Cinzia Venturoli
La storiografia e le stragi nell'Italia repubblicana: un tentativo di bilancio
Tentare di tracciare un bilancio dei lavori storiografici che hanno come tema le stragi avvenute in Italia in età repubblicana e il terrorismo di estrema destra implica analizzare un insieme di opere certamente disomogeneo e, a volte, contraddittorio al suo interno. É innegabile che il lavoro storico in questo campo sia condizionato da numerosi problemi e difficoltà, primo fra tutti quello delle fonti. Un tema fondamentale questo più volte affrontato, in particolare Paola Carucci (2000) fece una approfondita analisi delle, poche, fonte disponibili e delle grandi difficoltà del reperimento di altri documenti importanti se non essenziali per l'analisi di questi avvenimenti.
Le fonti più rappresentate e utilizzate, assieme ai documenti raccolti o prodotti dalle commissioni parlamentari d'inchiesta, sono quelle giudiziarie (Tamburino 2000). Sovente, per quanto riguarda soprattutto la strage del 2 agosto 1980, sono state pubblicate le sentenze o le requisitorie per iniziativa dell'Associazione dei familiari delle vittime.
É indubbio che l'intreccio fra storia e indagini giudiziarie sia complesso e a volte inestricabile. Lo scopo del giudice è però diverso da quello dello storico, come è ben noto. Carlo Ginsburg (1991) sottolineava che compito dello storico è la ricostruzione, la contestualizzazione e la comprensione degli avvenimenti, non la condanna o la assoluzione. Inoltre, lo storico ha il diritto di scorgere un problema là dove un giudice deciderebbe un non luogo a procedere. In questo caso però è anche avvenuto che i giudici si siano trovati a dover fare il lavoro di contestualizzazione, quasi a supplire o affiancare il lavoro degli storici che, soprattutto negli anni in cui si svolgevano i primi processi era, forse anche comprensibilmente, carente. Ha messo ben in evidenza questa situazione il giudice Leonardo Grassi (2000).
Fra i primi studi in cui si analizzano in modo sistematico i temi che stanno al centro della nostra attenzione dobbiamo ricordare l'importante lavoro elaborato da Franco De Felice nel 1989 in cui l'autore cercava di mettere a punto una prima teorizzazione e proponeva una interpretazione, una contestualizzazione e una analisi delle radici degli avvenimenti. In un convegno organizzato dall'Istituto Gramsci di Roma nel ventennale della strage di piazza fontana De Felice propose una analisi sul reciproco condizionamento fra Costituzione repubblicana e sistema di alleanze internazionali, sul ruolo di compressione democratica svolto dagli apparati dello stato visibile con la procrastinazione dell'attuazione del dettato costituzionale e rallentando le riforme, fino ad arrivare alla violenza e all'illegalismo degli anni Sessanta, introducendo la categoria del doppio Stato. Questo contributo di De Felice ha profondamente segnato non solo la storiografia ma anche un pubblico decisamente più vasto degli studiosi di storia.
La rigorosa analisi espressa in quel saggio, certamente di non immediata fruizione per la complessità dei concetti e dell'argomentare, cercava quindi di mettere a fuoco i condizionamenti internazionali iscritti nello scenario della guerra fredda che si esprimevano, secondo questa interpretazione, anche in una doppia lealtà richiesta ai gruppi dirigenti europei. Franco De Felice, in modo esplicito e ripetuto, rifuggiva da qualsiasi tesi del complotto, ponendo invece sul tappeto questioni estremamente rilevanti per la comprensione di quel periodo della storia repubblicana. Il suo saggio proponeva “un approccio alla storia repubblicana verificando l'aderenza realistica e le possibilità euristiche di una categoria generale come ‘doppio Stato'” (De Felice 1989, 493).
I problemi sono sorti nell'interpretazione e nell'uso che di queste categorie è stato fatto nei momenti successivi la loro formulazione. (Pezzino 1999)
Nel saggio di De Felice possiamo ritrovare l'analisi di alcuni tempi estremamente interessanti: il rapporto fra nazionale e internazionale e gli effetti particolarmente distortivi provocati in Italia dalla “doppia lealtà” a cui si faceva riferimento, la particolare asprezza del conflitto che i politici erano chiamati a sostenere sul piano interno e la crisi di legittimità della classe dirigente. Secondo De Felice, il dilagare della violenza di quegli anni rimanda alla compresenza di contrasti non ricomponibili. Proposte di discussione, quindi, quelle che lo storico proponeva.
Successivamente venne ipotizzato da Giannuli e Cucchiarelli (1997) uno Stato duale, una struttura ben più rigida e più radicale di quella ipotizzata da De Felice.
Altri storici hanno poi ripreso questa analisi, uno fra tutti Tranfaglia (1994) che nella storia d'Italia di Einaudi pubblica, fra l'altro, un saggio intitolato proprio Un capitolo del "doppio stato”. La stagione delle stragi e dei terrorismi, 1969-84 .
Come si accennava, il lavoro di De Felice e la sua proposta delle categorie di doppio Stato e di doppia lealtà ha avuto un destino molto contrastato, è incorso in interpretazioni non sempre adeguate, sovente infatti non è stata a pieno percepita la volontà dell'autore di rifuggire da qualsiasi tipo di interpretazione complottistica della storia repubblicana e il concetto di doppio Stato è anche entrato a fare parte del linguaggio politico e giornalistico corrente, sovente banalizzato ed estremizzato. Questo atteggiamento è un altro punto fondamentale da tenere presente quando si cerchi di analizzare un periodo storico come quello preso in esame: l'uso pubblico e l'uso, o forse l'abuso, politico di questa storia. Tutta la storia e massimamente quella contemporanea, è sottoposta a questo rischio e a questo utilizzo, come è ben noto (Gallerano 1995). Ma nel caso dello stragismo e della storia di quei fatti e di quegli anni, come si può immaginare, è altissimo. Quindi alcuni politici, giornalisti, opinionisti si dilettano in modo consistente a utilizzare, banalizzare e stravolgere ed utilizzare la storia degli anni '70 e '80. É così che anche il saggio di De Felice, sobrio nelle argomentazioni, “dubbioso e aperto nelle connessioni, delicato nel discutere impostazioni e tesi lontanissime dalle sue, un saggio di riflessione” come lo definisce Francesco Biscione (2003, 29), è stato trascinato in polemiche estremamente aspre, con accenti spesso caricaturali sostenuti anche da alcuni storici che si sono in qualche modo inseriti in queste polemiche sia sui quotidiani sia in saggi, a volte banalizzando i concetti per poi stigmatizzarli. Rimando al testo di Biscione (2003, 15-41), per una analisi più completa di queste discussioni. Come è immaginabile le polemiche non sono particolarmente utili per l'analisi storiografica. La banalizzazione delle interpretazioni ha portato ad identificare nell'ipotesi del doppio Stato l'aver postulato la presenza di un complotto e quindi gli storici che hanno ripreso questa definizione sono stati bersaglio di accuse di complottismo . A volte, nel pieno del furore polemico, si negano anche fatti innegabilmente accaduti e non si ritiene possibile che esistano avvenimenti e situazioni della storia italiana ancora non conosciute o per cui ancora non abbiamo trovato chiavi di lettura e analisi convincenti, che, viste le difficoltà nella ricerca cui si faceva cenno all'inizio, pare invece quasi naturale.
É chiaro, credo, che non è possibile leggere la storia nazionale, come una lunga e organica sequenza di strategie occulte organizzate, preferibilmente, da menti straniere, cosa che ancora viene fatta, ma d'altra parte non è possibile analizzare la storia repubblicana senza indagarne anche le piste occulte, i contesti nazionali ed internazionali, le strutture politiche e di intelligence (De Lutiis 1998), mettendo in luce il ruolo che ha avuto la violenza. Molto interessante è a questo proposito un saggio che Leonardo Paggi propose in un convegno anche in questo caso organizzato dall'Istituto Gramsci di Roma nel 1998, nove anni dopo da quello precedentemente citato. Un convegno intitolato “doppia lealtà e doppio Stato nella storia repubblicana”, in cui si intendeva riprendere, sviluppare e forse sottrarre il tema alle strumentalizzazioni e alle banalizzazioni cui si è già fatto cenno. Paggi (1998) evidenziò alcuni punti di riferimento dell'intreccio violenza e democrazia, tema ripreso poi anche da Biscione (2003), cercando di capire quale scopo abbiano avuto le differenti manifestazioni di violenza a cui abbiamo assistito durante gli anni repubblicani e provando ad inserire questa analisi nel lungo periodo.
Paggi propone anche una interessante periodizzazione sottolineando come siano stati i momenti di transizione quelli in cui la violenza aumentava la sua intensità. Ne individua tre: 1947-1953 definendolo il contenimento della democrazia di massa, il 1960-1964: il contenimento del centro sinistra in cui la violenza serviva a svuotare la strategia riformista e il 1969-1978 il contenimento della politica e la crisi dei partiti. Paggi fa un annotazione preziosa: sottolinea come ogni periodo ed ogni tipo di violenza vadano colti anche nella loro specificità. Ecco infatti un altro pericolo per la storiografia: non declinare temporalmente, estendendo definizioni a periodi troppo lunghi e diversi rischiando una omogeneizzazione che falsa la comprensione.
Anche le periodizzazioni sono controverse, del resto molto lungo è il periodo di cui ci occupiamo: basti ricordare che la prima strage del periodo repubblicano è avvenuta a Portella della Ginestra nel 1947 e le ultime, escludendo quelle di matrice mafiosa, negli anni '80.
Anche le definizioni che si utilizzano, come abbiamo già più e più volte sottolineato, ci possono portare su campi scivolosi e di scarso rigore scientifico.
Una fra tutte molto rappresentativa di questo rischio è “strategia della tensione”. Questa definizione ha seguito un percorso, se così si può dire, inverso rispetto a quella del doppio Stato, è infatti nata da un giornalista che sull'Observer pochi giorni dopo la strage di Piazza Fontana affermava come in Italia fosse in atto una “strategia della tensione”. Definizione che ebbe un gran successo, fu recepita da parte dell'opinione pubblica e che ora, di nuovo, viene affermata o negata in base all'utilizzo politico che se intende farne. Il lavoro che ci può aiutare in questo senso è il saggio di Franco Ferarresi (1995), a mio avviso tuttora ineludibile per chi voglia affrontare studi sulle stragi e sul terrorismo di estrema destra. Questo sociologo nel suo testo Minacce alla democrazia, la destra radicale in Italia ci ha fornito un punto di riferimento direi essenziale. Per inciso mi pare utile sottolineare come si siano misurati su temi quali la violenza e il terrorismo molto spesso i sociologi più che gli storici. Come non ricordare, fra gli altri, l'interessante lavoro dell'Istituto Cattaneo in cui, a fianco dell'analisi del terrorismo di estrema sinistra si pubblicarono, a cavallo degli anni '90, saggi e ricerche anche su stragismo e neo-fascismo. Il volume di Ferraresi, di cui l'ultima edizione risale al 1995, ci propone ricostruzioni e analisi sui gruppi della destra neo-fascista, sulla violenza e sulle stragi. In questo stesso testo l'autore si sofferma sulla definizione di strategia della tensione affermando che la questa è accettabile solo se la si delimita in modo rigoroso, avvertendoci di non interpretarla come una teoria del complotto: non è possibile ridurre tutto ad un unico motore, troppi gli attori coinvolti, troppi gli avvenimenti, diversi i contesti storici. Secondo Ferraresi è coretto affermare come vi sia stato un quadro omogeneo di opinioni ed intenti in cui vennero realizzate azioni da soggetti in alcuni casi coordinati, mentre altri agivano in modo congruente con le azioni di persone diverse, in presenza di settori del potere che vedevano con favore soluzioni autoritarie e in presenza di strutture sottratte al controllo democratico. Il rischio che alcuni studiosi ci mostrano molto chiaramente è proprio quello, reale per chi si occupa di questi temi, di cadere in fraintendimenti e nella ricerca di qualcosa in cui conchiudere tutti gli eventi. Quasi a voler individuare un ipotetico e metafisico “grande vecchio”, motore immobile degli avvenimenti. Un ulteriore spettro si aggira poi nella discussione polemica ed è quello della dietrologia, un altro dei non sempre fortunati neologismi creati in questo ambito di studio per indicare la, esasperata, ricerca di qualcosa di occulto e di “misterioso” sotteso ad ogni evento: rischio effettivamente da tenere presente e da evitare.
In questo accidentato percorso ad ostacoli, come si è detto, non ritroviamo molti saggi o monografie specifiche e pochi lavori sono usciti in anni successivi la fine del ‘900, se non il già citato volume di Francesco Biscione del 2003, in cui viene affrontata l'analisi del Sommerso della Repubblica, così come l'autore definisce le stragi, i piani eversivi e la violenza inevitabilmente a questi legata. La ricerca del nesso tra il “sommerso” e le attività destabilizzanti ha portato l'autore a ritornare ad un contesto prettamente nazionale scorgendo nella tensioni e nelle intenzioni di mutare profondamente il quadro politico-istituzionale nonché nella vicenda della P2 punti essenziali per la comprensione della storia di quegli avvenimenti.
Oltre ai saggi prettamente storiografici si devono prendere in considerazione i testi che hanno sono scaturiti dal lavoro delle commissioni parlamentari d'inchiesta, iniziando dalla lunga intervista a Giovanni Pellegrino presidente dell'ultima commissione stragi (Fasanella, Sestieri 2000). La proposta di relazione avanzata dallo stesso Pellegrino, e mai approvata dalla Commissione, è poi stata in parte pubblicata (Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo 1996), così come sono stati dati alle stampe materiali raccolti e commentati, come nel già citato volume di Paolo Cucchiarelli e Aldo Giannuli (1997). Oltre a questa tipologia di pubblicazioni, ormai diventa automatico pensarlo, vi sono poi numerosi testi polemici, fra cui il recente La disinformazione in commissione stragi (il grande inganno) ( Cicchitto, Da Rold, Gironda 2002).
Oltre ai saggi e ai volumi specificamente dedicati ai temi in esame, è interessante prendere in considerazione anche le storie della Repubblica, in cui però, sovente, lo spazio riservato a questi avvenimenti non è sempre notevole. Non così agevole è anche, a mio avviso, trovare testi utili alla narrazione del contesto e della complessità degli anni '70-80, gli anni di piombo per utilizzare una ulteriore definizione comunemente adottata ma, nuovamente secondo me, riduttiva e forse fuorviante: anni di piombo, di esplosivo, di minacce alla democrazia, ma anche di movimenti, di mutamenti sociali e culturali, di richieste, pur non sempre soddisfatte, di importanti riforme. Questa situazione limita, a mio avviso, anche la divulgazione e il racconto agli studenti. Penso, in questo caso, più all'università che alle scuole superiori dove la mediazione del manuale pone problemi diversi ma anche simili, a cui si farà cenno. Non tanti sono i testi che ci aiutano a portare queste conoscenze, anche se ultimamente la situazione sta cambiando. Nei testi di Craveri (1995), Colarizi (1996), Ginsborg (1989, 1998), citandone solo alcuni, si trovano più che cenni a questi temi. Un testo in particolare si sofferma sulla ricostruzione della società di quel tempo raccontandoci un clima culturale e sociale, che non sempre così chiaramente è stato delineato, in cui l'autore inserisce in modo deciso e decisivo la storia delle stragi ed è il paese mancato di Guido Crainz (2003).
Per avviarmi alla conclusione di questa analisi “a volo d'uccello” su alcuni temi trattati, o non trattati, dalla storiografia vorrei accennare ad altri soggetti che oltre agli storici e ai sociologi, assieme ai giudici e ai magistrati cui si è fatto cenno, si sono occupati di stragi ed eversione: mi riferisco, evidentemente ai giornalisti. Molto sono i testi che vengono da questi dedicati ai misteri e ai segreti d'Italia, come li definiscono, anche se estremamente meno numerosi di quelli che si occupano di terrorismo brigatista.
In questi testi ci si sofferma su alcuni avvenimenti oppure si propongono sequenze di fatti giudicati analoghi e collegati fra loro; opere utili certamente, ma evidentemente diverse nelle fonti e nelle analisi dal lavoro storiografico. La strage di Piazza fontana, una strage con i capelli bianchi come è stata definita (Barbieri, Cucchiarelli 2003), è uno degli episodi più affrontati, fin dai primi momenti successivi la deflagrazione dell'ordigno: il testo la strage di stato, infatti uscì pochi mesi dopo il 12 dicembre 1969 con il resoconto di una controinchiesta (azione che era pratica in quegli anni) estremamente interessante e precisa. La definizione utilizzata, comprensibile per quel testo e quel contesto, è poi entrata nel senso comune e nelle polemiche che, ancora una volta, si pongono ad ostacolo della comprensione dei fenomeni. Piazza fontana, e la morte di Giuseppe Pinelli, furono a lungo all'attenzione di diversi soggetti, penso ai lavori di Dario Fo ad esempio. Un taglio interessante è quello di Giorgio Boatti (1993) che analizza questo evento anche rispetto all'impatto che quella strage ha avuto sugli italiani, sui politici, sull'opinione pubblica.
Per quello che riguarda le altre stragi, a fatica, si stanno affrontando analisi, ma anche in questo caso sono i giornalisti e i sociologi ad interessarsene maggiormente, analizzando anche temi quali la costruzione della memoria e il ruolo delle Associazioni delle vittime (Tota, 2003). Nelle corde dei giornalisti starebbero anche le interviste o la raccolta delle memorie dei protagonisti, molto praticate infatti nel terrorismo di estrema sinistra. Nel caso dello stragismo ben pochi sono gli appartenenti ai gruppi neo-fascisti che abbiano raccontato la loro esperienza o che si siano cimentati in una analisi dello stragismo (Bianconi 1992; Vinciguerra 1989; 1993). In questo ambito occorre ricordare anche il lavoro di Sergio Zavoli (1992), trasposizione della trasmissione televisiva la notte della Repubblica sulla storia dei terrorismi italiani e i recenti volumi tratti dalla trasmissione televisiva Misteri d'Italia (Lucarelli 2004).
Sul substrato culturale e sulle caratteristiche sociali, politiche e organizzative dei gruppi neofascisti troviamo pochi testi, in questo caso uno storico si è cimentato nell'analisi dei neofascisti dopo il 1977 (Cingolani 1996).
Testi che cercano di raccontare avvenimenti legati fra loro hanno punteggiato la produzione giornalistica, ne citiamo due per le loro caratteristiche esemplificative. Il primo è il lavoro di Gianni Flamini (1981-1985) in cui si delinea e definisce il “partito del golpe”, una struttura comprendete parte dei politici al potere, neofascisti, settori dei servizi segreti che sotto la guida di strutture statunitensi, secondo l'autore, è dietro alle stragi e al terrorismo. Un altro testo è quello di Biacchessi (2002) che mette in sequenza stragi come quelle di piazza fontana, di piazza della loggia e della stazione di Bologna con un avvenimento del 2001, l'attentato alla redazione del quotidiano “Il Manifesto”.
Le incertezze della storiografia si riflettono, come accennavo, anche sui manuali scolastici dove sempre più facilmente si trovano schede, approfondimenti, documenti sul terrorismo brigatista ma dove lo stragismo e le minacce alla democrazia stentano ad essere trattate.
Difficoltà nel reperimento delle fonti, (che speriamo di vedere diminuire anche grazie agli archivi stranieri o alla catalogazione di documenti legati alle Commissioni parlamentari), polemiche, uso pubblico e politico hanno condizionato notevolmente la riflessione storiografica, che dovrebbe invece essere uno dei motori della ricerca e di conseguenza della divulgazione e della conservazione della memoria. Credo che alla ricostruzione delle vicende si dovrà avvicinare l'analisi dei contesti così da ridare una completezza, nella complessità, alla storia repubblicana. Si dovrà, credo, inoltre avviare una riflessione sull'uso della violenza nel lungo periodo, analizzando differenze e persistenze, evitando di enucleare e mettere fra parentesi fenomeni la cui comprensione è essenziale per la ricostruzione della storia dell'Italia repubblicana.