N. 11 - Giugno 2006


ISSN 1720-190X





Luca Gorgolini

Giovanni Orsina, Gaetano Quagliariello (a cura)
La crisi del sistema politico italiano e il Sessantotto
Catanzaro, Rubbettino, 2005


Che cosa è in grado di dirci l'emergere del movimento studentesco sulla capacità della politica italiana di rappresentare una società in profondo e rapido mutamento? In che modo, e soprattutto in quale rapporto strutturale e ideologico con la vita pubblica istituzionale, la contestazione viene montando a partire almeno dalla metà degli anni Sessanta? La politica “ufficiale” se ne rende conto? Tenta almeno di giocare, e come, questa partita?

Interrogativi ai quali Giovanni Orsina e Gaetano Quagliariello hanno dato una risposta analizzando e rielaborando il contenuto di 41 interviste a protagonisti della vita politica giovanile e universitaria degli anni Sessanta. Un ricerca la loro, che come viene esplicitato nell'introduzione che anticipa la trascrizione delle testimonianze, non concentra l'attenzione sul “soggetto sfidante”, il movimento studentesco, bensì sull'”oggetto sfidato”, il sistema politico nazionale. Uno studio dunque che, apparentemente, non punta ad ingrossare le fila della storiografia che si è occupata, seguendo differenti linee di indagine (“fratturisti” e “continuisti”), dell'”evento Sessantotto”, quanto piuttosto a comprendere in che modo il sistema politico italiano, i partiti, reagirono all'emergere della sfida costituita dalla contestazione studentesca; in che modo, si potrebbe aggiungere, a proposito di una dinamica conflittuale che seguì una discriminante di tipo generazionale, i padri affrontarono la rivolta dei figli.

Eppure, nonostante questa premessa, è proprio in relazione alle precedenti interpretazioni sul '68, in special modo sulle sue origini, le premesse politiche dalle quali mosse la contestazione, che l'analisi interpretativa proposta da Orsina e Quagliariello presenta elementi di forte novità rispetto al quadro storiografico precedente. Superando il binomio costituito dal radicalismo del mondo giovanile e dall'incapacità del sistema politico di “comprendere” le trasformazioni in atto nella società, individuato spesso come “causa” o “premessa” del '68, la loro interpretazione poggia su un elemento ulteriore: le origini del movimento studentesco, non vanno ricercate solo nell'inadeguatezza del sistema politico repubblicano, così come questo si era costituito e rafforzato nel corso del dopoguerra, ma nel suo cuore ideologico, nell'anima radicale che esso assume fin dalle sue origini, nella lotta di liberazione e nella costituente, e il riemergere di quell'anima all'indomani della fine del centrismo, in concomitanza dell'affermazione del centro sinistra; “un'anima radicale, peraltro, che nella vicenda delle associazioni e rappresentanze universitarie appare particolarmente robusta – e perciò particolarmente “tradita” nei tardi anni Cinquanta e Sessanta, e particolarmente rivendicata nel 1968” .

Il “radicalismo sistemico” presente nel dna della Repubblica, fu utilizzato dagli studenti per mettere in stato d'accusa “il sistema”, gli adulti. L'idea, diffusa in buona parte dell'opinione pubblica di quegli anni, che la società di allora era ben lontana dall'essere ispirata ai valori della Resistenza, finì con il far emergere una sorta di complesso di colpa che pervase parte della classe dirigente. In questo senso, “fra contestazione e sistema politico, dunque, vi fu per certi versi un eccesso non di divergenza, ma di convergenza”. Da intendersi sul piano valoriale e ideologico, tale convergenza finì con il determinare un atteggiamento troppo “morbido” da parte delle istituzioni che non si opposero adeguatamente alla propria delegittimazione ma che per molti versi l'agevolarono. Un atteggiamento che non va ricondotto solo alla messa in opera di una “strategia inclusiva” che mirava a salvaguardare l'ordine pubblico, ma che piuttosto rifletteva la convinzione, espressa ufficialmente da autorevoli personalità dell' establishment politico, secondo cui “molte delle istanze culturali di quella stagione appartenessero al corredo cromosomico della Repubblica e, per questo, dovessero essere recuperate, magari in dosi omeopatiche anziché attraverso la cura radicale proposta dagli studenti”. Così in Italia mancò nell'immediato una reazione sullo stile di quella che De Gaulle presentò in Francia; tale deficienza ebbe come “conseguenza non prevedibile” il prolungamento del '68 fino a quasi tutti gli anni Settanta.

Un prolungamento che fu il risultato dell'incontro fra la strategia inclusiva proveniente dal sistema, che puntava a recuperare i tratti valoriali del movimento disgiungendoli da loro radicalismo formale, e la proposta della parte più transigente del movimento, che tentava di salvare la prospettiva della rivoluzione separandola da quella della insurrezione violenta ed immediata. A ben guardare inoltre, alla difficoltà dei partiti di dare risposte alle urgenze denunciate dal movimento, faceva da contro altare la natura originariamente e intrinsecamente non negoziabile delle richieste del movimento studentesco. L'esplosione di quest'ultimo finì così con il provocare una sorta di ”gelata” del processo riformistico che, sebbene in modo inadeguato, si era messo in atto nel corso del decennio a partire dal varo dei governi di centro sinistra. I problemi connessi all'irrigidimento dei partiti e al loro distacco dalla società civile non vennero o non poterono essere affrontati dai giovani della contestazione: “non per caso, – concludono gli autori – passato qualche anno, la contestazione studentesca che non scivolò lungo derive minoritarie, esterne al sistema politico e marginali alla legalità repubblicana, o anche del tutto illegali, finì per ritirarsi sotto l'egida delle forze politiche “adulte”, e in particolare del Pci”.




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Autore Gorgolini Luca
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