Francesca Somenzari
La lunga odissea tedesca di fine guerraAlla fine degli anni Quaranta nasce in Germania una letteratura che inizia piano piano a confrontarsi con il triste panorama di distruzione e miseria lasciato in eredità dalla Seconda Guerra Mondiale.
I primi due decenni – anni Cinquanta/Sessanta – sono caratterizzati da una fase di ricostruzione del passato, attraverso diari e raccolte di memorie. Il ricordo è forte, scolpito nella mente: il libro è perciò il mezzo di trasposizione e di trasmissione per coloro che hanno vissuto da vicino questa realtà. Ich sah Königsberg sterben di Hans Deichelmann (Aquisgrana, s.e., 1949) e Striegau. Schicksal einer schlesischen Stadt di Erich Martin-Bosdorf Bojanowski (s.c., 1951) si concentrano sulla distruzione delle città, operata dai raid aerei e iniziata nel 1943.
10 Jahre nach der Vertreibung. Äusserungen des In- und Auslandes und eine Zeittafel 1945-1955 (Bonn: Bundesministerium für Vertriebene, Flüchtlinge und Kriegsgeschädigte, 1956), Die Flucht, Ostpreussen 1944-45 di Günter Edgar Lass (Friedberg, Podzun-Pallas-Verlag, 1964), Die Vertreibung – Sudentenland 1945/1946. Nach Dokumenten, Erlebnis- und Kreisberichten a cura di Emil Franzel (Bad Nauheim: Podzun-Verlag, 1967) si dedicano invece al tema della fuga dai territori insidiati dall'avanzata sovietica (fuga che inizia a partire dalla fine del 1944 e s'intensifica all'inizio del 1945), e a quello dell'espulsione delle comunità tedesche dalle terre della Germania nord e centro-orientale.
A partire dagli anni Settanta interviene una sorta di cesura all'interno di questa letteratura storica: dalla fase della ricostruzione si passa piano piano a quella della rielaborazione e della riflessione. I lavori e le ricerche degli anni Settanta, Ottanta e Novanta interessano principalmente gli storici tedeschi, mentre tra la fine degli anni Novanta e l'inizio del nuovo secolo c'è un'emancipazione della tematica dal suo ambito propriamente nazionale. In Italia compaiono le prime edizioni tradotte di queste opere, che incuriosiscono in un primo momento solo ristrettissime fasce di studiosi.
Die Hölle von Lamsdorf di Heinz Esser (Münster, s.e., 1971) e Verbrechen an Deutschen. Die Opfer im Osten , a cura di Wilfried Ahrens (Huglfing: Verlag für Öffentlichkeitsarbeit in Wirtschaft und Politik, 1975) sottolineano entrambi la crudeltà degli Alleati, che sembrano mettere in atto una politica di vendetta, seminando morte e panico tra la popolazione civile.
Die Grosse Flucht di Jürgen Thorwald (Stoccarda, Droemersche Verlaganstalt, 1979), Die Flüchtlinge. Die Vertreibung der Deutschen im Osten di Günter Böddeker (Monaco, Herbig Verlag, 1980), Flucht und Vertreibung. Deutschland zwischen 1944 und 1947 di Gerhard Frank-Richter Grube (Amburgo, Hoffman und Campe, 1980), Die Anglo-Amerikaner und die Vertreibung der Deutschen di Alfred Zayas (Monaco, dtv, 1980), Die Vertreibung der Deutschen : Geschichte, Hintergründe, Bewertungen di Alfred Schickel (Asendorf : Mut-Verlag, 1985) e Die Vertreibung der Deutschen – unbewältigte Vergangenheit Europas di Heinz Nawratil (Bonn : Bund der Vertriebenen, 1991) ripropongono nuovamente il tema dell'espulsione dall'Est. Flucht (fuga) e Vertreibung (espulsione) sono le due parole- chiave (contenute anche nel titolo) delle ultime opere citate.
Negli anni Novanta emerge l'esigenza della commemorazione delle vittime tedesche a distanza di un cinquantennio dalla fine della guerra. 50 Jahre Vertreibung di Rolf-Josef Eibicht (Tübingen: Hohenrain-Verl., 1995) e Die Wahrnehmung von Flucht und Vertreibung in der deutschen Nachkriegsgeschichte bis heute di Hans-Werner (Rautenberg, 1997) sono le due opere-simbolo di questa fase.
Die Flucht a cura di Stephan Burgdorff (Stuttgart ; München : Dt. Verl.-Anst., 2002) e Die Vertreibung der Deutschen aus dem Osten in der Erinnerungskultur a cura di Jörg-Dieter Gauger (Sankt Augustin: Konrad-Adenauer-Stiftung, 2004) sono lavori che nascono da incontri seminariali, che vedono, come principali promotori, istituti fondati dai parenti delle stesse vittime.
Emergono tre grandi nodi tematici: la distruzione delle maggiori città tedesche, lo sfollamento frettoloso e di conseguenza la fuga e le espulsioni di milioni di tedeschi dalle loro terre d'origine. Sono questi gli aspetti caratteristici della fine della guerra e dell'immediato dopoguerra. È una storia di migrazioni di massa verso la Germania Ovest, per sfuggire quasi sempre all'avanzata dell'Armata rossa. La traversata della laguna ghiacciata e l'affondamento della Gustloff nel gennaio 1945 sono i ricordi più tristi e ricorrenti della memoria collettiva tedesca. A questi due avvenimenti si legano infatti per milioni e milioni di tedeschi la perdita di molti dei propri cari in mezzo ai ghiacci del mar Baltico.
Gli esodi e le espulsioni coinvolgono 16.500.000 tedeschi, un numero corrispondente all'incirca agli abitanti di Norvegia, Svezia e Finlandia messi assieme. Di questi, 2.409.000 soccombono per stenti, maltrattamenti, deportazioni, esecuzioni capitali. Tra i vivi, 10.326.000 trovano rifugio nella Repubblica Federale, 3.324.000 nella Repubblica Democratica, il resto in Austria. Miseria e fame, ricoveri di fortuna, estraneità all'ambiente, diffidenza, spesso ostilità, sofferenza per i vecchi legami affettivi persi e nostalgia per la propria terra segnano le tappe del loro inserimento (Marco Picone Chiodo, … E malediranno l'ora in cui partorirono. L'odissea tedesca fra il 1944 e il 1949 , Milano, Mursia 1987).
Oggi il tema della sofferenza tedesca è diventato argomento di dibattito e di interesse tra gli storici europei, che riscoprono, dopo tanti anni, una pagina di storia perlopiù dimenticata e censurata.
Di recente l'opera di Guido Knopp è tradotta e pubblicata in Italia. Storico e giornalista di chiara fama in Germania, dedica il suo ultimo lavoro ai Tedeschi in fuga (Milano, Corbaccio, 2004). Knopp sottolinea l'importanza di dare voce ai ricordi di coloro che hanno vissuto da vicino la fine del Terzo Reich e quindi l'odissea di una fuga veloce e insidiosissima “finché c'è ancora tempo”. Questi racconti, infatti, devono essere ascoltati e raccolti in quanto fanno parte più che mai di un'unità europea che sta crescendo e sviluppando lentamente. “Ripensare con tristezza a coloro che morirono lungo le strade gelate della Prussia Orientale o che affondarono con le loro imbarcazioni nel mar Baltico, ricordare coloro che furono deportati in Siberia… e i tanti che si spensero durante l'esodo forzato non ha niente a che vedere con il revisionismo, la relativizzazione o addirittura con la compensazione…L'Europa che sta crescendo non può e non deve permettersi di rimuovere e dimenticare le ombre buie del passato senza adeguatamente elaborarle. Le colpe non si compensano, questo è vero, ma vanno apertamente discusse. Perché la conciliazione ha bisogno soprattutto di franchezza” (p. 7).
Alla fine di una guerra voluta dalla Germania e che i tedeschi hanno condotto aggressivamente, milioni di donne, di bambini e di vecchi tedeschi ne divengono a loro volta le vittime. Particolarmente tragico è il destino dei bimbi rimasti orfani di entrambi i genitori: a migliaia si dirigono dalla Prussia Orientale verso la Lituania, dove cercano di sopravvivere come vagabondi. Sono i “figli dei lupi”, perché come i lupi vivono nei boschi. Disimparano il tedesco e apprendono qualche parola di lituano o di russo per tentare di farsi capire. Molti di loro sono ancora oggi alla ricerca dei loro famigliari, per riuscire a rispondere a quelle domande che li assillano da sempre: “Da dove vengo? Chi sono?”. Sono i bambini persi del ventesimo secolo.
Ma l'immediato dopoguerra è anche, inequivocabilmente, “l'ora delle donne”. Coloro che sopravvivono, infatti, devono poi sopportare il peso della fuga o della cacciata dalle loro terre d'origine. Sono sole, senza i loro padri, mariti, fratelli, che in genere sono dispersi, prigionieri, caduti. In questo momento drammatico della storia tedesca, esse hanno il compito di tenere unito il più possibile il loro nucleo familiare ancora in vita.
Il lavoro di Jörg Friedrich, La Germania bombardata. La popolazione tedesca sotto gli attacchi alleati 1940-45 (Milano, Mondadori, 2004), si presenta come opera voluminosa e di stampo per lo più descrittivo.
Insieme al racconto delle sofferenze della popolazione civile sotto gli attacchi aerei, Friedrich ripercorre parallelamente le fasi della reazione alleata che cerca di porre un freno alla vittoria hitleriana. In questa ricostruzione obiettiva ed efficace, la tecnologia e la scienza assumono un ruolo fondamentale. La Gran Bretagna e gli Stati Uniti infatti mobilitano i migliori tecnici e scienziati al servizio di una guerra che vuole colpire al cuore del sistema tedesco e che ha come scopo finale l'implosione stessa della Germania. L'incendio delle maggiori città tedesche attraverso il bombardamento è, nella visione degli Alleati, la strategia più adatta a mettere in ginocchio la popolazione e la macchina bellica.
Anche il libro di memorie di Hans Erich Nossack, La fine. Amburgo, 1943 (Bologna, Il Mulino, 2005), s'inserisce in questo filone. Nel luglio del 1943, Amburgo viene rasa al suolo dalla Royal Air Force e dal Bomber Command. Gli attacchi aerei sulla città durano quattro notti e quattro giorni. Il numero delle vittime compiuto dai raid di 1.800 bombardieri oscilla tra le 60.000 e le 100.000. A questo tragico bilancio, si aggiungono migliaia di sfollati che sono riusciti a fuggire dalle loro case in fiamme. La tempesta di fuoco li ha sorpresi nel cuore della notte e li ha costretti ad abbandonare tutto per mettere in salvo almeno la vita. Si riversano sulle strade senza portare nulla con sé: non hanno né vestiti, né denaro, né oggetti di valore. Si ritrovano d'un tratto nullatenenti e senza fissa dimora. L'autore dell'opera è uno di coloro che, come tantissimi, ha perso tutto dall'oggi al domani e che all'improvviso deve reinventarsi da capo un'esistenza, un lavoro, un'identità.
I bollettini ufficiali del Reich tendono a sminuire l'accaduto e a ridurre considerevolmente il numero dei morti, ma in realtà il problema degli sfollati è un problema di difficile gestione anche per le stesse autorità.
Ma qual è l'obiettivo degli Alleati in questa guerra totale, che non ha rispetto nemmeno per i civili? Su Amburgo, insieme alle bombe, cadono anche “montagne” di volantini che annunciano, con numeri e statistiche alla mano, la sconfitta pressoché imminente della Germania. La speranza degli Alleati è che i tedeschi si oppongano al regime e lo rovescino, per arrivare il prima possibile alla firma di un trattato di pace. A differenza dell'Italia di Mussolini, però, la Germania del Führer ha una presa e un controllo strettissimi sulla società.
A distanza di sessant'anni dalla fine della guerra, rimane il problema del lungo silenzio storiografico da parte degli ex-Alleati, che non hanno facilitato l'emergere di queste tematiche per la loro delicatezza e scomodità.
D'ora in avanti s'impone quindi la necessità di una reale svolta scientifica in senso tematico e metodico.