Andrea Casadio
Oleg V. Chlevnjuk
Storia del Gulag. Dalla collettivizzazione al Grande terrore
Torino, Einaudi, 2006
Da quando, nel 1991, il crollo dell'Urss ha reso possibile l'accesso ad archivi prima inaccessibili, la storiografia sul Novecento russo-sovietico ha conosciuto una nuova primavera. Nella messe di studi che ha investito in parte anche il panorama italiano (peraltro sempre troppo provinciale quando si tratta delle vicende dell'Europa ex comunista), un posto di primo piano va senza dubbio attribuito alla Storia del Gulag , opera del cinquantenne Oleg. V. Chlevnjuk con prefazione di Robert Conquest, appena uscita presso Einaudi.
Pubblicato inizialmente nella collana ?Annals of Communism? della Yale University, il volume è in parte un'opera di sintesi dell'ormai corposo numero di pubblicazioni sull'argomento, ma anche un nuovo tassello nella comprensione di un fenomeno che in buona parte resta ancora incompreso in tutte le sue implicazioni e complessità. Se, infatti, il tema è stato ampiamente scandagliato sul piano della memorialistica ? a partire dalle prime testimonianze del secondo dopoguerra e dalle opere di Sol?enicyn ? lo studio di Chlevnjuk, ricercatore presso l'Archivio di Stato della Federazione russa, si basa in gran parte su documenti inediti provenienti per l'appunto dagli archivi dei dicasteri del governo sovietico. Quella che ne risulta è dunque una storia, per così dire, ?istituzionale? del fenomeno concentrazionario stalinista, che parte dalla collettivizzazione forzata del 1929-30 per giungere allo scoppio della seconda guerra mondiale nel 1941.
In effetti, un parziale limite della ricerca, peraltro programmatico, è senza dubbio quello di essere cronologicamente limitata alla ?fase acuta? del fenomeno, con il rischio di perdere la connessione con la ?lunga durata? di ciò che era venuto prima (l'esordio già in epoca leninista) e con i successivi sviluppi bellici e post-bellici. All'interno degli estremi cronologici considerati, tuttavia, le fasi attraverso cui si sviluppò il fenomeno del gulag e della particolare economia ad esso legata risultano efficacemente illuminate dal peculiare sguardo ?dall'interno? fornito dalle fonti prese in esame dall'autore. Come abbiamo anticipato, il punto di partenza coincise con la drammatica svolta politica che nel 1929-30 pose la parola fine alla Nep (la Nuova politica economica, ripiegamento tattico escogitato da Lenin nel 1921 dopo i disastri del ?comunismo di guerra?) con la ripresa in grande stile del progetto ideologico di ricostruzione della società secondo i dettami marxisti. Da qui la ?collettivizzazione forzata? delle terre, la lotta contro i kulaki e il complessivo giro di vite nei confronti dei settori sociali e delle minoranze nazionali potenzialmente ostili al potere sovietico; da qui le deportazioni di massa, la creazione delle colonie e dei lager e l'istituzione di una ?economia parallela? basata sullo sfruttamento della forza lavoro così ottenuta, e utilizzata soprattutto nella realizzazione di opere pubbliche di dimensioni colossali nonché, spesso, di dubbia utilità concreta.
Fu appunto nel 1930 che venne costituita la Glavnoe upravlenie lagerej (Direzione centrale dei lager), all'origine dell'acronimo Gulag che tutti conoscono, e che dieci anni dopo non era in effetti che una delle diverse articolazioni di un complesso penitenziario in rapida espansione, che andava dalle colonie di insediamento forzato per i deportati (ex kulaki e le loro famiglie , minoranze nazionali, ecc.) ai veri e propri lager. Dopo la caotica fase degli esordi, appesantita negli imponenti costi umani dall'incrociarsi con la carestia del 1933 (peraltro a sua volta causata dalla stessa politica della collettivizzazione forzata, e che nel complesso del paese provocò all'incirca 6 milioni di morti), e dopo l'assestamento e il relativo ?liberalismo? di metà decennio, l'universo concentrazionario conobbe una nuova esplosione con il ?Grande terrore? del 1937-38. Sotto il diretto impulso di Stalin e del Politbjuro, e con alacre artefice il commissario degli Affari interni Nikolaj I. E?ov, l'immensa epurazione di massa che quel tragico biennio significò per la società sovietica giunse persino a mettere in difficoltà le capacità di ?smaltimento? del sistema. La fine della fase esplosiva del Terrore, che volle come emblematica vittima sacrificale il suo stesso grande protagonista, arrestato e poi fucilato, non significò però un allentamento della repressione. Anche se la crescita esponenziale del numero degli arresti e delle fucilazioni del 1937-38 si interruppe, sotto la guida di Lavrenti Berija il sistema acquisì una spietata efficienza che sarebbe poi stata messa alla prova nel 1940-41, quando sarebbe toccato alle popolazioni dei territori di nuova conquista (baltici, polacchi, moldavi) subirne loro malgrado la diretta esperienza.
Tutte queste vicende sono ricostruite dall'autore con una particolare attenzione agli aspetti giuridici (le diverse categorie di detenuti e deportati) e amministrativi, al ruolo dei diversi organi di governo sovietici, alla ricaduta nel sistema economico del paese e anche negli equilibri fra le istituzioni (ad esempio con i contrasti fra potere esecutivo e giudiziario). Ma per il lettore odierno quello che più colpisce è il contrasto fra la freddezza burocratica dei testi riportati e la tragicità della realtà che ad essi era sottesa. Una realtà che a volte emerge palesemente nei pur asettici resoconti di dirigenti politici o di oscuri burocrati per i quali il funzionamento di un lager era la normale routine quotidiana. Più spesso va però ricercata oltre la semplice e cruda serie dei numeri e dei dati statistici dei deportati e delle vittime. Numeri che ci dicono che nel 1941, nelle diverse articolazioni del Gulag, si trovavano circa quattro milioni di persone, mentre altri due milioni scontavano pene correzionali. Dal 1930 al 1941 si calcola che circa venti milioni di persone furono condannate, mentre circa tre milioni furono deportate negli insediamenti speciali; oltre un milione le vittime accertate sulla base delle statistiche ufficiali, in realtà largamente sottostimate, e alle quali vanno aggiunte le almeno 700.000 fucilazioni di massa del Grande terrore. In effetti, calcolare il numero delle vittime, conclude l'autore, ?è praticamente impossibile?. Numeri da cui è facile comprendere il contraccolpo che il Gulag comportò sul piano economico e morale nella società sovietica: quando l'Olocausto era ancora di là da venire, l'altra grande pagina di storia del tragico Novecento europeo aveva già mietuto l'enorme messe del suo tragico raccolto di sangue.