Enrico Landoni
Silvio Pons, Berlinguer e la fine del comunismo , Einaudi, 2006
Francesco Barbagallo, Enrico Berlinguer, Carrocci, 2006 La figura di Enrico Berlinguer appare ancora oggi circondata da un alone mitico, enfatizzato tanto dagli estimatori quanto dai suoi detrattori. Il successore di Longo alla segreteria del PCI continua infatti ad essere oggetto di studi, ma anche di polemiche e testimonianze personali, che risentono ancora troppo degli echi del dibattito politico degli anni Settanta e Ottanta e della contrapposizione radicale tra socialisti e comunisti.
La drammatica e complessa figura del terzultimo segretario del PCI non è, però, riducibile a giudizi semplicistici, superficiali ed onnicomprensivi.
Silvio Pons vuole andare oltre la ristretta dimensione nazionale dell'operato del predecessore di Natta e propone infatti una rigorosa e puntuale ricostruzione della sua politica internazionale, considerata il pilastro portante dell'intera strategia berlingueriana.
L'autore, proprio attraverso l'attenta disamina delle relazioni intrattenute dai vertici del PCI con l'establishment delle democrazie popolari ed i leader dei partiti comunisti e socialdemocratici dell'Europa occidentale, giunge ad affermare che Enrico Berlinguer assicurò al comunismo italiano una risonanza mondiale mai avuta in passato. Egli fu in grado di comprendere tutti i drammatici limiti del sistema sovietico, pur non riuscendo a trarne le debite conseguenze ideologiche e politiche.
Tra il 1968 ed il 1984, Berlinguer credette in maniera illusoria alla possibilità di riformare dall'alto il socialismo reale, che era ormai entrato nella sua fase conclusiva. Egli pensò che il comunismo avesse ancora a disposizione delle potenzialità ideali inespresse e stabilì un'impossibile equivalenza tra la crisi irreversibile del modello sovietico e l'impasse congiunturale delle socialdemocrazie occidentali.
Pons arriva dunque a sostenere che l'intera politica internazionale del segretario del PCI fu caratterizzata da questo grande equivoco: l'aver intuito la necessità di un progressivo inserimento del comunismo italiano nella grande famiglia della sinistra occidentale ed il non aver provveduto, però, a disancorarlo in maniera definitiva da Mosca.
Insistendo sull'importanza della politica della distensione, tra il 1971 ed il 1972 Berlinguer propose il superamento della rigida divisione bipolare del mondo, scelse di accantonare in via permanente la questione dell'uscita dell'Italia dal Patto Atlantico ed appoggiò la Ostpolitik di Willy Brandt. Ciononostante, egli continuò a considerare l'Unione Sovietica un fattore di stabilità nelle relazioni internazionali ed un valido presidio nei confronti dell'aggressivo imperialismo degli Stati Uniti d'America.
Grande merito di Berlinguer fu quello di aver convertito il comunismo italiano all'europeismo, cercando così di valorizzare il ruolo strategico dell'Europa unita, in un'ottica terzaforzista. Il PCI, d'altro canto, restò fino al 1979 l'unico partito comunista del blocco occidentale ad avere una rappresentanza permanente al Parlamento Europeo. E' assai significativo che uno dei padri fondatori del federalismo europeo, Altiero Spinelli, condividendo la strategia europeistica di Berlinguer, abbia deciso di candidarsi tra le file del PCI, in occasione della prima storica elezione diretta e a suffragio universale del Parlamento Europeo.
Sebbene tra il PCI e le socialdemocrazie europee, proprio in tema di Europa, pace e sviluppo si fossero delineati significativi punti di contatto, il segretario comunista non accettò mai però di intraprendere con esse delle stabili relazioni politiche e programmatiche, rivendicando la diversità e la superiorità ideologica del comunismo internazionale. A suo giudizio infatti, i comunisti dell'Europa occidentale, prima di allacciare qualsivoglia rapporto di collaborazione con i partiti della sinistra democratica e borghese, avrebbero dovuto cercare di raggiungere un accordo complessivo tra di loro, evitando pericolose contaminazioni dottrinarie.
Per questa ragione, a metà degli anni Settanta, Berlinguer decise di lanciare la strategia dell'eurocomunismo, insieme a Marchais e Carrillo, salvo doverne constatare di lì a breve il tragico fallimento, a causa della profonda divergenza di analisi e prospettive programmatiche emersa soprattutto tra PCI e PCF. Questo partito infatti non accettò mai di mettere in rilievo l'esigenza di una maggiore autonomia del comunismo occidentale dal modello-guida del socialismo sovietico.
Furono equivoche le posizioni assunte dal PCI anche sul tema del dissenso, all'interno dei Paesi del Patto di Varsavia. Berlinguer infatti si limitò a condannare gli aspetti degenerativi della repressione poliziesca e giudiziaria della libertà di pensiero ed espressione, senza esprimere una critica generale e radicale nei confronti della sistematica negazione di questi diritti fondamentali dell'uomo.
Il PCI scelse quindi di non fornire un aiuto diretto alle vittime del socialismo reale, alcune delle quali però trovarono nel PSI un valido sostegno.
I socialisti italiani infatti accolsero l'esule cecoslovacco, Jiri Pelikan, candidandolo anche al Parlamento Europeo, espressero ufficialmente la loro solidarietà a Sacharov e garantirono al polacco Lech Walesa un appoggio concreto e significativo. Essi inoltre sostennero Carlo Ripa di Meana nell'organizzazione della Biennale del dissenso, da cui il PCI prese le distanze in maniera assai polemica.
Quando la crisi degli euromissili pose fine alla stagione della distensione, Berlinguer, sebbene il PCI avesse espresso il proprio iniziale apprezzamento nei confronti delle analisi formulate a questo riguardo dalla SPD e dalle socialdemocrazie scandinave, decise di schierarsi nettamente al fianco dell'URSS, imputando agli USA tutte le responsabilità per la ripresa delle ostilità tra le due potenze mondiali.
I comunisti italiani tuttavia espressero dei giudizi molto duri nei confronti della condotta tenuta dal PCUS, rispetto alla questione polacca. Il segretario del PCI criticò direttamente Mosca, per aver concentrato nella mani del generale Jaruzelski le principali cariche istituzionali e politiche ed aver provveduto quindi alla rimozione dalla guida del partito di Kania, l'unico dirigente che, a suo avviso, sarebbe stato in grado di riformare il socialismo polacco.
Berlinguer aveva tutti gli elementi per prendere coscienza per tempo delle contraddizioni insite negli illusori progetti di riforma del comunismo mondiale. Sapeva infatti che nel 1968 era iniziata la parabola discendente del socialismo reale e che alla fine degli anni Settanta era emersa con evidenza la forza di un movimento anticomunista di massa, che in Polonia soprattutto fu in grado di mostrare la vanità di tutti i progetti di riforma promossi dalle classi dirigenti delle cosiddette democrazie popolari e fornì il modello di un cambiamento dal basso, che avrebbe caratterizzato le rivoluzioni di velluto del triennio 1989-1991, come sostenuto da Charles Maier. 1
Il successore di Longo, tra il 1979 ed il 1980, ebbe in effetti il coraggio di criticare assai duramente la scelta di invadere l'Afghanistan, assunta dal PCUS che, secondo quanto affermano Valerio Riva e Gianni Cervetti, il 16 gennaio 1980 decise ufficialmente di interrompere il finanziamento diretto al PCI. 2 Facendo seguito proprio a questo fondamentale provvedimento, che rappresentò una vera e propria cesura nella storia del PCI, Berlinguer avrebbe potuto quindi prendere le distanze in maniera definitiva ed irreversibile da Mosca, ma ai valori dell'occidente capitalista egli continuò a preferire la diversità della società sovietica.
Anziché sancire dunque il suo definitivo allontanamento dall'URSS, Berlinguer confermò di voler mantenere in vita a tutti i costi il socialismo sovietico, confidando sulla possibilità di una sua trasformazione dall'alto. Per questa ragione, egli scelse di non coltivare mai alcun rapporto diretto con il dissenso interno ai regimi comunisti.
Quando però il fallimento della perestrojka di Gorbaciov rappresentò la prova finale e più evidente del carattere illusorio di ogni aspettativa di riforma del socialismo sovietico, quest'ultima disperata ricerca del socialismo dal volto umano si rivelò un punto di non ritorno ed un fattore di destabilizzazione per tutte le democrazie popolari.
Il comunismo riformatore del segretario del PCI, che rappresentò senza dubbio una netta presa di distanza dallo stalinismo e dal socialismo sovietico, finì col coincidere in realtà con una difesa disperata dell'ideologia e dell'identità comunista, di cui la crisi della società fordista era giunta nel frattempo a decretare la fine.
Berlinguer non fu in grado di cogliere la drammatica portata di questo passaggio storico e lasciò dunque in eredità una strategia politica debole, caratteristica fondamentale di un post-comunismo che avrebbe anteposto la propria visione etica ed utopistica alle sfide concrete della nuova società della globalizzazione.
La ricostruzione proposta da Silvio Pons appare dunque lucida e quasi sempre convincente, ma finisce per confermare, almeno in parte, proprio le ragioni dei rigidi oppositori di Berlinguer, dai quali l'autore, nell'introduzione, dichiara di voler prendere le distanze, per giungere a delle valutazioni più serene.
La scelta di incentrare l'intero volume sulla politica estera di Berlinguer risulta alla fine senza dubbio meritoria, poiché ha contribuito ad alimentare un filone storiografico finora piuttosto arido. Essa tuttavia ha condotto Pons ad isolare eccessivamente il segretario del PCI dal contesto politico nazionale, di cui invece egli fu un protagonista fondamentale, anche in funzione delle violente polemiche con i socialisti, che l'autore non prende affatto in considerazione.
Contemporaneamente al libro di Pons, è uscito un interessante volume di Francesco Barbagallo, ( Enrico Berlinguer , Carocci, Roma, 2006), che tratta proprio dell'attività svolta dal segretario del PCI all'interno del contesto politico nazionale e dell'accesa dialettica tra comunisti e socialisti.
Questo libro ponderoso è una vera e propria biografia politica di Berlinguer, di cui vengono ricostruite tutte le tappe, dal 1943, anno del suo esordio alla guida della Gioventù Comunista di Sassari, alle elezioni europee del 1984, alla vigilia delle quali egli morì.
Barbagallo presenta una ricostruzione rigorosa e lucida del vivace dibattito politico che, a dispetto del centralismo democratico, caratterizzò il PCI soprattutto fino al 1972, e mette bene in evidenza il travaglio ideologico, forse troppo poco studiato, che il partito di Togliatti e Longo dovette affrontare di fronte alla nascita del centro-sinistra.
Dopo aver descritto con puntiglio e precisione l'operazione politica che condusse Berlinguer alla guida del PCI, l'autore sembra perdere improvvisamente lucidità ed obiettività nella narrazione, finendo per proporre una scolastica ricostruzione dei principali eventi della storia politica italiana, la cui caratteristica fondamentale risulta essere lo scontro PCI-PSI.
In quest'ottica, Barbagallo si abbandona a delle accuse violente e radicali all'indirizzo del PSI e di Bettino Craxi, che viene descritto nei panni del feroce antagonista di Berlinguer e dell'intera classe lavoratrice, in virtù della politica economica perseguita dai suoi governi; egli è presentato inoltre come l'uomo politico italiano più subalterno agli USA, a causa dei suoi continui abboccamenti con l'ambasciatore americano a Roma, Richard Gardner.
Secondo Barbagallo, il duello finale tra Craxi e Berlinguer è stato vinto senza dubbio dal segretario del PCI, poiché questi, proprio appena prima di morire, è stato in grado di condurre i comunisti allo storico sorpasso ai danni della DC, mentre il leader socialista non è riuscito a trasformare il PSI nel partito-guida della sinistra italiana.
Se per Silvio Pons Berlinguer non fu capace né di elaborare una convincente strategia politica nazionale né di disancorare definitivamente il comunismo italiano da Mosca, ad avviso di Barbagallo, il segretario del PCI non solo comprese perfettamente le caratteristiche fondamentali del nostro Paese ma giunse anche a proporre un paradigma etico-politico del tutto diverso dal socialismo reale e migliore rispetto alla proposta politica delle socialdemocrazie europee.
Quest'ultimo giudizio non appare convincente, anche perché sembra ispirato più dalla personale sensibilità politica che non da una rigorosa ricostruzione storiografica.
E' forse auspicabile dunque che i prossimi studi riguardanti la complessa ed articolata figura di Enrico Berlinguer si ispirino più al rigore scientifico di Pons che non alla passione militante di Barbagallo, che si manifesta pienamente in questo finale, che lascia francamente perplessi: “La linea del PCI l'ha dettata Enrico Berlinguer. Craxi è stato sconfitto, duramente; ma è vivo. Berlinguer ha vinto, ma è morto. Per la seconda volta, in pochi anni, la storia d'Italia cambia per la morte di un uomo: Moro prima, Berlinguer poi. Non possiamo sapere come sarebbe andata la storia d'Italia se fossero rimasti vivi, sappiamo come è andata dopo la loro morte” (p. 471).
Enrico Landoni