo di unificazione socialista Nenni notò come gli articoli di Saragat inneggianti ad “un mondo libero socialista e democratico” liberato dal comunismo (vedi, per tutti, gli editoriali L'Ungheria giace ai piedi di Vostra Maestà e Europeismo e atlantismo , in “La Giustizia, 25-26 ottobre e 11 novembre 1956) venissero trattati all'interno del Psi come “provocatori”, e come si palesassero a tale proposito “resistenze sentimentali” che si andavano trasformando in “resistenze politiche”. Anzi, per taluni ambienti dell'apparato, soprattutto sindacale, accennò ad una “certa rivolta degli schiavi” la rivolta cioè “di compagni che non riuscivano a sottrarsi alla pressione comunista”, anzi allo “scatenamento dei comunisti”. Il risentimento di Nenni era relativo ai lavori e agli esiti successivi del Comitato centrale del Partito iniziatosi il 14 novembre 1956, dove le posizioni apparvero divaricate, anche se la mozione finale venne approvata all'unanimità. La relazione di Nenni per l'apertura a sinistra nel quadro del superamento della guerra fredda e, sul piano interno, del centrismo fu abbastanza generica, anzi “polivalente” e “nebulosa” secondo il giudizio de “La Giustizia” ( Relazione polivalente” di Nenni al Comitato centrale del PSI , 16 novembre 1956), ma Riccardo Lombardi la interpretò ancora in senso favorevole all'unificazione con il Psdi, attirando su di sé le polemiche della “sinistra” (in particolare di Lussu e Panzieri), decisa a respingere l'accostamento tra stalinismo e comunismo e comunque a circoscrivere la critica al Pcus nei limiti della “solidarietà” imposta dai legami del Partito “al movimento operaio internazionale e al mondo socialista”, di cui l'Urss era parte significativa sul piano politico e simbolico. Non fu un caso che per la prima volta si palesassero riserve anche sulla posizione di esplicita condanna dell'intervento sovietico in Ungheria. Di fatto il processo per l'unificazione fu interrotto. Verso la metà di dicembre, Saragat colse il pretesto di un articolo eccessivamente polemico nei suoi confronti apparso sull'“Avanti!” per dimettersi dalla commissione paritetica per l'unificazione. Solo “Critica sociale”, comunque fermamente attestata sulla linea dell'unificazione socialista, non mancò di tributare un omaggio al Coraggio di Nenni (20 novembre 1956). Le residuali prospettive dell'unificazione furono lasciate agli esiti del futuro congresso nazionale del Psi, che si sarebbe tenuto a Venezia il 6-10 febbraio 1957. Ma nel polemico orientamento ora adottato dalla sinistra socialista (forse in maggioranza nel Comitato centrale), con il sostegno di gran parte dell'apparato, di cui si faceva portavoce sull'“Avanti!” Vecchietti, i socialdemocratici temevano l'influenza comunista (“la cricca togliattiana”, come scrisse “La Giustizia” in Terrorismo ideologico e lotta contro l'unificazione argomenti fondamentali della politica comunista, 25 novembre 1956). Ai critici, a sinistra, della brutale repressione di Budapest, la sponda socialista apparve politicamente incerta.
Nel Bureau dell'Internazionale socialista dell'agosto 1956 si era dato vita al Comitato centrale per la Liberazione dei socialisti incarcerati nei Paesi dell'Est, anche se tutte le eventuali iniziative furono sospese in attesa dei risultati pratici attesi a seguito della missione della delegazione socialista che aveva visitato l'Urss nel maggio 1956. In precedenza, il Consiglio generale di Zurigo aveva auspicato la ricostituzione di un movimento democratico e libero dei lavoratori nei paesi comunisti in cui fosse esistito “prima che venisse bandito dall'“imperialismo russo”. Nei giorni 30 novembre e 1 dicembre 1956 si riunì a Copenaghen il Consiglio generale dell'Internazionale socialista, presieduto da Morgan Phillips, il quale approvò la seguente mozione sui fatti di Ungheria: “L'Internazionale socialista ha seguito con profonda simpatia per il popolo ungherese i recenti avvenimenti in Ungheria, dolorosamente turbata dalla soppressione da parte delle forze armate russe del Movimento di Liberazione, esprime la propria ammirazione per la resistenza ancora attiva dei lavoratori ungheresi. Gli operai di tutti i paesi e i popoli di tutto il mondo libero condividono questi sentimenti. Nel nome del Socialismo democratico avanzano una solenne protesta per la guerra del governo sovietico contro il popolo ungherese. L'azione dell'Unione sovietica rivela il più brutale disprezzo dei principi umanitari e democratici del Socialismo. Nel nome del Socialismo democratico, l'Internazionale socialista domanda il diritto all'autodeterminazione dei popoli, un diritto che è stato proclamato formalmente anche in Russia. L'Internazionale socialista domanda il diritto di costituire partiti democratici e liberi in tutti i paesi dell'Europa orientale che sono oggi ancora sotto il regime coloniale o semicoloniale. Prima di tutto l'Internazionale socialista esige per l'Ungheria la realizzazione immediata delle decisioni adottate dalle Nazioni Unite circa il ritiro delle truppe russe e l'ammissione di osservatori dell'Onu. Domanda, inoltre, il ritiro delle forze armate russe da tutti i paesi europei occupati. La volontà i libertà di questi popoli oggi incoraggiati dal collasso morale e politico del comunismo, non deve essere affogato nel sangue. L'Internazionale socialista domanda l'adempimento sollecito almeno del principio fondamentale stabilito dal suo Consiglio Generale a Zurigo: la ricostituzione completa di un movimento democratico e libero dei lavoratori, in tutti i paesi presso i quali esisteva prima di essere bandito dall'imperialismo russo. Domanda inoltre l'ammissione in Ungheria di tre dei suoi rappresentanti allo scopo di raccogliere “in loco” informazioni sulla situazione e parlare agli ungheresi come delegati di dodici milioni di socialisti democratici del mondo intero” (“La Giustizia”, 4 dicembre 1956).
Al di là della presa di posizione politica, l'Internazionale socialista e i singoli partiti aderenti rimasero solidali con i “combattenti socialisti”, come la “coraggiosa e eroica” Anna Kethly, dando loro aiuto morale e materiale “pour leur permettre de poursuivre, sous d'autres formes, leur lutte pour le Socialisme et la Démocratie en Hongroie”. Molto attivo fu il Partito socialista francese Sfio, il cui Comitato direttivo del 24 ottobre 1956 inviò un messaggio di solidarietà con gli insorti, e rilevando come i fatti di Poznan già avessero dimostrato che “la tirannie burocratique et policère ne peut indéfiniment etre imposé aux peuples”, e il cui Bureau des affaires internationales promosse a Parigi il 25 novembre 1956 una Conferenza con i rappresentanti dei partiti socialisti dell'Europa centrale e orientale, per lo più esuli in Francia; ed infine sovvenzionò il Partito socialdemocratico ungherese con 200000 franchi. Un “saluto alla lotta per la liberazione della Polonia e l'Ungheria” venne anche dalla Conferenza Socialista Asiatica, riunitasi a Bombay.
Il socialismo democratico, insomma, poteva vantare una superiorità culturale e etica sul comunismo, di cui la “guerra” mossa dall'Urss contro il popolo ungherese certificava il “collasso morale e politico”; e si appellava all'Onu per reclamare il ritiro immediato delle truppe di occupazione e il rispetto del diritto dell'autodeterminazione del popolo ungherese. Ma la prospettiva di un ordine internazionale democratico e solidale fondato sul rilancio dell'Onu si dimostrò almeno nell'immediato illusorio, e perfino deludente per il diverso peso che l'azione della medesima sviluppava nei paesi occidentali, dove forte e autonoma era l'opinione pubblica, e in quelli a regime totalitario o dittatoriale. Nel preambolo alla relazione presentata al Congresso nazionale del Partito socialista francese a Tolosa nel giugno 1957, il segretario generale Pierre Commin affermava: “l'Union soviètique, par sa criminelle intervention, a largement compromis les espoirs de détente qui s'étaient manifestés après le XX Congrès du Parti Communiste d'Urss. Elle a aussi, hélas, révélé la tragique impuissance du monde libre à secourir efficacement les valeureux révolutionnaires hongrois. L'Onu prenait rapidement des décisions à l'encontre de pats démocratiques; elle savait que ses décisions à l'encontre de pays démocratiques; elle savait que ses décisions seraient appliquées par ces pays, parce que démocrates. Elle se montrait par contre incapable d'adopter à l'égard de l'Urss la moindre attitude virile, sachant parfaitement que celle-ci refuserait d'obéir à la loi internationale ” (Parti Socialiste (SFIO), 49 Congrès national, 27-30 juin 1957, Toulouse. Rapports , in “Bulletin intérieur” n. 90, mai 1957, 7-8). Alcuni settori significativi, in particolare franco-belgi, optarono per un deciso rilancio dell'europeismo, anche in chiave atlantica (Spack, Saragat). Posta la centralità della sicurezza internazionale, altri, come il laburista Gaitskell, portarono l'attenzione sulla politica militare, nella fattispecie propugnando lo sviluppo delle armi convenzionali, non ultimo in alternativa all'indiscriminata diffusione delle armi nucleari. Teorizzando così la gradualità della risposta all'eventuale offensiva nemica, si circoscriveva l'ipotesi del ricorso al deterrente nucleare ai soli casi “di aggressione maggiore”. E su tale posizione, ma rilanciata in chiave di Alleanza atlantica, si espresse favorevolmente anche Saragat ( I laburisti e la NATO , in “La Giustizia”, 25 novembre 1956).
In conclusione, a seguito delle diverse crisi del 1956, un rinnovato approccio fu posto, nella contrapposizione all'universo comunista e alle democrazie popolari, su tematiche tradizionali come il ruolo dello Stato, fino ad apprezzarne la sua autonomia e l'evoluzione verso il welfare state, l'umanesimo socialista, il collegamento tra libertà e giustizia come fattori connessi e essenziali alla liberazione dell'uomo, ma anche nuove, come l'automazione nel sistema produttivo, l'approvvigionamento energetico e il connesso rapporto tra paesi produttori e consumatori (Gaitskell), e il fatto nazionale. Proprio il dato nazionale, nei rispetti del quale continuò a interferire il versante coloniale o colonialista, portò ad un'interessante evoluzione delle posizioni socialiste sul piano della politica estera: dal rilancio del neutralismo (ad esempio, nella rinnovata ipotesi della neutralizzazione dell'Europa centrale) alla prospettiva di un terzomondismo a forte coloritura socialista, alla riconsiderazione della funzione dell'Onu. Anche in Italia i partiti, e le loro componenti interne, lessero e vissero gli avvenimenti di Ungheria alla luce dell'evoluzione del quadro politico interno. Per la prima volta si registrò la divisione tra Psi e Pci su un punto centrale, e ciò segnò un punto irreversibile. Non a caso i fatti di Ungheria interagirono in modo particolare con la discussione circa l'unificazione, in una situazione politica caratterizzata dalle difficoltà crescenti della formula centrista, di cui era parte il Psdi, e dagli stentati passi verso una “svolta democratica” o “a sinistra”, di cui fosse protagonista un Psi ancora legato a rapporti di alleanza con il maggiore partito di opposizione, quello comunista. I socialisti tornavano protagonisti, ma la loro “ora”, se mai ci fu, andò perdendo ben presto la intima forza propulsiva, fino a stemperarsi. Nel Psdi prevalse un orientamento accentuatamente filoatlantico; nel Psi emersero tutte le contraddizioni di un partito ancora largamente debitore ad una cultura antisistema, nonché ad un passato, assai recente, nel quale il mito dell'Urss e di Stalin, della Rivoluzione di Ottobre e delle democrazia popolari trovavano non pochi consensi, ma rispetto al quale lo strappo impresso da Nenni inaugurava o consolidava un percorso che avrebbe portato al voto non negativo sull'adesione alla Comunità europea e infine al centro-sinistra. Infine vi si sovrappose la questione di Suez, cosicché – come anche in ambito socialista internazionale – Budapest e Suez divennero i due corni di un medesimo problema, afferente al tempo stesso al “fatto nazionale” e all'ordine internazionale. Il Pci, d'altra parte, era in chiara difficoltà per la caduta del mito di Stalin e le rivelazioni del XX Congresso, ma anche per questo era fermamente deciso a non farsi isolare da una possibile ritrovata autonomia socialista. E in qualche misura ci riuscì.
I fatti di Ungheria contribuirono a mettere in evidenza, a fuoco, le problematiche in atto, ne dilatarono le implicazioni teoriche e politiche. Ma suscitarono anche diffusi timori che potessero compromettere i timidi passi verso la coesistenza pacifica. L'ammirazione verso gli insorti ungheresi (“eroici”) si accompagnò frequentemente anche ad un giudizio di generosa impulsività, fino all'irragionevolezza. Vorrei concludere in proposito con le parole di “Ragionamenti” dal brano sopra citato: “Ben pochi avranno avvertito che la follia ungherese metteva precisamente in causa il principio dei blocchi, del loro equilibrio, della bilancia delle atomiche, del calcolo degli imperialismi. La folle Ungheria ha potuto credere per un momento che qualcuno in Oriente o in Occidente potesse guardare oltre, mettere in causa il sistema diplomatico per la causa della civiltà. Ma la logica su cui si è stabilizzato il mondo non poteva fare concessioni. L'Occidente approfittò dei fatti d'Ungheria per effettuare senza conseguenze l'operazione Suez, l'Urss approfittò di Suez per togliersi la difficoltà dell'Ungheria. Troveranno presto un accordo. L'infinita potenza dell'Onu si regge sui colossali pilastri della sua deliberata impotenza. Essa è la casa della ragion di Stato, dell'imperialismo materiale e mentale per chiunque vi appartenga; supremo, vuoto, mostruoso Stato prussiano del secolo ventesimo. Così il socialismo è rimasto fuori dei fatti d'Ungheria”. In effetti, almeno in parte, fu forse così nei confronti dell'insurrezione, pagina generosa e dolorosa che appartiene alla storia europea contemporanea, ma niente, non solo a sinistra, dopo Budapest rimase come prima.